martedì 21 febbraio 2012

Isernia nell' «Effemeridi» di Alfonso Perrella. Parte II (XVI sec.)


14/9/1514 Con speciale Diploma, Giovanna II concede a varie distinte famiglie d'Isernia una parte dell'acqua che viene dall'antico acquedotto,costruito a tempo dei romani,per particolare uso delle loro case magnatizie.

5/3/1515 Bolla di Papa Leone X,con la quale si nomina Vescovo della Cava Pietro Sanfelice, figlio di Giacomo d'Isernia, il quale ultimo fu tenuto in molta stima dai Re Aragonesi, di cui fu Consigliere.

16/3/1517 Massimo Corvino,Vescovo d'Isernia, pronuncia il Discorso di Chiusura nell'ultima Sessione del Concilio Lateranense, in Roma.

14/3/1519 Pietro Sanfelice (d'Isernia) Vescovo di Cava, fin dal 5/3/1515 ottiene dal Papa Leone X Bolla con la quale si accoglie rinuncia fatta nella anzidetta qualità di Vescovo, rimanendogli il titolo e la metà delle entrate vita sua durante,e subentrandogli nella sede il nipote Giovan Tommaso, figlio di Antonio Sanfelice suo fratello, nato pure in Isernia. Giovan Tommaso fu prelato di grande autorità e di stima tale che fu due volte Commissario generale del sacro Concilio di Trento sotto Paolo III e Pio IV Sommi Pontefici.
Oltre vescovo di Cava fu pure Governatore di Perugia e Preside dell'Umbria sotto il detto Paolo III. Si adoperò in quei Governi con tanta prudenza e soddisfazione che la città di Perugia,dopo alcuni anni, e mentre egli viveva, a sua perpetua gloria gli eresse, avanti la Chiesa di S .Lorenzo, la seguente iscrizione:

Ioh. Thomae Sanfelicio
Episcopo Cavensi, Perusiae, Umbriaeque
Sub Paolo III Pontif. Max.
Presidi dignissimo
Binus Signorellus et Collegium XI viri
Erigendum curaverunt.

L'aggregarono, inoltre, con tutta la sua famiglia, alla loro nobiltà. Nel 1550 rinunciò al vescovado di Cava,dopo 31 anni di governo, e da Papa Giulio III ottenne che, in sua vece, vi fosse nominato Scipione Sanfelice, suo nipote, riserbandosi un'annua pensione di ducati 400. Tornato la seconda volta nel Concilio di Trento, gli avvenne, per sua sventura, quanto segue. In una delle sedute preparatorie (anno 1545) egli, innanzi a buon numero di Vescovi, ArciVescovi e Cardinali, volle sostenere che la giustificazione dell'anima è dovuta alla sola fede in Gesù Cristo, contro il parere degli altri, i quali, invece, dicevano che la fede, senza le opere buone, serve a niente. Jannettino,Vescovo di Chirone, voltosi ai Vescovi di Batiano e di Rieti, disse: «il sentimento del Vescovo di Cava non può avere origine che da ignoranza o da sfrontatezza.» Tommaso, senza intendere tali ingiuriose parole, pure dai gesti comprendendo ciò che contro di lui erasi detto, si appressò, tutto furore e sdegno, a Jannettino interrogandolo: «Che è quello che proferisti ?» E l'altro: «Io sostengo che il tuo parere non può derivare che da ignoranza o da sfrontatezza.» «Come» - replicò Tommaso - «io sfacciato ed ignorante?» «Sei tale», soggiunse il Vescovo di Chirone, «se non ritratti ciò che poc'anzi hai affermato.» In breve dalle parole si venne ai
fatti; e l'adirato Tommaso, dimenticando la dignità di cui era rivestito, non che il rispetto dovuto al luogo ed alle
persone, si slanciò su di Jannettino percuotendolo con pugni e calci. A gran fatica gli altri vescovi potettero separarli, e, riunendo nel medesimo giorno un'assemblea, dichiararono colpito di scomunica l'ardente Tommaso, e, perciò, fu mandato in carcere in Roma, nel Castel S.Angelo, dove, a parere del Panvino, stette molto tempo. Questo fatto lo privò di altri maggiori dignità, che non sarebbero a lui mancate per la sua grande dottrina e valore. Liberato dal carcere, fu rimesso sotto Pio IV nell'Ufficio di Commissario Generale, e l'esercitò fino ala fine del Concilio. Tornato dopo in Isernia si diede a vita riposata, ed in questa sua quiete si occupò di abbellire la Città per quanto potè, essendo egli anche assai buono architetto. Fece lastricare con mattoni le principali strade, rimuovere alcune fontane e porte collocandole in altri luoghi, e altre opere fece fare utili al Comune e al privato.
Desiderando che nella sua famiglia non mancassero mai uomini virtuosi e dotti, lasciò un legato di ducati 15 al mese a favore di ciascuno dei discendenti di suo fratello Giovanni Vincenzo, di suo nipote Giovan Battista, e di suo zio Francesco, con la condizione, però, di dover applicarsi allo studio di una qualunque scienza.
Finalmente, dopo che ebbe dimorato diversi anni in Isernia, fu chiamato dalla città di Napoli nel 1567, la quale lo mandò per suo ambasciatore a Papa Pio V. Trasferito poi al Vescovado di Venosa, ivi restò sino alla sua morte. Così il Ciarlanti. Stimo utile aggiungere che la famiglia Sanfelice venne da Marsiglia nel Regno di Napoli al tempo dei Normanni. Giacomo Sanfelice fu tenuto in molta stima dai Re Aragonesi, dai quali fu ammesso nel loro supremo Consiglio Collaterale, e nel 1490 fu nominato anche Scrivano di Razione. Giacomo, fratello del
vescovo Giovan Tommaso, fu soldato di gran valore, e, dopo molti carichi militari, degnamente sostenuti, giunse ad essere Colonnello d'esercito. La famiglia Sanfelice stabilì il suo domicilio in Isernia fin dai tempi di Alfonso I, ed ora una piazza della città ne conserva il nome.

16/3/1521 Morta nel 1518 la Regina Giovanna IV, feudataria d'Isernia, la città rientrò al Regio Demanio; ma, poco dopo, l'Imperatore Carlo V la concedette a Guglielmo de Croy, Marchese d'Arescot. Avendo reclamato i cittadini per l’osservanza dei loro privilegi, ottennero che la loro patria si conservasse demaniale, e ne ebbero speciale diploma, dato da Vormazia ai 16 marzo 1521.

14/5/1536 Onorato Fascitelli, monaco cassinese, nato in Isernia nel 1502, scrive da Montecalvo una lettera al celebre letterato, suo amico, Pietro Aretino, nella quale dice che, invece di venire a Venezia (ove era stato per qualche anno) gli era necessario andare a Milano per tentare la sua sorte.
[In nota:
Onorato Fascitelli (scrive il Tosto) non solo fu peritissimo nella lingua del Lazio, ma conobbe ed adoperò felicemente nei suoi versi tutte quelle grazie e quella eleganza, che distingue tra gli scrittori dell'aureo secolo di Augusto la poetica di Tibullo e di Properzio. Nacque in Isernia nel 1502 da Marco e Margherita Caracciolo. All'età di 17 anni trasse a Montecassino per rendersi monaco, ed applicò l'animo con molto studio alle latine e greche lettere. Poi venne in voce di uomo dottissimo di quelle, e fu anche molto riputato per conoscenze di sacre discipline.
Fu in grande stima di papa Giulio III, che lo nominò Vescovo d'Isola in Calabria. Egli resse lodevolmente questa Chiesa per 11 anni, a capo dei quali si dimise per prepararsi alla morte, che lo colse a Roma nel 1564.
Scrisse il Fascitelli: «De Gestis Alphonsi D'Avali marchionis Vasti», opera scritta in verso eroico, che il Mari e l'Ughelli chiamano «insigne»; cinque «Elogi» in vario metro (premessi alle «Vite» scritte dal Giovio) di Francesco Arsillo, di Carlo Magno, di Farinata degli Uberti, degli uomini famosi per lettere e di quelli famosi per armi; ed altri versi che videro la luce in Padova pei tipi del Cominio, nel 1719, con le opere del Sannazzaro e dell'Altilio. Tutte le sue poesie si leggono nel libro compilato dal Ghero: «Deliciae poetarum Italorum» (Padova 1719). Dai versi pubblicati sufficientemente ci è dato argomentare con quanto magistero e quanto intendimento egli avesse usato delle latine lettere nel verso. Della qual cosa rendono bella testimonianza le lodi che di lui fecero il
Crescimbeni, il Quadrio, il Ruscelli ed altri scrittori, e quell'amicizia con cui i più chiari ingegni del suo tempo si
unirono a lui,come il Bembo, Della Casa, Seripando, Giovio, Pier Vittori e da altri. (...)
Il Fascitelli, non pago di aver cantato le virtù degli uomini illustri nelle armi e nelle lettere, volle anche dilettarsi col verseggiare sulla bellezza e su gli occhi di alcune donne, come pure su gli arguti motti di qualche fanciulla (rilevandosi ciò dalle seguenti composizioni: In sabellam Romanam puellam lepidissimam - De Liviae
Columnae romanae oculis - Ad Aspasium malum poetam, ecc.) (...). Padre di Onorato fu Marco, il quale come uomo di grandi meriti, godette della stima di Re Ferdinando I, che lo creò Cavaliere e Fiscale del Regio patrimonio in Puglia. Egli con le sue rendite aiutò grandemente la edificazione della Chiesa e del Convento di Santa Maria delle Grazie, che la Città di Isernia eresse per i Frati Osservanti; nella quale Chiesa fondò pure una cappella per la sua famiglia, ove venne seppellito nell'anno in cui morì, 1517.

mercoledì 25 gennaio 2012

Isernia nell' «Effemeridi» di Alfonso Perrella. Parte I (1300/1500)

In quanto «Effemeridi» - lat. ephemĕris = giornaliero - l' opera di Alfonso Perrella, edita a Isernia nel 1890 per i tipi di De Matteis, riporta gli eventi notevoli della Provincia di Molise organizzati non secondo luogo o anno di accadimento, ma secondo il giorno del calendario solare. Capita, così, di trovare vicini Longobardi e Piemontesi; Celestini e Giubbe Rosse a contendersi paragrafi; Enrico d'Isernia e Stefano Jadopi compagni di pagina.
Può essere utile - può essere utile? - una prospettazione cronologica delle voci che qua e là si danno su Isernia.

27/10/1344 Giovanna I ordina che si dia la necessaria provisione per le spese e nolo a Cicco d'Isernia, familiare della Regia Corte, il quale deve andare come ambasciatore al Papa per importanti negozi, e specialmente parlargli in favore di Frate Andrea da Barrea dell'Ordine di minori, Maestro della Real Cappella e molto favorito della Regina, il quale, poco dopo, in altre parole ai 28/5/1345, è nominato Vescovo di Larino

23/6/1351 Il Re di Napoli Ludovico e la Regina Giovanna assegnano once 50 d’oro annue ad Andrea figlio di Roberto primogenito di Andrea di Isernia (il vecchio) nominato Luogotenente del Gran Camerario; la qual carica cominciò ad esercitare nel dì otto maggio 1351. Il relativo Diploma indica il modo col quale detto stipendio deve essere pagato.

11/4/1352 Lodovico e Giovanna di Napoli ordinano che ad Andrea d'Isernia il giovane siano pagati due mesi di stipendio per l'ufficio di Luogotenente del Gran Camerario.

11/10/1353 E’ ucciso in Napoli da un Tedesco, Andrea d'Isernia (junior), detto II per distinguerlo dall'Avo, col quale molti pur lo confondono. Fu egli figlio di Roberto e nipote di Andrea seniore. L'assassinio fu commesso presso Porta Tetruzzola (vicino l'attuale Chiesa di S.Giuseppe) per mano di quattro sgherri Tedeschi, guidati da un tal Carlo De Gottis, milite o cavaliere, loro connazionale, cui il d'Isernia, in virtù di sentenza giudiziale,spogliato aveva di un feudo che da quegli indebitamente si possedeva; e però, il De Gottis, legatosi il filo al dito, giurò di finirlo proferendogli minaccia: «Tu colla tua sentenza a me togliesti i beni,io con le mie armi a te toglierò la vita». Questo misfatto, dice il Camera, raccapricciò tutta la città; e la Regina, compassionando l'atroce fine di sì grand'uomo, con speciale editto ordinò di procedersi severamente contro gli uccisori del d'Isernia «virum insontem et justum», di confiscare i loro beni e di demolire le loro case, come se fossero rei di lesa maestà. Il d'Isernia fu dapprima Maestro razionale, consigliere, milite, regio familiare e luogotenente del Gran Camerario, e quindi Giudice e Presidente della Regia Camera. Egli fu caro a Carlo II, a Roberto ed a Giovanna I.

17/9/1361 Innocenzo VI, mentre si trovava in Avignone, nomina Cardinale di Santa Chiesa fra Filippo De Rufinis, vescovo di Isernia.

10/6/1366 Essendo morta Maria (sorella della Regina Giovanna I) la quale aveva avuto in dote, fra le varie città, anche Isernia, la Regina medesima scrive, con dispaccio di questo giorno, che la stessa torna al demanio.

18/12/1372 Margherita e Carlo di Durazzo riconfermano alla città d'Isernia le antiche immunità e privilegi, ed altri ne aggiungono.

18/12/1389 Bonifacio IX nomina Cardinale Cristoforo dei Maroni,Vescovo di Isernia.

22/6/1442 Alfonso, re di Napoli, con forte esercito entra in Isernia per combattere Antonio Caldora, che si trova in Carpinone. In tale occasione concede moltissimi privilegi alla Città rilasciando formale diploma: «in nostris felicibus Castris contra Iserniam». Isernia, attesa la vicinanza del Caldora, era dalla parte di costui, che vi aveva posta alquanta gente d'armi. La quale, all'appressarsi del Re, stimò bene ripiegare verso Carpinone. I notabili della città uscirono incontro al Re, offrendone le chiavi. Ed il Re ebbe grande giubilo da ciò, perché Isernia poteva facilmente impedirgli il passo. Nel Diploma Alfonso spiega che per i grandi aiuti che ricevette dalla città, mentre l'esercito stava accampato in quel territorio, si dovevano a quei cittadini grazie e benefici singolari, e, perciò, riconferma tutti i privilegi conceduti dai passati Re, ed altri ne aggiunge: cioè che la città sia di perpetuo regio demanio; assolve da qualunque penai ribelli anche de crimine laesae Majestatis in primo capite, levando loro ogni infamia e facendoli abili e capaci aqualsivoglia dignità; fa immune la città, per certo tempo, di ogni fiscale pagamento, ecc.
L'anno avanti, il 1441, Re Alfonso con forte esercito erasi avviato per combattere il Caldora presso Carpinone. Giunto al Volturno, sotto Monteroduni, inviò innanzi celermente buonamano dei suoi sotto il comando di Palermo centurione,con l'incarico di piombare di notte tempo sopra Carpinone, promettendogli il suo aiuto sul fare del giorno susseguente. Il Centurione eseguì l'ordine perfettamente entrando di notte in Carpinone, che pose a sacco,ma non gliriuscì a impossessarsi del Castello, guardato e difeso da buoni armati. Avendo però inteso che Antonio Caldora tirava a quella volta dalla parte di Pescolanciano, e non vedendo comparire il re col rimanente esercito, mosso da timore e da avarizia, per non perdere tutto quello che aveva saccheggiato, con prestezza grande abbandonò il paese, retrocedendo. Il che riferito ad Alfonso,che già si avvicinava ad Isernia, fu preso da grande sdegno per essergli uscito di mano luogo così importante, ove il Caldora aveva immense ricchezze. Mandò, dunque, a rinchiudere nel Castello Janola (in S.Germano) il Centurione in pena del suo pusillanime atto, e stimò utile tornare indietro con tutto l'esercito, trattando una tregua col Caldora, che, per sicurtà, gli diede, quasi in ostaggio, ilsuo figliuolo Tristano; il quale, poco dopo, col permesso del re, dovette tornare in Carpinone, ove trovavasi malata gravemente la madre. L'anno appresso, 1442, si venne di nuovo a rottura fra il re ed Antonio.

4/2/1447 Il R. Notaio Paolo da Venafro stipula istromento, dal quale risulta l'alienazione fatta dal Capitolo d'Isernia di un terreno in contrada Pescoborrello per convertirne il prezzo alla formazione di una piccola urna di argento dorato, alla gotica, che contenesse le reliquie di S. Nicandro.

5/12/1456 Fortissimo terremoto nel Regno di Napoli, alle ore 11 di notte. Il contado di Molise resta quasi tutto sconquassato. Isernia, Venafro, Campobasso, Larino, ecc., restano rovinate.

9/2/1496 Ferdinando II concede alla città d'Isernia grazie singolari, giusto speciale privilegio in data nove febbraio, spedito da Avellino. Tra le altre, le dona il castello di Rocca Verallo (già al tempo del Ciarlanti,1640, disabitato) con tutti i suoi territori e con la giurisdizione della Balìa, Quartuccio ed altre Gabelle. Le conferma il possesso del Castello di Pesche, che molto tempo aveva pacificamente posseduto, ed in quelle guerre tenuto con buone guardie e con grande spesa, affinchè non si ribellasse a somiglianza di altre circonvicine Castella. Le concede pure il libero dominio sopra il Castello di Riporsa, il quale, per essersi ribellato contro il Re, a richiesta di Carlo Sanfromondo, era stato dagli Iserniani preso e recuperato. E perchè Berardino di Sangro, Signore di S. Angelo in Grotte, si era di nuovo ribellato, mentre la prima volta era stato ricondotto alla fedeltà dai medesimi Iserniani, lo priva di quel Castello donandolo agli anzidetti; il quale, perciò, si disse a quei tempi S.Angelo d'Isernia. Dà pure ad Isernia gli altri beni di esso Berardino, cioè S.Biase, Guasto (è una contrada di Castelpetroso) e Bottoni (era un grande feudo fra Castelpetroso,Cantalupo e Sant'Angelo in Grotte). Il Castello di Riporsa esisteva fra i tenimenti di Castelpetroso e di Pettorano, nel luogo ove il 22 Marzo1888, apparve la Madonna a due contadine. Dai Capitoli Municipali di Carpinone, redatti nel 1493, si rileva che Riporsa, a quel tempo, era paese abitato, avendo i suoi cittadini il diritto di godere "piazza franca" in Carpinone, e viceversa quelli di Carpinone in Riporsa.

15/12/1496 Federico, Re di Napoli, riconferma alla città di Isernia tuttii privilegi e le concessioni fatte dal suo antecessore Ferdinando II il 9 febbraio dello stesso anno.



giovedì 12 gennaio 2012

«Per esser questa Città antichissima ...». Descrizione d'Isernia, all'alba del secolo Decimosettimo





«BREVE RELATIONE DELL’ORIGINE di Isernia Città della présente Provincia di Contado del Molise ove sono famiglie nobili.

Per esser questa Città antichissima, non si può haver certa relatione del suo vero fondatore, onde noi non diremo altro sol che un témpo fu Colonia di Romani e così vien nominata da Strabone, da Silio Italico nel 8.lib e da Appiano Alessandrino nel I. lib. da Plinio, gli Esernini sono annoverati nella 9. Regione, e da Tolomeo questa città è riposta ne' Sanniti. Parla molto Livio di essa,e particolarmentenel 72 lib. ove scrive che fu assediata con Alba (amendue Colonie) da gli Italici, & all'hora ella fù rovinata. come dice Strabone nel 4. lib. Livio nel lib. 3.della 3.dec. scrive,che gli Esernini furono trà le 18. Colonie ch'erano apparecchiate à dar aiuto al Senato Romano, e con danari e con soldati (ne' tempi, ch' Annibale molto travagliava l'Italia, e guerreggiava col Senato Romano secondo ipatti c'havevano insieme & anche molto più largamente bisognando: furono queste 18. CoIonie. I Segnini, Nolani, Norbini, Satriculani,e Brindisini, Fregellani, Nucerini, Adriani, Firmani & Arimanati; dall'alto mar Tirreno, Pontiani, Pestani, e Consani & infra terra,Beneventani, Esernini, Spoletini,Piacentini e Cremonesi; con l'aiuto dunque di queste Colonie si inantenne all'hora l’lmperio del Pontefice Romano, e costoro furono molto ringratiati in Senato & appresso il popolo. Nel lib. delle Colonie vien scritto di questa città di questo modo: Aesernia Colonia deducta lege lulia inter populos debetur pedes x. Iimitibus augusteis est designatus.
Illustrò molto questa Città San Pietro Celestino, che vi nacque, e da giovanetto si dedicò alla vita heremitica, fattosi Monaco e Sacerdote dell'ordine di San Benedetto, fu autor dell'Ordine de' Celestini, ma essendo nata Contesa fra' Cardinali circa l'elettione del nuovo Pontefice, fu egli eletto dopo due anni di Sede vacante a tal dignità, e nomossi Celestino V di questo nome à 17 Luglio del 1292. Sedè nella Pontificia Sedia mesi 5 e giorni 7 havendo spontaneamente renunciato il Papato, ritornò poscia alla sua Religione, e fu in suo luogo eletto Bonifacio VIII il quale dubitando che i popoli di nuovo lo richiamassero al Pontificato e con tale occasione rinascesse scisma nella Chiesa, subito ordinò che questo Santo fusse preso, e portato carcerato al Castello di Fumone, & in una fortissima Rocca rinchiuso con buone guardie, che di continuo lo custodivano, e quivi finalmente ne' 19 di Maggio del 1296 ricco di santi meriti se ne volò al Cielo: il Pontefice Clemente V l'annovverò poscia nel Catalogo de' Santi Confessori à 13 di Maggio del 1315 il cui corpo hoggi si serba nella Chiesa di Collemaggio dell'Aquila; ov'Iddio per i meriti di questo suo servo di continuo non cessa di far gratie, e miracoli.
Nel Vescovado di Isernia è il corpo di S. Benedetto suo Vescovo tenuto in somma veneratione, di cui i Cittadini raccontano c'havendo un loro vescovo ordinato che si fusse cavato d'intorno al sepolcro di detto Santo la Chiesa stessa incontanente si scosse, come che cascar volesse, di che avvertito il Vescovo subito ordinò che si cessasse di cavare. Celebrasi la sua festa ne' 4 di Maggio. Quivi anco è il corpo di San Cassiano Martire Protettore di Isernia, la cui solennità di celebra ne' 5 d'Agosto
Fiorirono in questa città molti huomini illustri, e fra gli altri il celebre Dottor Andrea de Rampino detto d'Isernia. Le cui opere sono di molto pregio appo i Dottori, questo fu Consigliero della Regina Giovanna Prima, come scrive Liparulo, il qual fu poscia ucciso da Corrado de Gottis Barone Tedesco per havergli data una sentenza contra.




Fu un tempo Isernia sotto il dominio de Conti, come si legge nella Cronica Cassinense al cap. 8.del 2. lib. & hoggi è Regia, e fra l'altre famiglie nobili, che vi sono è la Greca, la qual ha goduto i privilegi di nobiltà in molte Città principali del Regno, e particolarmente in Salerno & in Napoli. In Salerno gode el Seggio di Portaretesa, ove poi si spinse affatto come si legge in molte scritture del Real Archivio della Zecca di Napoli. Che fusse nobile in Napoli si verifica da infinite scritture del medesim' Archivio e particolarmente dalla seguente nell'anno 1271. prima Inditione fol. 305. e seq. ove si legge, che il Cavalier Matteo Caracciolo di Napoli, prende per moglie Capuana figliuola di Filippo Greco Gentilhuomo Napolitano có cent'onze di dote da che che si può raccorre. ò ch'alcuni di questa famiglia di Napoli o pur da Salerno n’andassero ad habitar in Isernia, ò da Isernia ne venissero in Napoli, ò in Salerno; sia dunque come si vuole, si rende ben chiaro che questa famiglia sia stata sempre nobilissima ovunque si astata, e particolarmente in Isernia, ov’ella fiorì, come di presente ancora, e che di ciò sia vero, si verifica da tre seguenti scritture, una del medesimo Regio Archivio, ove si legge che facendosi ,ostra generale de baroni feudatarii del Re Roberto fra gli altri cavalieri, e Baroni, che v’intervennero fi Nicola Greco d’Isernia come nell’anno 1328. Fol. 22. Fol. 106 e 138. Nella seconda, che si serba nel Monastero di S. Patrizia di Napoli nell’anno 1325 si raccoglie che Cicella Masella signora Napolitana è moglie del Cavalier Gualtiero Greco di Isernia Maiordomo di Filippo Principe di Taranto, & Imperador di Costantinopoli, presta dieci onze di carlini d’argento al Cavalier Matteo Protoiudice di Salerno. Nell’ultimo ch’è fra le scritture di S. Maria a Cappella di Napoli dell’anno 1344 sotto la Regina Giovanna. Il Cavalier Landolfo Greco d’Isernia, cameriero della stessa Regina, fa suo procuratore Lifolo Barrese di Napoli suo cognato, con ampia potestà di poter locare alcune sue case, ch’ei possedeva in Napoli nel quartiero di Capuana, le quali erano già state di Lunella Barrese sua moglie sorella del detto Lifolo; dalle quali scritture si raccoglie l’antica nobiltà di questa famiglia da cui trassero origine gli antecessori di D.Francesco Grego Duca di Montenegro, i quali più di cento cinquant’anni sono stati Baroni delle terre della Petrella, e del Collo nelle provincie di Contado di Molisi e di Terra di Lavoro; oltre di molti feudi rustici, ch’eglino per prima possedettero; onde con gran ragione, e meritamente D. Francesco da Filippo III ottenne titolo di Duca sopra la terra predetta; per la sua antica nobiltà, meriti, virtù e valore, il qual vive hoggi curioso di tutte le scienze. Questi gli anni a dietro si casò con D. Eleonora figliuola di D. Berardino Ramires Montalvo Luogotenente di Camera, Regente di Cancelleria, Cavalier dell’Ordine di S.Giacomo, Consigliero di Stato di Sua Maestà nel Regno di Napoli e Marchese di S. Giuliano Signor di molti meriti, e valore. Dal qual matrimonio sono nati Don Giuseppe, & una femina.»

Nuova e perfettissima descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici provincie (...), Opera di Enrico Bacco, alemanno, ampliata da Cesare D'Engenio Caracciolo, in Napoli, per Lazaro Scoriggio 1629, pp. 202 e ss.

lunedì 9 gennaio 2012

«Soldati, briganti, signori e cafoni: i fatti del 1861 in provincia di Isernia» - Isernia, 22 dicembre 2011, Sala gialla del Palazzo della Provincia

[Pubblico il testo dell'intervento tenuto in occasione del convegno «Soldati, briganti, signori e cafoni: i fatti del 1861 in provincia di Isernia». Si dicono, di seguito, cose già dette & scritte; lo pubblico, pertanto, per horror vacui e mero dovere di cronaca e non per apportare novità significative a un tema di cui, credo, nell'anno appena trascorso, abbiamo tutti fatto abuso fino a raggiungere la saturazione.]





«Isernia al cadere de’ Borboni - Fatti di rivoluzione e reazione nell’autunno 1860»
Gabriele Venditti - Isernia, 22 dicembre 2011

Piuttosto che narrare i fatti per come si svolsero in quei giorni di autunno di centocinquantuno anni fa, preferisco, questa sera, polarizzare il mio intervento intorno a tre domande (alle quali spero di dare compiuta risposta):
1) Davvero la Reazione fu fatto di pochi retrivi? 2) Davvero fu fatto spontaneo, occasionale, non preordinato? 3) Tutto vero quello che è stato detto, raccontato?

Davvero la Reazione fu fatto di pochi retrivi?
La risposta è negativa. È un vizio della storiografia risorgimentale presentare come maggioritaria tra le popolazioni meridionali la scelta di campo per «Italia e Vittorio Emanuele». Soprattutto negli strati più bassi, era indiscussa la fedeltà ai Borbone. Dobbiamo qui fare riferimento ad almeno tre episodi in cui si dimostra la piena fedeltà a Francesco II: la Rivolta del vino, del 26 luglio 1857; i tumulti spontanei contro la «Costituzione» e la Guardia nazionale, dell’estate del 1860, anticipatrici della più feroce Reazione, per finire poi a parlare di un episodio dell’aprile 1861, che testimonia di come il popolo di Isernia, oramai città del Regno di Italia, non credesse al tramonto dei Borbone. Ma andiamo con ordine.
A Isernia, nel giorno di Sant’Anna del 1857, allorché venne introdotto il dazio comunale sul vino – particolarmente odioso perché imposto sul consumo, come testatico gravante finanche sui dodicenni – due o trecento contadini, al grido di “Viva il Re! Non vogliamo il dazio sul vino” marciarono lungo la Piazza – così per secoli è stato definito l’attuale Corso Marcelli – fino al palazzo comunale, per farsi consegnare i ruoli dell’imposta, da distruggere pubblicamente. Non si verificò alcuno spargimento di sangue – si ebbe qualche schiaffo dato a riottosi impiegati comunali – e il tutto finì col ruolo fatto a brani e fumato nelle pipe dei rivoltosi (ai quali, tuttavia, i tribunali di Fernando II comminarono diversi anni di carcere duro). A chi si occupi della Reazione, i fatti del 26 luglio 1857 testimoniano due cose: che la condizione di miseria delle plebi isernine ne comprimeva l’acredine per il nemico di classe a livelli tali da poter esplodere con forza devastatrice per un qualsiasi pretesto; che malgrado tutto, il rancore era canalizzato verso i galantuomini e non anche verso la Corona: accanto a chi gridava “I galantuomini ne vogliono troppo, ci scorticano, ci sacrificano in ogni maniera”, c’era infatti chi diceva “Se fosse volontà del Re che si pagasse il dazio, ci venderemmo il letto!”.
L’altro episodio che va citato è quello dei tumulti accesi – a Venafro così come a Carpinone e un po’ dovunque nel distretto – in occasione dell’introduzione della Guardia nazionale e della “Costituzione”: la Carta ottriata da Ferdinando II nel 1848 e ripresa per l’occasione da un Francesco II disperatamente in cerca di soluzioni per la conservazione del trono. Cosa successe in estate? Come relaziona il giudice mandamentale Giuseppe Di Giuseppe sui fatti di Carpinone dell’estate 1860 alla Sezione di accusa presso la Corte di Appello di Napoli, «appena pubblicato da Francesco II di Borbone l’atto sovrano, 25 giugno 1860, col quale chiamava in vigore lo Statuto di Re Ferdinando II del 1848, in Carpinone la voce che quello avrebbe avuto poca durata perché era stato consigliato, non da generosità di principe, ma da paura, trovò disposizioni favorevoli a perversi intendimenti dei Sanfedisti. Imperocché nel seguente luglio dello stesso anno 1860 pubblicamente si vociferava che quello Statuto, ripristinato per violenza, sarebbe stato abolito, né mancava chi pubblicamente andava insinuando doversi sopprimere la Guardia Nazionale ed il novello Corpo municipale, doversi restaurare l’assolutismo, con voci e insinuazioni che nel corso di quel mese produssero popolari tumulti, i quali andarono ogni dì più che l’altro, crescendo di intensità.» Appare evidente come, più realisti del re, i contadini molisani volessero preservare l’assolutismo reagendo alle sue minime aperture in senso liberale.
L’ultimo episodio che richiamo testimonia emblematicamente la fedeltà al Borbone. È un fatto specifico, relativo all’aprile 1861. Le province napoletane, transitate di colpo nel nuovo Regno, risultano ancora divise tra chi, per idea o profitto, ha spinto per l'annessione e chi – la gran parte – fa fatica a realizzare che un regno secolare si sia potuto sciogliere come la neve a marzo. Cito un passo di Carlo Corsi, relativo al passaggio delle truppe piemontesi in Isernia. Corsi, di nobile famiglia fiorentina, è militare di carriera: nel 1860, quando scende da capitano di cavalleria con l'Armata d'occupazione delle Marche e dell'Umbria ha già sedici anni di gavetta alle spalle. Combatte al Macerone, prosegue per Gaeta, che assedia con Cialdini. Caduta la cittadella il 14 di febbraio, l'Armata piemontese progressivamente smobilita e ritorna verso nord. Nel passaggio, a ritroso, lungo la Via degli Abruzzi, transitando per Isernia, Corsi annota di un paese ancora incredulo, che non ha ancora pienamente compreso quanto accaduto. «Frattanto, come se non bastasse quel primo aiuto dato da noi medesimi ai nostri nemici, venne da Torino, sul fine del marzo, l'ordine che il 4° Corpo e quasi tutta la cavalleria tornassero verso il Po. E infatti ai primi d'aprile quelle truppe mossero per la strada degli Abruzzi fino a Popoli, donde il 4° Corpo e il reggimento Lanceri di Novara proseguirono pel littorale adriatico verso Ancona e Bologna, e la brigata della cavalleria di linea con alcune batterie per la strada interna di Aquila, Rieti, Terni, ecc., verso Perugia e Firenze. Ciò produsse pessimo effetto nelle province napoletane. Fu fatta correr la voce che eravamo costretti a ritirarci perchè così voleva l'imperatore dei francesi, il quale avea deliberato di riporre il re Francesco sul trono di Napoli e restituire al Papa le province da noi toltegli. I paesi che attraversammo aveano aspetto strano e sinistro. I nostri partigiani scoraggiti, li avversi giubilanti, l'aria piena di'minacce. Nello appressarci ad Isernia il 10 aprile vedemmo gruppi di cafoni venirci incontro, fermarsi a guardarci con avida curiosità, colle labbra aperte come per gridar «Viva 'o re!» invece, riconosciuti li elmi e li azzurri pennoncelli dei nostri cavalieri, guardarci tra loro e restar muti e scuri. Aspettavano i francesi che seguivano i piemontesi per cacciarli fuori del regno. Ed avendo già veduto sfilare le truppe del general Cialdini, avean creduto finito con le ultime di quelle il passaggio dei piemontesi, ed erano accorsi a salutare i loro liberatori; così chè poco mancò ci accogliessero colle grida “Viva i francesi! Viva Francesco II!” Restammo stupiti allo udire come in quei paesi non si credesse ancora alla caduta di Gaeta e al nostro ingresso in Napoli, ma, all'opposto, che fossimo stati battuti, dai francesi o da altri, e sforzati ad andarcene come vinti.» (C. Corsi, 1844-1869 - Venticinque anni in Italia, Firenze, Tipografia P. Faverio, 1870, p. 532). Lo stupore dei cafoni, pur se già sudditi del Regno d’Italia, è confermato da Berlingieri: «(…) Nella cervice incallita di questi bifolchi era fissa l’idea che il Governo borbonico fosse tuttavia saldo come masso di granito, che un trono secolare non sarebbe stato rovesciato in pochi mesi dall’onda rivoluzionaria» (V. Berlingieri, Il Brigantaggio in Roccamandolfi, Isernia, De Matteis, 1891, p. 14)

Davvero fu fatto spontaneo, occasionale, non preordinato?
Anche qui, una risposta negativa. Occorre inquadrare i fatti di reazione nella cornice delle operazioni militari duosiciliane in atto tra settembre e ottobre 1860. Non è un caso che la Reazione esploda violenta a Isernia la notte che precede la Battaglia del Volturno (1 ottobre), primo fatto di armi dallo sbarco a Marsala che vede i Regi in posizione offensiva contro le Giubbe Rosse. Come nota opportunamente Franco Molfese, nel settembre del 1860 si verificano fatti nuovi: Garibaldi, raggiunta Napoli, ha perso di slancio; il suo Esercito meridionale rimane impantanato sulla linea del Volturno, avvertendo per la prima volta il peso di una campagna che si trascina da un semestre. Questa stasi viene impegnata dal Borbone per apprestare e tradurre in atto un articolato piano politico-militare mirante a riorganizzare l’Esercito duosiciliano, recuperando in nuove formazioni gli sbandati delle disciolte divisioni calabresi e lucane; preparare i piani di attacco per affrontare frontalmente i garibaldini e riconquistare Napoli e – ed è questa la parte che ci interessa – rispondere alle sollevazioni liberali in Terra di Lavoro, nel Sannio, nel Molise, negli Abruzzi giocando la carta dell’insorgenza popolare. La Reazione viene, dunque, sollecitate da Gaeta per distrarre a Garibaldi uomini e mezzi, appiccando ovunque fuochi alle spalle dei garibaldini. Che la Reazione, a Isernia e nell’isernino, risponda ad una regìa preordinata è dimostrato da più fonti e documenti. Diamo di seguito la trascrizione integrale di una corrispondenza appartenente all’Archivio privato della Famiglia d’Alessandro (recentemente pubblicato da Edilio Petrocelli), non autografata, ma riferibile al duca di Pescolanciano (sua è, infatti, la carta intestata), attivissimo nell’organizzazione dell’insorgenza nel proprio feudo. Il destinatario della nota è probabilmente Gennaro De Lellis, capo del partito borbonico a Isernia. «Eccellenza,la mia persona di servizio, Ceca, affida a Lei il piano di domani ad Isernia per avviare il suo messo a Gaeta. Il Palazzo del Governo verrà attaccato dal gruppo del Belfiore, bene armato a far ripiegare gli armati del Ghirelli.
Si teme l'inutile linciaggio dei liberali traditori per mano del fedele popolo che difende la Croce e il legittimo Re. Serve l'intervento dei Reali, quali il Corpo di Gendarmeria, per controllare la guerriglia o altra Compagnia; manderemo il Salzillo di Pozzilli a Gaeta per le messaggerie.
Il maggiore De Liguoro è comunque in marcia verso la città e la sua colonna è forte. A Venafro i suoi quattrocento soldati hanno riportato l'ordine, cacciato i rivoltosi di Garibaldi e riposto lo stemma del Re. È servito porre la marziale legge contro la malsana Guardia Nazionale venafriana che già a luglio intervenne per soffocare nel sangue spietato i nostri contadini contrari agli occupanti.
Un rigoroso intervento dei Reali potrebbe riportare il controllo in Isernia, evitando ulteriore spargimento di sangue. Cosa fare nei paesi limitrofi, Sessano, Chiauci, Civitanova, [Pesche], Pietrabbondante?»


Tutto vero quello che è stato detto, raccontato?
Il racconto della Reazione di Isernia nasce da subito epurato, manipolato, tirato da una parte o dall’altra attraverso esagerazioni o omissioni: sono gli stessi contemporanei, siano essi cronisti organici al nuovo corso italiano ovvero memorialisti di parte borbonica, a commettere errori anche marchiani nel resoconto degli eventi e introdurvi infedeltà più o meno strumentali a sostenere questo o quel partito. Per i primi – i cronisti filopiemontesi, anche nostrani – il cafone di Isernia rappresenta l’abominio, e va trattato, anche narrativamente, senza nessuna attenuante. Tanto l’isernino Jadopi, quanto il lombardo Arrighi, non risparmiano aggettivazioni per qualificare la città. Così, per esempio, si esprime, il giornalista milanese: «(…) Nel 1860 Isernia ebbe a palesare tali abominevoli vergogne, che tutte quante le sue passate glorie ne rimasero spente
Il problema dell'onestà intellettuale e dell'equidistanza mostrata dagli storici riguarda, più in generale, l'intero racconto del Risorgimento, narratoci come epopea non aggredibile da critiche o anche soltanto precisazioni e distinguo. La Religione della Patria (ne parla il laico Francesco Crispi) ha il suo dogma di immacolata concezione: tutto, della vicenda risorgimentale, è circonfuso di luce mistica. Vengono bandite le ombre: non c’è campo per nefandezze e umane miserie. Fa niente se pure il garibaldino ha rubato; il bersagliere ha gratuitamente ucciso o stuprato. Di fronte all’evidenza, la soluzione del cronista è, colpevolmento o dolosamente, omissiva: se, qua o là, i fatti velano la gloria del Risorgimento, semplicemente, non vanno riportati; se troppo grandi per l’omissione, vanno edulcorati. Si assiste, così, a narrazioni imperfette: cronisti contemporanei ai fatti, al limite anche testimoni oculari degli eventi, ricostruiscono ad usum delphini, purgano, elidono, ingigantiscono o riducono secondo le occasioni. Nel loro massimalismo padano, misconoscendo la geografia delle terre di nuova conquista, i cronisti al seguito delle truppe e nei loro tomi di memorie si sbagliano, approssimano, riferendo come svolti a Isernia fatti effettivamente accaduti, ma altrove. Il luogotenente Luigi Carlo Farini, nel suo resoconto a Cavour, aumenta l’onta associata alla città collocando qui efferatezze irpine. A Isernia, invece, nessuno ha ucciso Carmina di Gneo che gridava dal balcone contro le giubbe rosse di Nicola de Luca.
È invece maturo il tempo per inquadrare criticamente il processo di unificazione nazionale attribuendogli connotati di guerra di conquista e, tragicamente, di guerra civile. L’appuntamento giubilare del 150° dall’Unità di Italia, col suo rifiorire di incontri e dibattiti, può servire allo scopo. Occorre portare luce sui lati oscuri del Risorgimento, senza per questo rimettere in discussione l’Unità: perché una storia sia davvero condivisa, deve essere conosciuta nella sua integrità, senza rimozioni o edulcorazioni, senza continuare col mito fondativo degli eroi puri e belli tutti da una parte e i cafoni abbrutiti e sanguinari confinati nell’altro campo; e ciò anche in considerazione del fatto che, invece, mistificazioni e errori, più o meno in buona fede, si commettono ancora. Riporto, in chiusura di intervento, un caso specifico, particolarmente significativo: quello delle così dette «teste tagliate di Isernia».
Fino a poco tempo fa, su Wikimedia Commons – l’archivio digitale di immagini, suoni e altri contenuti multimediali disponibili con licenza di libero uso all’indirizzo
http://commons.wikimedia.org/wiki/Main_Page – era ospitato un file dal titolo «teste isernia.jpg»: una fotografia sgranata, in bianco e nero, ritraente tre gabbie contenenti altrettante teste tagliate, lì apoditticamente riferite a briganti esposti ad exemplum fuori dalle mura della città di Isernia. La descrizione che accompagnava l’immagine digitale, infatti, testualmente recitava: «Teste mozzate di contadini esposte come monito dall'esercito savoiardo nei pressi di Isernia durante la campagna militare condotta per contrastare il brigantaggio nell'ex-Regno delle Due Sicilie». Non vi era alcuna indicazione autoriale, né riferimenti certi di date: soltanto il nickname dell’internauta che aveva caricato il file e reso fruibile ai tanti siti e weblog che ne hanno amplificato la diffusione. Procedendo a ritroso, inseguendo i rimandi contenuti in pagine personali, forum e blog, ho ricostruito che la primigenia attribuzione di queste teste tagliate ai briganti di Isernia si deve, con qualche probabilità, al catalogo della mostra iconografica “Briganti & partigiani”, edito da Campania Bella, Napoli, nel 1997: qui, infatti, compare con data certa l’associazione tra le tre teste dei meschini decapitati e la città pentra che tanto drammatici avvenimenti vide consumarsi nell’autunno del 1860.
La foto, inutile dirlo, è falsamente attribuita a briganti isernini. Già l’accennata povertà di dati circa il chi, e il quando, doveva spingere per una più attenta valutazione del documento fotografico; e ad essere un minimo critici, improbabile doveva essere la presenza di camera e treppiede nelle campagne isernine in età di dagherrotipi. Così, autorevolmente, lo storico Lucio Villari aveva dichiarato certamente falsa l’immagine delle tre teste in gabbia nella sua attribuzione al contesto italiano e risorgimentale (nell’opera Il Risorgimento. Storia, documenti, testimonianze, Roma 2007). E infatti, seppure con un ritardo di almeno due anni dalla pubblicazione, l’immagine delle teste tagliate, nel suo riferirsi a Isernia, ha avuto plateale smentita anche nel contesto Wiki, allorché si è riconosciuto in essa piuttosto un ingrandimento di una foto relativa a decapitazioni di Boxer nella Cina del 1900. Dal 5 agosto 2010, infatti, il nuovo titolo identificativo dell’immagine digitale in Wikimedia Commons è «boxer_heads_china.jpg» e la didascalia vede la riformulazione «Teste mozzate di contadini esposte come monito durante la rivolta dei Boxer in Cina. Dettaglio.» Sempre contadini, dunque; sempre decapitati e esposti come monito, ma nelle campagne cinesi del 1900 e non in quelle molisane del 1860. Determinanti, per la nuova, esatta localizzazione dei decapitati, sono stati gli scatti di un militare italiano che partecipò alla missione italiana in Cina: Giuseppe Messerotti Benvenuti.
La storia è particolarmente affascinante (almeno per me) e merita una deviazione. Benvenuti, classe 1870, tenente di sanità con l’hobby della fotografia, faceva parte del Corpo di spedizione italiano inviato in Oriente nell’agosto del 1900 per sedare la rivolta nazionalista dei Boxer – oggi si parlerebbe, con ipocrisia, di operazione di peace keeping. La missione italiana restò in Cina a lungo e l’impegno internazionale venne retribuito dal Celeste Impero con la Concessione commerciale di Tientsin, conservata dall’Italia fino alla II Guerra Mondiale. Per vincere la monotonia del suo ospedaletto da campo a cinque letti, il giovane tenente scriveva lunghe lettere a casa, accompagnate da foto fatte in libera uscita. Grazie agli scatti della sua Kodak, Messerotti Benvenuti portava all’Italia umbertina immagini di un continente lontano, immerso ancora in brume medioevali e percepito come quintessenza dell’esotismo come fosse davvero abitato da sciapodi o retto dal Prete Gianni. Tutt’altro che vicina, la Cina. Per capire l’approssimazione dei comandi militari, basti pensare che quando si dovette pensare all’equipaggiamento delle truppe italiane in partenza, le si vestì con zuccotti e sahariane, misconoscendo che nei luoghi di destinazione la temperatura poteva arrivare anche ai 20° sottozero (su queste vicende, si può leggere l’articolo di G. Fattori, La guerra dei boxers, in «Storia illustrata», n. 154, settembre 1970).
Lettere e fotografie di Messerotti Benvenuti sono pubblicate nel volume “Giuseppe Messerotti Benvenuti: un italiano nella Cina dei Boxer”, catalogo della mostra organizzata a Modena dalla Fondazione Panini nel 2000. Tra di esse, compare una serie di scatti che ritraggono la cruenta decapitazione di boxer, fotoraccontata nell’aprile del 1901. Tra di esse, una in particolare ricorda fin troppo la famosa immagine comparsa su Wikipedia. Messe di fianco, le due fotografie appaiono essere l’una l’ingrandimento dell’altra. Residuano minime differenze di grana e colore. Amplificando queste, qualcuno ha provato ancora, caparbiamente, a smentire l’attribuzione della foto al contesto cinese, riportandola alle campagne isernine. Ma anche per questa circostanza c’è una migliore spiegazione: come ha opportunamente fatto rilevare Marzio Govoni, proprietario dell'archivio fotografico Messerotti Benvenuti, in un messaggio rivoltomi sul blog della biblioteca, furono diversi i militari che in quel giorno di gita fuoriporta fotografarono l’esecuzione dei boxer. Uno in particolare, Rodolfo Borghese, scattò una foto assai simile a quella di Messerotti Benvenuti. È questa quella delle «teste tagliate di Isernia»: quasi un secolo dopo, qualcuno – revanscismo neoborbonico? – ha utilizzato il particolare di una delle illustrazioni del libro di memorie di Borghese («In Cina contro i boxers», Ardita 1937, pag. 144) spacciandola per una testimonianza delle esecuzioni di briganti compiute a Isernia.
Ma pure se appare ormai assodato che la foto incriminata nulla a che fare con i cafoni di Isernia, il danno è fatto: per la sua forza espressiva l’immagine è stata utilizzata in molti siti internet, come pure in qualche opera a stampa, e posta accanto a quelle – forse addirittura più efferate – in cui briganti, celebri e meno celebri, posano afflosciati, tumefatti, scomposti, come macabri trofei di caccia del neonato Regio esercito, rimpallando a ogni uso l’idea che a Isernia, all’indomani dell’arrivo dei Piemontesi in città (23 ottobre 1860) o, forse, nei primi anni del Regno d’Italia e delle drammatiche campagne militari contro il brigantaggio, si sia fatto macabro scempio delle teste dei fucilati. Sia chiaro: nel 1860, i Piemontesi, a Isernia come altrove, si sono comportati coi mezzi spicci di un esercito di conquista e esecuzioni sommarie, stupri e vittime collaterali del conflitto, sono state all’ordine del giorno. Il museo degli orrori dello pseudoscienziato Cesare Lombroso richiedeva teste di briganti da analizzare fisiognomicamente e c’è in rete la raccapricciante corrispondenza tra ufficiali italiani – siamo ormai nel 1869 – circa la testa imbalsamata del brigante Palma fatta mettere in un vaso di cristallo ripieno di spirito. La scoperta di un falso non elide le responsabilità accertate di Cialdini e soci; e invece, in quei forum in rete in cui si scontrano ancora (centocinquanta anni dopo Teano e Gaeta) neoborbonici e veterosavoiardi, il falso delle teste tagliate di Isernia viene utilizzato, estensivamente, da questi ultimi per tacciare di calunnia tutti quegli episodi di barbarie agita da italiani su italiani, bersaglieri contro donne e bambini, come se boxer fossero anche gli 8968 fucilati dei primi mesi di guerra al brigantaggio, o che ribelli cinesi abitassero gli interi paesi di Pontelandolfo e Casalduni, oggetto di una decimazione recata con metodo scientifico, ottanta anni prima di Marzabotto.
Riportando il discorso su Isernia, ci si può piuttosto interrogare su come – in origine – una foto di teste tagliate abbia determinato la macabra associazione con la città del 1860. Notizie certe di teste spiccate, infisse su pali, poste alle finestre come zucche ad Halloween, per Isernia ce ne sono tante ma tutte riportano all’efferatezze dei contadini verso i garibaldini, mai au contraire. Sul punto, le carte processuali sono quanto mai precise ed elencano una serie di episodi. La vulgata, del resto, parla di un premio in moneta per ogni testa di garibaldino spedita a Gaeta col suo berrettuccio rosso. Il 5 ottobre 1860, al Mercatello, Zaccaria Corrado infierisce sul cadavere di un garibaldino, tagliandogli la testa; a lui i verbali ascrivono un totale di sette decapitazioni di cadaveri, consumate insieme con tale Giuseppe Laliccia. Sempre il 5 ottobre, davanti a Palazzo Jadopi, il volontario campobassano Errico Filipponi, non ancora diciassettenne, viene colpito alle spalle con un colpo d’ascia; gli viene poi, more solito, tagliata la testa. L’anonimo estensore del memoriale noto come La Colonna De Luca ricorda «tredici teste di volontarii uccisi (…) menate in trionfo per Isernia» e poi «risposte sotto gli archi del cortile del Monistero dei Monaci Osservanti: e la mattina situate al largo della Fiera», mentre Jadopi descrivendo da contumace l’assalto della plebaglia al suo palazzo parlava di «teschi umani recisi che erano rotolati per la strada dai carpinonensi Antonio Fabrizio, Michele Martella La Vacca, e molti di Pesche». Facile, quindi, pensare che l’immagine di teste in gabbie più o meno consapevolmente abbia portato a generare la falsa attribuzione di cui abbiamo parlato.

lunedì 28 novembre 2011

«Le piazze del sapere». Campobasso, 28 novembre 2011


Oggi pomeriggio, alla Biblioteca provinciale «P. Albino» di Campobasso, si discuterà di biblioteche e (spero) di libertà. Anticipo qui il testo del mio intervento (in bozza).

«Capita di rado che una lettura precettistica – tale è quella di un testo che individua un preciso dover essere delle cose – mi trovi tanto d’accordo come è successo con il libro che ha dato occasione a questo incontro. Leggendolo, la condivisione è stata pressocché totale: mi sono ritrovato a considerare che c’era chi aveva dato forma compiuta a quello che pensavo in tema di biblioteche. A partire dalla definizione data di biblioteca come «luogo in cui sentirsi bene», che trovo perfetta.
Che sia necessario ridefinire l’idea di biblioteca credo sia indubbio. La biblioteca non può limitarsi ad essere un deposito di libri. Anche della suggestiva Biblioteca di Babele amaramente Borges scrive «la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta». Una biblioteca, pur se armata di volumi preziosi, senza lettori è inutile. Per essere utile, per incontrare pubblici la biblioteca deve reinventarsi nella sua funzione, a rischio di perdere la sua specificità di luogo di conservazione. Da qui la soluzione individuata dal saggio: la biblioteca deve recuperare la sua umanità e farsi "piazza”, luogo di incontro, dibattito, conoscenza e informazione. Come si legge a pag. 67: «La biblioteca non può sfuggire alla crisi dei luoghi pubblici se non si dà un nuovo compito: trasformarsi in luogo di incontro, in una “piazza coperta” a disposizione di grandi e piccoli, vecchi e poveri, zingari e cardinali.»

[Dico in inciso che preferisco di lunga “piazza” al termine inglese “hub” pure usato di recente per ridefinire la biblioteca. Hub riporta all’idea di un “centro” in cui si converge, d’accordo, ma – pensando agli aeroporti – è un centro in cui si transita rapidamente per andare verso un altrove.]

La biblioteca come luogo di incontro. È quello che ho cercato di fare alla biblioteca “Michele Romano”, e questo da assoluto neofita, ispirato solo dal buonsenso e non da formazione tecnica.
Quando ho deciso di far rimanere stabilmente l’allestimento – sedie, pedana, tavolo per gli oratori – realizzato in occasione del commiato al direttore emerito Cefalogli, lasciando uno spazio adatto a presentazione di volumi e incontri culturali, pur alterando il severo impianto scenografico della biblioteca, ho risposto non tanto ad un’esigenza allora percepibile come reale (è richiesto uno spazio per incontri culturali), quanto ad una mia ispirazione (vorrei che questo spazio fosse richiesto per incontri culturali).

Prima di procedere, però, a rischio di annoiare chi già la conosce, presenterò la biblioteca Michele Romano, e ancora prima il contesto in cui la biblioteca opera.
Isernia è città particolare quanto alla richiesta di cultura e di servizi bibliotecari. Per dirne una, la città ha assorbito la chiusura – nel 2009 – della seconda biblioteca comunale senza neanche produrne un articolo di giornale, una raccolta di firme. Qui andrebbe anche esplorato il peso che la politica dà alle biblioteche: la percezione della utilità sociale riconosciuta alla biblioteca. Racconto un episodio significativo: la misconoscenza del luogo fisico della biblioteca. Quando si era in fase di redazione della Carta dei servizi, un paio di sedute della Terza commissione consiliare si tennero in biblioteca. Dei dieci membri della commissione – amministratori comunali, e prima ancora cittadini - nessuno era stato prima in biblioteca.
Posta in un edificio monumentale – Santa Maria delle Monache – che esiste, come nome, dall’Alto Medioevo e come fabbrica dal 1700, la Michele Romano è la prima biblioteca della città per anno di fondazione. Ha vissuto e subìto, con la città, gli stessi drammatici eventi; ha riportato le stesse profonde ferite da guerra, terremoti. Osta, all’essere sfruttata secondo il suo livello ottimo e dare tutto quanto può offrire, un problema di immagine: la biblioteca viene ancora percepita come luogo esoterico, per iniziati: bibliofili e cultori di storia locale. Malgrado tutti gli sforzi condotti nel corso degli anni dal personale (sulla cui gentilezza e disponibilità, credo, nulla si possa eccepire) la biblioteca ha funzionato sempre in senso escludente, tenendo fuori quelli che non avevano motivazioni forti (una tesi di laurea in storia locale, una ricerca da pubblicare) per entrarvi. Da luogo escludente, è tuttavia privo del fascino dei luoghi esclusivi (condizione che si realizza, per es., per i privé delle discoteche). La biblioteca è escludente senza essere esclusiva. Ancora adesso, la biblioteca viene percepita come luogo in cui – come un ospedale – si entra per una necessità e non per un piacere.

A determinare questo hanno concorso più fattori: una gestione “proprietaria” da parte del primo direttore – Angelo Viti – che ha retto la biblioteca per un tempo lunghissimo, dal dopoguerra alla chiusura degli anni ’80. C’entra pure una “conformazione dei luoghi” – questa immodificabile – che non gioca a favore della messa a proprio agio da parte dell’utente (alte e austere scaffalature lignee e sedie penitenziali). Anche la posizione della biblioteca nel tessuto urbano assume indubbiamente rilievo: è posta nella parte di centro storico più scarsamente frequentata, lontana da negozi o punti di ritrovo e senza parcheggi comodi nelle vicinanze (ahimé, conta anche questo). La parte del centro storico che – in considerazione della qualità degli alloggi – fa registrare un’altissima concentrazione di extracomunitari.
[Ma questo ultimo dato, lontano dall’essere un problema – può diventare un’ultriore missione della biblioteca. Le postazioni internet, messe a disposizione gratuita dell’utenza, vengono utilizzate per mantenere i contatti, interpersonali ma anche culturali – sfruttando i contenuti musicali di YouTube, per es. – con la terra di origine.]


Tornando al problema di immagine / percezione della biblioteca: il tentativo è stato quello di modificarla e rilanciarla, attraverso un piano di comunicazione, gestito nella più assoluta economia, che presentasse ai diversi pubblici di riferimento la biblioteca e i suoi servizi e che si è estrinsecato in una serie di attività: creazione di un logo identificattivo; redazione e diffusione della Carta dei servizi (marzo 2010); realizzazione in economia del sito internet; blog su argomenti di storia locale; profilo facebook. Si è ingenerato un circolo virtuso tale per cui, ad es., l’apertura di una pagine web denominata “biblioteca digitale” ha spinto alla necessità di creare contenuti digitali non disponibili (sono state quattro le scansioni di documenti rari della biblioteca offerti finora al libero download).

martedì 8 novembre 2011

Fossili urbani. Il cippo gromatico di Vico Storto Castello

I Romani erano uomini d'ordine, ossessionati dall'ortogonalità. Attendamenti, castra, colonie, municipia, città destinate a grandi cose o borghi fangosi posti a margine del nulla dovevano tutti sorgere e svilupparsi partendo dal punto di incontro tra un cardo e un decumano; tutti si originavano dall'infissione a terra di un attrezzo instabile e ballerino, fatto di aste e fili a piombo, chiamato groma.




[Illustrazione tratta da internet]




A posizionarsi dietro l'asta della groma è il mensor. Scelto un umbilicus agri nel quale infiggere la punta dello strumento, con procedimento non dissimile da quello seguito oggi dai nostri geometri di cantiere, con teodolide e palina, il topografo latino orientava uno dei bracci della groma con l'asta tenuta alzata da un sodale, vicino la linea d'orizzonte. In questo modo sviluppava, a partire da quel punto, gli assi tra loro perpendicolari del cardo (orientamento nord/sud) e decumanus maior (est/ovest); da qui, per continue infissioni e collimazioni, si tracciava il reticolo. A terra, a memoria dell'intervenuta centuriazione, rimanevano i cippi gromatici: pietre squadrate a parallelepipedo, piantate a terra assecondando il lato lungo e riproducenti, sulla faccia superiore, l'intersezione degli assi (il decussis).










[Cippo gromatico rinvenuto a San Pietro Viminario (Padova) - illustrazione tratta da internet]




Si procedeva così, tanto per dividersi agra quanto per organizzare acquartieramenti di truppe o città di nuova fondazione. A Isernia, colonia latina dal 263 a.C., l'ortogonalità dell'insediamento romano è pienamente rispettata: il cardo maximus è Corso Marcelli, mentre più difficile risulta l'individuazione del decumano maggiore, attesa l'attuale incertezza circa la dislocazione del Foro cittadino (Piazza Andrea d'Isernia? Piazza Santa Maria?).
Una cosa è certa: l'ortogonalità dell'impianto urbanistico del centro storico subisce una sola evidente cesura - probabilmente in età medioevale - con l'asse trasversale che, nell'attuale toponomastica, viene non a caso chiamato Vico Storto Castello. Il vicolo deve la propria unicità al fatto di insistere, entro la cinta urbana - tra le due porte di San Giovanni a ovest e Castello a est - sul cammino che (tanto per capirci tra isernini) da San Cosmo reca alla Madonna della Neve, percorso che in passato doveva rivestire particolare importanza.






Appare, così, di una sottile ironia il fatto che un cippo gromatico - monumento all'ortogonalità - si trovi, oggi, incastonato nel muro del giardino di casa Magnanti, proprio a metà di Vico Storto Castello. La pietra vive una palese clandestinità: pur se esposta allo sguardo del passante (è a un metro e poco più dal suolo), viene notata da pochi, sfuggendo alle attenzioni della Soprintendenza, ma non a quelle dell'ignoto pittore che ha pensato bene di rinnovare con una pennellata di smalto grigio fumo-di-Londra il colore naturale del calcare. Suppongo che nessuno ne abbia fin qui scritto (suppongo, e sarei felice di essere contraddetto).

martedì 25 ottobre 2011

Cospirazione. Isernia, settembre 1860


[Archivio Ettore D'Alessandro, Firenze.
Riprodotta in "Mandamento di Venafro nell'Unità d'Italia" di Edilio Petrocelli,
Volturnia, Cerro al Volturno 2011. Per gentile concessione di Edilio Petrocelli.]

«Eccellenza,

la mia persona di servizio, Ceca, affida a Lei il piano di domani ad Isernia per avviare il suo messo a Gaeta. Il Palazzo del Governo verrà attaccato dal gruppo del Belfiore, bene armato a far ripiegare gli armati del Ghirelli.

Si teme l'inutile linciaggio dei liberali traditori per mano del fedele popolo che difende la Croce e il legittimo Re. Serve l'intervento dei Reali, quali il Corpo di Gendarmeria, per controllare la guerriglia o altra Compagnia; manderemo il Salzillo di Pozzilli a Gaeta per le messaggerie.

Il maggiore De Liguoro è comunque in marcia verso la città e la sua colonna è forte. A Venafro i suoi quattrocento soldati hanno riportato l'ordine, cacciato i rivoltosi di Garibaldi e riposto lo stemma del Re. È servito porre la marziale legge contro la malsana Guardia Nazionale venafriana che già a luglio intervenne per soffocare nel sangue spietato i nostri contadini contrari agli occupanti.

Un rigoroso intervento dei Reali potrebbe riportare il controllo in Isernia, evitando ulteriore spargimento di sangue. Cosa fare nei paesi limitrofi, Sessano, Chiauci, Civitanova, [Pesche?], Pietrabbondante?»

martedì 18 ottobre 2011

La difficoltà di essere italiani. Isernia, aprile 1861


Carlo Corsi, di nobile famiglia fiorentina, è militare di carriera: nel 1844, disertando un futuro da diplomatico presso il Granduca, si arruola volontario nell'Armata Sarda, battaglione zappatori del Genio. Seguono ingaggi in eserciti e campagne diverse. Nel 1860, quando scende da capitano di cavalleria con l'Armata d'occupazione delle Marche e dell'Umbria ha già sedici anni di gavetta alle spalle. Combatte al Macerone, prosegue per Gaeta, che assedia con Cialdini. Caduta la cittadella il 14 di febbraio, l'Armata progressivamente smobilita e ritorna verso nord. Nel passaggio, a ritroso, lungo la Via degli Abruzzi, Corsi annota di un paese ancora incredulo, che non ha ancora pienamente compreso quanto accaduto. Le province napoletane risultano divise tra chi, per idea o profitto, ha spinto per l'annessione e chi - la gran parte - fa fatica a realizzare che un regno si sia potuto sciogliere come la neve a marzo.

«Frattanto, come se non bastasse quel primo aiuto dato da noi medesimi ai nostri nemici, venne da Torino, sul fine del marzo, l'ordine che il 4° Corpo e quasi tutta la cavalleria tornassero verso il Po. E infatti ai primi d'aprile quelle truppe mossero per la strada degli Abruzzi fino a Popoli, donde il 4° Corpo e il reggimento Lanceri di Novara proseguirono pel littorale adriatico verso Ancona e Bologna, e la brigata della cavalleria di linea con alcune batterie per la strada interna di Aquila, Rieti, Terni, ecc., verso Perugia e Firenze. Ciò produsse pessimo effetto nelle province napoletane. Fu fatta correr la voce che eravamo costretti a ritirarci perchè così voleva l'imperatore dei francesi, il quale avea deliberato di riporre il re Francesco sul trono di Napoli e restituire al Papa le province da noi toltegli. I paesi che attraversammo aveano aspetto strano e sinistro. I nostri partigiani scoraggiti, li avversi giubilanti, l'aria piena di'minacce. Nello appressarci ad Isernia il 10 aprile vedemmo gruppi di cafoni venirci incontro, fermarsi a guardarci con avida curiosità, colle labbra aperte come per gridar «Viva 'o re!» invece, riconosciuti li elmi e li azzurri pennoncelli dei nostri cavalieri, guardarci tra loro e restar muti e scuri. Aspettavano i francesi che seguivano i piemontesi per cacciarli fuori del regno. Ed avendo già veduto sfilare le truppe del general Cialdini, avean creduto finito con le ultime di quelle il passaggio dei piemontesi, ed erano accorsi a salutare i loro liberatori; così chè poco mancò ci accogliessero colle grida «Viva i francesi! Viva Francesco II! » Restammo stupiti allo udire come in quei paesi non si credesse ancora alla caduta di Gaeta e al nostro ingresso in Napoli, ma, all'opposto, che fossimo stati battuti, dai francesi o da altri, e sforzati ad andarcene come vinti. Udimmo che in un paese vicino della provincia di Molise nel giorno dopo Pasqua molti soldati borbonici e cafoni s'erano levati a rumore alle grida di «Viva Francesco II» ed aveano massacrato il parroco, il sindaco, un figlio ed una figlia di questo, il comandante della guardia nazionale, un figlio di lui ed il giudice, messo a ruba le loro case, atterrati li stemmi del re Vittorio Emanuele; che nella notte seguente, mentre quei selvaggi facevano baldoria, era sopraggiunto un drappello del nostro 6° reggimento di fanteria, che li avea assaliti, battuti e fugati, d'accordo colla Guardia nazionale d'un altro vicino paese; che 103 n'erano stati fatti prigioni, 23 dei quali fucilati poco dopo. Li amici nostri applaudivano a quei rigori, i tranquilli cittadini gemevano; tutti erano spaventati, deploravano la nostra partenza, si raccomandavano di adoperarci tutti per indurre il nostro governo a mandar subito in quelle province soldati, soldati e soldati, quanti più potesse, e mostrarsi forte, ed usar rigore, senza misericordia; altrimenti dessi, liberali, possidenti, galantuomini, sarebbero perduti. Metteva sdegno e pietà vedere come loro mancasse il coraggio per aiutarsi da loro medesimi, a fronte di quegli estremi pericoli da cui vedeansi minacciati e che la loro fantasia sregolata ingigantiva. La notizia che 100 uomini armati s'erano presentati ad una villa vicina e l'aveano messa a ruba fece quasi tremar le case d'Isernia. Misero paese! Erano così recenti le memorie dei lutti dell'ottobre!

Il giorno dipoi, sul far della sera, tre carabinieri nostri che seguivano a breve distanza la retroguardia di Piemonte Reale sulla salita dell'Apennino furono presi a fucilate da gente appostata presso la strada. Il drappello di retroguardia della cavalleria accorse a quel romore, e insieme coi carabinieri dette la caccia a quegli aggressori. Ma uno solo ne fu preso.»
Carlo Corsi, 1844-1869 - Venticinque anni in Italia, Firenze, Tipografia P. Faverio, 1870, p. 532

giovedì 13 ottobre 2011

Teodoro Salzillo e gli "altri" Mille



Settembre 1860: con Garibaldi a Napoli e la linea del fronte attestata sul Volturno, nei capoluoghi di distretto a nord del fiume, i filounitari sollevano il tricolore con lo scudo sabaudo, instaurando a macchia di leopardo governi provvisori in nome di Italia e Vittorio Emanuele. Nel giro di pochi mesi, interesse, fellonia e rassegnato fatalismo fanno crollare un regno europeo antico di secoli. La situazione è caotica ovunque: come candidamente dichiara a se stesso il suddiacono Nicola Nola, nel suo prezioso diario venafrano, non si sa a chi ubbidire. In questo contesto di insorgenza, reazione e controreazione si muovono personaggi degni della penna di Salgari. Tra di essi, certamente va annoverato il misconosciuto Teodoro Salzillo (altrove Salzilli, all’uso piemontese), capopolo, agente provocatore, primula rossa reazionaria e, al tramonto, malinconico scrittore di memorie.Sue notizie biografiche le dà Masciotta: nato a Santa Maria Uliveto (Pozzilli) il 20 febbraio del 1826, Teodoro Salzillo fu «tenuto agli studi da uno zio prete, acquistando una cultura superficiale ma varia così da essere in grado di soddisfare alla grafomania ond'era affetto». Grafomane lo è davvero se una nota bibliografica in ultima pagina del suo lavoro intitolato "Roma e le menzogne parlamentari nelle Camere de Comuni di Londra e Torino", edito nel 1863, ci dà dodici titoli tra saggi, poesia e prosa, pubblicati a quella data.Nell'anno delle rivoluzioni, il 1848, Salzillo è nelle schiere dei liberali. Dodici anni più tardi sarà invece tra i reazionari difensori dello statu quo. Non certo a parole.In quell’autunno del ’60, Salzillo, a capo di mille cafoni (gendarmi sbandati, guardie municipali non riconfermate, contadini fedeli al re e a monsignore), si muove agilmente tra Isernia e Venafro, dando battaglia alle Giubbe rosse, sostenendo ovunque serva – e con più energia degli uomini in divisa – l’esercito regolare duosiciliano nei suoi ultimi conati di resistenza allo straniero. Troviamo Salzillo e i suoi battersi alle pendici del Matese campano; a San Germano, inseguiti da Ghirelli; a Isernia contro la Colonna De Luca; a Pettorano contro Nullo e, stando a quello che si dice, sul Macerone, contro i bersaglieri. È lui stesso a ricordare le gesta di questi Mille senza giubba, dimenticati dalla Storia per aver sostenuto il re sbagliato:

«Questi volontari, parte guardie urbane e parte soldati congedati, formavano un battaglione di 1000 individui, da noi organizzato, senza il minimo concorso monetario del governo. Esso si distinse nell’occupazione di Venafro e di Fornelli; nell’attacco di Isernia con De Luca e Ghirelli; nell’attacco di Pettoranello e Carpinone col colonnello garibaldino Nulli (…). Nell’attacco al Macerone col Generale piemontese Griffini, comandante due battaglioni d’avanguardia, questi volontari mostrarono sommo valore, a già prima avevano liberato Forli da 200 garibaldini, prendendovi il procaccio con oltre a 7000 ducati, che trasportarono a Gaeta.»
Lucio Severo [ma Teodoro Salzillo], Di Gaeta e delle sue diverse vicissitudini fino all‘ultimo assedio del 1860-61, s.l. 1865, p. 13.

Con quale orgogliosa energia terrà a puntualizzare dal suo esilio romano – Salzillo segue Francesco II prima a Gaeta, poi a Roma – che contrariamente ad altri, i suoi uomini non si sono mai tirati indietro: polemizzerà per iscritto coi graduati dell’esercito regio:

«Ci reca maraviglia, osservando i rapporti del Maggiore de Liguori e di Scotti-Duclas Generale, rinvenire usurpata tutta questa gloria. Dopo la vittoria riportata su dei tre battaglioni garibaldini nel piano di Carpinone [contro Nullo], il de Liguori scriveva al Duca S.Vito: Abbiamo sostenuto un brillante fatto d‘armi. Gli domandiamo noi: e quando mai usciste da Isernia? Non vi ricorda che tra i vostri dipendenti, solo i tre sopraddetti ufficiali, [i capitani di gendarmeria Graux e Monteleone e l’alfiere de Vivo] volontariamente, con 85 gendarmi si spinsero con noi all’attacco? Non vi ricorda che tutto su di noi poggiavate? E poi, chi di noi due è stato processato? La storia Signor Maggiore, dirà: chi sostenne il brillante fatto d’armi! Il lettore sappia: che non solo il de Liguori così fece, ma tutti i Capi, i quali nascosero sempre le loro viltà sotto il coraggio dei dipendenti.»
Lucio Severo [ma Teodoro Salzillo], Di Gaeta e delle sue diverse vicissitudini fino all‘ultimo assedio del 1860-61, s.l. 1865, p. 13.

Pure, di Salzillo e dei suoi nella storia ufficiale del Risorgimento italiano non c’è menzione. È il destino degli sconfitti, certo; ma la damnatio memoriae nei confronti dei vinti del Risorgimento ha operato con maggiore energia. L’interpretazione orientata, unidirezionale e acritica, dei fatti e degli atti che hanno portato all’Unità, dall’olografia di De Amicis a salire, ha trovato d’accordo tutti: il Fascismo – che propose una continuità ideale tra Camicie rosse e Camicie nere – così come la Repubblica – non a caso, la Resistenza viene definita “Secondo Risorgimento”. Il Risorgimento era religione civile, mito fondativo del Paese, e non poteva essere messo in discussione. Gli archivi rimanevano inesplorati o lasciati all’esplorazione degli storiografi domenicali, facilmente bollabili come revisionisti e cazzari. Scrive Sergio Romano (sul Corriere della Sera del 18/05/2001):

«Il problema della “storia patria” sorge nel momento in cui gli Stati, dopo il 1848, diventano “nazionali” e adottano, uno dopo l’altro, il principio dell’educazione obbligatoria. Ai figli dell’operaio, dell’artigiano, dell’agricoltore e del bottegaio non basta impartire nozioni di lingua e di aritmetica. Occorre insegnare un catechismo civile, positivo ed entusiasmante. Occorre spiegare che la patria è sacra e che la sua storia è costellata da gloriose vittorie o immeritate sconfitte. (…) Una “buona” storia produce buoni soldati. (…) Spero che gli storici della sinistra militante non se n’abbiano a male se osservo che il loro modo di scrivere assomiglia come una goccia d’acqua a quello di molti dei loro colleghi degli anni Venti e Trenta: le stesse certezze manichee, le stesse scomuniche, la stessa inclinazione a leggere gli avvenimenti con gli occhiali dell' ideologia, nazionalista allora, marxista, proletaria e antifascista oggi.»

Torniamo a Salzillo, alle poche fonti che ce ne parlano. I contempranei di parte liberale ce lo dipingono come spia, doppiogiochista. Nei giorni immediatamente precedenti lo scoppio della Reazione di Isernia (30 settembre 1860) Salzillo prende contatti col comandante garibaldino Fanelli: da lui si fa consegnare 36 ducati con lo scopo di fare arruolamenti a Venafro, salvo poi involarsi a Teano per conferire, appunto, col maggiore borbonico De Liguori «per veder modo di fomentare una reazione in Venafro ed in Isernia». Non sappiamo quanto ci sia di consapevole pratica d'infiltrazione, quanto di lucro e personale interesse. Certo è che sceglie il partito sbagliato. La penna avvelenata di Jadopi così ce lo descrive:

«Nel giorno 2 ottobre il Salzilli recossi in Pozzilli (…) e convocato il popolo lo spinse a saccheggiare l’arbusto e il Casino de’ signori Lucenteforte, perché parteggianti pel nuovo ordine politico (…) Ne’ giorni 4 e 5 ottobre fu il Salzilli presente al saccheggio della Casa de’ signori Jadopi d’Isernia e della Sotto-Intendenza prendendone la sua parte, ed il pianoforte del Sotto-Intendente sig. Giacomo Venditti fu recato a Pozzilli in casa Salzilli, l’onde lo riprendeva il Governatore Nicola de Luca e lo restituiva al padrone dopo la venuta delle truppe Italiane. Ne’ giorni seguenti fino al 20 ottobre (…) non altro occupavasi che di recarsi di casa in casa alla requisizione di armi e munizioni ed estorquendo denaro dai più gonzi. (…) Nel giorno 22 ottobre (…) fuggì in Gaeta, e di là si rifuggiò in Roma dove ora esercita l’ufficio di arrolatore di briganti, e quando scrive alla moglie si firma col titolo di Cavaliere».
Anonimo [ma Stefano Jadopi], Reazione d‘Isernia, Il Giudizio innanzi la Corte d‘Assise ed i ricorsi in Cassazione, in Storia d‘Isernia al cadere dei Borboni nel 1860,s.l. [Italia], s.d., p. 160

Dopo le note vicende, passati piume in testa i bersaglieri per il valico del Macerone, Salzillo segue Francesco II nella sua malinconica ultima Thule. Caduta Gaeta seguirà la corte in esilio a Roma, al pari di altri campioni nostrani della causa lealista: il duca D'Alessandro, il ricevitore Gennaro De Lellis. Segue una breve parentesi a Malta, dove pubblicherà il citato "Roma" (1863), quindi di nuovo a Roma. Quando, col 1870, non avrà più senso offrirsi di spalle all'odiato nemico, tornerà a Venafro, città italiana. Qui muore il 20 giugno 1904.

[Alcune opere di Teodoro Salzillo sono integralmente presenti su Google Books: per chi voglia, qui trova il volume sull'assedio di Gaeta, pubblicato nel 1865 col nom de plume di Lucio Severo; qui invece c'è il citato "Roma (...)" e qui invece c'è il volume sull' invasione garibaldesca dello Stato Pontificio del 1867.]

martedì 11 ottobre 2011

L'Editoriale di ArcheoMolise n. 9

«Mi è stata chiesta una mezza pagina su “Cultura in generale e molisana in particolare”. Dato il tema, tanto vasto da spiazzare quasi quanto l’argomento a piacere che inchioda con sottile perversione lo studente alla scelta del proprio supplizio, decido di virare sul personale. Dirò quindi cosa sia per me cultura, quali suggestioni, in libertà, il termine evochi.

Cultura è l’atto di interessarsi del mondo, di curarsene. Cura e cultura condividono stessa radice semantica: provengono entrambe da quel verbo latino colere che ha come primo significato il coltivare la terra, antonomastico atto di cura del mondo. A spartirsi la stessa radice latina c’è anche un altro lemma che richiamo non a caso: curiosità. L’atto culturale è sempre un atto di curiosità. Curioso è chi «ha desiderio irrequieto e inconveniente di cercare e sapere i fatti altrui e ciò che a lui non appartiene» (Pianigiani, 1907). A parte la connotazione negativa introdotta dall’aggettivazione del desiderio, tutto il resto ci sta bene: potremmo tranquillamente definire cultura il processo di interiorizzazione di ciò che non ci appartiene fino al raggiungimento dell’appartenenza. Mi viene in mente quel precetto espresso in versi da Nazim Hikmet, che al figlio dice: «Non vivere su questa terra/come un inquilino». Ecco: l’atto culturale emancipa gli uomini dall’essere indifferenti abitatori della terra, sciatti inquilini tardi a sapienza, e quindi presti a morte, come malinconicamente scrive Leon Battista Alberti (che, al pari di Leonardo, è invece figura emblematica di curioso poliedrico, che infila il tartufo del proprio naso in ogni piega dello scibile).

Se cultura è cura del mondo, il primo mondo di cui avere cura, per prossimità, è quello che insiste sotto le nostre scarpe, quella porzione minima che chiamiamo nostra; la terra in cui affondano le radici. Il primo atto culturale da compiere, utile a sapere chi siamo, è quello che ci porta a conoscere da dove veniamo e questo non (o almeno non solo) per mero nozionismo. La ricerca storica locale, purgata dalle approssimazioni folcloriche, dovrebbe renderci in prospettiva l’immagine di quello che siamo oggi. Tanto per dire, un molisano deve sapere di avere sangue bulgaro, normanno e saraceno e questo – prima ancora del ricordo dei nonni passati per Ellis Island e trapassati a Monongah – dovrebbe portarlo a considerare nella giusta prospettiva il già presente problema della società multiculturale, il tema dell’accoglienza dell’altro. Un molisano dovrebbe conoscere dei tratturi per ignorare l’autostrada.

C’è molto da fare. Scriverlo su una rivista che si occupa (e bene) di archeologia potrebbe sembrare piaggeria, ma lo faccio ugualmente: il primo, doveroso atto culturale da compiere, se cerchiamo le nostre radici, è quello che – più o meno metaforicamente – si fa scavando

[Il testo è quello che ho scritto come editoriale per il n. 9 di ArcheoMolise, ottobre/dicembre, 2011. Per abbonarsi alla rivista, va inviato un contributo di € 15,00 tramite bollettino postale o bonifico intestati a: Associazione Culturale ArcheoIdea via Campania, 217 86100, Campobasso
Causale del versamento: contributo per 4 numeri di ArcheoMolise. Per il bollettino postale il numero di conto corrente è: 50357649.
Per il bonifico l’IBAN è: IT02I0760115600000050357649
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