Dott. Tommaso Formichelli
Dottore di ricerca in Diritto civile
nell’Università «La Sapienza» di Roma
(Relazione presentata all’A.I.R.
Associazione degli Isernini a Roma “Michele Cimorelli”, in data 19/05/2019)
Isernia fu Città Regia nell'età Sveva, nell'età Angioina per alcuni periodi, nell'età Aragonese, durante il Viceregno Spagnolo fino al 1639 e poi durante il Regno dei Borbone dal 28 ottobre 1743 sub condicione e dal 30 dicembre 1774 pleno iure fino all'eversione della feudalità avvenuta nel Regno di Napoli con la legge n. 130 del 2 agosto 1806 ad opera di Giuseppe Bonaparte. In particolare fu proclamata Città Regia in perpetuo da Alfonso I d'Aragona con Diploma del 22 giugno 1442 e da Carlo V d'Asburgo con Diploma del 16 marzo 1521. Ebbe a partire dagli inizi del XIV secolo, in tutto il Molise attuale insieme solo alla Città di Venafro sede di Patriziato dal 1639 riconosciuto dal Vicerè di Napoli Ramiro de Guzman duca di Medina de Las Torres e riservato ab initio a 32 famiglie, un Sedile o Seggio della Nobiltà composto da 25 membri.
L'abrogazione dei Seggi stessi avvenne
con provvedimento di Ferdinando IV di Borbone del 25 aprile 1800 valido per
tutto il Regno. Al posto dei Seggi della Nobiltà fu istituito il Supremo
Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno di Napoli con funzione di
memoria e di distinzione onorifica. Ferdinando I d'Aragona con Real Dispaccio
del 12 gennaio 1463 e con Regio Diploma del 24 novembre 1464 riconobbe ex professo la qualifica di Nobile agli Amministratori della Città di Isernia i
quali facevano parte del Consiglio dei 25 Nobili.
Ferdinando IV di Borbone con Real
Dispaccio del 17 agosto 1767 mantenne con alcune modifiche la separazione dei
Ceti nel governo della Città di Isernia così rimasta in vigore fino alla
riforma realizzata da Giuseppe Bonaparte con il Regio Decreto n. 211 del 18
ottobre 1806 e pertanto il Consiglio dei 25 Nobili fu sostituito a partire dal
25 agosto 1767 dai 20 Decurioni del Primo Ceto o Ceto Nobile e dagli
Amministratori della Città che ricoprivano le cariche riservate al Primo Ceto o
Ceto Nobile.
La nobiltà cittadina ricevette
disciplina generale con provvedimenti di Carlo e di Ferdinando IV di Borbone
quali il Real Dispaccio del 16 ottobre 1743 sulla qualifica di nobile, il Real
Dispaccio del 25 gennaio 1756 sulla nobiltà generosa, su quella di privilegio e
su quella legale o civile, il Real Dispaccio del 24 dicembre 1774 sulla
divisione dei ceti in tre classi ed il Real Dispaccio del 27 novembre 1780 sulla
conservazione della nobiltà nelle città divenute feudali. Per ottenere lo
status di Nobile Civico occorreva essere iscritti al Seggio della Nobiltà di
una Città Regia o anche di una Città feudale se riconosciuto dal Sovrano mentre
si poteva essere ammessi alla Nobiltà civile o legale ricorrendo il presupposto
consistente nell'aver condotto vita more
nobilium da almeno tre generazioni in una Città Regia o demaniale qualora
nella Città di appartenenza non vi fosse né un Sedile Chiuso né un Sedile
Aperto della Nobiltà con vera separazione
con il privilegio, tra gli altri, in entrambe le ipotesi, di poter ricoprire le
cariche pubbliche della Città medesima riservate al Primo Ceto o Ceto Nobile.
In base alle fonti normative del Regno
delle Due Sicilie facevano parte della Nobiltà civile di Isernia prima dell'Unità
d'Italia tra le famiglie isernine ad oggi non estinte già ascritte al Primo
Ceto della Città i d'Apollonio, i de Baggis, i de Leonardis, i Delfini, i de
Sanctis, i Formichelli, i Laurelli, i Magnanti, i Melogli e gli Scarselli
mentre i Cimorelli già aggregati al Primo Ceto della Città di Venafro facevano
parte ad Isernia della Nobiltà di privilegio. Tutte le famiglie menzionate
avevano il diritto di utilizzare i rispettivi stemmi araldici secondo le consuetudini
del Regno di Napoli ovvero con corona sormontata da otto fioroni dei quali
cinque visibili e di usare il trattamento di Don anteposto al nome.
Gli ordinamenti nobiliari preunitari,
inizialmente conservati in base all'art. 79 dello Statuto Albertino
funzionalmente al mantenimento ed alla regolamentazione dei soli titoli
nobiliari già esistenti al momento dell'unità d'Italia, furono definitivamente
abrogati con il Regio Decreto n. 61 del 21 gennaio 1929 sull'Ordinamento dello
stato nobiliare italiano che all'art. 2 così statuiva: «Sono abrogate le antiche leggi, disposizioni e consuetudini che, con
norme diverse nei diversi stati prima dell'unificazione politica, regolavano la
concessione, il riconoscimento, la successione, l'uso e la perdita dei titoli e
delle distinzioni nobiliari».
Le attribuzioni di Nobiltà Civica a suo
tempo conferite durante il Regno di Napoli furono mantenute dalla legislazione
del Regno d'Italia in primis con i
Regi Decreti del 5 luglio 1896 n. 314 e del 21 gennaio 1929 n. 61 citato e da
ultimi con i Regi Decreti del 7 giugno 1943 n. 651 ancora sull'Ordinamento
dello stato nobiliare e del 7 giugno 1943 n. 652 sul Regolamento tecnico
araldico. Occorre qui ricordare che la Consulta Araldica del Regno d'Italia non
riconobbe molti Sedili di Nobiltà Civica e di Patriziato già presenti nel Regno
di Napoli ivi compreso quello della Città di Isernia e quello della Città di
Venafro e di conseguenza non omologò i titoli di Nobiltà degli appartenenti a
tali Seggi.
Tuttavia nell'Ordinamento Sabaudo la
Nobiltà della Città di Isernia avrebbe potuto conservare la propria Nobiltà
Civile riconosciuta in base alla legislazione del Regno delle Due Sicilie sopra
indicata. L'art. 20 primo comma del Regio Decreto n. 61 del 1929 sopra
menzionato afferma infatti: «Il titolo di
patrizio o di nobile di una città si può riconoscere quando consti che si era
radicato in una famiglia appartenente a un Collegio, Corpo o Ceto Civico o
Decurionale che, secondo le antiche legislazioni, attribuiva ai suoi componenti
e ai rispettivi discendenti il patriziato o la nobiltà. Tale titolo spetta ai
legittimi discendenti per linea maschile degli ultimi iscritti all'epoca in cui
cessarono di aver vigore le antiche legislazioni e non può formare oggetto di
nuova iscrizione o concessione, né di rinnovazione o di passaggio ad altra
famiglia».
Tale disposizione viene ribadita
dall'art. 14 primo comma del Regio Decreto n. 651 del 1943 il quale afferma: «Il titolo di Patrizio o quello di Nobile di
una determinata Città è ammesso a favore dei legittimi discendenti di coloro
che erano iscritti nei rispettivi ceti delle città, nelle quali esisteva una
nobiltà civica o decurionale». In base a tale statuizione la qualifica di
Nobile Civile spettante secondo l'antica legislazione preunitaria del Regno
delle Due Sicilie ai cittadini di Isernia che ne avessero avuto i requisiti
avrebbe dovuto assumere la forma della Nobiltà di Città da parte dei
discendenti legittimi in linea maschile degli ultimi appartenenti al Ceto
Civico o Decurionale già detto Primo Ceto o Ceto Nobile presente nella città di
Isernia.
In realtà, come già riferito, la
Consulta Araldica riconobbe la Nobiltà Civica solo in alcuni casi e su
richiesta degli interessati secondo le procedure prescritte a tal proposito.
Infine la XIV delle Disposizioni
Transitorie e Finali della Carta Costituzionale della Repubblica Italiana
entrata in vigore il 1° gennaio 1948 afferma: «I
titoli nobiliari non sono riconosciuti. 2. I predicati di quelli esistenti
prima del 28 ottobre 1922 valgono come parte del nome». La seconda
disposizione citata è riservata ai titoli già riconosciuti dalla Consulta
Araldica del Regno d'Italia e non riguarda quindi i titoli di Nobiltà Civica
della Città d'Isernia.
La Nobiltà Civica o Civile come quella
isernina mantiene tuttavia la natura di Nobiltà privata o familiare con rilievo
di carattere storico e dimensione limitata all'ambito urbano che l'ha generata
e non valevole nello Stato nel suo complesso rimanendo a testimoniare l'opera
svolta da quei «Nobili et egregij virij»,
come già li appellò Ferdinando I d'Aragona nel Real Dispaccio del 12 gennaio
1463 indirizzato alla Città di Isernia, che Carlo di Borbone con il Real
Dispaccio del 25 gennaio 1756 voleva, quasi tre secoli dopo, «riputati dal Pubblico Uomini onorati e
dabbene».
Appendice
GLI STEMMI UFFICIALI DELLE
FAMIGLIE NON ESTINTE DELLA NOBILTÀ DELLA CITTÀ DI ISERNIA
Presenti nel cd. Blasonario Isernino, in Archivio
d'Apollonio, e riportati nell'opera di Carlo Santilli, Isernia e il suo dialetto, 1988, vol. II (da cui sono tratti i
disegni). Blasonatura a cura di Gabriele Venditti, interpretata
secondo il codice dei tratteggi araldici (cd. metodo Pietrasanta).
Melogli
«D'azzurro, all'albero al naturale sostenuto
da un terrazzo di verde, addestrato da un alveare al naturale circondato da api
d'oro; il tutto sormontato da una stella d'argento raggiante nel punto del capo»
Magnanti
«D'azzurro, al monte di tre cime d'oro movente
dalla punta, quella di mezzo sostenente un mazzo di cinque spighe al naturale»
d'Apollonio
«D'argento,
al monte di tre cime d'oro movente dalla punta, sormontato da un sole radioso
d'oro nel punto del capo»
de Sanctis
«D'azzurro,
al leone d'oro rampante su un monte di tre cime di nero movente dalla punta, addestrato
a una cometa d'oro posta in sbarra nel canton destro del capo»
de Baggis
(Immagine
tratta dal Blasonario Isernino in Archivio
d'Apollonio; assente in Santilli)
(la
blasonatura non è possibile in considerazione dell’assenza di tratteggi
araldici ad indicare i colori)
Laurelli
(fotografia:
arch. Franco Valente; stemma non rinvenuto nel Blasonario Isernino in Archivio d'Apollonio; assente in Santilli)
«D'argento,
all'albero di alloro (lauro) al naturale, nodrito su un terrazzo di verde,
accostato da due leoni controrampanti al naturale, sormontato da due soli (?)
d'oro, ordinati in fascia nel capo.»
Formichelli
«Di rosso,
alla banda d'oro caricata di tre formiche di nero poste nel senso della pezza,
accompagnata in punta da un bastone pastorale al naturale (?), posto in fascia»
Delfini
(Immagine
tratta dal Blasonario Isernino in Archivio
d'Apollonio; assente in Santilli)
«D'argento, ai tre delfini al naturale (?)
ordinati in fascia.»
Cimorelli
«Troncato, alla
fascia convessa d'oro attraversante: nel 1º d'azzurro, all'aquila spiegata al
naturale (?), accostata nel cantone destro del capo da una stella a sei punte d'argento
e nel cantone sinistro da un crescente pure d’argento; nel 2º sbarrato
d'argento e di rosso»









