mercoledì 26 aprile 2017

Ebrei a Isernia


Compendio di storia degli Ebrei nel Meridione
Comunità di ebrei nel Meridione c’erano con Roma imperiale e continuarono a esserci per tutto il Medio Evo. Come scrive Ferorelli[1] per l’area lucana e pugliese – Brin­disi, Venosa, Lavello – si hanno prove epigrafiche della «continuazione non interrotta di colonie ebraiche dall’età im­periale infino al Mille». 
«A’ tempi di Giustiniano, n’esistea gran numero in Na­poli». All’alba del Medio Evo si avevano fiorenti comu­nità in Roma, in Sicilia e Sardegna.   
Sotto i Longobardi (568-774), gli ebrei italiani vissero in pace, il che continuò con i Normanni. Come si trova in un testo politicamente scorretto di metà Ottocento…

«… comunque ostinati nell’ errore di non volere riconoscere in Cristo il Redentore del Genere Umano, e la novella alleanza, nul­ladimeno non in­contrarono presso le varie nazioni quella ostilità che suole dipendere dalla diversità di religione [2]

Il filosemitismo, anzi, caratterizzò il regno dell’illuminato Federico II di Svevia: gli ebrei furono posti sotto la diretta protezione del sovrano e parificati ai gen­tili per quanto riguarda il diritto di difesa e la possibilità di agire in giudizio; fu regolamentata la pratica del prestito di denaro, allora definita tout court usura, fissando per decreto un saggio di interesse non superiore al 10%.
Con gli Angioini il clima iniziò a cambiare. Nel 1288 il Regno di Napoli decretò per la prima volta l’espulsione per gli ebrei. Le conversioni alla vera religione venivano premiate con l’esenzione ad vitam dal pagamento delle tasse (1293). Gli ultimi Angioini mantennero un’ambiguità di fondo, tra necessità di assicurare crediti alla Corona e cristianissimo odio verso i deicidi.
È con la Corona aragonese che gli ebrei del regno go­dettero maggiori privilegi. Con Alfonso I, non a caso de­finito il Magnanimo,  e con suo figlio Ferrante (re Ferdi­nando I) che, per curare gli interessi dell’erario, promise platealmente: «li Giudei serranno sempre defisi».
A partire dal 1442, poi, un considerevole numero di ebrei sefarditi venne a vivere nell’Italia meridionale: agli ebrei antiqui regnicoli si affiancarono, ma in comunità di­stinte, quelli provenienti dalla penisola iberica.
La morte di Ferrante (25 gennaio 1494) e la notizia della prossima discesa di Carlo VIII di Francia nel Mez­zogiorno preannunciarono nuovi giorni tristi: in molti la­sciarono le località minori e si raccolsero nelle città, rite­nute più sicure. A seguito dell’espulsione degli ebrei dalla Spagna, nel 1492, e quindi dalla Sicilia e dalla Sardegna, molti ebrei si riversarono nel Regno di Napoli; ma anche qui, li colpì un primo provvedimento di espulsione nel 1504. Con l’arrivo a Napoli del viceré don Pedro de To­ledo (1532-1553) si inaugurò una politica di intolleranza che portò ad un nuovo decreto di espulsione nel 1533 e a quello, ultimo e definitivo, del 1541: dopo questa data, la presenza ebraica nel Vicereame si ridusse sensibilmente, fino a sparire; in molti si spostarono nell’Italia centrale e settentrionale; chi rimase, lo fece convertendosi, accet­tando di mimetizzarsi sotto la croce e divenendo un christiano novello.

Monogramma di Ysernia, da un atto notarile del 1221.

Yiddish Ysernia!
Per Ysernia non abbiamo prove dell’esistenza certa di ebrei stabiliti in città anteriormente al 1423. In quell’anno, Giovanna II concesse a Benedetto Angelo di Todi e a Mosè di Abramo dell’Aquila la facoltà di abitare e com­merciare in diverse località dell’area abruzzese e molisana tra cui, espressamente, Isernia[3]. Se tuttavia si considera che in contesti anche prossimi comunità ebraiche sono attestate già in altissimo Medio Evo – vd., p.es., il caso di Venafro, in cui un ebreo è denunciato come ricettatore in una vendita oggetti sacri addirittura nel 591[4] e nel 1294, fruendo del bonus fiscale della Corte angioina, 34 ebrei ac­cettano il battesimo cristiano[5] – è possibile, almeno per via analogica, retrodatarne la presenzaIn ogni caso, se anche dobbiamo limitarci a ritenerla sorta in periodo du­razziano, è certo che l’apogeo della comunità ebraica di Ysernia si ebbe nella successiva età aragonese: durante il regno di Alfonso I, la diffusione degli ebrei nel Meridione ebbe, nel complesso, una forte crescita, anche se la distri­buzione regionale fece registrare notevoli disomogeneità, legate al maggiore dinamismo economico manifestato da alcuni distretti rispetto ad altri. Nell’area regionale abruz­zese e molisana si ebbe un sensibile aumento della pre­senza ebraica: dalle 140 unità censite nel 1170 alle 500 nel 1491; numeri esigui, d’accordo, ma in asse con una realtà, quella molisana, in cui non esistevano grandi nuclei ur­bani: alla metà del XV secolo, Isernia contava circa due­mila abitanti ed era il comune più popoloso dell’intero Contado di Molise.[6]
Per spiegarci il perché di un tale sviluppo dobbiamo richiamare alla mente l’attività economica principalmente svolta dagli ebrei:

«[…] esclusi dalle arti e dai mestieri, dagli uffici pubblici e dalle armi, dalle professioni liberali e dal possesso fondiario, agli ebrei venne lasciata un’unica strada: il commercio del denaro, cioè l’attività bancaria e crediti­zia che nel medioevo veniva chiamata usura. Gli ebrei, desiderati e dete­stati, finirono per insediarsi nelle principali città italiane, ottenendo spesso in occasione della costitu­zione dei banchi, non solo vantaggi finanziari ma anche privilegi di altro tipo[7] 

Alla metà del secolo XV, le comunità centro-appenni­niche vivono un boom economico.  Nel 1447 Alfonso I impose ai pastori abruzzesi e molisani di svernare entro i confini del Regno, nel Tavoliere, dove molti dei terreni coltivati furono trasformati forzatamente in pascoli. Isti­tuì inoltre, con sede prima a Lucera e poi a Foggia, la Do­gana della mena delle pecore in Puglia e (ri)attivò l’im­portantissima rete dei tratturi che dall’Abruzzo conduce­vano alla Capitanata. Si risollevò, così, l’economia delle città interne fra L’Aquila e la Puglia: ne trassero giova­mento le attività artigianali locali, i mercati e i fori boari di Lanciano, Castel di Sangro, Campobasso, Isernia, Boiano, Agnone, Larino.
Non c’è sviluppo che possa prescindere dalla disponi­bilità di capitali. Si impiantarono, così, anche a Ysernia, banchi di prestito – come visto, monopolio degli ebrei – cui seguì la concessione di diritti di cittadinanza e resi­denza in città. Non è un caso, quindi, se in quegli stessi centri che trassero vantaggio dalle illuminate politiche di sviluppo di Alfonso il Magnanimo si ebbe uno sviluppo delle comunità ebraiche:

«I gruppi più consistenti furono attivi nelle principali città (Aquila, Sul­mona, Lanciano, Venafro, Isernia e Campobasso), ma, sotto forma di piccoli nuclei, gli Ebrei furono presenti anche in numerosi centri rurali[8]

Tutti giù per terra
Purtroppo, su una situazione di economia in decollo, s’abbattè la catastrofe. La notte del 5 dicembre 1456 una terribile scossa di terremoto causò distruzioni in un’area eccezionalmente vasta dell’Italia centro-meridionale. «Ser­gna tutta in terra e morte circha persone MCC», scrisse l’ambasciatore a Napoli Francesco Cusano in una rela­zione sul sisma inviata al duca di Milano.
Tra i 1200 morti, ci furono anche ebrei. Lo prova un documento sottoscritto dai due sindaci Giovanni d’Isernia e Jacobo Andrea de Thofanischis[9] a data 8 gen­naio 1457, citato da Turco e, per altri contenuti dello stesso che qui non interessano, da Viti[10]. L’antefatto vuole che, dopo il terremoto, dai paesi limi­trofi – ma non solo: sciacalli si ebbero tra i concittadini e, finanche, tra gli uffi­ciali regi – gente si precipitò a sac­cheggiare le case rovi­nate, asportando da quelle dei giudei anche i molti pegni che vi erano custoditi:

«[…]multi vicini nostri sub colore de aiuto sonno venute et hanno tolta e robbata multa robba et pecunie delle case ruynate et delli morti nostre et hanno portatasi la dicta robba et facta molta preda e rapina.»[11]

Tra le molte richieste al sovrano vi era l’invio in città di un com­missario regio che indagasse su eccidi e spolia­zioni, sup­plica che il re accolse con l’invio del giudice Troyle de Massa

«per far luce sui fatti, per cercare di reperire i “molti pigni che tenenvano con piena potestate” e per procedere contro “li dicti delinquenti, affinché possi ponire, carcerare, tor­mentare et debite castigare et far restituire la dicta robba a chi se appartene.» 

Altre concessioni del re Magnanimo riguardarono l’esenzione fiscale per cinque anni e l’obbligo posto agli abitanti dei centri vicini al cratere di contribuire alla rico­struzione. La città, tuttavia, non si riprese. Neanche il reale dispaccio dell’ 8 gennaio 1463, con cui re Ferdi­nando concesse al mastrogiurato de Ysernia il diritto di «bactere o far bactere certa quantità di quatrini» (il diritto di co­niare moneta), produsse effetti sulla misera economia cittadina.
Fu così che le magistrature cittadine supplicarono il sovrano perché consentisse il ritorno in città di almeno uno dei banchi di prestito esistenti prima del terremoto; ne seguì il privilegio del 1469 con il quale si dava autoriz­zazione ai cittadini di Ysernia di

«reducer et tener in dicta cita per loro comodità  uno judio di nome Guielmo Sacerdote  lo quale habia ad abitare et dimorar in quella sua vita du­rante et contrahere con la dicta Università fino a la Università et homini predicti pia­cerà er parerà».[12]

La licenza sovrana fissava anche il tasso massimo consentito per il prestito: «grana dudece per unza» e garan­tiva l’esclusiva: «et che altro judio expeto esso no possa stare».
Nel documento regio l’autorizzato non è il judìo – apostrofato con lessico più consono a denotare bestia, che si reduce e tene per comodità – ma l’Università (il Co­mune, diremmo oggi); per questo, il privilegio concede il diritto a risiedere in città al solo feneratore ebreo, per la durata della sua sola vita («…habia ad abitare et dimorar in quella sua vita durante»); tale diritto non si estende, tout court, alla famiglia e ai suoi discendenti. La licenza dà prova, tuttavia, del benvolere che la comunità riversa sull’usuraio ebreo: disporre, in città, di un banco di prestito a interessi calmierati è una risorsa.  Qui, come altrove, «gli ebrei […] costituirono un elemento prezioso per moderare le ingorde pretese dei prestatori cristiani»[13].
In ogni caso Gu[gl]ielmo Sacerdote non rimase a lungo in città se è vero – come attingiamo da altra fonte – che negli anni ‘80 del XV secolo un altro feneratore ebreo, Abramo de Daniele di Piedimonte, aveva in Isernia un banco di prestito. Vi è un atto di cessione stipulato, a morte di Abramo, da un tale Mele di mastro Moyse de Benevento, tutore dei beni e dei figli del defunto. Il banco – del valore di 800 ducati in pegni, arredi e denaro – venne ceduto in fitto ad Angelo de Gaudio di Traetto (oggi Minturno). Il contratto venne stipulato in Napoli, il 15 aprile 1483; Angelo de Gaudio, cognato del defunto Abramo, affermò che era amministratore del banco dal tempo in cui viveva il congiunto e la durata del fitto, sta­bilita in quattro anni a partire dal 1 marzo 1482, compor­tava il pagamento annuale di 120 ducati, che egli avrebbe consegnato alla fine di ogni anno in Napoli al tutore Mele.[14]


Medico giudeo, vestito secondo l'uso costantinopolitano
Incisione di Pietro Bertelli tratta da Diversarum nationum habitus., Pavia, 
apud  Alciatum Alcia et Petrum Bertellium, 1594-1596

Medicus
Non tutti gli Ebrei isernini erano nella finanza. Nel 1490 un Elia figlio di  Manuele de Perusio, di Isernia, so­stenne l’esame di abilitazione alla professione medica di­nanzi ai due commissari, fisici regi, Nardò de Antonio e Rogerio de Adamo.

«Avendo provato che “a teneris annis licteris latinis ope­ram dederat” e che “scientia ed arte fisica insudaverat  cum continuo studio” ottenne “ex regia begnignitate” e senza che si osservassero le “ordinationes collegii stu­dii neapolitani”, il “privilegium doctoratus medicine”. Col diploma egli acqui­stava il diritto di prendere il titolo di “artium et medicine doc­tor”, di portare il distintivo , di essere aggregato agli altri medici “tamquam suffi­ciens” e, al pari di questi, godere gli onori, le di­gnità, i privilegi , le immu­nità e le esenzioni accordate dalle leggi, e di curare e praticare “in scientia et arte medicine et phisice per totum regnum Sicilie eiusque provincias, ci­vitates, ter­ras, castra, casalis et loca omnia” in onore e fedeltà del re e per comodo e utilità dei sudditi»[15]

Per assicurare l’indisturbato esercizio della profes­sione al nostro Elia, nel titolo rilasciato a firma del sovrano Ferrante I si prevedeva anche una multa di mille ducati a carico di quanti avessero osato molestare il neolaureato; seguiva poi una digressione in ordine al fatto che non ap­parisse assurdo o illecito farsi curare il corpo da chi, giudìo, avesse l’anima malata dalla professione di una falsa fede.
La digressione non deve apparire chiosa superflua della licenza regia: cento anni dopo, si è di nuovo punto e a capo. Nel 1588 venne stampato, in Venezia, il vo­lume De Medico Hebreo – Enarratio Apologica, autore il fa­moso David de Pomis, con l’intento specifico di togliere di mezzo radicati pregiudizi e spiegare ai più che, in con­siderazione delle affinità di fondo tra ebrei e cristiani nell’esercizio della medicina, nulla impediva che un me­dico ebreo potesse curare con successo pazienti gentili. Durante la seconda metà del XVI secolo, la diffidenza verso i medici ebrei aveva ottenuto avalli da papi e Inqui­sizione: Paolo IV aveva vietato ai cattolici di farsi curare dai giudei; Pio IV introdusse la professione di fede per la laurea in qualsiasi materia: «non potendo impedire ai cristiani di avvicinare gli ebrei si cercava di evitare che questi ultimi potessero diventare dottori»[16]

L’arte della lana
Oltre all’arte feneratoria e all’esercizio della medicina, caratteristica attività degli ebrei era il commercio dei panni, specie usati (come testimonia l’icastica intitolazione della chiesa napoletana di San Gennaro Spogliamorti, posta nel quartiere ebraico, e utilizzata come deposito per i de­funti, che qui venivano spogliati dei loro vestiti, ceduti agli ebrei per rivenderli al mercato). 
Se ne parliamo qui è solo per un fumus: leggiamo da Turco di un ricorso del 1536 elevato alla regia Camera della Sommaria da tale Gio: Daniele di Isernia, «che aveva mandato a vendere panni alla fiera di Gaeta»[17]Daniele è nome che spinge per una connotazione se­mita del ricor­rente, e Daniele commercia in panni. Ma siamo qui nella piena suggestione, non nell’indagine sto­rica.




Vico (n. 42) e Porta di Giobe (n. 43) nella mappa di Sabelli, 1867.
Il n. 44 è "Piazza Mercato"

Isernia sì, ma dove?
Gli ebrei costituivano in ogni città una comunità chiusa, uno dei tanti corpi intermedi nei quali si articolava la società. Come del resto accadeva anche per altri gruppi nazionali residenti, gli ebrei vivevano spontaneamente riuniti in una o più strade, secondo le dimensioni della città, un quartiere spesso definito Giudecca (o nelle va­rianti GiudeaGiudaica e simili).
Si abitava nella Giudecca per una scelta, non un ob­bligo, come lo sarà poi con l’istituzione dei Ghetti (1516, per Venezia; 1555 per Roma), quartieri murati, con porte di accesso che ve­nivano chiuse e presidiate durante la notte. 
L’esistenza di una comunità, piccola o grande, si inve­rava attraverso la presenza di una sinagoga, della scuola e del campo dei giudei, il cimitero ebraico, posto fuori dalla città.
Di tutto ciò, Isernia non conserva alcuna traccia: né memoria oralmente trasmessa, né iscrizione epigrafica, né tracce nella toponomastica attuale. «Perduti nel tempo | come lacrime nella pioggia».
Dove cercare la Giudecca nell’impianto storico della città di Isernia? Contrariamente ad altre realtà vicine – vd. p. es. il locativo Giudea a Carpinone, che identifica una piazza e un vicolo davanti l’antica chiesa di San Michele o la Giudecca, intero quartiere di Civita di Bojano – a Isernia nulla si conserva. Dobbiamo affidarci a indizi: alle spalle della Cattedrale, c’è un vico Giobbe; e Porta di Giobbe era chiamata la porta – ora non più esistente – che, alla fine di questo vicolo, si apriva sulle mura urbiche dando allora verso la campagna (ora, su un piccolo ambito alle spalle del giardino vescovile). Giobbe è senz’altro nome che evoca un contesto giudaico. È personaggio biblico che si ricorda per l’eponima capacità di sopportazione, la “pazienza di Giobbe” (oggi, magari, si direbbe resilienza); il nome stesso, dall’ebraico ’Iyyōbh, va tradotto come «Colui che sopporta (l’ingiustizia degli uomini e della sorte)» e gli ebrei isernini del XV secolo, di pazienza e sopportazione devono averne avuta di molta.
In realtà, diverse sono le interpreta­zione date sulla ge­nesi dell’onomastica storica di vico Giobbe: Franco Va­lente si riferisce a Giobbe come derivato dal Giove del tempio latino del III sec. a.C., il cui ingresso si apriva proprio dove ora insiste il vicolo; Cefalogli, nel suo vo­lume sulla toponomastica cittadina, richiama invece un cognome familiare, Job (o de Jobb, come dice invece Turco[21]), portato da famiglia lì residente e che, per calco, ha dato nome al vicolo (così come è successo per tanti altri loca­tivi nel centro storico: D’Afflitto, Pace, Campagnale, Ian­notta, Ricci, Delfini ecc). Ma sempre Ce­falogli, nella stessa pagina, parla di un autografo ricevuto da Angelo Viti, primo bibliotecario della “Michele Ro­mano”, nel quale si dice testualmente:

«Il vico Giobbe trae la sua denomi­nazione non per metonimia da Giove, ma da un ghetto ebraico ivi esistente al tempo di Ferrante d’Aragona; co­munità alla quale, as­sieme agli Albanesi introdotti nel regno, aveva con­cesso larga prote­zione. […] Isernia nel secolo XV ospitò non meno di 40 famiglie ebraiche[18]

Le due ipotesi onomastiche, sebbene da Cefalogli date come alternative (cioè: Vico Giobbe dalla famiglia Job vs. Vico Giobbe da antica Giudecca) convergono verso un’univoca indicazione se si pone mente al fatto che Job è in ogni caso cognome di chiara derivazione ebraica[19][23]. La famiglia Job, o de Jobb come vuole Turco, è attestata a Isernia nel XVI secolo. Se aveva le sue case alle spalle della Cattedrale potrebbe ciò essere interpretato come se­gno di una permanenza nei luoghi che qualche anno prima avevano ospitato la Giudecca isernina. Le cose so­pravvivono agli uomini; le stesse case vengono abitate per generazioni e ben avrebbero potuto i Job, christiani no­velli dopo le espulsioni del 1541, essere rimasti a vivere lì dove qualche decennio prima si osservava lo Shabbat e si  trovavano Mezuzah appese agli usci.




[1] Nicola Ferorelli, Gli Ebrei nell’Italia Meridionale dall’età romana al Secolo XVIII, Torino 1915
[2] Francesco Paolo Volpe, Esposizione […] delle vicende degli Ebrei nel nostro reame, Napoli 1844
[3] Camillo Minieri Riccio, Studi storici fatti sopra 84  Registri Angioini dell’Archivio di Stato di Napoli, Na­poli 1876, p. 92.
[4] Nicola Ferorelli, Gli Ebrei nell’Italia Meridionale dall’età romana al Secolo XVIII, Torino 1915, p. 19
[5] Ibidem, p. 54-55
[6] Giovanni Brancaccio, Il Molise medievale e mo­derno, Napoli 2005, p. 125. Sopra i mille abitanti c’erano, nell’ordine, Morcone (1615 ab.); Campobasso (1370); Boiano (1350); Sepino (1170); Tufara (1070). 
[7] Riccardo Calimani, Storia del Ghetto di Venezia, nuova ed illustrata ediz., Milano 2000, p. 23
[8] Giovanni Brancaccio, Il Molise medievale e mo­derno, Napoli 2005, p. 123
[9] ASNA, Esecutoriale Sommaria, reg. I, p. 515.
[10] Angelo Viti, Note di diplomatica ecclesiastica sulla contea di Molise dalle fonti delle pergamene capitolari di Isernia, Napoli 1972, p. 321.
[11] Pietro Gentile,  Il terremoto del 1456 in alcuni luoghi di Terra di Lavoro, in “Archivio Storico per le Province Napoletane” 35 (1910), pp. 667-669.
[12] ASNA, Privilegiorum Sommaria, reg. 55, p. 43 e reg. 26, p. 47
[13] Nicola Ferorelli, Gli Ebrei nell’Italia Meridionale dall’età romana al Secolo XVIII, Torino 1915, p. 134
[14] ASNA, Prot. Not. Francesco Pappacoda, a.  1483, cc. 117-118.
[15] ASNA, Regia Camera Sommaria, Priv. 19, f. 190. Il documento è pressoché integralmente riportato da Nicola Ferorelli, Gli Ebrei nell’Italia Meridionale dall’età romana al Secolo XVIII, Torino 1915, p. 117
[16] Riccardo Calimani, Storia del Ghetto di Venezia, nuova ed illustrata ediz., Milano 2000, p. 97
[17] Ermanno Turco, Isernia in cinque secoli di storia, Napoli 1948, p. 81
[18] Fernando Cefalogli, Isernia. Strade, vie, vicoli, l'onomastica storica, Isernia 2000, p. 82
[19] Vd. Samuele Schaerf, I cognomi degli Ebrei d’Italia, Firenze 1925.



giovedì 9 marzo 2017

The big earthquake of 1805 according to Maceroni

Colonel Maceroni

Torniamo a parlare del grande terremoto del 1805 attraverso la testimonianza – credo, ad oggi, inedita – del colonnello di cavalleria Francis Maceroni (Manchester, 1788 -  Londra 1846), aiutante di campo di Gioacchino Murat durante le guerre napoleoniche e uomo di corte quando il francese divenne re di Napoli. Maceroni (in altre versioni, traslitterato in Macirone) è personaggio misconosciuto in Italia (tanto per dire: manca una pagina wikipedia a suo nome nella lingua di Dante); è stato soldato, diplomatico, esperto mongolfierista e inventore di una locomotiva che porta il suo nome (“Maceroni Steam Carriage”), nonché autore delle autocelebrative  «Memoirs of the life and adventures of colonel Maceroni», edite in due volumi dal quasi omonimo John Macrone in Londra, nel 1838.

Maceroni Steam Carriage


Maceroni – di pessima memoria? – anticipa al 16 luglio 1804 (anziché, sappiamo, il 25 luglio 1805) il grande sisma molisano: si trovava allora ospite di un tale Bottalin che aveva una villa a Mergellina, diving and rowing and fishing  lungo i grandi scogli lavici di capo Posillipo, quando avvertì onde anomale tra le onde e grida lontane: Terremoto! Terremoto!. Descrive poi quadri molto napoletani di gente come un fiume che esce da ogni casa e trasporta materassi e cuscini sulla spiaggia in accampamenti di fortuna o segue frati in processioni improvvisate, with tinkling bells and crying of lamentations.

Non un testimone oculare, quindi, dei rovinosi effetti che il sisma ebbe in terra di Molise: Macironi è nella capitale e non nella provincia colpita; riporta notizie riferite da altri, dai gazzettieri, mercanti e uomini di corte, ma le riporta. 
Colloca l’epicentro in Frosolone; disegna un cratere di 61 borghi tra Isernia e Jelsi, abitato da circa cinquantamila persone. Di tutti questi paesi – ci dice – solo due, San Giovanni in Galdo e Castropignano, sebbene situati ai piedi del Matese, sono rimasti privi di danni considerevoli. Intorno a seimila i morti, numeri che ripropongono il grande terremoto calabro del 1783.

Memoirs of the life and adventures of colonel Maceroni, p. 142


Particolare la manifestazione degli effetti del sisma a Isernia (pag. 142): «Questa città è estesa poco più di un miglio in lunghezza, ma come accade per Brentford o altre città inglesi , la sua ampiezza si risolve in due file di case, sui due lati del corso. Ebbene, la fila di case a est della strada è interamente crollata, quelle a ovest, invece, sono rimaste in piedi.»
Qui Maceroni pare reinterpretare in senso est-ovest la reale distribuzione dei crolli che – a giudicare dalla nota mappa di Luigi Marchese – è piuttosto da orientare in senso nord-sud, con la parte alta dell’abitato storico completamente distrutta e la parte a sud della Cattedrale a subire pochi danni dal sisma. Continua, attingendo probabilmente a Giuseppe Saverio Paoli e alla sua Memoria sul tremuoto de' 26 luglio del corrente anno 1805, edita a Napoli nel 1806: «La terra si ruppe in ogni direzione, creando qua e là vaste lacerazioni e forre. Dalle fenditure del terreno si levavano lingue di fuoco e scariche elettriche; e oltre la sommità del Monte Frosolone, una luce come fosse una rifulgente meteora fu visibile per lungo tempo. Nella mattina del giorno fatale, gli abitanti ebbero tutti a sentire una sensazione di straordinaria spossatezza, e si diffuse un fetore come di zolfo, disgustoso e malsano. Alle quattro del pomeriggio il cielo si coprì, e le nuvole si diffusero in tutte le direzioni con la velocità tipica degli uragani, sebbene nessun soffio d’ara fosse percepibile a terra. Ma al tramonto iniziò a soffiare da nord un vento furioso, che subito cessò, come se fosse stato fermato dalle profonde esplosioni che si sprigionavano sottoterra, precorritrici e accompagnatrici del terremoto.  La prima scossa fu leggera, così tanto che solo in pochi se la avvertirono. Altre vennero dopo poco  e per venti secondi si susseguirono le une alle altre con terribile violenza.» 


portfolio nell'edizione delle Memoirs

Un’ultima nota di colore chiude la narrazione del terremoto: «In un paese chiamato Guardia Regia (sic), vicino Bojano, una bella e giovane ragazza di diciannove anni chiamata Marianna di Franceschi è rimasta sepolta viva per dieci giorni e otto ore. All'inizio, si ebbero deboli speranze, ma le amorevoli cure dei suoi medici fecero il miracolo: si ebbe un pieno recupero, nel corpo e spirito, presto si sposò e nel 1807 la vidi a Napoli, madre felice di due bei bimbi».

(L'originale è qui, alle pagg. 141/143; mia è la - libera - traduzione dall'inglese)
  

giovedì 8 settembre 2016

Isernia e i terremoti. Storia di una relazione pericolosa



Tra i molti primati che abbiamo noi che viviamo all’ombra dell’Arco di San Pietro vi è quello di insistere su una delle aree a maggior pericolosità sismica d’Italia (e dunque, ça va sans dire,  d’Europa). 
Se scartiamo le scosse d’importazione – nate fuori mappa e venute qui a far danni – sono due i sistemi di fa­glie che ciclicamente si attivano intorno a noi: uno è quello delle Aquae Iuliae (cd. AIFS), che sega diagonal­mente il venafrano (direzione NE-SW) fino al Matese campano; l’altro (cd. NMFS) è quello che interessa (con lo stesso andamento NE-SW) la pianura di Bojano e l’i­sernino. Quando periodicamente entrano in crisi, si sca­tena l’inferno: alla faglia del Nord Matese possono essere attribuiti i terremoti distruttivi del 1456 e del 1805, men­tre a quella delle Aquae Iuliae il terremoto del 1349 e, pro­babilmente, anche quelli del 346 e dell’847.
Già: più volte il terremoto ha distrutto Isernia; uno stesso numero di volte Isernia è stata ricostruita, uscen­done non ogni volta migliore della precedente. 
Avere memoria di ciò che è stato pare serva a non ri­petere – come un criceto idiota nella sua ruota – gli errori del passato. Coi terremoti, questo è più difficile. Nell’a­strazione di un mondo perfetto, o anche solo in Giap­pone, si risolverebbe tutto cancellando gli abitati storici dalle fondamenta, sostituendoli con edifici sismicamente isolati. Ma qui, come per altre realtà appenniniche, queste soluzioni appaiono, appunto, una beffarda astrazione. 
Il nostro centro storico, malgrado gli interventi di ri­pristino effettuati sui tanti immobili resi inagibili dal ter­remoto del 1984 (l’ultimo serio terremoto che ci ha col­piti), presenta ancora situazioni che – almeno all’occhio profano di chi scrive – solo per miracolo potrebbero reg­gere a una scossa, chessò, di magnitudo 6.0 (come quella che un paio di settimane fa ha fatto scempio di Amatrice, Accumoli e Pescara del Tronto). 
Viviamo under the volcano, con spesse fette di prosciutto sugli occhi e un santino di santa Barbara nel portafogli. 
Raccolgo qui di seguito notizie intorno ai più forti tremuoti che, endogeni o esogeni al Molise, hanno tragicamente inciso sul volto della città e sulle spalle della gente che l’ha abitata; faccio questo con ovvio intento apotropaico: evoco il male per allontanarlo (mi metterei addosso anche pelli di animali e danzerei intorno ad un totem se servisse a qualcosa). 


 

I due sistemi di faglia AIFS e NMFS, con gli epicentri dei terremoti che
hanno generato nel corso degli anni
(elaborazione grafica: Paolo Galli;
in Paolo Galli, Il fascino discreto dell'Archeosismologia, ArcheoMolise, gennaio/marzo 2010)


Partiamo dall’ 847, mese di giugno. Terremoti, ce ne sono stati anche in precedenza, ma di questo abbiamo notizie ver­gate in un codice (la Chronica Sancti Benedicti): dunque, a stretto rigore, è il primo terremoto storico in area moli­sana. Probabile epicentro, l’Alta valle del Vol­turno o il venafrano (la famigerata faglia delle Aquae Iu­liae). Leone Ostiense, citato da Ciarlanti, riferisce che, per effetto del sisma, Isernia fere tota a fundamentis corrueret; ne viene di­strutto l’impianto romano della città, conservatosi fino a quel momento. Gli isernini, non potendo rimuo­vere le macerie, le spianarono e cominciarono a rico­struire su queste (ecco spiegato perché, p. es., i resti dei templi sotto la Cattedrale si trovano a circa tre metri di profondità dall’attuale piano stradale).

Passiamo al 948. Il terremoto viene riportato da Gio­van Battista Ricci nella sua Cronaca sui Vescovi di Iser­nia (manoscritto in Archivio d’Apollonio) allorché si ri­porta che il vescovo Lando perì per causa del sisma, ri­manendo sepolto sotto le macerie della Cattedrale.

Interpolazione: tra il 948 e il 1120, terremoti lievi e meno lievi negli anni sono registrati per gli anni 981, 990, 1095 e 1117.

Passiamo al 1120: il 10 di novembre un violento ter­remoto ha epicentro nell’Alto Volturno. Il Chronicon riferi­sce danni a Vandra, in cui si ebbe chiesa crollata e «gente non poca uccisa».

Interpolazione:  A detta di Baratta e Perrella, la terra trema negli anni 1125, 1134, 1135, 1139, 1140, 1158, 1180, 1198, 1216, 1223, 1227, 1231, 1248, 1273 e 1279

Passiamo al terremoto del 4 settembre 1293, con epi­centro in area matesina. Massimi danni a Bojano e Isernia. Proba­bilmente è a questo che si riferisce l’appunto conte­nuto nei Registri Angioini per l’anno 1294 secondo il quale, per i molti danni subiti dalla città, re Carlo concesse agli iser­nini il condono della terza parte delle tasse[1]. (vd. Mandato di Carlo II d’Angiò al giustiziere di Contado di Molise per la ri­duzione della terza parte delle collette a favore dell’Università di Isernia, 17 agosto 1294, Archivio di Stato di Napoli, Ufficio della Ricostruzione Angioina, Notamenti e repertori vari, arm. 1b).

Interpolazione: Perrella riferisce di episodi sismici non traumatici per gli anni 1309 e 1348.

Due sono i terremoti riportati per l’anno 1349: il 22 gennaio 1349, notte di san Vincenzo, fuit unua terremotus multum magnus. Epicentro – secondo il Catalogue of Strong Eartquakes in Italy – fu Isernia. Effetti stimati nel V-VI grado Mercalli.
Si replicò, col botto, il 9 settembre: questa volta con epicentro nell’area venafrana, lungo la faglia delle Aquae Juliae. Magnitudo stimata in 6.8 Richter.
A Isernia cadde distrutta la Cattedrale e quasi tutti gli edifici tra cui le case di Andrea d’Isernia e di Alferio (se­condo quanto si legge in una pergamena conservata nell’Archivio capitolare e trascritta da d’Apollonio). A detta di Gio:Vincenzo Ciarlanti (ma ci pare eccessivo) fu terremoto «terribilissimo che sentir si fece non nell’Italia solo, ma anche in Germania e nell’Ungaria»




Isosisme del «Gran terremoto napoletano» del 1456
(tratto da POSTPISCHL, Atlas of isoseismal maps of Italian earthquakes, 1985)

Veniamo al 5 dicembre 1456. Definito Gran terremoto napoletano, perché esteso in tutto il Regno, fu uno dei ter­remoti più forti mai registrati in Italia (magnitudo 7.0). Epicentro: l’area di Isernia, probabilmente la faglia NMFS.  Fu sentito con intensità pari al grado X in più punti distanti, tra l’Abruzzo e l’Irpinia – ma si arrivò ad avvertirlo anche in Toscana e Sicilia. Probabilmente, si attivarono in sequenza più faglie appenniniche. Lo sciame sismico durò per diversi anni con alcune forti scosse che continuarono a flagellare il Centro-Sud d’Italia. È stato stimato che le vittime del terremoto furono, complessi­vamente, tra le 20.000 e le 30.000.
Baratta, per Isernia, riporta distruzione pressoché to­tale e cita un bilancio di circa 1200 morti.  Figliuolo aumenta le vittime a 1500, su una po­po­lazione complessiva di 2035 persone (407 fuochi), quasi il 75%.
Nelle sue Memorie Historiche, Ciarlanti racconta di un altro vescovo (questa volta a nome Giacomo Montaquila) morto sotto le pietre della Cattedrale. Crollò anche parte della torre campanaria (l’Arco di S. Pietro). Siccome non ci facciamo mancare niente, al terremoto seguì un incen­dio che divampò in sei punti distinti della città, come ri­portato in altra pergamena sempre conservata nell’Archivio Capitolare e riportata da d’Apollonio.
Una curiosità: il grande terremoto del 1456 è avve­nuto “in nocte S. Barbarae” (tra il 4 e il 5 dicembre, ap­punto) e, per tradizione isernina, Santa Barbara protegge dai terremoti. Le due cose, tuttavia, non sono collegate. Pare infatti, che il patronato antisismico della santa (che in­fatti, a Isernia, si porta in processione il 6 giugno) sia nato in occasione del diverso terremoto del 6 giugno 1882 (D’Apollonio).

Interpolazione: Perrella, nella sua Effemeride, annota ter­remoti per gli anni 1561 e 1627. Danni diversi, ma siamo lontani dalla potenza sprigionatasi nel gran terremoto napo­letano.

Saltiamo all’anno 1688; altro tremuoto caduto in giu­gno, questa volta il giorno 5. L’epicentro è esterno al limes regionale (Sannio beneventano), ma i danni per Isernia sono consistenti. Vi è notizia, tuttavia, di una sola vittima: Alfonso Perrella nella sua Memoria storica sul tre­muoto del 5 giugno 1688 (1883) riferisce che ne Libro dei de­funti presso la Cattedrale, da lui consultato, sotto la ru­brica del 5 giugno si legge: «è morta Francesca, figlia di Bene­detto Ferritto quando fu questo gran tremuoto, che morse sotto le pietre. Parrocchia di S. Giovanni, se­polta alla ss. Fraternità
Questa volta il vescovo, quel Michele da Bologna autore delle Constitutiones Synodales Aesernienses (1693), non perisce nel crollo della Chiesa cattedrale, che pure subì danni, insieme con la torre campanaria. Nel 1692 ordina lavori di ristrutturazione del tempio, così come del pa­lazzo vescovile; per il restauro dell’Arco di San Pietro si aspettò invece fino al 1719.

Del 3 novembre 1706 è il cd. Terremoto della Maiella. «Gran tre­muoto negli Abruzzi che rovina molti paesi» (Perrella). La prima scossa si verificò alle 13.00 del 3 novembre (stima in 6.8 Ri­chter). Complessivamente le vittime furono circa 2.400. Sulmona fu devastata.
La seconda scossa avvenne alle 3.00 del 4 novembre: questa volta l’epicentro si spostò un po’ più a sud e dimi­nuì anche l’intensità, ma comunque fu anch’essa distrut­tiva: quelle località dove la prima scossa aveva provocato già danni gravi, ruinarono totalmente o parzialmente a causa di questa seconda scossa. Le zone maggiormente colpite furono intorno alla Maiella e quelle lungo il ver­sante chietino del Morrone.
A Isernia gli effetti furono nell’ordine dell’ VIII grado della Scala Mercalli: crollò l’interno della chiesa di San Francesco e rimase inagibile il convento di S. Maria delle Monache.

Interpolazione:  Perrella registra terremoti in Molise ne­gli anni 1779 (eruzione esplosiva del Vesuvio, le cui ceneri arrivano a piovere fin su Isernia), 1788 e 1794.




Isosisme del «Terremoto di Baranello», 1805
(tratto da POSTPISCHL, Atlas of isoseismal maps of Italian earthquakes, 1985)

Ultimo terremoto distruttivo che la città ricordi, quello del 26 luglio 1805 (cd. terremoto di S. Anna) è sisma che colpisce gran parte dell’Italia centro-meridionale. Le vittime furono complessivamente 5573 e i feriti 1583. L’epicentro viene localizzato nella zona del Matese. Ga­briele Pepe, nel suo Ragguaglio del 1806, lo indica in Fro­solone, probabilmente perché il centro subisce danni for­tissimi e vede morti i ¾ della po­polazione. L’Atlante di Postpischl riporta invece come epicentro Baranello. Co­munque sia, epicentro molisanissimo.
Già dal 25 luglio vi erano stati fenomeni precursori e scosse sismiche di bassa intensità. Intorno alle 2:00 del 26, avvenne la scossa maggiore stimata in oltre 6 gradi della scala Richter, che durò ben 45 secondi. Fu devasta­zione e strage. In quello che siamo abituati a defi­nire cratere, scrive Pietro Colletta nella sua Storia del Reame di Napoli (1834), «…sorgevano sessant’una città o terre, albergo a quarantamila o più abitatori; e di tanto numero due sole città, San Giovanni in Galdo e Castropignano, benché fondate alle falde del Matese, restarono in piedi



«Carta topografica della Città di Isernia quasi tutta devastata dall'avvenuto terremoto del 26 luglio corrente anno 1805», del cartografo reale Luigi Marchese. Indicate in nero, le parti dell'abitato distrutte per effetto del sisma.
(tratto da AA.VV., Architettura e terremoto in Molise : atti del convegno del 2 luglio 2005 : "Il Molise, il terremoto e la festa di S. Anna" / a cura di Enza Zullo, 2009)


Gabriele Pepe scrive che la mattina del 27 luglio gli ottimati di Isernia informarono già il Re con una missiva: «Ieri sera 26 dell’andante luglio verso le due e mezza della notte cadde tutta la città dal tremuoto, a tal che buona parte dei cittadini sotterrati vivi dalla rovina ebbe a pigliar ricovero nell’aperta campa­gna... Isernia, Maestà, non è più Isernia, e le fabbriche tutte o son cadute o stanno per cadere al suolo». Fer­dinando (IV di Bor­bone) invia nella Provincia devastata l’avvocato fiscale Giannoccoli, per tracciare un primo bilancio dei danni e avviare la riscostruzione, che si av­vierà sotto Gioacchino Murat. Il 2 agosto 1805, il magi­strato annota mestamente: «Isernia ha sofferto la perdita di circa 2000 anime; ed una sola de­cima parte delle fabbriche esiste in piedi. (…) Questa città non ha che una sola strada nel mezzo ed una serie di edifizi lateralmente... Il tremuoto rovinò una metà della Città sola­mente, e propriamente quella che si eleva verso l’oriente, ossia la più prossima agli Appen­nini.» Per vero, la Carta topo­grafica della Città di Isernia quasi tutta devastata dall’avvenuto terremoto del 26 luglio corrente anno 1805 (del cartografo reale Luigi Marchese, pubblicata da Enza Zullo nel 2009) dà, nel forte contrasto del rosa e nero, una diversa distribu­zione dei danni, con enfasi piuttosto in senso nord-sud e non est-ovest, come dice Giannoccoli. Altra importantis­sima fonte documentale è il manoscritto dell’avvocato  Pasquale Fortini, nostro concittadino e te­stimone oculare del sisma, pubblicato a stampa, a cura di Titina Sardelli, nel 1984: dà una precisa descrizione delle distruzioni subite dalla città, vicolo per violo, casa per casa. Risalendo la Piazza in direzione sud-nord, l’intensità dei danni cresce via via: da palazzi lesi «in picciolissima parte», come quello del notaio de Baggis, si ar­riva – oltre l’Arco di San Pietro, a constatare che «dal punto del suddetto campanile tirando in su verso gli Abruzzi, tutto quas’il resto della Città, che ne formava la maggior parte, l’è un ammasso di pietre, ve­dendosi solamente alcuni spezzoni di mura tutte fracassate, le quali maggiormente feriscono gli occhi dell’osservatore». Caddero la chiesa e il convento di S. Croce, la chiesa della Conce­zione, la chiesa e il mona­stero di S. Chiara, il convento di S. Maria delle Grazie e la Cattedrale di S. Pie­tro Apostolo. Fortini in­dica in 488 i cittadini e in 30 i fra­stieri morti per effetto del sisma. Il numero è vicino a quello di 600 che don Anto­nio Mattei trasse dai registri obituari della Cattedrale. «I cadaveri vennero sepolti, almeno in gran parte, nel baglio del rione Codacchio».
Come ha scritto Mauro Gioielli, il terremoto di S. Anna «provocò migliaia di morti, fece crollare innumerevoli edifici, sconvolse ampie aree geografiche; ma soprattutto incise profonda­mente nei sopravvissuti, segnati nell’anima e negli affetti, in tutto ciò che riguardava la sfera collettiva e personale. Per molti paesi, quel terremoto fu il “disordine esiziale”, il cháos che rese necessaria la riorganizzazione vitale.»

Interpolazione: Dopo il terremoto del 1805 la città as­sume una nuova faccia. Si fa presto, tuttavia, a dimenti­care di vivere sulla schiena di un animale solo addormen­tato. La situazione edilizia dell’Isernia all’avvio del secolo la traccia l’avv. Ernesto Maiorino nell’assise comunale del 25 gennaio 1915, all’indomani di un altro spaventoso ter­remoto, quello che distrusse Avezzano: «La situazione di questa città a ridosso di una lunga ma strettissima collina (…) per anni ha impedito che lo sviluppo edilizio potesse avvenire in una forma razionale. Con il progresso del tempo, si è avvertito il bisogno sempre crescente di nuovi locali per abitazioni (…) Che è accaduto? Nessuno avendo pensato a favorire l’ampliamento della città verso l’altipiano che circonda la stazione ferroviaria, l’abitato, non poten­dosi estendere in larghezza per difetto di spazio, è cresciuto in al­tezza.  E così sono sorti tutti quei castelletti di tre e anche quattro piani che si vedono nelle vie e nei vicoli, vie e vicoli per la stessa ra­gione strettissimi. Oltre a ciò, si è costruito senza alcuna precauzione edilizia, con buona muratura, è vero, ma facendosi un deplorevole abuso di volte e di archi, di mensole sporgenti e di costruzioni assai pesanti anche nei piani più alti delle case. Sintetizzando (…) in una zona sismica principale come questa si è tollerata la costruzione di una città, per giunta sulle rovine ammonitrici del 1805, senza nessuna di quelle più elementari garenzie che le norme di edilizia asismica insegnano da molto tempo.»   

Dal 1805 in poi, si registrano scosse negli anni 1806, 1807, 1811, 1812, 1825, 1831, 1841, 1849, 1853, 1856, 1861, 1873, 1874 e 1875 (tutte debitamente registrate da Perrella nella sua Effemeride)


Terremoto di Isernia, 1914. Telegramma di Salandra, Presidente del Consiglio dei Ministri, al sen. Falconi (ASCI)

Il 6 giugno 1882 si registrò una violenta scossa di ter­remoto – 5.3 Richter – con durata di 5-6 secondi, nelle prime ore del mattino. L’epicentro venne individuato nel versante sud-occidentale del Matese. Alla scossa prin­cipale seguirono repliche nello stesso giorno e nei giorni seguenti  (7 e 8 giugno), con epicentro a Isernia, Monte­cassino, Venafro, Piedimonte d’Alife e Cantalupo nel Sannio. 
Malgrado la forte intensità, il terremoto causò soltanto due vittime (un vecchio fu colpito da una pietra caduta dal campanile della chiesa di Pettorano e un mugnaio fu ucciso dal crollo di un mulino nella campagna di Monte­roduni).
A Isernia, restò seriamente danneggiata la Sottopre­fettura (l’ex convento dei Padri Cappuccini), Santa Maria delle Monache («il quartiere dei soldati») e molte case ripor­tarono lesioni.
Come detto già, «dopo questo triste evento, per voto, ad Iser­nia il 6 giugno di celebra la festa di Santa Bar­bara (D’Apollonio)»

Il Novecento si presentò subito tremando. La scossa (magnitudo 5.2) avvenne il 31 luglio 1901, intorno a mezzogiorno, con epicentro nell’area dei Monti della Meta (intorno a Sora). Per Isernia, non si conoscono te­stimonianze, ma Cancani in Notizie sui terremoti osservati in Italia durante l’anno 1901, pubblicato in appendice al "Bollettino della Società Sismologica Italiana") parlò, per la città, di effetti del VI grado della scala Mercalli (= leggere lesioni negli edifici), e riferisce di un boato che accompagnò la scossa.

Il 19 dicembre 1914 (un mese prima del terribile ter­remoto marsicano) viene registrata, per Isernia, un forte scossa (della quale tuttavia non vi è menzione nel Catalogue of Strong Earthquakes in Italy, 461 B.C. - 1997).
Fonti d’archivio (tra cui ASCI, b. 170 – f. 3418) danno notizia di uno sciame sismico – probabilmente con epi­centro locale – tra il mese di ottobre e dicembre 1914, con l’evento più significativo alle ore 4:57 del 19 dicem­bre.
Una relazione del 29 dicembre 1914 a firma dell’ing. Giuseppe Viti, tecnico comunale – documento allegato alla Delibera del C.C. n. 2/2015 – riferisce che «tutte le case in­distintamente sono rimaste depreziate da lesioni nuove, di diversa entità, verificatesi sia nei muri esterni che interni (…) Dove ho ri­scontrato qualche dubbio di lontano pericolo per le lesioni subite, per le quali il fabbricato non potrebbe resistere ad ulteriori scosse, ho consigliato agli inquilini di starsene lontani, finché non termini que­sto stato di movimento sismico. Per altre case ho provveduto a far puntellare qualche punto di esse dove il pericolo potrebbe manife­starsi per la gravità delle lesioni stesse.»
Da Roma furono inviati  vagoni ferroviari per il rico­vero degli sfollati, e somme di denaro per i primi inter­venti.
Del terremoto isernino si discusse alla Camera nella tornata del 18 marzo 1915, allorché si rispose ad una in­terrogazione del deputato isernino Cimorelli così formu­lata: «per sapere con quali criteri fu negata la concessione della mo­ratoria per un paio di mesi alla città di Isernia, mentre il ceto dei commercianti versa in gravissimo dissesto a causa del terremoto, che tormenta quella città dal dicembre 1914.»

Allo sciame indigeno del dicembre 1914, seguì dram­matico il terribile terremoto di Avezzano (magnitudo 7.0!) del 13 gennaio 1915,  che abbatté la Marsica e parte del  Lazio meridionale causando 30.519 morti; altri 3000 vanno regi­strati nei mesi successivi come vittime indirette del si­sma: tutta l’area fu interessata da una eccezionale ondata di freddo, caratterizzata da intense nevicate e in­cessanti piogge che aumentarono il disagio delle popola­zioni e contribuirono ad aggravare i danni agli edifici.
A Isernia, gli effetti furono del VI-VII grado: la scossa causò lesioni nelle abitazioni, nelle scuole, nelle chiese. Il terremoto del 13 gennaio 1915 peggiorò notevolmente le condizioni statiche degli edifici della città già danneggiati dalla scossa del 19 dicembre 1914, che ne aveva reso di­versi inabitabili: nella chiesa dell’Immacolata Concezione crollò una volta; nell’edifico dell’Orfanotrofio Vescovile, nel palazzo Vescovile e nel Seminario i danni furono no­tevolmente aggravati.
A Largo Fiera gli sfollati trovarono ricovero in 15 ba­raccamenti provvisori, costruiti dal Genio Civile. Le ba­racche rimasero abitate fino all’agosto 1916, allorché un’ordinanza sindacale impose lo sgombero degli ultimi residenti, «inquantoché essendo le baracche sfornite di latrine e di scoli luridi, gli abitanti di esse spandono i loro escrementi sulla pub­blica via con grave danno delle decenza e della salute pubblica» (ASCI, b. 170 – f. 3418).




Terremoti del dicembre 1914/gennaio 1915.
Baraccamenti del Genio Civile montati a Largo Fiera (zona Parco della Rimembranza; si noti sullo sfondo Palazzo Orlando e, a sinistra, l'edificio scolastico che ospitava allora il Ginnasio "Fascitelli" e, attualmente, la Scuola Media "Giovanni XXIII")

Replica dieci anni più tardi. Il cd. Terremoto del Molise Occidentale: 24 settembre 1925, alle ore 14:33. Epicentro ad Acquaviva d’Isernia e inten­sità fino all’ VIII grado della scala Mercalli, in zona epi­centrale. Molti i danni: ad Ac­quaviva la scossa causò fen­diture gravi in tutte le abita­zioni e il crollo parziale di al­cune case; a Isernia caddero comignoli e rimasero grave­mente lesionate alcune abita­zioni; a San Pietro Avellana crollò la volta della cupola della chiesa e riportarono le­sioni moltissime case, fra cui alcune in modo grave; a Roccasicura caddero diversi co­mignoli e rimasero lesio­nate molte case. Fortunatamente, non ci furono vittime. La scossa fu intensa, accompagnata da un rombo, e durò (solo) 6 secondi. La sequenza si­smica si protrasse fino al 7 di ottobre.
Bendandi, in un articolo su "Il Resto del Carlino" del 29 settembre 1925, segnalò la particolare propagazione della scossa in direzione nord, verso Avezzano, dove fu forte­mente avvertita malgrado si fosse così lontano dall’epi­centro; sempre secondo il famoso pseudoscienziato, que­sto terremoto originava dalla stessa faglia che aveva sca­tenato il terremoto del 1805. 

Il Terremoto Irpino del 23 luglio 1930 (che in zona epi­centrale, fu – al solito – distruttivo causando oltre 1000 morti), a Isernia venne avvertito con effetti del III-IV grado, sensibilmente minori di quelli del successivo ter­remoto del 1980. 

Del 1933 è il Terremoto della Maiella. La scossa distrut­tiva avvenne il 26 settembre, all’alba; fu preceduta da altre due scosse minori. Complessivamente ci furono 12 morti. Nonostante i numerosi crolli, il numero delle vittime fu contenuto proprio perché la maggior parte della popola­zione aveva abbandonato le case per le scosse premoni­trici.
Per Isernia, mancano descrizioni. Nel Bollettino si­smico, curato da Cavasino (1935), l’intensità della scossa fu va­lutata di effetti pari V grado della scala Mercalli (caduta di oggetti).

Stiamo sereni – si fa per dire: in mezzo cade una Guerra mondiale, e per noi un bombardamento altret­tanto distruttivo – per trent’anni.
Nel 1962, altro terremoto in Irpinia, epicentro: Ariano Irpino (AV): la prima scossa fu sentita il 21 agosto in­torno alle 18:00. Dopo un paio d’ore ci furono due scosse violentissime, avvenute a 10 minuti di distanza l’una dall’altra. Questa volta, due soltanto le vittime.
A Isernia, furono riferiti effetti intorno al V grado Mercalli.


Terremoto del 1984. Puntelli a Piazza Celestino V (Ramunno)


Da qui, in poi, per me è storia contemporanea. Il deva­stante terremoto irpino del 1980, che altrove pro­dusse 2.914 morti, 8.848 feriti e 280.000 sfollati, a Isernia venne sen­sibilmente avvertito (io c’ero, avevo 8 anni, e lo ricordo perfettamente).
Spavento, ma nessun serio danno. A rimanere lesio­nato (e inagibile) è il solo Palazzo San Francesco.

Altro epicentro quattro anni dopo. Per Isernia, l’ultimo terremoto cui va la memoria, quando si parla di terre­moto.
Due le scosse, con epicentro i Monti della Meta (San Donato Val di Comino, appena oltre il confine regionale): il 7 maggio 1984 (alle ore 19:50, magnitudo 5.9) e l’11 mag­gio (ore 12:41, magnitudo 5.0). Sette, complessiva­mente, i morti. Crolli di intere abitazioni – per fortuna senza vit­time – si ebbero a Colli a Volturno (300 senza­tetto), Ac­quaviva e Pizzone.
A Isernia «la popolazione, in preda al panico, si è riversata fuori dal centro abitato. A tarda notte, la Protezione civile traccia un primo, parziale bilancio: i feriti, in tutto, sarebbero una quaran­tina, di cui alcuni in gravi condizioni.» [la Repubblica, edizione dell’ 8/5/1984]. 
Oltre cinquecento abitanti del centro storico rimasero senza tetto; i danni maggiori si ebbero qui, nella parte an­tica, dove risultarono lesionati e inagibili il 70% degli edi­fici. A dire dell’ANSA (Notiziario italiano del 9/5/1984) la scossa causò la caduta della croce di bronzo posta in cima alla cattedrale dopo la ricostruzione del 1815.
Si ebbero 20 casi di crolli parziali di tetti e solai. Altri abbattimenti furono stabiliti con ordinanza ed eseguiti in via precauzionale. I senzatetto finirono in due roulotto­poli alle Piane e a San Lazzaro, dove molti poi rimasero a vivere negli appartamenti di nuova costruzione. Per ef­fetto del sisma, il centro storico venne pressoché abban­donato. Corso Marcelli, il Mercato e le altre piazze ven­nero puntellate con travi di legno, che rimasero per anni. La vasta ristrutturazione edilizia (sulla cui bontà, il tempo sarà giudice) ha riempito il centro storico di pesanti tetti in cemento armato, reti elettrosaldate e intonaco le fac­ciate prima in pietra (per un raffronto, vd. le molte e belle fotografie presisma pubblicate da Valente in Nascita e crescita di una città). Gli interventi di miglioramento anti­sismico degli edifici sono ben documentati nel volume di Ramunno, allora responsabile dell’ufficio tecnico comu­nale.

Il prossimo?    




Terremoto del 1984. Tendopoli a San Leucio (Ramunno)


[1] Asna, Mandato di Carlo II d’Angiò al giustiziere di Contado di Molise per la ri­duzione della terza parte delle collette a favore dell’Università di Isernia, 17 agosto 1294, Ufficio della Ricostruzione Angioina, Notamenti e repertori vari, arm. 1b.

[Bibliografia: oltre all’imprescindibile Ciarlanti. le Effemeridi di Perrella e il libro su Isernia di Mattei,  che riteniamo troppo noti per darne i riferimenti bibliografici, sono stati consultati: BARATTA, I terremoti d'Italia: Saggio di storia, geografia e bibliografia sismica italiana, 1901; D’APOLLONIO – DAMIANI, Cronotassi dei terremoti in Isernia e nel resto del Molise (346 – 1986), 1991; ESPOSITO, LAURELLI, PORFIDO, Il terremoto del 26 luglio 1805. Lo scenario dei danni nella città di Isernia, 1992; PEPE, Ragguaglio istorico-fisico del tremuoto accaduto nel Regno di Napoli la sera del 26 luglio 1805, 1806; FORTINI, Delle cause de' terremoti e loro effetti. Danni di quelli sofferti dalla citta d'Isernia fino a quello de' 26 luglio 1805, 1984; AA.VV.,  Architettura e terremoto in Molise : atti del convegno del 2 luglio 2005 : "Il Molise, il terremoto e la festa di S. Anna" / a cura di Enza Zullo, 2009; Figliuolo, Il terremoto del 1456,  1988; RAMUNNO Isernia, il terremoto, un’esperienza, 1987; POSTPISCHL, Atlas of isoseismal maps of Italian earthquakes, 1985; GIOIELLI, La festa di Sant’Anna ed altri aspetti della cultura etnica jelsese, (nel volume Jelsi. Storia e tradizioni di una comunità), 2005 - sitografia: http://storing.ingv.it/cfti4med/localities/058385.html]