lunedì 21 febbraio 2011

Una Guida che non guida - La San Giacomo templare erroneamente collocata.

Nella Guida all'Italia dei Templari, quando si parla di San Giaco­mo del Tempio di Isernia, la si colloca nella «piazzetta di Sant’Angelo, detta oggi di San Giuseppe». In assenza di fonti che attestino una precessione della com­menda lungo Vicolo Storto Castello, spostare in Sant'Angelo ciò che notar Carlucci colloca - come già detto - «di rimpetto al vicolo che condu­ce a San­t'Angelo», costi­tuisce un errore. L'inesatta localizzazione si deve, probabilmente, ad un frainten­dimento delle parole usate dal notaio, che pure il compilatore della scheda su San Giacomo mostra di aver letto, considerato che il volume di Erman­no Turco – unico a trascrivere integral­mente il cabreo notarile conservato nell'Archi­vio capitolare – viene citato nella bibliografia della Guida.
Se l'ingresso del palazzino era, nel 1745, «di rimpetto al vicolo che condu­ce a San­t'Angelo», la commenda doveva aprirsi sull'as­se viario che, allora come ora, unico at­traversa la città – sto parlando dell'attuale Corso Marcel­li – nel punto in cui si ha di fronte l'imbocco del vicolo che porta a Piazza Sant'Angelo (Vico Storto Castello).
Ulteriore prova è fornita dal riferimento al «pozzetto col jus del­l'acqua»: a rileggere la descrizione del notaio Carlucci appare evidente che la presa d'acqua posta nel cor­tile della commenda attingeva la stes­sa «dalla con­dottiera, seu viale dell'acqua della città»; ebbene, ab urbe condita, il trac­ciato dell'acquedotto, dentro la cinta muraria, segue l'anda­mento della strada principa­le, tradizionalmente identificata con il locativo Piazza e, dal 1870, Corso Marcelli. In nessun modo potrebbe ritenersi che il pozzetto vada identifi­cato con la fontana pubblica posta al centro di Piaz­zetta Sant'Angelo, che è, invece, solo della fine dell' '800,
«allorquando fra il 1893 e 1897 fu re­staurato e rifatto l'intero acque­dotto e fu allargata la rete idrica a tutte le piazze e ai vicoli interni» (F. Cefalogli).
L'errore che la Guida compie – e che taccia inevitabilmente di approssima­zione l'inte­ro contenuto della scheda – ingenera ulte­riori frainten­dimenti quando riferisce come appartenenti a San Giacomo le mura delle costru­zioni che insistono su Piazzetta San­t'Angelo. Continuando nella lettura del­la scheda, sotto la ru­brica Che cosa rimane, si sostie­ne, infatti, che «di San Giaco­mo restano ancora tratti di mura antiche sia nella piazzetta che nello strapiombo sulla strada sottostante (l'anti­ca via che scendeva da Roccaraso). Nel tratto di vecchie mura che de­limita un lato della piazzet­ta, in antico il cortile della precettoria, si può ancora vedere parte del “palazzino” dove allog­giava un elegante portale cinquecentesco»Non si comprende dove, e in che cosa, gli autori della Guida abbiano volu­to vedere e riconoscere i descritti resti del Palazzino. Chi conosce Piazza Sant’Angelo – va detto en passant che il locativo non compare nella topo­nomastica ufficiale (che vi vede solo uno slargo del Vico Storto Castello) ma certo esiste in cordibus – sa che la stessa è delimitata, oltre che dal vi­colo a oriente, nel tratto a sud, dal muro di fabbrica del­l’antica chiesa di San Giuseppe; nei rimanenti tratti a occidente e settentrione, dall’o­riginale alternarsi di vuoti e pieni delle case a schiera poste là dove tradizionalmen­te si vuole esistente il Castello longobardo. Non è dato sapere dove il com­pilatore della guida abbia visto alloggiato l’elegante portale cinquecente­sco dell’asserito palazzino. Allo stesso modo, le mura antiche viste nello strapiombo sulla strada sottostante pos­sono al più essere quelle della cinta muraria cittadina, nella ricostruzione presumibil­mente intervenuta dopo che Federico II, nel 1223, ordinasse la distruzione totale delle mura della città.
Non c'è nessuna antica via che scende da Roccaraso: la strada sottostante a piazzetta S. Angelo, via Occidentale, tangenziale ante litteram alla città, fu aperta alla metà dell'Ottocento allorché si comprese che il budello di Cor­so Marcelli – colmo per lungo tempo delle macerie del sisma del 1805 – costituiva una innaturale strozzatura.

(Foto: 1.
«di rimpetto al vicolo che condu­ce a San­t'Angelo»; 2. «(...) vicolo che condu­ce a San­t'Angelo»; 3. «piazzetta di Sant’Angelo, detta oggi di San Giuseppe». Le foto sono mie. Se le utilizzate, citate la fonte: si vive di piccole soddisfazioni.)
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giovedì 3 febbraio 2011

Templari a Isernia. 1745, 1373

Prima che si mobilitino Giacobbo ed emuli cazzari con sindoni, graal e bafometti, occorre chiarire che per la storia di San Giacomo del Tempio di Isernia, commenda urbana dei Cavalieri Templari della primissima metà del XIII secolo (forse), l'unico mistero templare da chiarire e se sia davvero esistita.
Partiamo dal certo, e facciamo un lungo salto in avanti. La descrizione di quella che era la chiesa di San Giacomo alla metà del XVIII secolo la dà il notaro Carlucci in un do­cumento del 1745: nel fare l’inventario dei beni che, in Isernia, s’appartengono alla «Venerabile Com­menda di San Gio: di questa Città di Isernia», il notaio si reca a visionare i due stabilimenti che la compongono: quello, epo­nimo, di San Giovanni Batti­sta (sito «fuori le mura, dove si dice la Fiera», cioè dalle parti del­l’attuale Parco della Rimembranza) e l’altro, subalterno, di San Giacomo. Il documento - che dovrebbe essere conservato presso l'Archivio Capitolare della Cattedrale - è riportato integralmente da Ermanno Turco nel suo «Isernia in cinque secoli di storia», edito a Napoli nel 1948 e di recente ristampato anastaticamente.
Dice Carlucci attraverso Turco:
«Personalmente ci semo conferiti nel Palazzino di questa Ven.le Commen­da (...) chiamato vulgarmente S. Giacomo ed è sito dentro questa città d’I­sernia, e tra le due parroc­chie di S. Maria e S. Elena». Precisa è l’indicazione dell’ingresso del Palazzino de’ Signori Commenda­tori, «il portone del quale è di rim­petto al vicolo che conduce a S. Angelo, ora S. Giuseppe»; questo im­mette in un «cortile non molto largo e ad un canto di questo cortile, e proprio a sinistra nell'entrare, vi è pozzetto col jus dell'acqua, la quale riceve dalla condottiera, seu viale dell'acqua della città.» Superato il piccolo cortile si accede alla chiesa «racchiusa e posta nel recinto e clausura di detto Pa­lazzino». Dalla via principale, aperto il portone che immette nel piccolo cortile, si sarebbe vista la por­ta a doppia battuta di San Giacomo: «ha ella la sua porta per linea diretta al portone predetto». Il notaio procede poi in modo un po’ confuso, alternando punti di vista al­l’interno e di nuovo all’esterno dell’immobile: «È ella di gran­dezza capa­ce, così pure nell'altu­ra; nel fondo di essa vi è l’Altare con il suo quadro pittato al muro con l’Effige di Nostra Signora e Bambino Giesù nelle braccia; posta tra S. Gio: Battista a destra e S. Giacomo Apostolo a sini­stra, nel di cui altare vi è un dosello di legno pittato (...) Il pavimento di detta chiesa è astrico ben battuto e polito; dietro la porta, a destra nel­l’entrare, vi è una colonnetta di pietra ben lavorata e sopra di essa la fon­te dell’ac­qua benedetta. Vi è la sua campana ben corrispondente alla chiesa ed è posta in un archetto di fabbrica, che sta nella punta della fac­ciata d’avanti, corrispondente alla porta, la quale è ben foderata e lavora­ta ed apre a due».

Se questa è la descrizione della San Giacomo melitense del XVIII secolo, conoscendo la vicenda successoria che ha portato i beni dei Cavalieri Templari, dopo lo scioglimento cruento del 1312, a giungere agli Ospitalieri e da questi ai Cavalieri di Malta, e dando fede a quell'unica fonte -
Archivio Segreto Vaticano, Instrumenta miscellanea, ms. Latino 2780; documento citato da Loredana Impe­rio, San Giacomo del Tempio di Iser­nia, in Atti del VII Convegno di Ricerche Templari a cura della L.A.R.T.I., Latina, 1991, p. 40 - che, nel 1373, ci parla di uno stabilimento degli Ospitalieri «un tempo commenda templare», è più che legitttimo ritenere che la commenda descritta dal Carlucci nel 1745 sia nello stes­so luogo – e, plausibilmente, abbia anche so­stanziale di­mensione e composizione – della originaria, asserita precettoria tem­plare di San Giacomo.
Per adesso, basti sapere questo.


mercoledì 2 febbraio 2011

In vino paupertas. Isernia 26 luglio 1857

Nell’estate del 1857, nel giorno di Sant’Anna, allorché venne introdotto il dazio comunale sul vino – particolarmente odioso perché imposto sul consumo, come testatico gravante finanche sui dodicenni – due o trecento contadini, al grido di “Viva il Re! Non vogliamo il dazio sul vino” marciarono lungo la Piazza (l'attuale Corso Marcelli) fino alla Sottointendenza.

«Dato così il segnale due di essi, uno suonando la zampogna, ed un altro il tamburrello, si mettono alla testa degli altri e si danno a scorrer le strade del paese. Anche un tamburriere, incontrato a caso col suo strumento sulle spalle, vien arrestato e con minacce costretto a batter il tamburo. Ad appello sì clamoroso rispondono i contadini coll’accorrer da tutte le vie a riunirsi. (…) E costituitisi quindi in numero imponente, difilati procedono verso la casa del Sotto-Intendente. Quivi giunti, come a lava, irrompono nel cortile e scossa quell’autorità dal suono de’ cennati strumenti e dalle grida di Viva il Re, vestita di uniforme, discende in unione dell’Ispettor di Polizia»
(Gran Corte Criminale di Molise, Udienza 3 dicembre 1857, in Anonimo [ma Stefano Jadopi], Reazione d’Isernia, Il Giudizio innanzi la Corte d’Assise ed i ricorsi in Cassazione, in Storia d’Isernia al cadere dei Borboni nel 1860, s.l. [Italia], s.d., pp. 172-177)

Seguono schermaglie da manifestazione di piazza: i contadini chiedono rispettosamente che si tolga il balzello. Il sottointendente eccepisce non esser quello il modo di chieder grazie, e invita la folla a disperdersi; ma questa, anzi, cresce di numero, spinge. Si dirigono tutti fino a casa del sindaco Gaetano Mancini, al quale impongono l’ostensione del ruolo, perché venga lacerato; ma il ruolo è presso il municipio, e allora tutto il corteo, con sindaco, sottointendente, ispettor di polizia, e sei gendarmi al seguito, si porta presso la casa del misero cancelliere comunale, perché vada in comune a prendere il libro mastro. Finalmente, il ruolo viene esibito, dato a uno del popolo. Passa a altre mani, fino a restarne lacerate le prime pagine. Sorge però un dubbio: e se quell’involto che sta passando di mano in mano come un trofeo dovesse essere inutile carta e non il preteso ruolo? In una città dove sa leggere uno su cento, il problema è trovare terze parti che sappiano confermare la bontà di quel brogliaccio. Si provvede:

«(…) preso a forza l’uscier Santorsola, a via di minacce lo costringe a salir sulla fontana ed a leggere ad alta voce quelle carte, con che, non essendo più dubbio di contenere esso il ruolo disputato, uno di quegli insensati lo strappa dalle mani dell’usciere, ed egli ed altri riducendolo a brani, a gara ognuno di questi bravi si provede, e se li fuma nella pipa. Conseguito così l’intento a poco a poco quella ciurmaglia dileguasi, finiscono le eccedenze, e tutto ritorna nell’ordine.»

Gli eventi del 26 luglio 1857, assolutamente incruenti, quasi al limite (interno) della rilevanza penale – se si tace del ceffone assestato a un guardiaboschi ritroso, della violenza privata usata all’usciere Santorsola, con minaccia di diruparlo per la Prece e poco altro – pure portarono la Gran Corte Criminale di Molise a irrogare pene di sette o sei anni di reclusione ai ventiquattro imputati.


venerdì 21 gennaio 2011

Del tornare a casa in due cd. Storia di tre codici del '700

Questa è una storia di fortunate coincidenze.
Da un po' (due anni?) mi interesso di San Giacomo del Tempio di Isernia, fantomatica
commenda templare, finita agli Ospitalieri di San Giovanni dopo il 1312 e, va da sé, ai Cavalieri di Malta dopo il 1530. Inutile cercarla nel centro storico: l'antica fabbrica - collocata verosimilmente tra Santa Maria delle Monache e San Francesco - era diruta già prima che il tremuoto del 1805 ne sbriciolasse anche solo il ricordo (di tutto questo, prometto, ne riparleremo).
Più o meno un anno fa, facendo web surfing m'imbatto in
questo sito americano, (Hill Museum and Manuscript Library di Collegeville, Minnesota) dove trovo un prodigioso «electronic finding aid for the archives of the Sovereign Military Order of Malta in Valletta (...)». Do come chiavi di ricerca il mantra della mia ossessione - "Isernia" e "San Giacomo" - e apriti sesamo: trovo che sono almeno tre, nell’Archivio centrale dell’Ordine di Malta (AOM), i documenti riferiti alla commenda isernina di San Giacomo: il primo è un cabreo di 105 fogli del 1636; il secondo è del 1708, intitolato “Miglioramenti della commen­da d’Isernia e Settefrati”; il terzo, stesso titolo, è del 1789.
Mmmh. Ma ora? Ok, esistono: sono a Malta, nella Biblioteca nazionale della Valletta. Bella notizia, e fine delle trasmissioni.
Passano i mesi: "San Giacomo" è solo il titolo di un file di appunti in formato .odt che non apro neanche più. M'interesso di Risorgimento nostrano, adesso. La vita del bibliotecario procede senza brividi. A giugno 2010, Danilo comincia a fare qui alla Michele Romano il suo tirocinio formativo postlaurea. Un giorno di settembre mi dice che ha l'opportunità di andare a Malta a fare uno stage di tre mesi in un qualche museo dell'isola. Mi chiede se può partire, interrompendo il tirocinio. «Se puoi? Vuoi perdere l'occasione di passarti l'inverno a 28°, tra le palme e i fichi d'india, preferendo fare assistenza al prestito coi termosifoni mezzi mezzi? Devi partire». Danilo parte, ma prima mi dice che lo stage è non più al qualche museo ma alla
National Library of Malta. Mi si riaccende una spia nel cervello e via mail gli invio i tre numeri di targa dei codici raminghi (AOM6198, AOM 6158 e AOM6158a).
Stamattina Danilo è tornato con due buone notizie: la prima è che la National Library sta messa peggio della Michele Romano; la seconda, che ha riportato a casa, in due cd maxell, i tre cabrei perduti.
Credo, per il futuro, di riaprire il file battezzato "San Giacomo".
Stay tuned.

martedì 18 gennaio 2011

venerdì 7 gennaio 2011

Isernia, profondo sud

Ne parlò da Fazio qualche tempo (che fa) fa. Giorgio Bocca raccontò di Isernia, della locanda (quale?), delle due prostitute: la donna gatta e la donna cagna. (Il corsivo su profondo sud è mio).


«Ho conosciuto il profondo sud molti anni fa, alla fine degli anni cinquanta, quando lavoravo all' "Europeo". C'era stata una sommossa in una città del Molise di cui sentivo per la prima volta il nome, Isernia: voleva diventare capoluogo di provincia, di una provincia sassosa e povera e il governo di Roma non capiva perché. Neppure io capivo quando ci arrivai su una corriera sgangherata che andava a carbonella, su per una strada in terra battuta verso quella città abbandonata a sé, dimenticata da dio e dalla Provvidenza, che voleva diventare provincia. Un bombardamento a tappeto delle fortezze volanti americane l'aveva distrutta, pare l'avessero scambiata per Montecassino, estrema difesa dei tedeschi, chi è nato con la jella addosso non se ne libera né in pace né in guerra. Sulla vicenda della provincia negata e desiderata, uno dei sogni che fa la gente povera dimenticata fra montagne povere, c'era poco da capire, quelli con cui parlavo negli uffici o per strada vivevano una loro esaltazione che ora ricordo vagamente. Ma ricordo bene lo sgomento di quel primo incontro con il profondo sud, l'unica locanda, i suoi ospiti di rispetto, le due prostitute.

Per entrare nella locanda si scendevano cinque gradini sotto trofei di cipolle e peperoncini e si era nello stanzone del camino e del pranzo, separato dalla cucina da una tenda rossa. La donna gatta con gli occhi grigi nel volto pallido, affilato, stava accucciata al suo posto, vicino al camino non ospite della locanda ma parte della locanda, come le sedie, i tavoli, le tovaglie a scacchi bianchi e blu, i bicchieri di vetro spesso, la tenda rossa sulla porta della cucina, l’odore di grasso e di spezie. Era passato da poco il mezzogiorno e gli ospiti di rispetto erano già ai loro tavoli, un breve saluto e poi ognuno alla sua melanconia: il sostituto procuratore della repubblica che andava e veniva da Napoli, un professore di ginnasio, due tecnici del genio civile, un commesso viaggiatore, il cronista del nord venuto per la rivolta. Lei e noi come la sparuta guarnigione di un forte rimasto in piedi nella rovina. Che lei facesse parte della locanda era chiaro, noi potevamo prendere la caraffa del vino forte e resinato, la minestra di ceci, l’olio, il pane come potevamo servirci di lei, senza parlare, senza chiedere, bastava uno sguardo e lei che conosceva le camere al primo piano saliva leggera ad aspettare come una gatta che non fa rumore, conosce tutto della casa, passa inavvertita fra il gemere di un tavolato, lo scricchiolio di una porta, lo sbattere di un’anta e il soffio gelido del vento che in quell’inverno e in quella rovina mi rabbridiva fin dentro le ossa. Così pallida, così rassegnata, cosa fra le cose di una locanda povera, ma sembrò che le si gonfiasse il pelo, che sprizzassero scintille dai suoi occhi grigi la sera che entrò nella locanda la donna cagna, l’altra prostituta di Isernia, olivastra, non brutta, non vecchia ma ferina, che si era presa come abitazione una delle case semidistrutte un po’ fuori città, senza porte e senza vetri alle finestre, un graticcio di canne come porta, pezzi di lamiera alle finestre e per le fessure si vedeva il braciere al centro della stanza e il pagliericcio posato sulla terra fredda. Ma nelle notti gelide e ventose lei attizzava il fuoco, faceva alzare la fiamma che la vedessero dalla città, quelli che la odiavano e sbeffeggiavano, era sempre lì, non era ancora morta, piaceva ancora ai suoi visitatori notturni. Entrò la donna cagna con un suo mugolio minaccioso, si alzò pallidissima la donna gatta e sembrava le fosse gonfiata la groppa e la coda e noi, gli ospiti di rispetto, capimmo che la donna cagna poteva rivendicare qualcosa dall’oste che sbucò subito dalla cucina, rimandò al suo posto vicino al camino la donna gatta e si portò l’altra dietro la tenda rossa per un piatto di minestra, uscì poi come da una incursione vittoriosa, con uno sguardo di trionfo, ancora viva nella sua vita perduta.
»
(Giorgio Bocca, L'Inferno - Profondo sud, male oscuro, Milano 1993, p. 3.)



martedì 19 ottobre 2010

«Antologia della Reazione» in e-book

Gli articoli sui fatti dell'autunno 1860 pubblicati in modo discontinuo su "lib[e]ri" diventano un e-book organico e polposo, liberamente scaricabile dal sito internet della biblioteca. L' «Antologia della Reazione» è il primo quaderno digitale della biblioteca Michele Romano (e speriamo non l'ultimo).

venerdì 15 ottobre 2010

Nomi e cognomi. Carpinone 18 ottobre 1860

«Notizie fornite da testimoni presenti ai fatti.
Michele Petta fu Giuseppangelo riferisce: “I primi eccidi si consumarono il 18 ottobre, e i primi garibaldini arrestati dalle Guardie urbane di Macchiagodena in numero di sette venivano condotti in Isernia. Vestivano abiti borghesi ed erano disarmati. Appena arrivati nel Largo Croce [in Carpinone] trovarono un nucleo di gente eccitata, e Raffaele Valente, Menestrella, lanciò un colpo di pietra che ferì un garibaldino alla bocca perché alla domanda chi Viva? Rispose: Viva Garibaldi! Dal mucchio si gridò uccidiamoli, uccidiamoli tutti! Ma le Guardie urbane riuscirono a sottrarli al pericolo imminente e li avviarono per la carrozzabile verso Isernia. Però raggiunti da varii cafoni nelle vicinanze dell’attuale Camposanto, da Antonio Fabrizio, Socarlo, Michelangelo Venditti, Totaro, Leonardo Palladino, Patana, Luigi Cagna, Zirocco, ed un tal detto Cialone, furono trucidati. Sul luogo del misfatto, arrivò ultimo tra i cafoni Raffaele Mascieri fu Felice, Scelato, che per sfregio e spavalderia recise due teste ai corpi già resi cadaveri e sospese pei capelli alle canne dei fucili, come in trionfo, fra gli evviva e gli schiamazzi dei compagni le portò in paese, a testimoniare il bieco e feroce delitto. Le teste furono poi gittate nella fossa comune carnaria della Chiesa della Concezione, dove allora si seppellivano i morti. I corpi dei garibaldini furono sotterrati ai piedi di un olivo là dove erano stati trucidati. Nel 1926 il Podestà Focanti ne ordinò l’esumazione delle ossa e le fece deporre riunite in un loculo del Cimitero comunale: mancavano due teste. (…) Il Mascieri dopo 50 anni di lavori forzati, per grazia sovrana, tornò in paese e dopo 37 giorni di libertà morì, il 27 novembre 1910.
Altri quattro garibaldini, sfuggiti all’uccisione sotto Pettoranello, sbandati venivano a Carpinone. Due di essi furono massacrati a colpi di fucile (tra gli uccisori Gaetano Minchilli lo scarpariello) altri due si rifugiarono in casa di Leonardo Antenucci Tribazio che li tenne nascosti sotto un grosso tino, ove stettero tre giorni. Non potendo più rimanervi, furono costretti ad uscire e, attraverso il giardino, di D. Emilio Petrecca volevano prendere la via della Fontanella. Scovati da Domenico Martella, Cartuccia, Maria Malerba, Caibo, raggiunti, a colpi di scure furono uccisi e poiché coi loro movimenti, nei momenti ultimi dell’agonia, accennavano ancora ad un fil di vita, la Malerba con un grosso sasso schiacciò loro la testa. La scure operata era di Michele Tamasi fu Romualdo, Felicella, il quale la portava ancora intrisa di sangue sul braccio. Visto dall’arciprete Scioli, per spavalderia, disse che aveva fatto il suo. Ciò gli fruttò 20 di lavori forzati, mentre il Martella e la Malerba, autori dell’uccisione tornarono a casa risalendo la Maruccia, nion furono denunciati e restarono impuniti.
I garibaldini uccisi al Largo della Croce, presso la Taverna attuale di Giuseppe Valente, Zincone, vicino ad un albero di pioppo allora esistente, erano scampati alla catastrofe di Pettoranello e dispersi, arrestati nelle campagne in numero di diciassette venivano condotti a Isernia da M° Leone Giancola di Castelpetroso. I loro corpi, evirati dalle donne, sanguinanti, maciullati, nudi, furono gettati in una fornace da calce alla contrada Neviera, a valle della carrozzabile Aquilonia.”»
Pietro Valente, Il 1860 a Isernia, Pettoranello e Carpinone - Notizie storiche, inedito. Copia manoscritta da Erminia Testa nel 1932 (Archivio Venditti).

martedì 21 settembre 2010

Lo Spedale temporaneo di Isernia «pella cura e trattamento dei militari malati e feriti delle Regie Truppe e dell'armata nemica»

Il giorno stesso della battaglia al Macerone, entrati i Piemontesi a Isernia, con efficienza tutta sabauda si prende contatto colla municipalità per l'erezione di un Ospedale temporaneo necessario alla cura dei feriti di guerra (se ne deduce che quella al Macerone non fu propriamente una scaramuccia). La scelta ricade sul convento di Santa Maria delle Grazie, alla "Fiera" (il convento dei Minori osservanti, distrutto coi bombardamenti alleati del '43 occupava pressappoco l'area in cui attualmente ha sede il Tribunale).

«Convenzione stipulata colla Commissione Municipale di Isernia pella cura e trattamento dei militari malati e feriti delle Regie Truppe e dell’armata nemica.

L’anno mille ottocento sessanta, addì ventuno del mese di ottobre in Isernia.
Sia noto che, essendo stati ricoverati nel convento dei Minori osservanti in questa città molti ammalati e feriti dei quali una parte appartenenti alle Regie Truppe ed una parte all’armata nemica (questa ultima composta di feriti raccolti sul campo ove ebbe luogo il fatto d’arme del Macerone), si rende necessario di provvedere alla loro cura ed al loro trattamento (…) il s. Commissario di Guerra sottoscritto addì venne , previ verbali concerti, alla seguente convenzione colla Commissione municipale di questa città, mediante la quale la medesima si obbliga:
1) di provvedere alla cura e trattamento dei militari ammalati e feriti delle Regie Truppe e di quelli della armata nemica attulamente ricoverati nell’ospedale temporaneoallestito nel convento dei Minori osservanti e che in esso verranno inviati e ricoverati in seguito;
2) a questo uopo la Commissione Municipale, siccome più rimanere non potranno i medici e infermieri Militari per dovere essi seguire l’Armata, dovrà provvedere anche che il servizio sanitario venga prestato dai signori Medici e Chirurghi borghesi, e tutti gli altri servizi di assistenza, polizia e cucina da infermieri pure borghesi (…)
3) i medicinali ed il vitto ai militari verranno provveduti da questo Municipio e somministrati agli ammalati a seconda delle prescrizioni dei medici e chirurghi curanti (…)
4) (…)
5) Il rimborso delle spese che il Municipio sarà per incontrare pella cura e trattamento di cui sopra, verrà fatto dall’Amministrazione M.re sulla presentazione di un conto da cui risulti: a) il nome e cognome dei militari ricoverati ed il corpo cui appartengono; b) la data dell’entrata nell’Ospedale e quella della uscita e perciò il numero delle giornate di presenza per cadaun soldato ricoverato e curato.
(…)

Fatta, letta e chiusa e sottoscritta il mese giorno ed anno sopra indicato.
Per la Commissione Municipale
Il Sindaco
Michelangelo Fiorda
Il S. Commissario di Guerra
L. Luccini (o Lunini)»
(Archivio Comunale di Isernia, busta 120, fascicolo 1957)

Il personale civile è tutto locale (medici Pietrantonio, Santoro, Formichelli e quel Domenicantonio Milano che sarà Sindaco della città e autore di una monografia inedita tra le più interessanti riguardanti Isernia). Il trattamento è, va da sé, spartano: pagliericcio, mica piumino:

«Isernia, addì 21 8bre 1860
Intendenza del 4° Gran Comando Militare
Al Signor Sindaco del Comune di Isernia

Nel mentre mi lusinga che la S.V. avrà già date le opportune disposizioni per assicurare il servizio sanitario nello Spedale temporaneo (...) debbo intanto pregarla a disporre perché domattina di buonissima ora la S.V. faccia trasportare 1000 rotoli circa di paglia nuova necessaria per aggiungere a quella già esistente che non è riconosciuta sufficiente, e per sopperire al bisogno di un maggior numero di ammalati.
d'ordine
il Commissario di guerra
Luccini»
(Archivio Comunale di Isernia, busta 120, fascicolo 1957)

Spese a carico della municipalità: no anticipo, no provvigione, astenersi perditempo. Il pagamento, a rendicontazione. Tempi? La Pubblica amministrazione è sempre stata la Pubblica amministrazione: a distanza di due anni ancora stavano a fare le pulci sul quantum, e non si era visto un soldo:

«Torino addi 13 giugno 1863
Intendenza generale dell'Esercito
Officio di Liquidazione
Al Signor Sindaco del Comune di Isernia (Molise)

Prima di addivenire alla liquidazione definitiva delle contabilitàper cura e trattamento di Militari infermi ricoverati nell'Ospedale civile di cotesta città dal 23 ottobre a tutto dicembre 1860, e nei mesi di marzo, aprile e luglio 1861, occorre a questa Intendenza generale di far conoscere alla S.V.con la qui annessa nota di osservazioni quei rilievi che si sono fattiin seguito alla disamina dei conti suddetti (...) Quanto alla retribuzione giornaliera essa si è dovuta ridurre al prezzo stabilito dalla convenzione del 21 ottobre 1861, cioé £. 1,20 per caduna giornata, essendo che in detta è compreso il vitto, medicinali e tutt'altro, né si può avere per diritto altro compenso. La spesa di sepoltura non può eccedere le £. 3, prezzo stabilito dalle norme di liquidazione, per cui si è dovuta pure ridurre quella domandata in £. 4,25 (...)».
(Archivio Comunale di Isernia, busta 120, fascicolo 1957)

lunedì 13 settembre 2010

Erbe ortolizie e salami porcini - Isernia, 1816

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(tratto da Vincenzo Corrado, Celestino, Delle particolari produzioni delle Province del Regno di Napoli, Seconda edizione migliorata, ed accresciuta, da un discorso in difesa dell'Agricoltura, e Pastorizia, Napoli, Nella stamperia del GIORNALE DELLE DUE SICILIE, 1816).