Pur nuova legge impone oggi i sepolcri/fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti/contende
L’elementare norma igienica relativa al seppellimento dei
cadaveri fuori dai centri abitati ha trovato, nella civilissima Europa continentale,
una prima espressione solo con il Décret
impérial sur les sépultures, meglio noto come Editto di Saint Cloud (quello Dei
sepolcri di Ugo Foscolo, per intenderci) emanato da Napoleone Bonaparte il
12 giugno 1804, dunque piuttosto tardi.
L’editto si riferiva al territorio dell’Impero; dunque non
ebbe effetti per il Regno di Napoli (nel 1804 ancora saldamente retto da
Ferdinando IV di Borbone).
La nascita di cimiteri extraurbani nel Meridione non va
quindi ricollegata direttamente all’adempimento della norma napoleonica.
Tuttavia, rimesso Ferdinando sul trono del regno che fu di Giuseppe Bonaparte
prima e Gioacchino Murat poi (che pure aveva decretato – per la sola città di
Napoli – nel febbraio 1809 il divieto di sepoltura sotto le chiese) il retaggio
del periodo francese nel nuovo Regno delle Due Sicilie si esprime (oltre che
nella permanenza della ghigliottina come rapido strumento per le esecuzioni
capitali) nell’introduzione della legge 11 Marzo 1817 «per la costruzione dé campisanti in ogni comune di qua del Faro»
(quindi vigente nella sola parte peninsulare del regno), cui segue il
Regolamento di attuazione del successivo 21 Marzo 1817. Nel preambolo si legge
che «Il costume di seppellire i cadaveri
umani in sepolture stabilite dentro o vicino i luoghi abitati, abolito fra le
più colte nazioni, non potrebbe essere ulteriormente tollerato nel nostro
Regno, senza grave pregiudizio della salute pubblica». Si stabilisce così
che «in ogni comune de’ nostri Reali
dominii al di qua del Faro sarà stabilito un camposanto fuori dall’abitato
…».
Il sovrano dispone, ma tutte le spese gravano
sui comuni,
che devono individuare siti idonei in campi spogli di alberature, «di terra nuda, ben dissodata»; è fatto
obbligo cintarli per almeno due metri d’altezza; aprirvi un unico accesso
cancellato, con sbarre tanto strette da non far passare gli animali;
realizzarvi una cappella per celebrarvi i culti e, volendo, un abituro «pel seppellitore». Il cimitero – qui la
vera novità – deve essere posto a distanza superiore al quarto di miglio
dall’abitato (circa mezzo chilometro), in posizione favorevole rispetto ai
venti prevalenti, in modo che i miasmi della putrefazione non giungano in
città. Nel caso in cui ci sia già una
chiesa o una cappella fuori le mura, si può utilizzare quella, per risparmiare
sulle costruzioni necessarie. Le parole d’ordine sottese a tutta l’operazione
sono economicità e rapidità d’esecuzione: si prevede
l’inumazione («o sia interramento»)
come unica modalità; niente superfetazioni marmoree o cappelle private a
sottrarre spazio per altre salme; seppellimento della sola salma, senza cassa
(l’obbligo di cassa sarà stabilito solo successivamente, nel 1841),
disposizione per file serrate, ad un intervallo di poco più di dieci centimetri
tra una fossa e l’altra. In sostanza, il cimitero comunale viene pensato come
efficiente magazzino di cadaveri.
La legge dà quale termine per l’ultimazione dei lavori il
1820; termine poi prorogato – siamo pur sempre in Italia – al 1831 (decreto del 12 Dicembre 1828).
Prima
di Saint Cloud
L’Isernia medievale e moderna conosce i cimiteri urbani:
nella discontinuità dell’abitato posto entro le mura, si ritagliano aree
consacrate nelle immediate vicinanze delle chiese parrocchiali in cui
seppellire i morti, spesso organizzate dalle confraternite laicali, che tra i
loro compiti di carità hanno anche (se non soprattutto) quello della buona morte. I defunti devono trovare
eterno riposo ad sanctos et apud
ecclesiam (vicino ai santi e presso
le chiese); per questo, per tale prossimità della città dei morti a quella
dei vivi, l’esperienza della morte è condivisa nella quotidianità dello spazio
urbano. Le crude rappresentazioni che restituiscono cronache e letteratura per
altri contesti geografici (miasmi, liquami, accumuli d’ossa, animali vaganti,
muri di contenimento che non adempiono più alla loro funzione e debordano sulle
vie…) possono, per facile analogia, riferirsi anche a Isernia. C’è poi
l’inumazione sotto il pavimento delle chiese, riservata al clero e a chi pagava
di più: la Cattedrale, San Francesco, Santa Maria Assunta hanno tutte
restituito ossa e teschi a ogni intervento di ristrutturazione. Sappiamo che la
cripta della Cattedrale è il luogo di sepoltura dei vescovi isernini, talvolta
con il privilegio di un sarcofago (riutilizzando precedenti manufatti di epoca
romana, come nel caso dei sarcofagi ritrovati nell’area absidale della prima
basilica paleocristiana).
Più in generale, la sepoltura in chiesa è la prassi: i posti privilegiati sono presso
gli altari o nelle cappelle laterali; altri finiscono in ambienti ipogei
destinati allo scopo (il cd. carnarium).
La gestione del cadavere è rapida ed economica: dopo la funzione, il corpo -
senza cassa - viene deposto (più brutalmente, lasciato cadere) tramite botola
ritagliata nel pavimento. Situazioni particolari, epidemie (per Isernia: la
peste del 1656-57 che decimò oltre la metà della popolazione) o terremoti (come
quello del 26 luglio 1805, con i suoi quasi 600 morti), autorizzano lo scavo di
fosse comuni o altre rapide modalità di gestione dei cadaveri come la
cremazione, ferma restando la successiva inumazione delle ceneri in terreno
consacrato. Nell’organizzazione della
città per parrocchie queste costituiscono anche la base anche per stabilire i
luoghi di sepoltura dei fedeli e il pagamento del relativo compenso ai
competenti curati. È qui il punto dolente: la resistenza del clero ad accettare
un cimitero unico, lontano dalla città e in mano al potere laico – questa
novità giacobina – è comprensibilmente legata al rischio di perdita o
ridimensionamento di queste entrate. Il Dizionario
di erudizione storico-ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri giorni
(redatto da Gaetano Morini nel 1893) ammette che un cimitero posto fuori dal
controllo delle chiese è cosa da Protestanti, che «contrariarono l’uso del seppellimento ne’ templi collo scopo di
togliere l’idea dei suffragi e di allontanare dall’uomo colla memoria del
sepolcro il più potente freno alla superbia e alle altre passioni, nonché di
togliere un mezzo alle limosine ed alle pie fondazioni, impoverendo il Clero».
Resistenze d’altro tipo sono espresse dai patriziati, che in questa livella rispetto alla morte vedono un
inopportuno cedimento all’egalitarismo.
In ogni caso, dopo l’editto di Saint Cloud, figlio del laicismo
rivoluzionario, una nuova sensibilità e una più attenta osservanza delle
elementari norme di igiene spingono le municipalità a superare le frizioni e ad
utilizzare per le sepolture siti extraurbani, come espressamente indicato dalla
legge dell’11 Marzo 1817.
Santa
Maria delle Grazie
Alla promulgazione dell’editto ferdinandeo, Isernia, città
allora di circa settemila anime, già seppellisce i suoi morti nel monastero dei
frati Minori Osservanti di Santa Maria delle Grazie, che offre il vantaggio di essere
comunque prossimo alla città ma sufficientemente fuori dall’abitato (stiamo
parlando del convento alla Fiera, quello che diverrà – come vedremo - carcere e sarà, infine, distrutto dai
bombardamenti alleati del settembre/ottobre 1943; al suo posto si edificherà
nel dopoguerra il tribunale).
Il convento è stato fondato nel 1506 dagli Zoccolanti, i
frati minori francescani, inglobando la precedente chiesa trecentesca con il
medesimo titolo (in città, la famiglia francescana era già presente già con il
convento di S. Francesco, dei Conventuali; verrà poi nel 1596, a completamento,
quello dei Cappuccini di S. Maria degli Angeli). Danneggiato dal terremoto del
1805, soppresso il 7 agosto 1809 dal decreto murattiano, il convento
extraurbano è stato nuovamente popolato dai frati con il ritorno dei Borbone,
nel 1816. Alla metà del secolo ha una popolazione di una decina di confratelli.
Nell’archivio storico comunale (ASCI, b. 108, f. 1688) è
conservata una nota al sindaco inoltrata dal sottointendente (l’equivalente
borbonico del prefetto) nel luglio 1850; lamentando la necessità che si
provveda quanto prima all’individuazione di nuovo e idoneo sito per il cimitero
comunale, il funzionario regio scrive: «Non
sarà fuori proposito avvertire che più volte il Guardiano de’ Minori
Osservanti mi ha manifestato, ed in
iscritto, ed a voce, che le sepolture ora destinate alla tumulazione de’
cadaveri sono ormai colme, e che non potrebbe di molto avvalersi delle stesse
senza detrimento della pubblica salute».
| «Pianta territoriale adiacente il diruto monistero detto di S. Pietro Celestino (sic), contrada S. Spirito da servire la estensione per ergere il Camposanto in Isernia» |
S.
Spirito
In quell’estate del 1850, nel momento in cui il
sottointendente Viti scrive al sindaco Melogli, Isernia non ha ancora un
cimitero comunale.
La storia – come tante che riguardano Isernia – è
burrascosa: gli amministratori cittadini si sono mostrati subito solerti
nell’adempimento al dettato regio e già nel 1818 viene approvato un progetto
redatto dall’architetto Michelangelo Petitti, di Napoli, per la costruzione del
cimitero nel sito dell’ex monastero dei Celestini, in Santo Spirito. Nel fondo Intendenza di Molise dell’Archivio
Storico di Campobasso si conserva la pianta del sito scelto per «ergere il
Camposanto di Isernia»: due terreni coltivati a vigna prossimi al diruto
monastero (erroneamente indicato come «detto
di San Pietro Celestino, contrada Santo Spirito»), che occupa un terzo
della superficie complessivamente misurata in 2 tomoli.
Questioni circa la proprietà del suolo sorte con l’abate di
Montecassino (che è divenuto amministratore dei beni della Congregazione dei
Celestini dopo il suo scioglimento nel 1807) ritardano l’avvio dei lavori, che
vengono appaltati solo nel 1840, ma non procedono celermente, anzi. Quando
Stefano Jadopi, in qualità di consigliere provinciale facente funzioni di
sottointendente profferisce il suo Discorso nella solenne adunata del Consiglio distrettuale d'Isernia ai 20 marzo
1843, giunto al capitolo cimiteri ammette
che «nel decorso anno 1842 tali monumenti
siansi completati ne’ Comuni di Roccasicura, S. Pietro Avellana, Caccavone,
Macchia d’Isernia, Pietrabbondante», registrando nei restanti comuni del
distretto soltanto un «prosieguo dei
lavori». Il Distretto di Isernia non
costituisce eccezione nell’ambito del Regno: le fonti statistiche riportano che
al settembre 1839, su 2189 comuni costituenti il Regno delle Due Sicilie, 1.461
sono totalmente privi del cimitero
comunale e 202 sono quelli che lo stanno costruendo nell’anno della
rilevazione; del resto, cinquant’anni dopo, a Unità avvenuta, sono ancora 262 i
comuni dell’ex Regno delle Due Sicilie a seppellire i loro morti in fosse
carnarie (Risultati dell’inchiesta sulle condizioni igieniche e sanitarie
nei comuni del Regno, Roma, 1886).
Al di là della lentezza dei lavori, il problema è che il
sito di Santo Spirito presenta una serie di criticità. In primis, è di superficie limitata per le esigenze della città e
per un terzo è occupato dai ruderi dell’ex Monastero dei Celestini: murature in
pietra che vanno rimosse e non possono essere riutilizzate così come sono per
la cappella e la casa del custode.
Inoltre il terreno è di per sé particolarmente duro, e non si presta
facilmente allo scavo delle sepolture, per di più è in pendenza, degradando
verso il letto del fiume Carpino (o Gianocanense come si diceva allora).
Tutte queste considerazioni spingono il sindaco Giuseppe
Melogli a decidere – con delibera assunta nell’agosto del 1850 e dopo il
sollecito del sottointendente – di individuare un nuovo sito per l’impianto del
cimitero comunale.
Colle
Impergola
Continuando lungo lo stesso percorso (che è poi il tratto
isernino del Regio Tratturo Pescasseroli-Candela), lasciati alle spalle i
ruderi dell’ex Monastero dei Celestini e superato il fiume sul ponte in pietra
da poco costruito (1836), si arriva ad una zona sufficientemente estesa e
pianeggiante, sulle carte del tempo indicata come Colle Impergola (va notato
che il nostro attuale toponimo Colle
Impergola identifica una località leggermente più a nord, mentre il luogo
in cui sorge il cimitero ha assimilato il nome Santo Spirito mutuandolo dal monastero). È qui che sorgerà il nuovo
camposanto, su disegno dell’ingegnere e appaltatore Luigi De Cesare, molto
attivo in città in quel lasso di tempo – il teatro cittadino in Palazzo San
Francesco, il Palazzo del Seminario, il progetto per il rifacimento della
Piazza Mercato mai realizzato.
Anche per questo progetto, tuttavia, i tempi di
realizzazione si dilatano. Sempre Stefano Jadopi, nel suo contributo
monografico su Isernia per la rivista «Il Regno delle Due Sicilie descritto e
illustrato» fondata e diretta da Filippo Cirelli (siamo nel 1858) riconosce che
«il detto Sacello, posto a costruzione
dal 1840 rimane tutt’ora incompleto, presentando appena il muro di cinta di
regolare figura».
Il cimitero comunale apre finalmente le sue porte nel 1864,
quando Isernia è già città del Regno d’Italia.
Disegno del piantato del camposanto che si vuole ergere in Castelromano, progetto di Domenicantonio Viti (in ASCI b. 107, f. 1686)
Il “villaggio” di Castelromano
Se il centro città è stato in affanno col suo camposanto,
per il villaggio riunito di Castelromano - frazione che ha sempre avuto
i numeri per essere comune a parte – le cose si muovono ancora più lentamente.
Il folto carteggio sul suo cimitero (in ASCI b. 107, f. 1686) ha un primo
documento a data 1840, ma corrispondenza deve essere
intercorsa già precedentemente tra sottintendente e sindaco, se nel maggio del
1840 una nota del primo sollecita al secondo una celere risposta;
risposta che non deve essere stata inoltrata se nel gennaio 1841, il
sottointendente torna a scrivere al primo cittadino lamentandosi che la costruzione
del camposanto è «dimenticata da Lei e dal Decurionato». Un progetto redatto «dall’agrimensore
regio ed esperto in architettura Domenicantonio Viti» viene trasmesso dal
sottointendente al sindaco nel maggio del 1841 affinché si approvi con delibera
e si dia inizio ai lavori. In pianta,
all’interno di una cinta muraria ad unico ingresso (come prescrive la norma del
1817) si prevede una cappella con sacrestia, un ossario interrato nel pavimento
di questa come «luogo per le destumulazioni», un altare e «stipetto
per arredi sacri». Il Decurionato approva, ma nel 1844 il sottointendente
comunica la risposta dell’Intendente provinciale, cui spetta l’ultima
decisione: la delibera è definita inconcludente perché (e non ha fatto) «avrebbe
dovuto proporre il sito opportuno per la costruzione del camposanto».
Ma non se ne fa niente. Tutto fermo per trent’anni e più. Ad
un regno se ne sostituisce un altro; il sottointendente si chiama ora
sottoprefetto del Circondario di Isernia. Nel 1873 sua eccellenza il prefetto,
da Campobasso, gli ha dato incarico interessarsi della «tumulazione dei
cadaveri della frazione di Castelromano la quale si pratica nella piccola
chiesa dle luogo (…) con grave pericolo per la salute pubblica». Il sindaco
fa orecchie da campanaro e tira avanti per quasi un anno, poi a marzo del 1874
il sottoprefetto gli intima «nel termine di giorni trenta dalla data della
presente» che si individui «il sito da servire per il cimitero». Ancora silenzio da parte del Comune.
Nell’agosto di quello stesso 1874 il prefetto nomina una Commissione di tre
membri per verificare l’adempimento alle prescrizioni date (la missiva è
prestampata, quindi rivolta ad una serie di comuni molisani, evidentemente
tutti inadempienti: una successiva circolare del 26 settembre 1875 – anche
questa a stampa – invita «a provvedere in via d’urgenza ai Cimiterii
provvisorii nel Comune principale e
nelle frazioni dove si seppelliscono i morti nelle Chiese (…) entro il
perentorio termine di non più di due mesi».
Nel 1876 sottoprefetto e sindaco sono ancora a scriversi
missive: il primo chiede si versino 80 lire per le spese della Commissione
Provinciale di Sanità; il sindaco nicchia dicendo che non serve alcuna
ispezione perché il «cimitero comunale qui esistente si trova in condizioni
perfette»; il sottoprefetto rimarca
che «la visita che deve imprendere la Commissione P. Sanitaria in
questo Comune non si riferisce al ciitero del capoluogo , ma bensì al quello di
Castelromano», perciò si dia riscontro e si paghino le 80 lire.
Nell’agosto del 1886 finalmente si delibera in ordine al
cimitero di Castelromano: il prefetto ha chiuso con decreto «le due
sepolture esistenti nella Chiesa parrocchiale di Castelromano (…) d’allora in
poi i cadaveri di quei parrocchiani si seppellirebbero nel cimitero di
questa Città (…) Ora quei naturali, e a
capo di essi l’arciprete sig. Ercole Iarussi, hanno prodotto una istanza
diretta aad ottenere che si costruisse il cimitero di quella parrocchia»;
quelli della Romana hanno individuato anche il terreno che mettono a
disposizione gratuita del comune. Gratis
è parola balsamica. Si approva.
Arriviamo finalmente al 1886, 26 di ottobre. Il
sottoprefetto trasmette il decreto prefettizio di approvazione del «piano
topografico della località in contrada Villanella» individuato dal Comune
per l’edificazione del cimitero: un rettangolo di terreno seminativo di
consistenza 12 are, posto a margine
della rotabile e appartenente a tal Cosmo Viti.
Il computo metrico dell’edificando cimitero è approvato dal
Genio Civile di Campobasso il 18 novembre 1887; l’importo dei lavori è per
complessive 7224 lire. I lavori di sterro cominciano nel 1888: si invitano gli
abitanti delle contrade a oriente della città a prestare giornate di lavoro
(quasi fossimo ancora in tempi di corvée); ne
sorgono anche screzi. Chi si sottrae al lavoro coatto beffeggia chi va a
lavorare: tanto una sepoltura non si può negare. Una nota del parroco Iarussi
al sindaco, a data 22 agosto 1888, lo informa che gli uomini di Colle Cioffi e
quelli «del Villaggio Marini» hanno rifiutato i biglietti di
convocazione. «Si regoli la S.V. per questi individui. Credo che la
onorevole Giunta Municipale ha facoltà d’impedire la tumulazione in codesto
cimitero ed allora si otterrà lo scopo
di far venire tutti a lavorare»; e in altra missiva di pari tenore: «prego
la S. V. ill.ma (…) ordinare (…) di non rilasciare biglietti di seppellimento
ai naturali di Castelromano nel cimitero di Isernia, affinché tutti si
prestassero per la detta costruzione». Come dire: chi non lavora, non si
tumula.
Biglietto per lavoro coatto, 1888
Finito lo sbancamento (anche con polvere da sparo e miccia,
per i massi più grossi), nel dicembre del 1889, l’appalto per la costruzione
del muro di cinta viene finalmente affidato ai fratelli Evangelista, Nicola e
Camillo,.
Sappiamo per certo che il cimitero è già in funzione
nell’ottobre del 1892. A quella data, c’è una nota di consegna di attrezzi
affidati «al custode del cimitero del villaggio di Castelromano dalla Guardia
municiaple Antonio Battista»: una carriola di legno usata e una nuova; una
mazza di ferro da 8 kg; un piccone; zappa e zappone di ferro (una nuova e
l’altro usato); una fune del peso di 2 chilogrammi. Il custode, Costanzo
Patriarca, sottoscrive per ricevuta.
La
traslazione delle spoglie mortali da Santa Maria delle Grazie
Torniamo nel centro città, e facciamo un salto indietro.
Il nuovo regno savoiardo porta con sé una salutare ventata
di laicismo. Con le leggi di eversione dell’asse ecclesiastico del 1866 lo
stato incamera una serie di beni precedentemente appartenenti alle
congregazioni religiose, tra questi il convento francescano di Santa Maria
delle Grazie, che viene destinato a carcere circondariale (lo sarà fino alla
distruzione del 1943).
Il primo luglio del 1879 il sindaco Edoardo Scarselli
pubblica un avviso con cui, dovendosi procedere allo sgombero delle sepolture
esistenti presso la chiesa, «sono
avvertite tutte quelle famiglie che volessero particolarmente raccogliere gli
avanzi dei proprii estinti per trasportarli nel Cimitero Comunale, o nelle
tombe private quivi erette, a farlo nel tempo improrogabile di quindici giorni».
Non si conosce la sorte dei resti non reclamati, probabilmente versati
nell’ossario comune nello stesso nuovo cimitero.
«Regolamento del Servizio Mortuario nella Città
di Isernia», 1878
Aperto il cimitero comunale, occorre dotarsi di uno
strumento regolamentare che ne disciplini – perdonatemi – la vita in tutti i suoi aspetti. Viene, così, nel 1879 redatto il Regolamento del Servizio Mortuario nella
Città di Isernia, adottato dalla municipalità e stampato dalla Tipografia
F. Matticoli. I primi due articoli stabiliscono l’obbligo di notifica al
sindaco dei casi di morte di adulti, ovvero – art. 2 – dei «prodotti della concezione espulsi prima del
7° mese di gravidanza, ed i nati morti dal 7° mese fino al termine della
gestazione»; il sindaco, avuta la notizia del decesso «fatta accertare la morte dal proprio ufficiale sanitario rilascerà (…)
ai seppellitori comunali l’ordine pel seppellimento» (art. 3). Il defunto
dovrà rimanere in osservazione per 36 ore «nei
casi ordinari (…) 72 ore nei casi di morte improvvisa» (art. 4).»
Interessante è il Capitolo III (il secondo riguarda le
autopsie) che regola il trasporto dei cadaveri. Intanto, si chiarisce che il
trasporto verso il cimitero è, esclusivamente, «a cura del Municipio». «Ogni
cadavere di persona morta a domicilio debbe essere involto in lenzuolo oppure
coperto o vestito in altra guisa decente. In nessun caso i cadaveri potranno
essere esposti, né trasportati dalla casa o dal luogo ove avvenne il decesso se
non siano in casse o bare coperte» (art. 9). Una volta giunti a
destinazione, si apre la via della sepoltura comune (in terra, in uno dei
quattro quadranti in cui è diviso il camposanto) ovvero la tumulazione nelle
cappelle delle Congreghe o nei sacelli familiari, su terreno dato in
concessione (rubricate come sepolture
particolari, artt. 22 e ss.).
Per i comuni, l’interramento avviene in fosse «di forma quadrilunga regolare, larga 80
centimetri, lunga metri 2 e centimetri 5, profonda un metro e mezzo a due metri
(…) La distanza tra una fossa e l’altra sarà di centimetri 40 per ogni lato»
(art. 16). Sopra le fosse, non è consentito erigere monumenti: se si vuole
sfuggire all’oblio, viene permesso il solo «collocarvi
piccole croci o iscrizioni su latta, ferro o legno, o piccole lapidi che non
eccedano 0,35 metri per lato» (art. 20).
Da Regolamento, uno dei quattro quadranti è destinato ai
bambini di età inferiore ai sette anni. La circostanza non deve destare
sorpresa se si pensi alla percentuale altissima dei fanciulli morti nei primi
anni di vita: nel decennio 1871-1880, tra i nati, uno su dieci non superava la
prima settimana di vita; uno su quattro, il primo anno. Un bambino ogni tre
moriva entro i cinque anni di età (dato nazionale italiano). «In questo quadrato verrà designata un’area
apposita pel seppellimento degli aborti e dei nati morti» (art. 17).
Ogni sepoltura (nelle fosse dei comuni) andrà
contraddistinta da un numero progressivo, e l’anno del seppellimento. Sarà il
custode del cimitero a sciogliere il rebus, annotando per ciascun numero
arabico «sopra apposito registro ed in
doppio esemplare (…) il nome, cognome, età, paternità, patria del sepolto, non
che l’anno, mese giorno e ora del seppellimento» (art. 19).
Perché anche dinanzi alla morte non si è tutti uguali, nel
caso di sepolture particolari si
potrà scegliere tra: «1. Edicole ed
archi, ossiano sepolcri o tombe perpetue, individuali o di famiglie. 2.
Sepolture a cielo scoperto, isolate e nel mezzo dei poligoni destinati alle
inumazioni comuni, o lunghesso il muro di cinta, cioè posti individuali, o
tumuli o nicchie o cripte nei colombari concessi a tempo determinato, o per
sepolture di famiglia date a possesso perpetuo» (art. 22). Inoltre, per
quanti siano ancora meno uguali di
fronte alla morte, esiste al possibilità di seppellire defunti in cappelle
private poste fuori dal cimitero (la Cappella Jadopi a Pietralata o quella
Laurelli a Nunziata Lunga ne sono esempi); in tale caso «il trasporto dei cadaveri e la loro deposizione negli avelli o nelle
cappelle private poste all’aperta campagna, si dovrà fare con le cautele
igieniche che di volta in volta saranno prescritte dal Sindaco e tracciate
dalla Commissione Municipale di Sanità (art. 32)».
Altre disposizioni che richiamano l’interesse del lettore:
all’art. 28, si prescrive che ad «evitare
le tristi conseguenze delle emanazioni che sollevansi dalle sepolture, appena
ne sarà tolto il coperchio , verrà acceso attorno alla loro apertura un fascio
di paglia, o di rami secchi di pino, di ginepro o d’altre piante resinose,
ottenendone una viva fiamma per disperderne i miasmi.» Nelle esumazioni,
occorre evitare che l’assenza di ossigeno uccida i fossori: per
verificare, «si calerà quindi un lume appeso ad una corda fino al fondo della
sepoltura, e in caso che non vi rimanesse acceso, sarà vietato ai seppellitori
di discendere nella tomba , se non quando, ripetuta dopo qualche tempo la
esperienza, si possa essere sicuri che non vi faccia difetto l’aria respirabile».
All’art. 30 si norma l’ovvio (ma se si ha l’esigenza di normare, tanto ovvio
probabilmente non è): «Nessuno potrà
levare i cadaveri dalla loro casse, spogliarli od appropriarsi altrimenti gli
abiti, le robe, gli ornamenti che esistono presso i medesimi. È pure vietato il
recare insulti ai cadaveri, il violare le tombe comuni o private, il disperdere
le ossa, l’esportarle fuori dal Cimitero, e il porre mano, senza
l’autorizzazione del Sindaco, al dissotterramento dei cadaveri».
Cappelle
Una volta regolarmente enunciata la possibilità di vedersi
riconosciuta un’area all’interno del cimitero per l’edificazione di sepolcri particolari, chi può – chi lo può economicamente – fa domanda al Comune
per la concessione perpetua, pagando a metro quadrato di suolo concesso. Sono i
maggiorenti della città per le loro cappelle gentilizie o le confraternite
laicali che assicureranno così un luogo di tumulazione dei confratelli.
Nell’archivio comunale si conservano gli originali delle richieste pervenute e
gli atti di concessione sottoscritti da sindaco e priore della congrega.
Ma l’abuso edilizio è costume praticato per le case dei vivi
così come per le case dei morti. Nell’anno 1879, il 12 di aprile, una
commissione costituita dall’ispettore municipale Antonio Santolini, assistito dal
segretario comunale Camillo Caroselli Perpetua, dall’ingegnere comunale
Giuseppe Viti e dal brigadiere della guardia municipale Alberico Formichelli si
reca – metro alla mano – al camposanto «allo
scopo di verificare le usurpazioni ed abusive occupazioni che quivi sonosi
commesse (…)». Prima di entrare nel recinto cimiteriale, si osservano «cave abusive di pietra viva, aperte senza
alcuna autorizzazione o permesso su suolo comunale (…)»; una volta entrati,
trovano «altre cave dell’istessa
pietra viva»; si misurano finalmente
le cappelle private, registrando piccoli abusi: laddove erano stati concessi
venticinque metri quadrati, se ne occupano per il fabbricato ventinove; la
cappella di un noto professionista «occupa
un suolo di metri quadrati trenta, mentre nel mentovato Regolamento ne sono
stati assegnati ventiquattro, al prezzo di quindici lire al metro». Lo
stesso dicasi per la cappella di famiglia di un ex sindaco della citta: trenta
metri al prezzo di ventiquattro. «A
questo punto, si è dovuto arrestare la operazione di verifica, stante il
sopraggiungere della pioggia e la mancanza delle chiavi delle tombe, i cui
sotterranei vanno misurati» (verbale contenuto in ASCI, b. 108, f. 1705).
| Progetto per la realizzazione del cimitero di Isernia (senza data, in ASCI ) |
Vivere
e morire a Isernia
All’inizio del Novecento, a chi dal viadotto della ferrovia
capitasse di guardare giù, oltre il vetro dell’accelerato da Caianello in
frenata per l’arrivo alla stazione, il cimitero comunale sarebbe apparso come
un campo murato di terra smossa, poco ordinato e curato al suo interno. Un
elzeviro pubblicato su un giornale del tempo, a data 11 agosto 1900 (per come
letto in Cronache d’Isernia di inizio
secolo 1900-1904, a cura di Davide Monaco), amaramente dice «ahimè! Quale abbandono regna in quel recinto
e quanto insulto ai defunti! (…) Non una croce ritta e netta di ruggine o di
muffa, non una tomba ornata di fiori, non
una zolla che non sia tutta coperta ed avvolta da sterpi selvatici e da erba lazza».
La situazione del cimitero non può oltre tollerarsi:
interviene così il sindaco Paolino, nel 1904, con un’ordinanza (ASCI, b. 108,
f. 1708) che richiama i concessionari al
rispetto delle norme di polizia mortuaria: entro trenta giorni, pena
l’esecuzione dei lavori in danno dei contravventori o la chiusura delle
cappelle fuori legge, «i privati che
posseggono cappelle per tumulazioni debbono farle fornire di nicchie destinate
per un solo cadavere ed intonacate con cemento
e chiuse ermeticamente. Lo spessore delle pareti delle nicchie non potrà
mai essere inferiore a centimetri quaranta a meno che non s’impieghino all’uopo
lastre di pietra unite tra loro con saldatura di piombo. I cadaveri da
tumularsi nelle cappelle devono essere chiusi in cassa metallica saldata a
fuoco. Le nicchie debbono essere distinte con numeri progressivi in metallo (…)
Sulla facciata di ciascuna nicchia (…) deve essere una lapide sulla quale con
lettere indelebili saranno impressi il cognome, nome e paternità nonché la data
di morte del deceduto». Non sembri pleonastico il richiamo sindacale: al
cimitero di Isernia capita anche che si smarriscano le salme. Nel maggio di
quello stesso 1904 un cittadino che si era dotato di tutti i permessi per
l’estumulazione della madre, verifica che nel posto in cui l’aveva sepolta c’è
un diverso defunto, morto di fresco. Chiamato il muratore che aveva effettuato,
all’epoca, la tumulazione, viene aperto un altro loculo, ma né in quello, né
nei successivi viene rinvenuto il cadavere della signora. Ne segue la denuncia
contro ignoti e l’apertura di un procedimento penale.
Uguale incuria la città la vive per le pompe funebri. Il
farmacista Federico Labella, nel 1895, da consigliere comunale denuncia che non
è pratica che si confaccia a decenza e igiene quella del trasporto dei cadaveri
utilizzando quelle stesse carrozze con cui solitamente si trasportano i vivi.
Le magre casse comunali – ricordiamo che, da regolamento, il trasporto è
competenza esclusiva del comune, con tariffa differenziata per funerali di
prima, seconda o terza classe – non consentono l’acquisto di un carro funebre;
così, di volta in volta, il funzionario comunale commissiona il servizio ai
vetturini presenti sulla piazza, oppure precetta i quattro spazzini comunali,
che si caricano la cassa a spalla. Nelle pubblicità delle ditte cittadine di
trasporti, i più lungimiranti tengono a specificare che le loro carrozze «non trasportano morti al cimitero» (così
la ditta Domenico Ciccarelli, marzo 1895, testo in Cronache di Isernia di fine sec. XIX, di Davide Monaco).
Qualcosa, tuttavia, si muove: nell’archivio comunale (b. 108
f. 1696) si conserva preventivo del 1903 della ditta Francesco Belloni di
Milano per una carrozza funebre adatta, con diverso corredo e addobbi, a
funerali di I, II e III classe: la carrozza – versione base, offerta per 1550
lire – è «verniciata nero lucido e
pallido con stanghette per un cavallo, timone e bilancia per due cavalli,
assali a grasso, molle d’acciaio, con 4 colonne fisse e 4 colonne mobili, con
globi di legno in alto torniti e lucidati nero»; a parte, su richiesta,
vengono forniti pennacchi di penne di struzzo nero (in numero di 11, per £.
325), passamanerie nero e argento, «una
cascata per la scerpa del cocchiere in panno nero» (scerpa è calco dal francese per indicare la cassetta dove siede il
cocchiere), fiaccole per i lati del carro. Più modeste le dotazioni accessorie
per i trasporti di seconda classe: grossi fiocchi di lana nera e poco altro; in
terza classe, c’è da accontentarsi del solo carro. Non conosciamo se la
trattativa sia andata a buon fine: agli atti non si conserva successiva
delibera con cui si sia perfezionato l’acquisto e impegnata al spesa.















