venerdì 21 settembre 2018

La Reazione nel “Museo della Memoria”

Articolo pubblicato su ArcheoMolise n. 32, anno IX, 


La Reazione nel “Museo della Memoria”

Gabriele Venditti





«La memoria non è ciò che ricordiamo, 
ma ciò che ci ricorda
Octavio Paz      

Lo scorso sabato 7 aprile – colmando una lacuna presente nella primo allestimento e confermando, in pieno, il senso di un’istituzione che si presenta quale “Museo della Memoria” di una comunità – è stata finalmente inaugurata la sezione del Museo Civico di Isernia dedicata ai fatti della Reazione borbonica consumatisi nell’autunno tragico del 1860.
Grazie all’intuizione e all’impegno profuso dal direttore del Museo, Duilio Vigliotti, e alla collaborazione dell’Associazione “Scapoli 1943/1944” e della Biblioteca comunale “Michele Romano”, nelle due sale seminterrate che finora hanno ospitato la sezione Celestino V (ora traslata ai piani superiori) è stata allestita un’esposizione permanente con il fine non soltanto di far conoscere quanto accaduto in città in quei giorni di fine estate e inizio autunno del 1860 – ed è funzione fondamentale per fatti che, in gran parte, nella narrazione consolidata del Risorgimento italiano sono stati pudicamente omessi o riportati in forma unilaterale, partigiana, misconoscendone la reale portata – ma anche di far comprendere, per empatia, grazie alla capacità suggestiva e immediatamente evocativa dei materiali in mostra, il clima che allora si respirava in città, al Macerone, a Pettorano, nel confuso Contado di Molise che, provincia del Regno duosiciliano, traumaticamente cambiava colore e ai gigli dei Borbone sostituiva repentinamente lo scudo sabaudo.
Se parlo di lacuna che si è colmata è perché la Reazione connota Isernia più di altri suoi già celebrati accadimenti. In quell’annus horribilis la città, luogo spesso periferico nella geografia della Storia, si è trovata suo malgrado ad esserne – seppure per venti giorni in tutto – il centro. Si è scritto, nell’immediato, che «il di lei nome disonorato fe’ il giro d’Europa», e davvero se ne parlò – magari male – a Londra come a Vienna, e non è accaduto altre volte. È a Isernia che si mostrò quanto difficile a realizzarsi fosse il progetto di Italia e Vittorio Emanuele; è a Pettorano che i garibaldini di Nullo, per disarmante ingenuità e spocchia, prendono la prima sonora sconfitta, per mano, essenzialmente, degli irregolari molisani di Salzillo; è al Macerone che per la prima volta si incrociano le lame dei Piemontesi e dei Napoletani, eserciti con ranghi e divise, battaglia risorgimentale come Pastrengo o Solferino. 


La funzione di introdurre il visitatore ai fatti del 1860 viene affidata al grande pannello che occupa un’intera parete della prima sala e riporta la densa cronologia di quei giorni. Se la Reazione – l’insorgenza popolare che, per paradosso, esplode violenta per la conservazione del vecchio regime, e non contro di esso, per un suo sovvertimento – deflagra e si spegne nell’arco di pochi giorni (30 settembre – 20 ottobre), occorre partire almeno dal maggio di quello stesso anno, dallo sbarco di Garibaldi a Marsala, per avere un quadro chiaro di quegli eventi. Con l’avanzata delle Giubbe rosse lungo lo stivale cresce progressivamente – specie tra le élite borghesi – la scelta di campo per l’opzione unitaria. Comitati spontanei sorgono nelle città del regno: mazziniani e repubblicani alcuni; altri, la maggior parte, per l’annessione all’Italia dei Savoia. Con Francesco II in malinconica clausura a Gaeta, il 7 settembre 1860, Garibaldi entra a Napoli da dittatore. Pochi giorni e, nei territori al di qua del Volturno, che fa da nuovo limes, si instaurano governi insurrezionali guidati dai comitati unitari. Isernia fa subito la sua professione di fede: «Cittadini, Municipio, Clero, Guardia Nazionale e Autorità tutte di Isernia» scrivono al dittatore Garibaldi rendendo «consenziente omaggio per l’annessione al Regno italiano sotto lo scettro di Vittorio Emanuele». Sulla bontà della dichiarazione è lecito dubitare. L’élite cittadina sceglie la via – italianissima – dell’attendismo. Si è al tracollo di un regno secolare, ma qui e là segnali di ripresa vengono avvertiti: e se dovesse ritornare il Borbone? Allora, se è vero che sottoscrivono per Garibaldi, gli ottimati impegnano comunque la seconda metà del mese di settembre a fare intelligenze con la corte di Gaeta, preparando nelle cantine la sollevazione della città.


Isernia, c’è da dire, non è un posto a caso sulla mappa. È uno snodo fondamentale, importante retrovia del fronte garibaldino. Così, far sollevare la città in concomitanza con la grande battaglia sul Volturno (che ci sarà infatti il 1° di ottobre e che vede, per la prima volta da Marsala, l’esercito di Francesco II finalmente mostrare i denti) assume un significato strategico ben preciso e non casuale, come vuole la vulgata. Con Isernia, e il suo circondario, in mano ai lealisti si accendono fuochi alle spalle dei garibaldini, che devono essere spenti: si distraggono così forze che dovrebbero servire altrove.
Tutto questo, però, cova sotto la cenere: fino al 30 di settembre, la città appare tranquilla e convintamente liberale e unitaria: il nuovo corso è stato ben evidenziato  con la nomina a sindaco di Stefano Jadopi, che dal 1848 in poi non ha mai nascosto il suo impegno nella causa unitaria: per uno scherzo del destino, che avrà presto tragici connotati, è genero del cavalier Gennaro De Lellis, che invece è il campione cittadino dell’ortodossia borbonica. Di Stefano Jadopi, del suo rapporto di amore-odio con la città che poi rinnegherà, in un volontario esilio napoletano, il museo civico reca ampie testimonianze: di proprietà della famiglia Jadopi (venne acquistato dall’ultimo erede, negli anni sessanta del ‘900) è la Storia d'Isernia al cadere de' Borboni nel 1860, opera miscellanea che raccoglie i pamphlet di don Stefano – sebbene pubblicati come anonimo; volume prima conservato in biblioteca e ora esposto in teca, aperto sull’elenco dei condannati al processo di Santa Maria Capua Vetere; il lasciapassare a lui accordato per recarsi a Napoli a firma del sottintendente di Isernia, Giacomo Venditti; l’arme di famiglia, vergata a tempera su carta (pure acquistata dall’ultimo erede).


Arriviamo alla notte del 30 settembre; già all’imbrunire, centinaia di cafoni  armati di ronche, falci e pochi fucili, in parte rubati al presidio della Guardia Nazionale, si radunano a Largo Fiera, fuori dall’abitato (la Guardia, sia detto en passant, è la milizia civica istituita nel 1806 da Giuseppe Bonaparte, sull’esempio della Garde nationale della Rivoluzione francese: soppressa nel 1848, era stata ricostituita, in fretta, nel luglio del 1860, e con Garibaldi dittatore riconfermata nel settembre 1860,  seppure purgata dagli elementi più apertamente filoborbonici; in esposizione c’è sia la bella divisa turchina da milite della G.N., con giubba e buffetteria, sia un fucile ad avancarica e innesco a pietra focaia, contemporaneo agli eventi qui narrati). Torniamo ai fatti: l’orda attende un segnale, che arriva col buio dai servi di don Gennaro; come un fiume che abbia rotto gli argini, si riversa in piena lungo lo stretto budello che, ab urbe condita, attraversa Isernia correndo da nord a sud, da capammonde a capabballe, fino al Convento dei Celestini, sede della Sottointendenza, che cinge d’assedio, mettendo in fuga i pochi garibaldini del presidio cittadino, agli ordini del maggiore Ghirelli. Rivolge, quindi, forconi e attenzione verso palazzo De Baggis, che è di fronte, ed è ultimo riparo dei liberali cittadini. Qui i cafoni uccidono Cosmo de Baggis, feriscono a morte il figlio ventenne di don Stefano, Francesco di Paola Jadopi, e credono di uccidere pure quel Ferdinando Boccia, giudice mandamentale, che si salva solo perché ha la prontezza di fingersi morto. Di Francesco Jadopi il museo espone, in pannello, la riproduzione delle lapidi funerarie, una volta collocate nella cappella di famiglia, abbattuta già fatiscente quando l’espansione edilizia della città – per allineare quello che, per ironia, nell’odonomastica cittadina è Corso Risorgimento – ne richiese un nuovo, definitivo sacrificio. C’è pure una poco umoristica vignetta uscita su un giornale dell’epoca durante la celebrazione del processo di Santa Maria Capua Vetere per i fatti della Reazione isernina, in cui si vede uno Stefano Jadopi, agghindato à la Cavour, con barbetta neroniana e pince nez, che chiede in ristoro ai giudici tanto oro quanto pesi il cadavere del figlio, ritratto in aula, sotto un sudario.
L’orribile notte termina coi saccheggi e gli arresti arbitrari di quanti vengono riconosciuti come liberali. Il giorno dopo, 1° di ottobre, a una città che è in piazza, con le armi ancora calde in pugno, fa da contraltare un’altra città, attonita, sgomenta che inizia a nascondersi, a fuggire. Intanto il sinedrio reazionario che si instaura nelle stanza del vescovato comincia a lavorare: occorre inviare dispacci a Gaeta; invitare l’esercito regio a occupare la città, prendere contatti coi lealisti del distretto, perché si armino e si sollevino dovunque; rinominare sindaci e capi urbani. Occorre soprattutto frenare gli animi, già tanto esacerbati, della plebaglia, ché non pensi di potersi muovere in autonomia, senza ossequio a corona e altare, trasformando la Reazione in Terrore anarchico. Finita la festa, insomma, va ristabilito l’ordine.
Ma l’ordine è destinato a durare poco: in poco più di venti giorni, Isernia viene riconquistata e ripersa più volte e come un osso, che via via si consuma, si divide tra due cani ringhiosi. La spedizione garibaldina del neonominato governatore della provincia di Molise, Nicola De Luca, giunge a Isernia la sera del 4 ottobre e aggiunge nuovo sangue a quello già versato. De Luca è avido e come primo, punitivo atto impone – come fosse un Totila o un Genserico che espugni l’assediato – una pesante tassa di guerra. Nella notte, poi, ci si abbandona allegramente al saccheggio delle case dei vinti, quella del cavalier De Lellis per prima. La città, tuttavia, si conserva  libera e liberale per una sola notte: la mattina di venerdì 5 ottobre, da Venafro, ripartono i borbonici del maggiore De Liguori e i molti cafoni del contado, che dopo un nuovo scontro nell’abitato, casa per casa, riprendono Isernia, che conserveranno fino alla Battaglia del Macerone. Chissà se le punte di baionetta esposte ordinatamente nella seconda teca dell’esposizione museale sono proprio quelle usate dalla gendarmeria borbonica alle spalle dei garibaldini di De Luca per spingerli alla disordinata fuga lungo la consolare per gli Abruzzi. Con l’ingresso dei regi in città, riemerge l’anima nera dell’isernino. Si recuperano i ferri, le zappe, le ronche rimaste all’orto solo per un giorno, e si scatena nuovamente la caccia alla camicia rossa. Nuovi (vecchi) padroni e nuovo sangue in città: come nota nel suo memoriale Giuseppe Buttà (pur se legittimista e filoborbonico), «I liberali d’Isernia all’arrivo del governatore de Luca, saccheggiarono le case de’ borbonici, e costoro al giungere di de Liguori, saccheggiarono le case de’ liberali. Di modo che, la disgraziata Isernia, in 24 ore fu saccheggiata ed insanguinata due volte!».  


È in questa occasione che si registra, probabilmente, l’episodio più agghiacciante, quell’osceno sabba che si officia dopo la resa degli ultimi garibaldini in Palazzo Jadopi, con l’incendio, il saccheggio, le teste spiccate di netto che rotolano giù per le scale, finendo in piazza a fare da palla (gioco nel quale eccellono i carpinonesi, come si dirà nelle carte processuali) o inastate come trofei da portare in processione. 
All’alba, Isernia si sveglia nauseata dai postumi di questa nuova ubriacatura. Alle carceri dell’Annunziata si procede al cambio della gurdia: escono gli arrestati del 4 ottobre, entrano gli ultimi libe­rali rastrellati in città. Ma che le cose vadano al peggio è ben rappresentato dal fatto che i topi abbandonino già la nave: De Lellis figlio, nominato da Gaeta nuovo sottointendente tarda ad accettare l’incarico e lascia per cautela la città; anche il vescovo Saladino, da tutti ritenuto il papa nero della Reazione (benché con l’energia di un ottuagenario), mette al sicuro le terga sulla più stabile cattedra di Venafro.    
Fuori città è pure Jadopi, che da Napoli richiama l’attenzione di Garibaldi sulla odiata citta natale. Per suo interessamento, e per quello del bojanese Pallotta che millanta un contributo di tremila volontari, si fa muovere oltre il Matese una colonna armata, con l’intento di riprendere Isernia. A guidarla, un garibaldino della prima ora, il colonnello Francesco Nullo. A Bojano, però, dei tremila uomini promessi ne trova meno di cinquanta. Maggiore prudenza suggerirebbe di lasciar perdere, aspettare i Piemontesi in rapida discesa lungo Marche e Abruzzi. Ma gli oltre mille garibaldini di cui complessivamente dispone vengono ritenuti da Nullo un numero comunque sufficiente a tentare l’impresa, e così la Colonna, il 16 ottobre, si mette in movimento. È un suicidio: hanno di fronte le tremila baionette dei regolari al comando del generale Luigi Scotti Douglas, conte di Vigoleno; ma quella che Nullo sottostima davvero è la forza e ferocia del migliaio di partigiani di Teodoro Salzillo che s’accompagnano all’esercito regolare duosiciliano. Salzillo, sia detto en passant, è personaggio da romanzo, tuttavia misconosciuto: primula rossa della Reazione, metà Pancho Villa e metà James Bond, è ubiquo nell’estate del 1860, sostenendo la causa lealista ovunque serva. Lo troviamo a fare da corriere per Gaeta; battersi contro le giubbe rosse alle pendici del Matese campano; tramare a Isernia facendo doppiogioco, e poi scoprirsi guidando in campo aperto i suoi irregolari contro la Colonna De Luca; determinante a Pettorano contro Nullo, meno sul Macerone, contro i bersaglieri. Eppure, di Salzillo e dei suoi nella storia ufficiale non c’è menzione (nel catalogo della mostra “Molise 1860 - I giorni dell'unità”, Salzillo, che pure è autore di una decina di monografie, viene indicato come “un contadino di Pozzilli”). È il destino degli sconfitti, certo; ma la damnatio memoriae nei confronti dei vinti del Risorgimento ha operato probabilmente con maggiore energia e più difficile si mostra l’impresa di recuperare memoria.
Così, il 17 di ottobre, nella piana di Pettoranello, la gendarmeria borbonica e la fucileria dei cafoni di Salzillo chiudono a tenaglia gli smarriti garibaldini della Colonna Nullo, ed è strage, durante e dopo la battaglia: a notte la campagna si riempie degli sbandati, che prendono a vagare senza direzione e, quando presi, subiscono sevizie e morte per decapitazione. Tra gli sbandati, c’è anche Domizio Tagliaferri, la cui camicia rossa – donata alla Biblioteca “Michele Romano” dalla famiglia Lemme – fa ora miglior mostra di sé nella prima teca, insieme con la berretta garibaldina e una sciabola da ufficiale. Domizio, farmacista di Matrice, era sottotenente del 1° Btg. Cacciatori Irpini, inquadrato nella Brigata Carbonelli al seguito di Nullo (ce lo dice la lettera d’ingaggio, in originale, pure in mostra); ci ha lasciato un memoriale, La spedizione di Isernia, dai toni molto critici verso lo stato maggiore garibaldino, attribuendo ogni responsabilità al comando di Nullo, che inavvedutamente derogò agli ordini ricevuti, ed espose i rossi a quella «tremenda carneficina, che la storia stigmatizza con parole di fuoco, e da cui pochi soltanto, ed a mala pena» scamparono.  

  

Vittoria inutile, tuttavia, quella riportata a Pettorano. A Isernia non si festeggia: la città è intristita e contempla le sue macerie, non solo materiali. S’inizia a realizzare l’ineluttabilità di un destino deciso altrove, che porterà gli isernini ad essere presto sudditi di un diverso re. Vittorio Emanuele sta scendendo col suo esercito a prendersi il Sud. Il 20 ottobre 1860, nella nebbia del Macerone, l’avanguardia piemontese ha facile ragione delle poco motivate forze borboniche, guidate dall’ottuagenario Scotti Douglas. C’è la resa. La cavalleria sabauda entra al galoppo in città: sono gli uomini del 1° Squadrone di cavalleria, i Lancieri di Novara, che a Isernia si guadagnano una medaglia di bronzo al valor militare per la carica che taglia la fuga ai napoletani, infilandoli in una sacca. Loro è la mantella di panno grigioverde, l’elmo da dragone, e  la sciabola a guardia aperta e pomolo a testa d’aquila che sono esposti nella lunga vetrina al centro della prima sala.
Cialdini – che pure darà il meglio di sé da qui a qualche mese, da plenipotenziario nella lotta al brigantaggio – si conforma al clima plumbeo che grava sulla città, imponendo la legge di guerra. Appena insediatosi, la sera del 20, telegrafa al governatore De Luca e dice: «Faccia pubblicare che fucilo tutti i paesani armati che piglio, e do quartiere soltanto alle truppe. Oggi ho già incominciato»; e non millanta: davanti al plotone di esecuzione cadono in giornata i primi dieci paesani scelti tra quelli che al Macerone gli hanno contrastato il passo (il proclama di Cialdini è a parete, tra i reperti in esposizione).
Nessun plebiscito si inscena a Isernia per il 21 di ottobre: l’adesione al nuovo Regno viene data per scontata. Re Vittorio verrà in città di lì a due giorni. Dorme una notte sola, in casa di don Vincenzo Cimorelli, prima reazionario e ora campione cittadino di quel trasformismo nuova moda nazionale. Nel suo entourage annotano che Vittorio Emanuele rimanga così fortemente colpito dalla città da esclamare: «Se non fosse città italiana l’avrei trattata da re barbaro».
Ne seguì un difficile ingresso in Italia. Il grande processo di Santa Maria Capua Vetere condannò i manovali della Reazione salvandone i mastri: le elité andavano in ogni caso salvate, occorrevano a costituire l’ossatura della nuova, fragile nazione. A scorrere i nomi dei condannati – nel lungo elenco presente nel liblro di Jadopi, si è detto – si incontrano gli stessi soprannomi che ancora adesso marcano le famiglie che isernine lo sono da generazioni (a testimoniare che, in fondo, centocinquant’anni sono pochi davvero). A Isernia, a distanza di mesi, i morti rimangono insepolti, e non è affermazione metaforica: Carlo Tedeschi, volontario della Guardia Nazionale di Milano, inviata nel Sud con funzioni di controllo del territorio, raccoglie questa immagine della città nel febbraio del 1861: «In fondo d’Isernia v’era un’altra cosa che doveva attirare l’attenzione di ogni cristiano. Un cimitero, o meglio un recinto da un muricciuolo, in cui stava una fossa ripiena di cadaveri (…) Al disopra di tutti i cadaveri vi stava quello di un uomo che doveva essere sul fiore della vita: il costume che vestiva era quello del luogo. Fra tutti, il suo corpo era ancora il men disfatto».



Bibliografia.
Anonimo [ma Stefano Jadopi] La reazione avvenuta nel distretto d'Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Napoli, 1861;
Anonimo [ma Stefano Jadopi] Risposte ai fatti narrati da V.M. Briamonte e F. Marulli sulla reazione avvenuta in Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Torino, 1862
Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Trieste, 1868
Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta: memorie della rivoluzione dal 1860 al 1861, Napoli, 1892/1893
Domizio Tagliaferri, La spedizione di Isernia, in “La Lega del Bene”, n. 28, giugno 1890
Carlo Tedeschi, I Milanesi a Venafro, Milano 1861
Gabriele Venditti, Isernia al cadere de' Borboni : fatti di rivoluzione e reazione nell'autunno 1860,  2011


giovedì 10 maggio 2018

Johann Seits (1887-1967), internato politico a Isernia. Forse un autoritratto

Il prof. Natalino Paone ha donato ieri, nelle mani del sindaco, un piccolo acquerello 20x30 ritraente un volto di tre quarti di un uomo dai tratti nobili, da lui acquistato tempo fa solo perché  a margine recava, dopo la firma dell'autore, la scritta «1942 Isernia». 
Come tutto ciò che ha, o può avere, significato per il territorio, la comunità e la sua storia, il quadro è giunto in biblioteca e sarà qui conservato a parete.



Non potevo, però, rimanere inerte. Troppa suggestione è contenuta in quel «1942 Isernia». 
Chi è questo Seits, pittore che ha incrociato il suo destino con quello della città?
Interrogando la rete, questo pomeriggio, ho scoperto poco, ma tanto basta. 

Quella J. sta per Johann e Johann Seits, nato nel 1887 (forse in Austria, forse in Polonia), è stato un pittore di paesaggi, attivo soprattutto nel ventennio 1910/1930 in Croazia: Spalato, Dubrovnik. 
Pur presente in aste, le sue quotazioni sono alquanto mediocri.

Seits è morto in Austria nel 1967 e la sua tomba è nel cimitero di Radstadt (comune austriaco nel distretto di Sankt Johann im Pongau, nel Salisburghese, mi spiega Wikipedia). Sulla lapide si legge «zur erinnerung an den akademischen maler» («in memoria di un pittore accademico»); là dove ci si aspetta di trovare una foto, c'è un piccolo paesaggio acquerellato.



Resta da capire perché «Isernia» e perché  «1942».

Bene, si è già detto (si è detto qui) che a Isernia negli anni del Secondo conflitto mondiale era tristemente attivo un campo di internamento per - genericamente - oppositori del Regime: alloglotti e, quindi, probabili spie, apolidi, zingari, antifascisti dichiarati, ebrei. Il campo di internamento, chiamato nei documenti dei questurini "Antico Distretto" era presso Santa Maria delle Monache. Nome tedesco e anno del dipinto non potevano portarmi lontano da qui: Seits compare nell’elenco degli internati nel Campo di Concentramento di Isernia-Antico Distretto redatto il 12 novembre 1942. Al n. 55 dell'elenco si legge: «Giovanni Seitz, fu Ludovico, residenza Dubrovnik, provincia Croazia



Si può dire, in qualche modo, che il quadro sia tornato a casa. 


Aggiornamento:
Ho trovato qui, una biografia minima di Johann Seits: è nato a Vienna, il 3 aprile 1887 (dunque sono fugati i dubbi sul luogo di nascita, ed errano le case d'asta che lo presentano come artista visuale polacco). Nel 1904 è entrato nella scuola di pittura dell'Accademia di Arte a Vienna, laureandosi nel 1912 (da qui l'akademischen maler). All'epoca la costa dalmata è parte dell'Impero austriaco, e Johann passa le ferie in Dalmazia (molte sue opere sono paesaggi marini). Decide così di prendere casa a Lozica, con l'intenzione di stabilirsi lì definitivamente. Nel frattempo, viaggia molto (in Giappone, alle Hawaii, a San Francisco, New York e Chicago; Algeria, Napoli e Trieste). Nella prima guerra mondiale viene mobilitato come pittore di guerra nell'esercito austro-ungarico. Prende parte alla battaglia navale di Otranto del 14 maggio 1917; per una sua opera ritraente la battaglia, riceve una medaglia celebrativa da Francesco Giuseppe. Dopo la guerra si stabilisce definitivamente nella sua casa di Lozica, vicino Dubrovnik, dipingendo. Nel 1941, la costa dalmata, e quindi anche Dubrovnik, viene occupata e annessa all'Italia fascista. Non sappiamo per quali vicissitudini Seits viene deportato e recluso, nel 1942, nel campo di internamento di Isernia, dove è trattenuto fino al settembre del  1943 (è il bombardamento alleato del 10 settembre che segna, di fatto, la chiusura del campo). Fino alla fine della guerra è a Zagabria. Dopo il 1945, lascia definitivamente la Croazia (divenuta parte della Jugoslavia socialista) e torna in Austria, dove vive (a Radstadt, vicino a Salisburgo) fino alla morte, il 3 maggio 1967.

mercoledì 18 aprile 2018

Dei vescovi di Isernia - Parte II (secc. X - XIII)


Mille e molti più di Mille (Secc. X - XIII)

«Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra.» (Apocalisse, 20, 7-8)

Intorno al Mille, Isernia rimane sede vacante per lungo tempo. La cronotassi riapre con il nome di Gerardo. Qualche altro nome – un vescovo Lucio, benedettino, nell’896 e un Landolfo, attestato nel 1027 – appaiono nel solo inedito manoscritto di Giovan Battista Ricci, che è anche la fonte utilizzata dal curatore dell’elenco dato dal Capitolo per il volume celebrativo edito nel 1968.
Gerardo viene consacrato nel 1032 da Atenolfo II, arcivescovo metropolita di Capua, come vescovo di Isernia, ma anche di Venafro e Bojano, oltre che abate del Monastero di S. Vincenzo. Una tale concentrazione di cattedre tradisce tempi di spopolamento e crisi demografica, seguita a carestie e incursioni saracene (la distruzione dell’abbazia di S. Vincenzo per mano dei saraceni è dell’anno 881; i monaci ritorneranno a insediarsi solo nel 914). Già nel privilegio di papa Stefano IX, del 1058, la diocesi di Bojano non è più associata a Isernia e Venafro e, per di più, è indicata come suffraganea dell'arcidiocesi di Benevento, e non di Capua. Tra Isernia e Venafro, invece, l’unione aeque principaliter (cioè tra diocesi riconosciute “ugualmente importanti”, dunque conservando ciascuna cattedrale e capitolo) si conserverà – come vedremo – fino al 1207, allorché papa Innocenzo III, per porre fine ai dissidi fra i capitoli dei canonici delle due cattedrali (ruggini tra cipollari e trippaverdi risalgono quindi almeno al Mille, se non prima), stabilì nuovamente la separazione delle due diocesi.

Dipinto di Meo da Siena raffigurante un vescovo (dal web)


Gerardo segue Pietro da Ravenna, monaco benedettino proveniente da Montecassino, consacrato da papa Niccolò II vescovo di Isernia e Venafro nel 1059 o 1060. Ciarlanti indica nella Città della Cerra il luogo della consacrazione; Antonio Maria Mattei corregge in Acerra; altra fonte, più probabile, lo dà proprio in Montecassino: Niccolò II «venne alla Badia di Monte-Cassino, e pieno l’animo di que’ provvedimenti da prendersi, intese a vedere se erano tra i Cassinesi monaci acconci ai pastorali uffici, mondi di costumi, e tali quali erano necessari ad eseguire i canoni del Romano Concilio, e ne trovò qualcuno. Consagrò vescovo di Aquino Martino da Firenze monaco Cassinese uomo fornito di prudenza e di santi costumi, scacciando da quella sede Angelo già scomunicato da papa Leone IX per incontinenza e gitto che faceva del patrimonio della sua Chiesa; alle Chiese d’Isernia e Venafro prepose vescovo Pietro da Ravenna altro monaco; ed ordinò diacono cardinale il preposto o priore del monistero Oderisio figlio di Oderisio conte dei Marsi.» (Luigi Tosti, Storia della Badia di Monte-Cassino, Napoli, 1842). Il nome di Pietro vescovo è contenuto nell’atto di donazione con cui Bernardo conte di Isernia beneficia i benedettini cassinensi del monastero di San Marco di Carpinone, dallo stesso lì fondato «nel luogo detto  Aquasonula», perché vi insisteva una sorgente; del pari, Pietro si incontra, nel 1080, quale destinatario in un diploma del metropolita di Capua, arcivescovo Erveo, di assenso alla fondazione in città del monastero di Santa Maria delle Monache (così il Dizionario biografico degli italiani, voce Erveo). Ora, la fondazione della chiesa di S. Maria è senz’altro precedente al 1080: addirittura, una bolla di papa Giovanni IV († 642) sarebbe prova di una fondazione sotto i longobardi di Arechi I (594-604), ma è affermazione da assumere col beneficio del dubbio. In ogni caso, evidenze archeologiche e documentali (la donazione di Godescalco) ne sostengono l’edificazione intorno all’VIII secolo, che coincide poi con lo stesso arco temporale indicato per l’edificazione della Cattedrale: i due massimi edifici religiosi isernini sarebbero pertanto sorti nello stesso periodo). Va seguito Ciarlanti, che nell’atto di assenso di Erveo (che lo storico scrive Herveo) vede semplicemente un beneficio accordato al monastero femminile, non un atto di fondazione. Qualcuno (p.es. d’Apollonio, nel suo catalogo) considera questo Pietro del 1080 un nuovo e distinto vescovo rispetto a Pietro da Ravenna. Tuttavia non si hanno sufficienti elementi per confortare tale affermazione. Nelle cronotassi più accreditate, all’unico Pietro da Ravenna, segue un Leone vescovo, menzionato per l’anno 1092: in quella data, col proprio sigillo, approvò il passaggio ai benedettini di Montecassino della Chiesa di S. Croce di Pesche (Pescla), offerta da Rodolfo de Moulins (o de’ Molinis, con Ciarlanti, latinizzato in de Molisio), primo conte normanno che unificò nell’unica contea eponima (Molise) le preesistenti realtà comitali longobarde (Isernia, Bojano ecc.).


Pius Bonifacius Gams, Series episcoporum Ecclesiae Catholicae,
Leipzig 1931, pp. 939–940


Del successivo pastore isernino, Mauro, sappiamo fosse vescovo prima del 1105 e fino al 25 ottobre 1126, data della morte; era amalfitano e già abate di S. Vincenzo al Volturno. Sottoscrisse quale vescovo suffraganeo un documento del metropolita di Capua, Senne (1098-1118), di ridefinizione dei confini dell’arcidiocesi campana. Lo troviamo anche come testimone, insieme con Bernardo vescovo di Bojano, dell’atto di donazione con cui Ugo I, conte di Molise, beneficiò Oderisio di Montecassino del castello di Viticuso, della chiesa di San Benedetto a Monteroduni, e di quella di San Pietro a Sesto Campano.
Incerto il prosieguo: la cronotassi sedimentata apre dopo Mauro (deceduto per il 1126) una lunga lacuna fino a Rainaldo (circa 1170). Il catalogo del Capitolo della Cattedrale colma questo spazio con un Guglielmo di Capua, per l’anno 1126, che avrebbe «messo pace tra la diocesi di Capua e Montecassino» (così d’Apollonio) prima di essere traslato come pastore a Caiazzo, nella cui serie dei vescovi, in effetti, negli anni considerati, si danno un Guglielmo I (1155-1166) e un Guglielmo II (ante 1170- 9 gennaio 1181). Altro problema si apre per Rainaldo: per la cronotassi pubblicata dal Capitolo, e per d’Apollonio, con questo nome vi sarebbero stati due distinti pastori: un primo Rainaldo nel 1170; un successivo nel 1179. Anche qui non si comprende bene su quali elementi fondare la crasi. Semplifichiamo in un unico Rainaldo, vescovo di Isernia e Venafro (altro Rainaldo verrebbe indicato come vescovo nel primo ventennio del 1100, ma anche qui, siamo in terra abitata da leoni). Durante il mandato dell’ultimo Rainaldo, l’acredine tra le due diocesi aeque principaliter raggiunse il punto di rottura: a nulla servì avere un unico pastore se i due riottosi greggi tenevano ad mantenersi separati e a brucare ciascuno la propria erba. Si litigava per tutto: per chi dovesse benedire l’olio di giovedì santo; dove l’unico vescovo-duplex dovesse celebrare la festività del patrono, quel San Nicandro che era (o è?) patrono di entrambe le città. Si litigava pure per i confini interdiocesani e fu così che una disputa per l’appartenenza di Fossaceca, ora Fontegreca, si arrivò a ottenere l’intervento del pontefice, nella persona di papa Alessandro III, che concesse a Rainaldo come vescovo di Venafro privilegi a scapito dello stesso Rainaldo vescovo di Isernia («a nessuno è lecito temerariamente turbare la diocesi di Venafro, appropriarsi dei suoi beni …», detto per bolla papale). Fontegreca venafrana era, evidentemente, boccone amaro e gli isernini non potevano ingoiarlo facilmente: spinsero così sul medesimo vescovo Rainaldo, perché si muovesse con Roma per tutelare anche loro, i loro olii e il loro patrono. L’occasione venne con la partecipazione di Rainaldo al concilio ecumenico del 1179, il Lateranense III. Qui il vescovo conobbe il futuro papa Lucio III e, una volta indossata al tiara, gli riportò le istanze del Capitolo isernino. Ma Lucio non si spinse a ribaltare quanto già detto da Alessandro III e ne uscì fuori con una decisione salomonica: Fossaceca, così come tutti gli altri paesi delle diocesi indicati in bolla erano sotto il vescovo Rainaldo, che lo fossero in quanto vescovo di Isernia o di Venafro, poco rilevava (la bolla di Lucio III è conservata nell’Archivio capitolare in copia del 1625, ne parla diffusamente Mattei). Ma la salomonica decisione non attenuò livori e recriminazioni. Dovette interessarsene anche il successore di Rainaldo, quel Gentile che, nato a Aversa intorno al 1150, fu consacrato vescovo delle due riottose diocesi nel 1192 ma fece presto ritorno nella sua città di origine, andando a reggerne la chiesa forse già nel 1193, sollevato per non doversi più occupare delle beghe di campanile. Per vero, la rinuncia a Isernia e Venafro non fu proprio tranquilla: sono gli anni della transizione del Regno di Sicilia dai normanni di Guglielmo II d’Altavilla agli svevi di Enrico VI, transizione tutt’altro che pacifica: in punto di morte Guglielmo, privo di eredi diretti, avrebbe passato la corona a Costanza, sua zia, (perché sorella di Guglielmo I e figlia di Ruggero II d’Altavilla) e moglie dell’imperatore svevo. Ma un altro nipote di Ruggero II, il duca di Lecce Tancredi rivendicò la corona e si fece eleggere (novembre 1189)  Rex Siciliae da papa Clemente III, che non vedeva favorevolmente un unico monarca dalla Germania alla Sicilia. Nella lotta che ne seguì, Isernia e Venafro videro gli eserciti imperiali scesi per sostenere Costanza ed Enrico; Venafro venne  conquistata dai cavalieri tedeschi di Bertoldo di Kunig (1192) e abbandonata al saccheggio. In quell’occasione il vescovo Gentile che, come il papa, probabilmente sosteneva il partito di Tancredi, riparò ad Aversa e non fece più ritorno nelle diocesi assegnate, che rimasero per lungo tempo sede vacante: solo ne 1197 papa Celestino III traslò formalmente Gentile alla cattedra aversana, liberando la cattedra per Isernia e Venafro (una nutrita scheda biografica di Gentile, vescovo aversano, è data nel Dizionario biografico degli Italiani). Intanto, nel 1199, è la volta di Isernia ad essere saccheggiata e rasa al suolo dall’esercito imperiale guidato da Marcovaldo di Annweiler, nominato nel 1197 conte di Molise da Enrico VI: ce ne parla icasticamente Ciarlanti: «Tornò l’empio Marcovaldo con i suoi ladroni al contado di Molise, e vedendo che co’l suo esercito ritener non potea la città d’Isernia, la fé crudelmente saccheggiare e spogliare di quanto vi era da quei malvagi che vi fecero ogni possibile danno». Nessun vescovo fugge, questa volta: la sede è ancora vacante, e allorché si colmò il vuoto lasciato da Gentile sulla cattedra di Isernia  si creò nuovo esasperante conflitto. Successe che il Capitolo venafrano si scelse, in autonomia, quale vescovo un certo R. (è conosciuto con la sola iniziale) e quando R. fu inviato a Roma per riceverne la convalida dal papa, Celestino III – che aveva tutt’altri pensieri – sbrigativamente lo indicò anche quale vescovo di Isernia. Di nuovo un unico vescovo e per di più scelto dai venafrani. Nuove insistenti richieste a Roma. Tentativi di mediazione assegnati a questo o quel cardinale o notaio pontificio. Fino ad arrivare alla decisione tombale di papa Innocenzo III di tenere finalmente separate le due rissose greggi. È il 1208 e a Isernia, e solo a Isernia, c’è un nuovo vescovo, Dario.

Il vescovo Dario nel manoscritto inedito di Gio: Vincenzo Ciarlanti

Dario viene indicato da Ciarlanti – che trae l’inciso da una scrittura a suo tempo conservata in Isernia, in Cattedrale o in Santa Maria delle Monache, ma ora ignota – come «Darius Civis Ep’us Iserniensis»; sarebbe quindi nato ad Isernia e divenuto vescovo per elezione «…e può  essere, perché in que’ tempi si eliggevano i vescovi dai Capitoli e poi da’ Superiori si confirmavano e consegravano».
Antonio Maria Mattei, di contro, dà per ignota l’origine del vescovo; riporta, invece, che certamente la sua nomina a vescovo si ebbe per intercessione di Pietro da Celano, Conte di Molise, strenuo oppositore di Federico II (e, ça va sans dire, difensore del Papato contro lo Svevo). Il figlio di Pietro, Rainaldo, negli stessi anni è arcivescovo metropolita di Capua, e Dario insieme a Rainaldo partecipò come suffraganeo al Concilio Lateranense IV (1215).  
Il manoscritto inedito di Ciarlanti sui vescovi di Isernia chiarisce oltre la specialità di Dario vescovo: «In tempo del suo governo nell’anno 1215 fu qui il felicissimo nascimento del nostro S. Pietro Celestino papa V (…) A suo tempo ancora venne qui S. Francesco di persona  nell’anno 1222 e vi fondò il luogo detto sotto il nome di S. Stefano con l’autorità e consenso di detto vescovo». Ora, entrambe le affermazioni vanno staccate dall’album della Storia per essere considerate sul diverso piano della tradizione popolare: qui una memoria consolidata, secoli di fede popolare, possono valere più di una stringa di codice. Non entro nella diatriba anche un po’ noiosa sul luogo di nascita di Celestino, né sulla bontà della data indicata da Ciarlanti (il 1215) che non sarebbe compatibile con l’età alla data di morte. Quanto al viaggio di Francesco e alla sua tappa in città, siamo lontanissimi dall’aver fonti a conferma. Francesco d’Assisi viaggiò molto; la tradizione lo vuole in tante parti del Centro Italia, le biografie parlano di viaggi a Santiago di Compostela e in Egitto, per far pace con l’Islam (1219-1220). C’è traccia anche di un pellegrinaggio per raggiungere il santuario di San Michele Arcangelo, a Monte Sant’Angelo, sul Gargano (nel 1216 o, appunto, 1222). Potrebbe essere stato in questa occasione, che il santo di Assisi si sia fermato in città. Va da sé che sono tanti i luoghi nei quali si ha tradizione di una chiesa o convento fondato da Francesco. Per Isernia, potremmo anche essere davanti ad un calco, creatosi per mimesi rispetto a notizie di altre fondazioni. Ma anche no.
En passant, tanto per legare avvenimenti noti al nostro catalogo di pastori, va detto che nel 1223 Federico II, in una fase acuta della lotta che lo oppone a Tommaso da Celano, conte di Molise, fa distruggere le mura di Isernia e incendiare parte dell’abitato.
Torniamo a noi: al vescovo Dario, segue Teodoro, attestato nel 1230. Mattei, nel suo Isernia, una città ricca di storia ne dà per il 27 settembre 1230 la data di consacrazione. Appena nominato, entra in conflitto – per questioni di mensa vescovile – con la badessa del convento di Santa Maria (delle Monache) che scrive al papa Gregorio IX. 
Nello stesso lasso di tempo, tuttavia, ci sarebbe stato pure un Teodoro vescovo di Venafro (che non compare però nella cronotassi di quella diocesi), che paga la sua fedeltà al papato e contrarietà a Federico nel peggior modo, finendo impiccato in carcere nel 1236 (lo narra nel suo diario il cardinale Nicolò d’Aragona); un dubbio: che quel Teodoro pastore di Isernia sia in realtà questo Teodoro venafrano? 
Segue Ugo, vescovo «dal 17 febbraio 1233 al 28 febbraio 1244» (Mattei). È lui che nel 1241 consegna i beni delle chiese di Isernia allo spoliatore, scomunicato, Federico II.
Item Teodino, attestato dopo il 1244 è, che contemporaneamente è anche abate benedettino dell’antico monastero di San Vito della Valle, posto tra Isernia e Macchia (di San Vito, già nel 1597, era venuta meno la comunità monacale, tanto che l’abazia e i suoi beni vennero dal vescovo Numai attribuiti al Capitolo della Cattedrale).
Item Giovanni nel 1250 e uno, o più vescovi, di cui non si riporta alcun nome per gli anni 1255 e 1257. Non conviene ritenere sia Giovanni questo anonimo del 1522 e/o 1257 perché già nel 1254 c’è un indizio che farebbe propendere per una sede vacante: l’assenza del vescovo Giovanni, o di altro presbitero, si nota nella pergamena del 19 ottobre 1254, nella quale Ruggero di Celano, figlio di Tommaso, riconferma alla città di Isernia i privilegi già affermati dai suoi predecessori. Il fatto che, come testimone dell’atto, anziché il vescovo, sottoscriva l’arciprete della Cattedrale, Matteo («Domini Mathei, dicte Civitatis Archipresbyteri»), farebbe – si è detto – sostenere che la diocesi fosse, al tempo, retta dal vicario.
Per il 1258 abbiamo l’anagnino Nicola (che per d’Apollonio e la cronotassi data dal Capitolo è indicato come Pietro Nicola Morra; più semplicemente è Nicolaus per Bologna e Nic[c]olò nella cronotassi di Ughelli e Cappelletti). Mattei indica in Nicola il vescovo che, nel 1266, rimette il mandato nelle mani del papa Clemente IV, probabilmente per un suo sostegno alla causa di Manfredi, sconfitto e ucciso a Benevento; potrebbero tuttavia essere illazioni. Sepcie se si assume – come fa Michele da Bologna nelle Constitutiones, che inserisce un vescovo Uberto già nel 1263 (è invece sconosciuto nel catalogo consolidato).
Nei primi giorni dell’anno 1267, il Capitolo della cattedrale elegge come proprio pastore Enrico da San Germano, francescano dell’Ordine dei frati minori. Il vescovo eletto viene confermato il 20 febbraio dello stesso anno con bolla del pontefice Clemente IV inviata a Rodolfo, cardinale di Albano e legato apostolico presso la corte del Rex Siciliae che da meno di un anno – si è anticipato: battaglia di Benevento, del 26 febbraio 1266 – è retto da Carlo d’Angiò. Dovrebbe essere con Enrico che si completa la costruzione della chiesa di San Francesco.


Papa Celestino V (web)


Enrico, tuttavia, resse la diocesi per pochi mesi, posto che nello stesso 1267 (10 settembre 1267, secondo Mattei) abbiamo un nuovo e diverso vescovo, Matteo – forse lo stesso Matteo archipresbyter che troviamo testimone dell’atto di concessione di Ruggero da Celano – il cui mandato invece arriva fino al 1281. È con Matteo vescovo che Alferio di Isernia (del notabilato cittadino, perché magistrato presso la Magna Curia napoletana), a proprie spese, edifica e dona alle clarisse, il monastero di Santa Chiara, seconda casa religiosa cittadina dell’Ordine francescano; sempre Matteo a riconoscere al monastero di S. Spirito, di fondazione celestiniana, l’esenzione dalla giurisdizione del vescovo, con proprio atto del 4 di settembre del 1276 (la pergamena, come molte qui citate, è conservata presso l’Archivio capitolare di Isernia). Poco anni prima, infatti, il  10  ottobre  1272, il giudice isernino Filippo Benvenuto e sua moglie, donna Glorietta, devolvono a fratello Placido,  procuratore  della  chiesa  di  S.  Spirito  della  Maiella,  una  vigna «infra fines civitatis Isernie a parte orientis, in loco ubi Pons de Arcu dicitur» perché vi costruisca una chiesa dedicata allo Spirito Santo. È l’atto di  fondazione del convento dei Celestini, poi portato in città (nel luogo in cui ora rimane, orfana, la sola Chiesa di S. Pietro Celestino) nel 1623.
Matteo è attestato fino al 1282. Gli succede Nicolò Valenzano, Nicola II (come da altri indicato, coll’indicazione dell’ordinale, dopo il vescovo Nicola del 1258). Nicolò Valenzano era canonico del Capitolo della Cattedrale di Capua, e a Capua muore l’11 aprile 1287 dove si era recato per proseguire per Roma.
Segue il vescovo Roberto, testimoniato per la prima volta nel 1287. «Di questo vescovo» - scrive Ciarlanti - «si veggono in Isernia molte memorie di S. Chiara e della chiesa della Fraternita». È, infatti, Roberto ad approvare con proprio decreto del 1° ottobre 1289, i capitoli dell’antica confraternita (la Fraternita, o Fraterna) istituita in città per volere di S. Pietro Celestino presso la Chiesa della Concezione (en passant, la confraternita battezza anche la, più nota, Fontana della Fraterna). Il decreto è conosciuto per effetto di un antigrafo del XVI secolo conservato nell’Archivio capitolare di Isernia, da qualcuno ritenuto infedele dell’originale perché contiene un inciso pericoloso per la vexata quaestio del luogo di nascita di Celestino: là dove dice «… per interessamento di fra Pietro da Morrone, cittadino di questa città di Isernia» (nella traduzione pubblicata da Valente in Isernia Origine e Crescita di una città ). Ritroviamo Roberto anche in una scrittura del 1292 del monastero di Santa Chiara, allorché concede il suo beneplacito di vescovo alla badessa, madre Filippa Euricella, per la vendita di un monastero che l’Ordine aveva in Agnone.


lunedì 9 aprile 2018

«L'autunno del 1860 a Isernia» - Per l'inaugurazione della sezione "1860" del Museo Civico


(articolo pubblicato su Il Quotidiano del Molise, lunedì 9 aprile 2018, pag. 13)


Sabato scorso, 7 aprile, è stata inaugurata la sezione del Museo Civico dedicata alla Reazione dell’autunno 1860, episodio infelice ma comunque determinante per la città e la sua storia, anzi tra quelli che più l’hanno – seppure in negativo – proiettata sul fondale della Storia nazionale. Per questo, l’apertura delle due sale dedicate – grazie all’impegno del curatore dell’esposizione, Duilio Vigliotti, cui va ogni merito, e alla preziosa collaborazione del Museo internazionale delle guerre mondiali  – colma una lacuna e riconferma, in pieno, il senso di un istituzione che si vuole “Museo della Memoria”. Perché, come dice bene Octavio Paz, la memoria non è tanto ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda, che ricorda a chi verrà quello che siamo stati, come singoli o come comunità, in tempi diversi. 

(foto Massimo Palmieri)

«Nel 1860 Isernia ebbe a palesare tali abominevoli vergogne, che tutte quante le sue passate glorie ne rimasero spente. Il di lei nome disonorato fe’ il giro d’Europa, e quantunque l’opera nefanda fosse compita da pochi retrivi, pure, l’essere questi fra i primarii della terra, fe’ sì, che la colpa si spandesse sulla maggioranza de’ cittadini, che pur non era meritevole di biasimo.»
Così, pochi anni dopo, scriveva della sciagurata città d'origine del deputato Stefano Jadopi il giornalista milanese Cletto Arrighi, presentando gli eletti nel primo parlamento nazionale insediatosi a palazzo Carignano. Non una voce isolata quella di Arrighi: contro Isernia, a Torino (ma anche a Londra, dove ci fu una seduta parlamentare dedicata ai fatti di casa nostra) vennero pronunciate parole pesanti come pietre: abominio, vergogne, opera nefanda. Come è oggi, forse, per Scampia, Isernia riuscì allora ad essere luogo immediatamente evocativo di ogni male: Isernia era la bestemmia che offendeva il nuovo credo: quella Religione della Patria di cui parla il garibaldino Crispi e che aveva per ossequianti sacerdoti i tantissimi cronisti e storiografi, organici al nuovo corso sabaudo, che attraverso articoli e memoriali assunsero il compito di evangelizzare i nuovi italiani, spesso anche omettendo e mistificando dati della realtà.
Chiediamoci: cosa mai era successo, in città, di tanto rimarchevole da farne risuonare in tutta Europa il nome, circonfuso di tale triste fama?


Diciamo subito che in città, concentrati in venti terribili giorni (30 settembre/20 ottobre), si ebbero davvero incendi, devastazioni e stragi; si contarono morti in malo modo: accecati, seviziati à la bajonnette, appesi e poi evirati. Si videro teste garibaldine spiccate ai legittimi proprietari, fatte rotolare per le scale vanvitelliane di Palazzo Jadopi e poste, poi, a trofeo sotto gli archi della Fontana Fraterna. Come in un carnevale macabro, in un osceno sabba, in quei giorni di inizio autunno, in città, si ebbe una sospensione di ogni principio morale, di ogni elementare norma di umana convivenza. Con Dio dalla loro parte – garanti il vescovo Gennaro Saladino e buona parte degli ottimati cittadini – e nelle tasche le carte di libero fare sottoscritte da re Francesco in persona, i cafoni di Isernia, lungamente compressi da una vita di stenti e privazioni, esplosero il loro veleno all’indirizzo dei pochi liberali cittadini, galantuomini in finanziera e pantaloni lunghi.

Per raccontare come fu che la notte del 30 settembre 1860, a Isernia, la Reazione conflagrò improvvisa, occorre un passo indietro. Con Francesco II in malinconica clausura a Gaeta, il 7 settembre 1860, Garibaldi entra a Napoli in trionfo.  È un momento di stanchezza e le Camicie rosse, spossate dalla veloce risalita dello Stivale, si assestano lungo il Volturno e fronteggiano un esercito regio ricompattato e, per la prima volta, motivato a combattere. In questo contesto, l’8 settembre, Isernia muta bandiera e, da fedelissima città borbonica, passa al campo savoiardo. «Cittadini, Municipio, Clero, Guardia Nazionale e Autorità tutte di Isernia» scrivono al dittatore Garibaldi rendendo «consen­ziente omaggio per l’annessione al Regno italiano sotto lo scettro di Vittorio Emanuele». Ma solo pochi, tra gli isernini, possono dirsi sinceri sostenitori dell’opzione unitaria: tra di essi, certamente, don Stefano Jadopi, nominato nuovo sindaco perché di fede liberale, ma altri galantuomini scelgono la via – italianissima – dell’attendismo, alcuni; del doppio gioco altri, che firmano per Garibaldi  ma impegnano la seconda metà del mese di settembre a fare intelligenze con la corte di Gaeta, preparando la sollevazione della città.


Isernia, c’è da dire, non è un posto a caso sulla mappa. È uno snodo fondamentale, importante retrovia del fronte garibaldino. Così, far sollevare in concomitanza con la grande battaglia sul Volturno (che ci sarà infatti il 1° di ottobre), che vede, per la prima volta da Marsala l’esercito di Franceschiello finalmente mostrare i denti, assume strategicamente il senso di accendere fuochi alle spalle dei garibaldini e distrarre forze che dovrebbero servire altrove.  

Così, nella notte del 30 di settembre, armati di ronche, forconi e qualche fucile strappato alle smarrite Guardie nazionali, settecento contadini, forse anche mille, procedono come un fiume che abbia rotto gli argini e si riversa in piena lungo lo stretto budello che, ab urbe condita, attraversa Isernia correndo da nord a sud, dal Largo della Fiera fino al Convento dei Celestini, sede della Sottointendenza. La cingono d’assedio, mettono in fuga le poche camicie rosse a presidio di quell’Alamo; poi rivolgono le punte dei forconi verso palazzo De Baggis, che è di fronte, ultimo riparo dei liberali cittadini. Qui uccidono il padrone di casa; feriscono a morte il figlio ventenne di Stefano Jadopi, Francesco; il giudice mandamentale Ferdinando Boccia si salva solo perché si finge cadavere. L’orribile notte termina coi saccheggi e gli arresti arbitrari di quanti vengono riconosciuti come liberali. Il giorno dopo, 1° di ottobre, a una città che è in piazza, con le armi ancora calde in pugno, fa da contraltare un’altra città, attonita, sgomenta che inizia a nascondersi, a fuggire. 
In poco più di venti giorni, Isernia viene riconquistata e ripersa più volte e come un osso, che via via si consuma, si divide tra due cani ringhiosi. La spedizione garibaldina del neonominato governatore della provincia di Molise, Nicola De Luca, giunge a Isernia  la sera del 4 ottobre e aggiunge nuovo sangue a quello già versato. Ma la città è  libera e liberale per una sola notte: la mattina di venerdì 5 ottobre, da Venafro, ripartono i borbonici del maggiore De Liguori e si riprendono, in punta di baionetta, la città, che conserveranno fino alla Battaglia del Macerone. Intanto, il 17 ottobre, nella piana di Pettoranello, la gendarmeria borbonica e la fucileria dei cafoni nostrani chiudono a tenaglia gli smarriti garibaldini della Colonna Nullo, venuti da Bojano a riprendersi, ancora una volta, Isernia. È strage di Camicie rosse, durante e dopo la battaglia: a notte la campagna si riempie degli sbandati, che prendono a vagare senza direzione e, quando presi, subiscono sevizie e morte per decapitazione.  

Vittoria inutile, tuttavia, quella riportata a Pettorano. A Isernia non si festeggia: la città è intristita e contempla le sue macerie, non solo materiali. S’inizia a realizzare l’ineluttabilità di un destino deciso altrove, che porterà gli isernini ad essere presto sudditi di un diverso re. Vittorio Emanuele sta infatti scendendo col suo esercito a prendersi il Sud. Il 20 ottobre 1860, nella nebbia del Macerone, l’avanguardia piemontese ha facile ragione delle poco motivate forze borboniche, guidate dall’ottantenne Luigi Scotti Douglas. C’è la resa. La cavalleria sabauda entra al galoppo in città. Appena insediatosi, la sera del 20, il nuovo comandante della piazza, il generale Cialdini, telegrafa al governatore De Luca e dice: «Faccia pubblicare che fucilo tutti i paesani armati che piglio, e do quartiere soltanto alle truppe. Oggi ho già incominciato»; e non millanta: davanti al plotone di esecuzione cadono in giornata i primi dieci paesani scelti tra quelli che al Macerone gli hanno contrastato il passo.



Nessun plebiscito si inscena a Isernia per il 21 di ottobre: l’adesione al nuovo Regno viene data per scontata. Re Vittorio verrà in città di lì a due giorni. Dorme una sola notte sola, in casa di don Vincenzo Cimorelli, prima reazionario e ora campione cittadino di quel trasformismo nuova moda nazionale. Nel suo entourage annotano che Vittorio Emanuele rimanga così fortemente colpito dalla città da esclamare: «Se non fosse città italiana l’avrei trattata da re barbaro».