giovedì 22 marzo 2018

Dei vescovi di Isernia - Parte I (Dalle Origini all'anno Mille)


Pastori di greggi
Il vescovo, inteso  qui e nel seguito nei suoi connotati puramente terreni  di capo e guida di una chiesa locale, è, per Isernia come per il resto del mondo cristiano, l’autorità che, conservandosi a tutt’oggi, ha più antica e radicata presenza. Se comes longobardi e franchi, giustizieri svevi, magistrati vari, governatori e sottointendenti, sindaci e decurioni hanno calpestato le vie fangose prima e lastricate poi della città che nel corso dei secoli è stata Ysernia, Sergna, Isernia, per un tempo magari lungo decenni o secoli, ognuno di loro è qualche centimetro rispetto al metro buono rappresentato dal vescovo, che – piaccia o meno – ha calcato, magari in scarpino vellutato, quelle stesse vie se non per quindici secoli, a voler considerare il mitico San Benedetto, venerato come primo vescovo di Isernia ma ignoto alle fonti storiche, certamente per più di mille e duecento anni, a considerare la cronotassi sedimentata, che dovrebbe partire da un Bonifacius Aeserniensis episcopus che florebat nel VIII sec.
Tracciare dunque una storia dei vescovi isernini, dare qui le loro biografie – senza pretesa di rivelare aliquid novi, ma, se riesce, dare in unico (con)testo notizie altrove sparse – può restituire, indirettamente, una storia della città in quello stesso lasso di tempo.




Giovan Vincenzo Ciarlanti, Serie di Vescovi della Città di Isernia
manoscritto inedito (Archivio d'Apollonio)


Le fonti bibliografiche
Anticipo qui una bibliografia minima, utile a meglio comprendere di ciò che segue: per parlare di vescovi isernini, la fonte più autorevole rimane l’abate Ferdinando Ughelli (1595-1570) che con la sua mastodontica Italia sacra (pubblicata in IX voll. dal 1644-1662) ha tracciato, per horror vacui, la storia di tutte le chiese locali italiane attraverso, per ognuna, la serie dei vescovi; Isernia è nel volume VI, tra le chiese della Campania, dell'Abruzzo e dell'Irpinia. Il suo omologo francese è Charles Le Cointe, autore degli Annales ecclesiastici Francorum, Parigi, 8 voIl, 1665-1683. A Ughelli si ispirò, nell’Ottocento, Giuseppe Cappelletti, autore di Le chiese d'Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, 21 voll., 1844-1870. Altra importanti opera enciclopedica è quella di Pius Bonifacius Gams (Series episcoporum Ecclesiae catholicae quotquot innotuerunt a beato Petro apostolo, Ratisbona, 1873). Per la diocesi di Isernia, fonti specifiche sono costituite dalle Constitutiones synodales aesernienses (editae ab illustriss. ... Michele de Bononia Aeserniae episcopo ecc.) edite a Napoli dal vescovo isernino Michele da Bologna, nel 1693. La cronotassi di Michele da Bologna è seguita da Stefano Jadopi per la redazione della sua monografia su Isernia edita partim per Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, nel 1858. Fonte senza dubbio più interessante è il manoscritto di Giovan Vincenzo Ciarlanti, Serie di Vescovi della Città di Isernia, che costituisce il libro IV della sua opera, ancora inedita, Storia di Isernia (si conserva nell’Archivio d’Apollonio presso la Biblioteca comunale “Michele Romano). Da tutte queste fonti, Ermanno d’Apollonio trasse un proprio catalogo riassuntivo che, con data 1936, è conservato nell’omonimo archivio come dattiloscritto. C’è, poi, da segnalare il Catalogo dei vescovi della Diocesi di Isernia redatto a cura del Capitolo della Cattedrale, che è inserito nell’opera collettanea La cattedrale di Isernia nella storia e nell'arte, Napoli, 1968.

Catalogus Episcoporum Aeserniae,
in Michele Da Bologna, Constitutiones Synodales Aesernienses, 1693


Le origini (fino all’anno Mille)

«… la storia di questa chiesa fu nei primi dieci secoli del cristianesimo cosi ravvolta nelle tenebre, da non poterne aver traccia positiva o monumento di certezza, su cui appoggiarne la narrazione. (Cappelletti)»

Se parlo di cronotassi sedimentata è perché il setaccio della storiografia ha, qua e là, trattenuto qualcosa: i cataloghi più completi, va da sé, sono anche quelli storicamente meno validi. Ermanno d’Apollonio parte da un San Poltino, che, nel I sec. sarebbe stato lasciato nell’Aesernia imperiale da San Pietro in persona, allorché si mosse da Antiochia per Roma: Papia, vescovo greco di Hierapoli, citato da Eusebio, conferma che Pietro predicò a Roma all'inizio del regno di Claudio (dal 42, dunque); per Poltino, evangelizzatore a Isernia, d’Apollonio dà apoditticamente l’anno 44.
Ampia lacuna fino al V secolo. Compare un Lorenzo (402), indicato da  Ferdinando Ughelli come primo presule della diocesi di Isernia: c’è un’epistola di papa Innocenzo I (papa tra il 410 e il 417) inviata a Lorenzo episcopus se[r]niensis, con cui lo si invita ad attivarsi per colpire, anche nella sua diocesi, l’eresia del vescovo Fotino. Ora, il Fotino eretico è Fotino (300-376) vescovo di Sirmio (oggi Sremska Mitrovica, in Serbia), e fotianiano, al tempo di Innocenzo I (e di Sant’Agostino), era chiamato, e bollato di eresia, chiunque credeva che Gesù Cristo fosse stato un semplice uomo. Il Lorenzo dell’epistola pontifica è allora più certamente un episcopus seniensis, cioè di Segna (Senj, in Croazia), prossimo all’eresia del vescovo di Sirmio; più difficile pensare che la predicazione eretica della Trinità avvenisse da noi, al di qua della linea del Volturno. L’equivoco si è alimentato anche per l’esistenza di un Fotino vescovo di Benevento (che però non era affatto eterodosso essendo dell’anno 30, non del IV sec.).
Dal catalogo dei vescovi di Isernia va dunque senz’altro espunto questo vescovo Lorenzo. Allo stesso modo, per effetto di malinterpretazioni simili, non può seguirsi l’Ughelli quando annovera Eutodio (465), Mario (499) e Innocenzo (501), che sono, invece, vescovi [T]ifernensis (cioè di Tifernum, Città di Castello), e pure un Sebastiano (595), vescovo di Risano, in Montenegro.
Siamo, dunque, ancora alla ricerca del primo presule. Dopo gli interpolati Poltino e Lorenzo, cronotassi diverse danno due nomi, Benedetto e Vindonio, anteponendo qualcuna il primo al secondo, il secondo al primo qualcun’altra. La verità è che i due vescovi, entrambi santi per la Chiesa, pur nella nebbia dell’indeterminatezza storica, si trovarono a vivere negli stessi anni (420-450).  


Ferdinando Ughelli, Italia Sacra, 1659, Frontespizio del Libro VI


Benedetto è molto presente nella religiosità popolare isernina, che ne ha avuto modo, nel corso dei secoli, di venerarne come reliquia i resti presenti in Cattedrale (attenti, però, a non confonderlo con Benedetto da Isernia giurista del XII secolo, antiquus doctor dell’Università napoletana, presente anche nell’odonomastica isernina, battezzando col suo nome il vicolo cieco primo a sinistra, salendo da Santa Maria delle Monache). Notizia di un Benedetto vescovo, ma senza alcun riferimento a Isernia, si dà nell’agiografia di San Paolino di Nola data da Michele Monaco nel Sanctuarium Capuanum (1630): al capezzale del nolano morente giungono, nel 431, l’amico Benedetto, vescovo, insieme a San Simmaco.
Per Giovan Vincenzo Ciarlanti – che ne scrive poco dopo in un suo manoscritto inedito sui vescovi isernini (Archivio d’Apollonio) – quel Benedetto è il nostro Benedetto: dopo la visita a San Paolino, Benedetto «tornò poscia alla sua cara gregge, come vigilantissimo pastore, procurò prima di fare risarcire le consumate mura e le abitazioni della sua città, già in molte parti buttate a terra, e disfatte dal barbaro furore di cotesti Vandali, nel far raddrizzare le chiese, e di riunire e far ritrovare i smarriti cittadini che per salvar la vita erano ne’ boschi ed in altri segreti luoghi fuggiti.» Da una antica pergamena da lui vista in San Maria delle Monache (poi perduta, come tutto il resto del ricco archivio del monastero), dice che Benedetto vescovo fece spalla con «un conte (sic) di nobilissima progenie per nome Landenolfo» che «eresse una buona chiesa in onore della Santissima Vergine» (la stessa Santa Maria delle Monache). Questo comes Landenolfo – evidente è l’onomastica longobarda – appare malcollocato: l’istituzione del contado, a Isernia, è senz’altro successiva, e segue l’arrivo, appunto, dei Longobardi: siamo ad almeno il VII secolo, non certo il V, che, all’epoca, vedeva ancora formalmente in vita le magistrature dell’Impero romano d’Occidente.
Ma torniamo al santo vescovo. Ciarlanti ne dà una data di morte: dice infatti che  «volò al cielo nell’anno 445 e fu sepolto dentro l’altare maggiore della sua Cattedrale in un sepolcro ben lavorato a mosaico, il quale fu ritrovato  da Carlo Setaro vescovo della stessa città l’anno 1480 (…)». Segue la narrazione della potestà jettatoria riconosciuta al santo vescovo: la leggenda vuole che ogni qualvolta si tenti di traslare altrove la cassetta con i resti, sciagure si abbattano sui profanatori. Il primo a subire fu proprio il vescovo Setaro allorché ne ordinò la rimozione; qui Ciarlanti riporta quanto scritto da Filippo Ferrario nel suo Catalogo de’ Santi d’Italia (1613) («…Ecclesiam illam quasi repentino, vehementique terremotu concussam contremuisse, cum Episcopus Eserninus circa S. Benedicti corpus effodi iussiset»): tolta la cassetta, l’intera cattedrale cominciò a scuotersi e vibrare, fin quando non si rimisero i santi resti dove erano, e il terremoto cessò all’istante, «senza danno di persona alcuna». Un altro vescovo isernino, Antonio Genovese, nel 1622 «fe’ cavare sotto il tabellino di esso e trovatavi una cassetta piena di reliquie la fe’ portare al suo Palazzo in contiguo, ove, appena giunta, esso Vescovo gravemente s’infermò con pericolo di morte, ed essendo in questa infermità visitato da un sacerdote gli narrò che la sua indisposizione, e che principio ebbe subito che portata fu ivi la cassetta. Il sacerdote li soggiunse che riporre la facesse nel luogo che era stata levata, dicendo quello che da altri più vecchi udito avea». Obbedito il vescovo al sacerdote, stette immediatamente meglio, liberato da ogni dolore, con sorpresa del suo medico. 

Se ci si accoda a Michele da Bologna e al catalogo che traccia nelle sue Constitutiones prima di Benedetto, e non dopo, dovremmo incontrare San Vindonio. Seguiamo invece Ciarlanti quandoi dice che «dopo il passaggio all’altra vita di S. Benedetto, si desse egli al governo di questa nostra Chiesa ed all’altre fatiche della cura pastorale». Vindonio figura nel gruppo di dodici vescovi ultraortodossi espulsi dall'Africa settentrionale nella persecuzione indetta del vandalo ariano Genserico (427). Caricati a forza su una nave  priva di remi e timone, seguirono l’avventuroso itinerario che oggi tocca ad altri figli d’Africa. Nella Vita sancti Castrensis, si narra che i dodici vescovi africani – nell'ordine: Rosio, il più anziano, poi Secondino, quindi Eraclio, Benigno, Prisco, Elpidio, Marco, Augusto, Canione, Vindonio, Castrese e Tammaro – giunti fortunosamente sulle coste tirreniche, si divisero e partirono alla volta di città e luoghi diversi della Campania. Una prima prova della presenza di Vindonio a Isernia viene data da Ciarlanti proprio per relationem: se antiche pergamene riferiscono di Caninone (sic) in Acerenza e di S. Marco a Bovino, perché non pensare a Vindonio a Isernia, «che in que’ tempi [era] non minore a quelle, eforse di maggior nome e gravezza, e tanto più per stare ella più vicina al luogo dove questi santi smontarono». Altra prova, questa più concreta, dell’episcopato isernino di Vindonio, Ciarlanti la individua nella chiesetta di S. Venditto posta, ai suoi tempi, ad un miglio a sud della città (sebbene già allora in rovina). Chiesa che sarebbe stata «in suo onore eretta e fabbricata» Sulla derivazione Venditto-Vindonio, che Ciarlanti chiama corruzione, avrei tuttavia qualche dubbio: Venditto è piuttosto versione popolare di Benedetto (con sostituzione della “b” in “v”); mentre Vindonio, altrove (Capua, p. es.), si è riperpetuato in Mendonio. Ma nella chiesa di Ciarlanti, vi sarebbe stata una antica immagine sotto la quale compariva «a lettere alquanto grassette» il cartiglio “S. Vindon… Ep…”, «… e il resto non si conosce per essere stato consumato dal tempo e dalla pioggia».
Segue una lacuna di tre secoli, nella quale – si è chiarito – non abbiamo il conforto di Eutodio, o Eubodio come scrive Ciarlanti (465), Mario (499), Innocenzo (501), Sebastiano (595), perché pastori sì, ma di altro gregge. Né conosciamo il nome per intero del  misterioso vescovo indicato dalla sola lettera N. in un diploma di papa Giovanni IV nell’anno 639.

Arriviamo a Bonifacio: Charles Le Cointe – autore degli Annales ecclesiastici Francorum (1665-1679) – saltando a piè pari gli altri fin qui richiamati, dà questo Bonifacius come primo, certo vescovo di Isernia. Anche Cappelletti dà come primo presule proprio Bonifacio, attestato nel 758: con la dignità di vescovo di Isernia sottoscrive, con altri 21 prelati, una nota di papa Paolo I indirizzata a un Giovanni abate del monastero di S. Stefano. Nella serie dei vescovi, segue lo sfortunato presule («nomen desideratur») che morì sotto le macerie del terremoto dell’ 847: ce lo dicono il Chronicon Volturnense e Camillo Pellegrino (1598-1663) nella sua Historia principum Langobardorum: «Nel mese di giugno si ebbe un grande terremoto per tutto il Beneventano, tale che fu distrutta la città di Isernia, e ne perì gran parte della sua popolazione, e vi morì anche il vescovo».   

Salto di pochi anni, per ritrovare vescovo Odelgario, del monastero di Monte Cassino, nominato vescovo sotto il pontificato di papa Leone IV. Odelgario è uno dei cinquantadue vescovi presenti al Concilio di Ravenna indetto da papa Giovanni VIII nell’877, nel quale venne proibita la concessione di beni e territori appartenenti al patrimonio di San Pietro, affermando che dovevano essere direttamente amministrati dall'erario pontificio. Importante annotazione: da questo vescovo in poi, la serie dei pastori della Chiesa cittadina è ininterrotta.

Notizia di Lando e Arderico vescovi
in Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, 1846

Odelgario, tuttavia, non è indicato nella cronotassi del Ciarlanti, che dall’anonimo perito sotto le macerie del terremoto passa direttamente a Lando (cui associa, come anno, il 946). L’onomastica del vescovo, tipicamente germanica (da land = patria, terra), tradisce il contesto pienamente longobardo. Sono gli anni che seguono alla riunificazione della Longobardia minor, il Ducato longobardo di Benevento, precedentemente diviso tra Principato di Capua e Ducato di Benevento, ad opera dei principi capuani: Isernia, inserita in area beneventana, viene a trovarsi – per effetto della nuova geopolitica – attratta nella sfera di influenza di Capua. Sono proprio i principi capuani Laidulfo/ Landolfo II e Atenolfo III (fratello del primo e coreggente) che donano al presule isernino Lando una vigna non molto distante dalla cattedra vescovile, e che - data, nell'atto, la distanza in piedi dalle mura urbiche - dovrebbe corrispondere all’area dell’odierna Porta Castello («Una petia de terra nostra cum vinea posita que esse videtur non multum longe a iamdicto episcopio S. Petri / que habet fines: prima parte muro antiquo qui fuit de ipsa civitate vetere, sunt inde passus cento e tres», così trascrive Antonio Maria Mattei; si noti che è la prima volta che si incontra l’intitolazione a Pietro per la Cattedrale e la sede vescovile). La donazione della vinea  è versata nella più antica pergamena che si conserva nell’Archivio Capitolare, e reca la data del 943.
Secondo qualche fonte (vd. per es. Giovan Battista Ricci nella sua Cronaca sui Vescovi di Isernia, manoscritto presente nell’Archivio d’Apollonio; Ciarlanti, di contro, non ne fa parola.) Lando trovò la morte col terremoto dell’anno 948, rimanendo anche lui sepolto sotto le macerie della Cattedrale.

La donazione della vinea al vescovo Lando, pergamena del 943 (Archivio Capitolare).
Fotografia in Antonio Maria Mattei, Isernia | Una città ricca di storia, Vol. I, Isernia, 1992

A Lando, Ciarlanti fa seguire un Ardenio, che probabilmente è variante onomastica di quel vescovo Arderico, che segue Lando in più cronotassi e del quale sappiamo essere stato consacrato prima del 964 e cessato dopo il 975. Arderico è il vescovo che incontriamo in un’altra, e più importante, pergamena dell’Archivio Capitolare,  quella che raccoglie la donazione non già di una vigna, ma dell’intera contea longobarda di Isernia, effettuata il 5 maggio del 964 da Pandolfo Capodiferro, principe di Capua e Benevento, e Landolfo III, suo fratello, associato al trono, a beneficio di un Landolfo loro cugino: la donazione non istituisce la contea, che preesisteva da quasi un secolo (880, ca.), ma ne ridefinisce i confini, tutto sommato coincidenti con quelli dell’attuale provincia.  


In quegli stessi anni (966 o, più probabilmente, 968), Isernia viene sempre più attratta nell’orbita di Capua: a conferma della centralità geopolitica del capoluogo campano sulla sempre più decadente Benevento interviene l’ hommage del papa Giovanni XIII, che, riparato lì per sottrarsi ad una congiura romana, remunera il suo ospite, Pandolfo Capodiferro, elevando la città ad arcidiocesi, suo fratello Landolfo ad arcivescovo e rendendo le diocesi-satelliti di Atina, Aquino, Caiazzo, Calvi, Carinola, Caserta, Fondi, Gaeta, Isernia, Sessa Aurunca, Sora, Teano e Venafro chiese suffraganee dell’elevata Capua.