lunedì 9 marzo 2026

(Vivere e) Morire a Isernia. Appunti per una storia del cimitero



Pur nuova legge impone oggi i sepolcri/fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti/contende

L’elementare norma igienica relativa al seppellimento dei cadaveri fuori dai centri abitati ha trovato, nella civilissima Europa continentale, una prima espressione solo con il Décret impérial sur les sépultures, meglio noto come Editto di Saint Cloud (quello Dei sepolcri di Ugo Foscolo, per intenderci) emanato da Napoleone Bonaparte il 12 giugno 1804, dunque piuttosto tardi.

L’editto si riferiva al territorio dell’Impero; dunque non ebbe effetti per il Regno di Napoli (nel 1804 ancora saldamente retto da Ferdinando IV di Borbone).

La nascita di cimiteri extraurbani nel Meridione non va quindi ricollegata direttamente all’adempimento della norma napoleonica. Tuttavia, rimesso Ferdinando sul trono del regno che fu di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat poi (che pure aveva decretato – per la sola città di Napoli – nel febbraio 1809 il divieto di sepoltura sotto le chiese) il retaggio del periodo francese nel nuovo Regno delle Due Sicilie si esprime (oltre che nella permanenza della ghigliottina come rapido strumento per le esecuzioni capitali) nell’introduzione della legge 11 Marzo 1817 «per la costruzione dé campisanti in ogni comune di qua del Faro» (quindi vigente nella sola parte peninsulare del regno), cui segue il Regolamento di attuazione del successivo 21 Marzo 1817. Nel preambolo si legge che «Il costume di seppellire i cadaveri umani in sepolture stabilite dentro o vicino i luoghi abitati, abolito fra le più colte nazioni, non potrebbe essere ulteriormente tollerato nel nostro Regno, senza grave pregiudizio della salute pubblica». Si stabilisce così che «in ogni comune de’ nostri Reali dominii al di qua del Faro sarà stabilito un camposanto fuori dall’abitato …».

Il sovrano dispone, ma tutte le spese gravano
sui comuni, che devono individuare siti idonei in campi spogli di alberature, «di terra nuda, ben dissodata»; è fatto obbligo cintarli per almeno due metri d’altezza; aprirvi un unico accesso cancellato, con sbarre tanto strette da non far passare gli animali; realizzarvi una cappella per celebrarvi i culti e, volendo, un abituro «pel seppellitore». Il cimitero – qui la vera novità – deve essere posto a distanza superiore al quarto di miglio dall’abitato (circa mezzo chilometro), in posizione favorevole rispetto ai venti prevalenti, in modo che i miasmi della putrefazione non giungano in città. Nel caso in cui  ci sia già una chiesa o una cappella fuori le mura, si può utilizzare quella, per risparmiare sulle costruzioni necessarie. Le parole d’ordine sottese a tutta l’operazione sono economicità e rapidità d’esecuzione: si prevede l’inumazione («o sia interramento») come unica modalità; niente superfetazioni marmoree o cappelle private a sottrarre spazio per altre salme; seppellimento della sola salma, senza cassa (l’obbligo di cassa sarà stabilito solo successivamente, nel 1841), disposizione per file serrate, ad un intervallo di poco più di dieci centimetri tra una fossa e l’altra. In sostanza, il cimitero comunale viene pensato come efficiente magazzino di cadaveri.

La legge dà quale termine per l’ultimazione dei lavori il 1820; termine poi prorogato – siamo pur sempre in Italia – al 1831 (decreto del 12 Dicembre 1828).

 

Prima di Saint Cloud

L’Isernia medievale e moderna conosce i cimiteri urbani: nella discontinuità dell’abitato posto entro le mura, si ritagliano aree consacrate nelle immediate vicinanze delle chiese parrocchiali in cui seppellire i morti, spesso organizzate dalle confraternite laicali, che tra i loro compiti di carità hanno anche (se non soprattutto) quello della buona morte. I defunti devono trovare eterno riposo ad sanctos et apud ecclesiam (vicino ai santi e presso le chiese); per questo, per tale prossimità della città dei morti a quella dei vivi, l’esperienza della morte è condivisa nella quotidianità dello spazio urbano. Le crude rappresentazioni che restituiscono cronache e letteratura per altri contesti geografici (miasmi, liquami, accumuli d’ossa, animali vaganti, muri di contenimento che non adempiono più alla loro funzione e debordano sulle vie…) possono, per facile analogia, riferirsi anche a Isernia. C’è poi l’inumazione sotto il pavimento delle chiese, riservata al clero e a chi pagava di più: la Cattedrale, San Francesco, Santa Maria Assunta hanno tutte restituito ossa e teschi a ogni intervento di ristrutturazione. Sappiamo che la cripta della Cattedrale è il luogo di sepoltura dei vescovi isernini, talvolta con il privilegio di un sarcofago (riutilizzando precedenti manufatti di epoca romana, come nel caso dei sarcofagi ritrovati nell’area absidale della prima basilica paleocristiana).

Più in generale, la sepoltura in chiesa è  la prassi: i posti privilegiati sono presso gli altari o nelle cappelle laterali; altri finiscono in ambienti ipogei destinati allo scopo (il cd. carnarium). La gestione del cadavere è rapida ed economica: dopo la funzione, il corpo - senza cassa - viene deposto (più brutalmente, lasciato cadere) tramite botola ritagliata nel pavimento. Situazioni particolari, epidemie (per Isernia: la peste del 1656-57 che decimò oltre la metà della popolazione) o terremoti (come quello del 26 luglio 1805, con i suoi quasi 600 morti), autorizzano lo scavo di fosse comuni o altre rapide modalità di gestione dei cadaveri come la cremazione, ferma restando la successiva inumazione delle ceneri in terreno consacrato.  Nell’organizzazione della città per parrocchie queste costituiscono anche la base anche per stabilire i luoghi di sepoltura dei fedeli e il pagamento del relativo compenso ai competenti curati. È qui il punto dolente: la resistenza del clero ad accettare un cimitero unico, lontano dalla città e in mano al potere laico – questa novità giacobina – è comprensibilmente legata al rischio di perdita o ridimensionamento di queste entrate. Il Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri giorni (redatto da Gaetano Morini nel 1893) ammette che un cimitero posto fuori dal controllo delle chiese è cosa da Protestanti, che «contrariarono l’uso del seppellimento ne’ templi collo scopo di togliere l’idea dei suffragi e di allontanare dall’uomo colla memoria del sepolcro il più potente freno alla superbia e alle altre passioni, nonché di togliere un mezzo alle limosine ed alle pie fondazioni, impoverendo il Clero». Resistenze d’altro tipo sono espresse dai patriziati, che in questa livella rispetto alla morte vedono un inopportuno cedimento all’egalitarismo.

In ogni caso, dopo l’editto di Saint Cloud, figlio del laicismo rivoluzionario, una nuova sensibilità e una più attenta osservanza delle elementari norme di igiene spingono le municipalità a superare le frizioni e ad utilizzare per le sepolture siti extraurbani, come espressamente indicato dalla legge dell’11 Marzo 1817.

 

Santa Maria delle Grazie

Alla promulgazione dell’editto ferdinandeo, Isernia, città allora di circa settemila anime, già seppellisce i suoi morti nel monastero dei frati Minori Osservanti di Santa Maria delle Grazie, che offre il vantaggio di essere comunque prossimo alla città ma sufficientemente fuori dall’abitato (stiamo parlando del convento alla Fiera, quello che diverrà – come vedremo -  carcere e sarà, infine, distrutto dai bombardamenti alleati del settembre/ottobre 1943; al suo posto si edificherà nel dopoguerra il tribunale).

Il convento è stato fondato nel 1506 dagli Zoccolanti, i frati minori francescani, inglobando la precedente chiesa trecentesca con il medesimo titolo (in città, la famiglia francescana era già presente già con il convento di S. Francesco, dei Conventuali; verrà poi nel 1596, a completamento, quello dei Cappuccini di S. Maria degli Angeli). Danneggiato dal terremoto del 1805, soppresso il 7 agosto 1809 dal decreto murattiano, il convento extraurbano è stato nuovamente popolato dai frati con il ritorno dei Borbone, nel 1816. Alla metà del secolo ha una popolazione di una decina di confratelli.

Nell’archivio storico comunale (ASCI, b. 108, f. 1688) è conservata una nota al sindaco inoltrata dal sottointendente (l’equivalente borbonico del prefetto) nel luglio 1850; lamentando la necessità che si provveda quanto prima all’individuazione di nuovo e idoneo sito per il cimitero comunale, il funzionario regio scrive: «Non sarà fuori proposito avvertire che più volte il Guardiano de’ Minori Osservanti  mi ha manifestato, ed in iscritto, ed a voce, che le sepolture ora destinate alla tumulazione de’ cadaveri sono ormai colme, e che non potrebbe di molto avvalersi delle stesse senza detrimento della pubblica salute».

 

«Pianta territoriale adiacente il diruto monistero detto di S. Pietro Celestino (sic), contrada S. Spirito da servire la estensione per ergere il Camposanto in Isernia» 

S. Spirito

In quell’estate del 1850, nel momento in cui il sottointendente Viti scrive al sindaco Melogli, Isernia non ha ancora un cimitero comunale.

La storia – come tante che riguardano Isernia – è burrascosa: gli amministratori cittadini si sono mostrati subito solerti nell’adempimento al dettato regio e già nel 1818 viene approvato un progetto redatto dall’architetto Michelangelo Petitti, di Napoli, per la costruzione del cimitero nel sito dell’ex monastero dei Celestini, in Santo Spirito. Nel fondo Intendenza di Molise dell’Archivio Storico di Campobasso si conserva la pianta del sito scelto per «ergere il Camposanto di Isernia»: due terreni coltivati a vigna prossimi al diruto monastero (erroneamente indicato come «detto di San Pietro Celestino, contrada Santo Spirito»), che occupa un terzo della superficie complessivamente misurata in 2 tomoli.

Questioni circa la proprietà del suolo sorte con l’abate di Montecassino (che è divenuto amministratore dei beni della Congregazione dei Celestini dopo il suo scioglimento nel 1807) ritardano l’avvio dei lavori, che vengono appaltati solo nel 1840, ma non procedono celermente, anzi. Quando Stefano Jadopi, in qualità di consigliere provinciale facente funzioni di sottointendente profferisce il suo Discorso nella solenne adunata del Consiglio distrettuale d'Isernia ai 20 marzo 1843, giunto al capitolo cimiteri ammette che «nel decorso anno 1842 tali monumenti siansi completati ne’ Comuni di Roccasicura, S. Pietro Avellana, Caccavone, Macchia d’Isernia, Pietrabbondante», registrando nei restanti comuni del distretto soltanto un «prosieguo dei lavori».  Il Distretto di Isernia non costituisce eccezione nell’ambito del Regno: le fonti statistiche riportano che al settembre 1839, su 2189 comuni costituenti il Regno delle Due Sicilie, 1.461 sono totalmente privi del  cimitero comunale e 202 sono quelli che lo stanno costruendo nell’anno della rilevazione; del resto, cinquant’anni dopo, a Unità avvenuta, sono ancora 262 i comuni dell’ex Regno delle Due Sicilie a seppellire i loro morti in fosse carnarie (Risultati dell’inchiesta sulle condizioni igieniche e sanitarie nei comuni del Regno, Roma, 1886).

Al di là della lentezza dei lavori, il problema è che il sito di Santo Spirito presenta una serie di criticità. In primis, è di superficie limitata per le esigenze della città e per un terzo è occupato dai ruderi dell’ex Monastero dei Celestini: murature in pietra che vanno rimosse e non possono essere riutilizzate così come sono per la cappella e la casa del custode.  Inoltre il terreno è di per sé particolarmente duro, e non si presta facilmente allo scavo delle sepolture, per di più è in pendenza, degradando verso il letto del fiume Carpino (o Gianocanense come si diceva allora).

Tutte queste considerazioni spingono il sindaco Giuseppe Melogli a decidere – con delibera assunta nell’agosto del 1850 e dopo il sollecito del sottointendente – di individuare un nuovo sito per l’impianto del cimitero comunale.

 

Colle Impergola

Continuando lungo lo stesso percorso (che è poi il tratto isernino del Regio Tratturo Pescasseroli-Candela), lasciati alle spalle i ruderi dell’ex Monastero dei Celestini e superato il fiume sul ponte in pietra da poco costruito (1836), si arriva ad una zona sufficientemente estesa e pianeggiante, sulle carte del tempo indicata come Colle Impergola (va notato che il nostro attuale toponimo Colle Impergola identifica una località leggermente più a nord, mentre il luogo in cui sorge il cimitero ha assimilato il nome Santo Spirito mutuandolo dal monastero). È qui che sorgerà il nuovo camposanto, su disegno dell’ingegnere e appaltatore Luigi De Cesare, molto attivo in città in quel lasso di tempo – il teatro cittadino in Palazzo San Francesco, il Palazzo del Seminario, il progetto per il rifacimento della Piazza Mercato mai realizzato.       

Anche per questo progetto, tuttavia, i tempi di realizzazione si dilatano. Sempre Stefano Jadopi, nel suo contributo monografico su Isernia per la rivista «Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato» fondata e diretta da Filippo Cirelli (siamo nel 1858) riconosce che «il detto Sacello, posto a costruzione dal 1840 rimane tutt’ora incompleto, presentando appena il muro di cinta di regolare figura».

Il cimitero comunale apre finalmente le sue porte nel 1864, quando Isernia è già città del Regno d’Italia.

 

Disegno del piantato del camposanto che si vuole ergere in Castelromano, progetto di Domenicantonio Viti (in ASCI b. 107, f. 1686)

Il “villaggio” di Castelromano

Se il centro città è stato in affanno col suo camposanto, per il villaggio riunito di Castelromano - frazione che ha sempre avuto i numeri per essere comune a parte – le cose si muovono ancora più lentamente. Il folto carteggio sul suo cimitero (in ASCI b. 107, f. 1686) ha un primo documento  a  data 1840, ma corrispondenza deve essere intercorsa già precedentemente tra sottintendente e sindaco, se nel maggio del 1840 una nota del primo sollecita al secondo una celere risposta; risposta che non deve essere stata inoltrata se nel gennaio 1841, il sottointendente torna a scrivere al primo cittadino lamentandosi che la costruzione del camposanto è «dimenticata da Lei e dal Decurionato».  Un progetto redatto «dall’agrimensore regio ed esperto in architettura Domenicantonio Viti» viene trasmesso dal sottointendente al sindaco nel maggio del 1841 affinché si approvi con delibera e si dia inizio ai lavori.  In pianta, all’interno di una cinta muraria ad unico ingresso (come prescrive la norma del 1817) si prevede una cappella con sacrestia, un ossario interrato nel pavimento di questa come «luogo per le destumulazioni», un altare e «stipetto per arredi sacri». Il Decurionato approva, ma nel 1844 il sottointendente comunica la risposta dell’Intendente provinciale, cui spetta l’ultima decisione: la delibera è definita inconcludente perché (e non ha fatto) «avrebbe dovuto proporre il sito opportuno per la costruzione del camposanto».

Ma non se ne fa niente. Tutto fermo per trent’anni e più. Ad un regno se ne sostituisce un altro; il sottointendente si chiama ora sottoprefetto del Circondario di Isernia. Nel 1873 sua eccellenza il prefetto, da Campobasso, gli ha dato incarico interessarsi della «tumulazione dei cadaveri della frazione di Castelromano la quale si pratica nella piccola chiesa dle luogo (…) con grave pericolo per la salute pubblica». Il sindaco fa orecchie da campanaro e tira avanti per quasi un anno, poi a marzo del 1874 il sottoprefetto gli intima «nel termine di giorni trenta dalla data della presente» che si individui «il sito da servire per il cimitero».  Ancora silenzio da parte del Comune. Nell’agosto di quello stesso 1874 il prefetto nomina una Commissione di tre membri per verificare l’adempimento alle prescrizioni date (la missiva è prestampata, quindi rivolta ad una serie di comuni molisani, evidentemente tutti inadempienti: una successiva circolare del 26 settembre 1875 – anche questa a stampa – invita «a provvedere in via d’urgenza ai Cimiterii provvisorii nel Comune principale  e nelle frazioni dove si seppelliscono i morti nelle Chiese (…) entro il perentorio termine di non più di due mesi».

Nel 1876 sottoprefetto e sindaco sono ancora a scriversi missive: il primo chiede si versino 80 lire per le spese della Commissione Provinciale di Sanità; il sindaco nicchia dicendo che non serve alcuna ispezione perché il «cimitero comunale qui esistente si trova in condizioni perfette»; il sottoprefetto rimarca  che «la visita che deve imprendere la Commissione P. Sanitaria in questo Comune non si riferisce al ciitero del capoluogo , ma bensì al quello di Castelromano», perciò si dia riscontro e si paghino le 80 lire.

Nell’agosto del 1886 finalmente si delibera in ordine al cimitero di Castelromano: il prefetto ha chiuso con decreto «le due sepolture esistenti nella Chiesa parrocchiale di Castelromano (…) d’allora in poi i cadaveri di quei parrocchiani si seppellirebbero nel cimitero di questa  Città (…) Ora quei naturali, e a capo di essi l’arciprete sig. Ercole Iarussi, hanno prodotto una istanza diretta aad ottenere che si costruisse il cimitero di quella parrocchia»; quelli della Romana hanno individuato anche il terreno che mettono a disposizione gratuita del comune.  Gratis è parola balsamica. Si approva.

Arriviamo finalmente al 1886, 26 di ottobre. Il sottoprefetto trasmette il decreto prefettizio di approvazione del «piano topografico della località in contrada Villanella» individuato dal Comune per l’edificazione del cimitero: un rettangolo di terreno seminativo di consistenza 12 are, posto a margine  della rotabile e appartenente a tal Cosmo Viti.

Il computo metrico dell’edificando cimitero è approvato dal Genio Civile di Campobasso il 18 novembre 1887; l’importo dei lavori è per complessive 7224 lire. I lavori di sterro cominciano nel 1888: si invitano gli abitanti delle contrade a oriente della città a prestare giornate di lavoro (quasi fossimo ancora in tempi di corvée); ne sorgono anche screzi. Chi si sottrae al lavoro coatto beffeggia chi va a lavorare: tanto una sepoltura non si può negare. Una nota del parroco Iarussi al sindaco, a data 22 agosto 1888, lo informa che gli uomini di Colle Cioffi e quelli «del Villaggio Marini» hanno rifiutato i biglietti di convocazione. «Si regoli la S.V. per questi individui. Credo che la onorevole Giunta Municipale ha facoltà d’impedire la tumulazione in codesto cimitero  ed allora si otterrà lo scopo di far venire tutti a lavorare»; e in altra missiva di pari tenore: «prego la S. V. ill.ma (…) ordinare (…) di non rilasciare biglietti di seppellimento ai naturali di Castelromano nel cimitero di Isernia, affinché tutti si prestassero per la detta costruzione». Come dire: chi non lavora, non si tumula.

Biglietto per lavoro coatto, 1888 


Finito lo sbancamento (anche con polvere da sparo e miccia, per i massi più grossi), nel dicembre del 1889, l’appalto per la costruzione del muro di cinta viene finalmente affidato ai fratelli Evangelista, Nicola e Camillo,.

Sappiamo per certo che il cimitero è già in funzione nell’ottobre del 1892. A quella data, c’è una nota di consegna di attrezzi affidati «al custode del cimitero del villaggio di Castelromano dalla Guardia municiaple Antonio Battista»: una carriola di legno usata e una nuova; una mazza di ferro da 8 kg; un piccone; zappa e zappone di ferro (una nuova e l’altro usato); una fune del peso di 2 chilogrammi. Il custode, Costanzo Patriarca, sottoscrive per ricevuta.

 

La traslazione delle spoglie mortali da Santa Maria delle Grazie

Torniamo nel centro città, e facciamo un salto indietro.

Il nuovo regno savoiardo porta con sé una salutare ventata di laicismo. Con le leggi di eversione dell’asse ecclesiastico del 1866 lo stato incamera una serie di beni precedentemente appartenenti alle congregazioni religiose, tra questi il convento francescano di Santa Maria delle Grazie, che viene destinato a carcere circondariale (lo sarà fino alla distruzione del 1943).

Il primo luglio del 1879 il sindaco Edoardo Scarselli pubblica un avviso con cui, dovendosi procedere allo sgombero delle sepolture esistenti presso la chiesa, «sono avvertite tutte quelle famiglie che volessero particolarmente raccogliere gli avanzi dei proprii estinti per trasportarli nel Cimitero Comunale, o nelle tombe private quivi erette, a farlo nel tempo improrogabile di quindici giorni». Non si conosce la sorte dei resti non reclamati, probabilmente versati nell’ossario comune nello stesso nuovo cimitero.

 


«Regolamento del Servizio Mortuario nella Città di Isernia», 1878

Aperto il cimitero comunale, occorre dotarsi di uno strumento regolamentare che ne disciplini – perdonatemi – la vita in tutti i suoi aspetti. Viene, così, nel 1879 redatto il Regolamento del Servizio Mortuario nella Città di Isernia, adottato dalla municipalità e stampato dalla Tipografia F. Matticoli. I primi due articoli stabiliscono l’obbligo di notifica al sindaco dei casi di morte di adulti, ovvero – art. 2 – dei «prodotti della concezione espulsi prima del 7° mese di gravidanza, ed i nati morti dal 7° mese fino al termine della gestazione»; il sindaco, avuta la notizia del decesso «fatta accertare la morte dal proprio ufficiale sanitario rilascerà (…) ai seppellitori comunali l’ordine pel seppellimento» (art. 3). Il defunto dovrà rimanere in osservazione per 36 ore «nei casi ordinari (…) 72 ore nei casi di morte improvvisa» (art. 4).»

Interessante è il Capitolo III (il secondo riguarda le autopsie) che regola il trasporto dei cadaveri. Intanto, si chiarisce che il trasporto verso il cimitero è, esclusivamente, «a cura del Municipio». «Ogni cadavere di persona morta a domicilio debbe essere involto in lenzuolo oppure coperto o vestito in altra guisa decente. In nessun caso i cadaveri potranno essere esposti, né trasportati dalla casa o dal luogo ove avvenne il decesso se non siano in casse o bare coperte» (art. 9). Una volta giunti a destinazione, si apre la via della sepoltura comune (in terra, in uno dei quattro quadranti in cui è diviso il camposanto) ovvero la tumulazione nelle cappelle delle Congreghe o nei sacelli familiari, su terreno dato in concessione (rubricate come sepolture particolari, artt. 22 e ss.).

Per i comuni, l’interramento avviene in fosse «di forma quadrilunga regolare, larga 80 centimetri, lunga metri 2 e centimetri 5, profonda un metro e mezzo a due metri (…) La distanza tra una fossa e l’altra sarà di centimetri 40 per ogni lato» (art. 16). Sopra le fosse, non è consentito erigere monumenti: se si vuole sfuggire all’oblio, viene permesso il solo «collocarvi piccole croci o iscrizioni su latta, ferro o legno, o piccole lapidi che non eccedano 0,35 metri per lato» (art. 20).

Da Regolamento, uno dei quattro quadranti è destinato ai bambini di età inferiore ai sette anni. La circostanza non deve destare sorpresa se si pensi alla percentuale altissima dei fanciulli morti nei primi anni di vita: nel decennio 1871-1880, tra i nati, uno su dieci non superava la prima settimana di vita; uno su quattro, il primo anno. Un bambino ogni tre moriva entro i cinque anni di età (dato nazionale italiano). «In questo quadrato verrà designata un’area apposita pel seppellimento degli aborti e dei nati morti» (art. 17).

Ogni sepoltura (nelle fosse dei comuni) andrà contraddistinta da un numero progressivo, e l’anno del seppellimento. Sarà il custode del cimitero a sciogliere il rebus, annotando per ciascun numero arabico «sopra apposito registro ed in doppio esemplare (…) il nome, cognome, età, paternità, patria del sepolto, non che l’anno, mese giorno e ora del seppellimento» (art. 19). 

Perché anche dinanzi alla morte non si è tutti uguali, nel caso di sepolture particolari si potrà scegliere tra: «1. Edicole ed archi, ossiano sepolcri o tombe perpetue, individuali o di famiglie. 2. Sepolture a cielo scoperto, isolate e nel mezzo dei poligoni destinati alle inumazioni comuni, o lunghesso il muro di cinta, cioè posti individuali, o tumuli o nicchie o cripte nei colombari concessi a tempo determinato, o per sepolture di famiglia date a possesso perpetuo» (art. 22). Inoltre, per quanti siano ancora meno uguali di fronte alla morte, esiste al possibilità di seppellire defunti in cappelle private poste fuori dal cimitero (la Cappella Jadopi a Pietralata o quella Laurelli a Nunziata Lunga ne sono esempi); in tale caso «il trasporto dei cadaveri e la loro deposizione negli avelli o nelle cappelle private poste all’aperta campagna, si dovrà fare con le cautele igieniche che di volta in volta saranno prescritte dal Sindaco e tracciate dalla Commissione Municipale di Sanità (art. 32)».

Altre disposizioni che richiamano l’interesse del lettore: all’art. 28, si prescrive che ad «evitare le tristi conseguenze delle emanazioni che sollevansi dalle sepolture, appena ne sarà tolto il coperchio , verrà acceso attorno alla loro apertura un fascio di paglia, o di rami secchi di pino, di ginepro o d’altre piante resinose, ottenendone una viva fiamma per disperderne i miasmi.» Nelle esumazioni, occorre evitare che l’assenza di ossigeno uccida i fossori: per verificare,  «si calerà quindi un lume appeso ad una corda fino al fondo della sepoltura, e in caso che non vi rimanesse acceso, sarà vietato ai seppellitori di discendere nella tomba , se non quando, ripetuta dopo qualche tempo la esperienza, si possa essere sicuri che non vi faccia difetto l’aria respirabile». All’art. 30 si norma l’ovvio (ma se si ha l’esigenza di normare, tanto ovvio probabilmente non è): «Nessuno potrà levare i cadaveri dalla loro casse, spogliarli od appropriarsi altrimenti gli abiti, le robe, gli ornamenti che esistono presso i medesimi. È pure vietato il recare insulti ai cadaveri, il violare le tombe comuni o private, il disperdere le ossa, l’esportarle fuori dal Cimitero, e il porre mano, senza l’autorizzazione del Sindaco, al dissotterramento dei cadaveri».

 


Cappelle

Una volta regolarmente enunciata la possibilità di vedersi riconosciuta un’area all’interno del cimitero per l’edificazione di sepolcri particolari, chi può – chi lo può economicamente – fa domanda al Comune per la concessione perpetua, pagando a metro quadrato di suolo concesso. Sono i maggiorenti della città per le loro cappelle gentilizie o le confraternite laicali che assicureranno così un luogo di tumulazione dei confratelli. Nell’archivio comunale si conservano gli originali delle richieste pervenute e gli atti di concessione sottoscritti da sindaco e priore della congrega.

Ma l’abuso edilizio è costume praticato per le case dei vivi così come per le case dei morti. Nell’anno 1879, il 12 di aprile, una commissione costituita dall’ispettore municipale Antonio Santolini, assistito dal segretario comunale Camillo Caroselli Perpetua, dall’ingegnere comunale Giuseppe Viti e dal brigadiere della guardia municipale Alberico Formichelli si reca – metro alla mano – al camposanto «allo scopo di verificare le usurpazioni ed abusive occupazioni che quivi sonosi commesse (…)». Prima di entrare nel recinto cimiteriale, si osservano «cave abusive di pietra viva, aperte senza alcuna autorizzazione o permesso su suolo comunale (…)»; una volta entrati, trovano «altre cave dell’istessa pietra  viva»; si misurano finalmente le cappelle private, registrando piccoli abusi: laddove erano stati concessi venticinque metri quadrati, se ne occupano per il fabbricato ventinove; la cappella di un noto professionista «occupa un suolo di metri quadrati trenta, mentre nel mentovato Regolamento ne sono stati assegnati ventiquattro, al prezzo di quindici lire al metro». Lo stesso dicasi per la cappella di famiglia di un ex sindaco della citta: trenta metri al prezzo di ventiquattro. «A questo punto, si è dovuto arrestare la operazione di verifica, stante il sopraggiungere della pioggia e la mancanza delle chiavi delle tombe, i cui sotterranei vanno misurati» (verbale contenuto in ASCI, b. 108, f. 1705).

Progetto per la realizzazione del cimitero di Isernia (senza data, in ASCI )
 

Vivere e morire a Isernia 

All’inizio del Novecento, a chi dal viadotto della ferrovia capitasse di guardare giù, oltre il vetro dell’accelerato da Caianello in frenata per l’arrivo alla stazione, il cimitero comunale sarebbe apparso come un campo murato di terra smossa, poco ordinato e curato al suo interno. Un elzeviro pubblicato su un giornale del tempo, a data 11 agosto 1900 (per come letto in Cronache d’Isernia di inizio secolo 1900-1904, a cura di Davide Monaco), amaramente dice «ahimè! Quale abbandono regna in quel recinto e quanto insulto ai defunti! (…) Non una croce ritta e netta di ruggine o di muffa, non una tomba ornata di fiori, non  una zolla che non sia tutta coperta ed avvolta da sterpi selvatici  e da erba lazza».  

La situazione del cimitero non può oltre tollerarsi: interviene così il sindaco Paolino, nel 1904, con un’ordinanza (ASCI, b. 108, f. 1708)  che richiama i concessionari al rispetto delle norme di polizia mortuaria: entro trenta giorni, pena l’esecuzione dei lavori in danno dei contravventori o la chiusura delle cappelle fuori legge, «i privati che posseggono cappelle per tumulazioni debbono farle fornire di nicchie destinate per un solo cadavere ed intonacate con cemento  e chiuse ermeticamente. Lo spessore delle pareti delle nicchie non potrà mai essere inferiore a centimetri quaranta a meno che non s’impieghino all’uopo lastre di pietra unite tra loro con saldatura di piombo. I cadaveri da tumularsi nelle cappelle devono essere chiusi in cassa metallica saldata a fuoco. Le nicchie debbono essere distinte con numeri progressivi in metallo (…) Sulla facciata di ciascuna nicchia (…) deve essere una lapide sulla quale con lettere indelebili saranno impressi il cognome, nome e paternità nonché la data di morte del deceduto». Non sembri pleonastico il richiamo sindacale: al cimitero di Isernia capita anche che si smarriscano le salme. Nel maggio di quello stesso 1904 un cittadino che si era dotato di tutti i permessi per l’estumulazione della madre, verifica che nel posto in cui l’aveva sepolta c’è un diverso defunto, morto di fresco. Chiamato il muratore che aveva effettuato, all’epoca, la tumulazione, viene aperto un altro loculo, ma né in quello, né nei successivi viene rinvenuto il cadavere della signora. Ne segue la denuncia contro ignoti e l’apertura di un procedimento penale.

Uguale incuria la città la vive per le pompe funebri. Il farmacista Federico Labella, nel 1895, da consigliere comunale denuncia che non è pratica che si confaccia a decenza e igiene quella del trasporto dei cadaveri utilizzando quelle stesse carrozze con cui solitamente si trasportano i vivi. Le magre casse comunali – ricordiamo che, da regolamento, il trasporto è competenza esclusiva del comune, con tariffa differenziata per funerali di prima, seconda o terza classe – non consentono l’acquisto di un carro funebre; così, di volta in volta, il funzionario comunale commissiona il servizio ai vetturini presenti sulla piazza, oppure precetta i quattro spazzini comunali, che si caricano la cassa a spalla. Nelle pubblicità delle ditte cittadine di trasporti, i più lungimiranti tengono a specificare che le loro carrozze «non trasportano morti al cimitero» (così la ditta Domenico Ciccarelli, marzo 1895, testo in Cronache di Isernia di fine sec. XIX, di Davide Monaco).



Qualcosa, tuttavia, si muove: nell’archivio comunale (b. 108 f. 1696) si conserva preventivo del 1903 della ditta Francesco Belloni di Milano per una carrozza funebre adatta, con diverso corredo e addobbi, a funerali di I, II e III classe: la carrozza – versione base, offerta per 1550 lire – è «verniciata nero lucido e pallido con stanghette per un cavallo, timone e bilancia per due cavalli, assali a grasso, molle d’acciaio, con 4 colonne fisse e 4 colonne mobili, con globi di legno in alto torniti e lucidati nero»; a parte, su richiesta, vengono forniti pennacchi di penne di struzzo nero (in numero di 11, per £. 325), passamanerie nero e argento, «una cascata per la scerpa del cocchiere in panno nero» (scerpa è calco dal francese per indicare la cassetta dove siede il cocchiere), fiaccole per i lati del carro. Più modeste le dotazioni accessorie per i trasporti di seconda classe: grossi fiocchi di lana nera e poco altro; in terza classe, c’è da accontentarsi del solo carro. Non conosciamo se la trattativa sia andata a buon fine: agli atti non si conserva successiva delibera con cui si sia perfezionato l’acquisto e impegnata al spesa.

lunedì 20 ottobre 2025

Le chiese di Pietro. Fondazioni dei Celestini in città

Isernia e Celestino è relazione che va esplorata - e mi accorgo che non è stato fatto prima sulle pagine virtuali di questo blog - anche con riferimento alle fondazioni monastiche cittadine: parlo dei due monasteri di S. Spirito e di S. Pietro Celestino, che, sebbene sorti in epoche diverse, hanno avuto uguale sorte nel corso del secolo scorso e persistono, come memoria, ormai solo in vecchie foto bianco e nero, o nei disegni dell'ultimo decennio dell' 800 che ci ha lasciato - preziosa testimonianza - Cesare De Leonardis. Parleremo poi di altri edifici di culto cittadini comunque legati a Pietro del Morrone: la Chiesa dell'Immacolata Concezione, Santa Maria della Sanità e la cappella di S. Spirito.


Resti del monastero di S. Spirito


S. Spirito

Nella Bolla di confermazione dell'Ordine di S. Spirito de Maiella data a Lione da Gregorio X il 22 marzo del 1275 (bolla con cui si stabilisce che i monaci di Pietro seguano la Regola benedettina e, per questo, possano mantenersi come congregazione superando il divieto conciliare del Laterano IV di istituzione di nuovi ordini religiosi) è presente l'elencazione di tutte le chiese, allora esistenti, appartenenti all'Ordine; tra di esse troviamo S. Spirito di Isernia. Il monastero isernino è di recentissima istituzione poiché l'atto di donazione con cui lo iudex isernino Filippo Benvenuti, unitamente a Glorietta sua moglie, beneficia Fra Placido, procuratore della chiesa di S. Spirito della Maiella, di una «vinea infra fines civitatis Isernie a parte orientis in loco ubi Pons de Arcu dicitur» perché lì venga edificata una chiesa, è del 10 ottobre 1272; dalla bolla lionese sono passati neanche tre anni. L'indicazione geografica (pars orientis e Pons de arcu) è quantomai precisa: il declivio sul quale sorgerà il monastero è, appunto, posto a est dell'abitato di Isernia e degrada verso il corso del fiume Carpino (Gianocanense, in antiquo), a superare il quale - anche allora - doveva esserci un pons de arcu. Oggi tutta la zona, non a caso, prende il nome di Santo Spirito.

L'atto di donazione di Filippo e Glorietta è nel Fondo archivistico di S. Spirito presente presso l'Abbazia di Montecassino (tutte le carte del monastero celestino,  con la soppressione dell’Ordine del 1807 e il successivo Concordato del 1818, vennero versate in quell'archivio; vedi Faustino Avagliano, Le più antiche carte di S. Spirito d’Isernia nell’Archivio di Montecassino, 1971). La donazione attribuisce patente di falso grossolano a ciò che afferma invece il nostro Gio: Vincenzo Ciarlanti quando scrive nelle sue Memorie historiche che il monastero di S. Spirito di Isernia è stato edificato su terreno di Angelerio, padre di Pietro. Falso grossolano perché ingenuo: non credo ad una perfidia del primicerio isernino a voler precostituire una prova che leghi Pietro ad Isernia, quanto piuttosto a un tributo pagato alla tradizione, alla voce popolare: se in città si diceva così, allora era vero.

Piuttosto, una particolare preminenza della chiesa isernina all'interno dell'Ordine morronese  - e, per deduzione, indizio di un favor di Celestino verso Isernia sua patria - è provata da una notizia data nella tesi di dottorato di Adolfo Morizio (discussa nel 2008 all' Università di Padova e, per fortuna, disponibile per la consultazione): papa Benedetto XI - il cui pontificato (1303-1304) segue quello di Bonifacio VIII - decretò che il priore del monastero isernino, unico insieme con quelli di Santa Maria di Collemaggio e di Santo Spirito a Maiella (come a dire: le due fondazioni celestiniane più importanti), dovesse annualmente visitare l'Abate generale dell'Ordine in Santo Spirito al Morrone. Tanto in un periodo in cui i monaci di Pietro si erano già insediati a Roma (con San Pietro in Montorio e S. Eusebio all'Esquilino). Isernia più importante delle sedi romane, quindi. 

Inoltre, dalla lettura dell'Autobiografia (Vita sanctissimi patris fratris Petri de Murrone seu Celestini pape quinti. In primis tractatus de vita sua quam ipse propria manu scripsit et in cella sua reliquiddi), veniamo a conoscere che solo per quattro fondazioni dell'Ordine i lavori furono seguiti direttamente, in presenza, da Pietro: S. Spirito della Maiella, S. Maria del Morrone (poi divenuta S Spirito del Morrone, casa generalizia), S. Antonio a Ferentino e, appunto, S. Spirito di Isernia.  

Dalle fonti sappiamo che il vescovo Matteo, nel settembre del 1276, rilascia ai monaci l'esenzione dalla giurisdizione episcopale per la loro chiesa – qui e in altre carte di Montecassino indicata come «S. Spiritus de novo constructa in civitate Ysernia». Il documento è noto anche perché viene citato, a sproposito, come asserita prova dei natali isernini di Pietro: tuttavia, pur rivolgendosi a lui direttamente, il vescovo Matteo non prepone alcun concittadino né dà nel testo altra utile indicazione sulle origini del monaco. Importante, per la verità, il documento lo è per altri versi: è il primo noto per aver concesso ai monaci di Pietro l'esenzione episcopale; recepisce inoltre la novità circa l'uso della Regola benedettina (si indica infatti la chiesa di Santo Spirito come appartenente all'Ordine di S. Benedetto). Ma che significa esenzione episcopale? Va considerato che la proliferazione degli ordini monastici nel Medio Evo generò diversi contrasti con il clero diocesano: il corpo dei fedeli era un dato finito e, se seguiva (con donazioni, omaggi, considerazione) i nuovi monaci, distraeva le sue attenzioni dal clero secolare. Quindi, con difficoltà i vescovi riconoscevano queste limitazioni di giurisdizione verso gli appartenenti ad un ordine religioso che insisteva sul territorio diocesano. Il privilegium exceptionis del vescovo esenta dunque i monaci di S. Spirito «ab omni episcopali iure et cuiuslibet obligatione conditionis tam in temporalibus quam in spiritualibus»: il presule isernino rinuncia all'esercizio di ogni potere gerarchico, disciplinare; non può scomunicare o interdire i Maiellesi o anche semplicemente convocarli presso di lui. Tuttavia, Matteo conserva - e ciò è più importante - alcuni diritti di natura economica: mantiene gelosamente il diritto a percepire decime sulle sepolture accettate nella chiesa di S. Spirito (il c.d. ius eligendi sepulchrum), così come sulle donazioni verso la stessa effettuate; in più l'esenzione dalla giurisdizione episcopale è riconosciuta verso il pagamento, a titolo di pensionis vel census, di una libbra di cera da versarsi annualmente alla mensa vescovile nel giorno della festa di S. Pietro (Apostolo). Come a dire: tenetevi pure la vostra autonomia, basta che paghiate quel che c'è da pagare.  Il privilegium del vescovo Matteo, unitamente a quelli che seguiranno da parte degli altri vescovi di Chieti, L'Aquila e Trivento, verrà ratificato ufficialmente da papa Nicolò IV, con la Debite providentiae del 20 febbraio 1291, che sottoporrà direttamente sotto la giurisdizione del vescovo di Roma  («in ius et proprietatem beati Petri et Apostolice sedis») i fratres dell'Ordine morronese, riconoscendo in perpetuo l'esenzione dalle giurisidizioni episcopali. Morto Nicolò IV da lì a poco, sarà poi Pietro a diventare papa come Celestino V e il suo Ordine diverrà ancora più potente.

Il fondo archivistico di S. Spirito conservato a Montecassino, riferito agli anni che vanno dal 1274 al 1299, è costituito da 43 documenti. Sono per lo più atti di donazione o di compravendita che, in città, accrescono la potenza dell'Ordine (e creano, come visto, risentimento nel clero secolare). Diamo indicazione delle più vicine alla fondazione, rimettendo per la restante parte all’opuscolo di don Faustino Avagliano (Le più antiche carte ... di cui sopra).

Le rovine del monastero in un disegno di Cesare de Leonardis (ca. 1890).
La didascalia riporta: «diruto casino della nobile e ricchissima famiglia Maselli»


La carta n. 1 è quella della donazione del giudice Filippo Benvenuti, che ritroviamo anche nel successivo documento indicato nel regesto al n. 5: il 18 febbraio 1280, i coniugi Benvenuti donano alla chiesa di S. Spirito «alcune case con orto contiguo nel quale la detta chiesa è costruita, site nella parte orientale della città, una casa con orto nella parrocchia della chiesa di S. Maria del Vicinato, e una vigna in località Plana, con il consenso e la volontà del vescovo Matteo e dei canonici del capitolo cattedrale»; è particolare la sensibilità mostrata da Filippo e Glorietta verso i monaci celestini: non sappiamo di eventuali donazioni effettuate a beneficio anche degli altri ordini monastici presenti in città (è del 1267 la fondazione del Convento dei Frati Minori di S. Francesco) o verso il clero secolare, ma certamente in pochi anni effettuano consistenti donazioni pro anima e il giudice Benvenuti lo troviamo anche come procuratore della chiesa in altri atti di donazione o compravendita nell’interesse del monastero di S. Spirito (per es. nella carta n. 10). Dal punto di vista dei beni che vengono donati, molte sono le vigne (e quasi tutte in prossimità del monastero); il 7 aprile del 1276 è Mercurio, nato ed abitante in Isernia, figlio del giudice Ruggero, a donare pro anima una vigna in località Pons de Arcu (carta n. 3). Una vinea in Pons de Arcu la cede pure Rainaldo Racca, però in vendita (n. 6). Il 16 maggio del 1274, Maria vedova di Domenico da S. Vito dona una vigna e due case nella parrocchia di San Michele (n. 2). Nel 1279, Giovanni, figlio del fu Fiore di Raimondo, entrando come novizio nel monastero di Santo Spirito di Isernia, dona allo stesso monastero la metà di una pezza di terra che aveva in città (n. 4). Nel 1280, il 26 giugno, «Altruda, vedova di Milizio, nata ed abitante ad Isernia, dona a Rinaldo da Montedimezzo, che riceve in nome e per conto della chiesa di S. Spirito della Maiella in Isernia, una casa sita nella parrocchia di S. Paolo, riservandosi per sé l’usufrutto vita natural durante; con la condizione che se sua figlia Todesca, alla sua morte, volesse riscattarla, dovrà pagare alla chiesa di S. Spirito ventidue tarì d’oro e dieci grani entro un anno dal giorno della morte; se invece dovesse morire prima la figlia, allora la casa rimanga senz’altro al monastero di S. Spirito (n. 9)». Va da sé, che le carte danno notizie preziose non solo su S. Spirito: p. es. la parrocchia di San Michele – ma ci torneremo poi – corrisponde ad una chiesa situata nella parte meridionale dell’abitato e attestata fino alla metà del 1600; San Paolo – più nota – è la chiesa che gemellava la cattedrale di San Pietro dall’altro lato dell’Arco di S. Pietro, nel luogo dove  sarà edificato il Palazzo dei conti della Castagna e, quindi, il Seminario diocesano (1719).

In altro fondo archivistico - quello di S. Spirito del Morrone, sempre versato a Montecassino -  troviamo notizia del 3 marzo 1291 riguardante la concessione in uso di un vigna prossima al monastero che Fra Nicola, priore di S. Spirito della Maiella in Isernia, fa a Dionigi da Sulmona, cittadino di Isernia, per un censuo annuo di una libbra di incenso. A rogare l’atto è il giudice Rampino (n. 190 del Regesto). Altro documento del 1304 – una vendita tra privati: il prete Pietro da Castropetroso e Roberto di Rainaldo – è per noi interessante perché riporta che la vinea oggetto del passaggio di proprietà si trova in Isernia in località Santo Spirito (n. 290). La presenza del monastero ha da allora in poi definito la zona suburbana che ancora oggi indichiamo con lo stesso nome. En passant, nel 1320 è priore del monastero isernino Pietro da Caramanico (lo veniamo a conoscere dalla lettura della carta n. 387).

La Fraterna e la chiesa dell' Immacolata Concezione

Nell'Archivio capitolare della Cattedrale di Isernia si conserva un antigrafo del XVI secolo che riproduce il testo  della Bolla del vescovo Roberto (del 1 ottobre 1289) di riconoscimento dei capitula della Frataria laicale isernina (Capitula Fraternitatis Fratruum) istituita sotto l'egida di Pietro del Morrone («opera et labore religiosi viri») e - sia detto per inciso - prova regina delle origini isernine del santo, perché in essa - documento contemporaneo a Pietro - l'eremita del Morrone viene definito cittadino di questa città di Isernia. Qui ne parliamo non certo per riaprire la vexata quaestio su dove sia effettivamente nato San Pietro Celestino, ma perché legata alla Fraternitas isernina c'è un altro luogo di culto cittadino: la chiesa della Concezione. 


Chiesa dell'Immacolata Concezione. Nell'ultima ristrutturazione sono state cancellate le superfetazioni anni '60 e sono state ripristinate le sobrie linee neoclassiche post terremoto del 1805


Procediamo con ordine. Nel Medioevo molte sono le confraternite laicali ispirate al vivere secondo religione e finalizzate principalmente a compiere opere di pietà, carità e assistenza. Gli ordini mendicanti (francescani e domenicani) spostano l'asticella e creano un un Terz'Ordine accettando sotto l'ombrello della congregazione un gruppo di laici che, pur rimanendo nel loro stato di vita secolare, si propongono e si impegnano a vivere secondo la spiritualità e le finalità di un ordine religioso. 

Ci si interroga sull'esistenza di un Terz'Ordine morronese e, in seguito, celestiniano. Secondo Tommaso da Sulmona (discepolo di Pietro, autore della Vita C del santo), le confraternite legate ai Morronesi avrebbero avuto ampia diffusione in diverse città, arrivando a contare anche mille associati. Ma di tutte queste, lfrataria o fraternitas di Isernia, è la sola di cui sia pervenuta notizia: sarebbe, pertanto, l'unica testimonianza di un asserito Terz'Ordine creato da Pietro. 

A Isernia la Fraternitas ebbe assegnata dal vescovo Roberto la preesistente chiesa della Concezione, presso la Porta da Capo (dove la tradizione popolare vuole anche la casa di Pietro), e qui ebbe la sua sede. Come riferisce Ciarlanti, i confratelli istituirono due spedali per la cura degli ultimi, che nel 1364 vennero uniti da un ponte ad arco aggettante sul vicolo, «per poter governare ambidui i spedali et andare dall'uno all'altro senza uscire fuori alla strada». 

Così la descrive l'ingegnere camerario Casimiro Vetromile venuto a Isernia nel 1744 per procedere all'apprezzo della città in vista del suo riscatto dalla feudalità:

«La detta chiesa risiede nella parte superiore dentro dell’abitato di detta Città di rincontro la porta detta da Capo della medesima e consiste a fronte della strada principale in una porta quadra, che dà l’ingresso a detta chiesa, la quale contiene una nave coverta con suffitta di legname, mattonata nel suolo. Nel lato a destra entrando vi è cappella con altare di fabrica e cona di legname, sotto il titolo di S. Maria di Monte Carmelo e ne’ lato a sinistra vi è altra cappella, fondata col simile altare e cona col quadro di san Nicola. In testa vi è l’altare maggiore con custodia e dietro di esso vi è coro, con cona in testa di legname, con quadro dell’Immacolata Concezione, con porta corrispondente ad una sacrestia principiata e non compita. La detta chiesa tiene il campanile con due campane e scaletta di fabrica, per la quale si ascende all’orchestra di legname con organo e viene la medesima governata dall’Università. Tiene d’entrata annui ducati 150 in circa, siccome mi han detto, li quali si applicano per le sante messe, cere ed altro che occorre ad essa chiesa.»

La chiesa, come delineata da Vetromile, cessò bruscamente di esistere con il grande tremuoto del 26 luglio 1805. Sappiamo che la parte a nord dell'Arco di S. Pietro fu quella che maggiormente subì le distruzioni del sisma. Pasquale Fortini, nella sua cronaca sui danni del terremoto di S. Anna (Delle cause de' terremoti e dei loro effetti | Danni di quelli sofferti dalla città di Isernia fino a quello de' 26 luglio 1805), così riporta per la chiesa dell'Immacolata Concezione: 

«La chiesa della santissima Concezione di giuspatronato della città (...) l'è tutta a terra, esistono solamente due mura laterali, e quello a fondo, ma uno anche mal concio; la di lei sacrestia anche è devastata.» 


Da Santo Spirito a S. Pietro Celestino

Torniamo ad occuparci di monasteri. Tanta ricchezza fondiaria - testimoniata dai documenti dell'Archivio di Montecassino - non impedì, secoli dopo, che il monastero di Santo Spirito entrasse in crisi. La sua collocazione esterna alle mura («fuora la città lontano da mezzo miglio») lo aveva, col tempo, penalizzato e «per non essere volenteri habitato da' religiosi» ridotto «quasi tutto in ruina». Per questo, il priore Giovanni Battista Romano avanzo alla città richiesta di un’area per edificare un nuovo monastero. In data 8 febbraio 1623  il mastrogiurato e gli eletti decisero di accogliere le richieste dei monaci e donare ai Celestini un largo prossimo alla Porta da Piedi per l'edificazione di un nuovo monastero e chiesa nella città «a spese della religione», facendo richiesta al Consiglio Collaterale, in Napoli, di regio assenso alla cessione (il virgolettato è tratto da questa istanza). Poiché l’area scelta per l’edificazione comprendeva la chiesa di S. Michele, con la relativa parrocchia, occorreva un ulteriore permesso: papa Urbano VIII (1623-1644) con suo rescritto autorizzò l’incorporazione della precedente parrocchia (con i diritti che le pertengono) nella nuova chiesa, intitolata a S. Pietro Celestino.


Il monastero di S. Pietro Celestino (in fondo), con la chiesa e, in primo piano, la fontana cd. "asso di coppe", realizzata a metà Ottocento 


La posa della prima pietra è del 5 marzo di quello stesso 1623; al 3 maggio, il priore dei Celestini, Giovanni Battista Romano, già abita nel nuovo complesso, anche se ancora cantiere. Il 20 agosto 1263 la chiesa viene benedetta e aperta al culto (si pensi, per confronto, ai tempi biblici di costruzione delle nostre scuole o ospedali).

Nel 1627 il vecchio monastero di Santo Spirito, sebbene in ruina, è attestato infatti come dipendente dal priorato di S. Pietro Celestino di Isernia; ed in effetti, quando Giovan Vincenzo Ciarlanti parla incidentalmente del monastero, dicendo che 1288 ne fu priore Rainaldo di Rionegro, parla di una campana che questi fece costruire «che vi è anche al presente» quindi 1644 - «con la sua iscrittione».   


Monastero di S. Pietro Celestino, lato sud


Non conosciamo, invece, il momento in cui cessò il collegamento tra Santo Spirito e l'Ordine dei Celestini: è particolare che nella didascalia del disegno di Cesare De Leonardis, realizzato intorno al 1890, e che chiaramente si riferisce al monastero celestiniano, il sito venga rubricato come  «Diruto casino della fu nobile e ricchissima Famiglia Maselli da Isernia, in contrada S. Spirito». Il rudere del monastero, alla fine dell' 800, era riconosciuto come casino della famiglia Maselli, perdendosi ogni collegamento con i monaci.  


Il monastero di S. Pietro Celestino nel disegno di Cesare de Leonardis (ca. 1890).
La didascalia riporta: «Ex monastero di S. Pietro Celestino presso il Ponte della Prece, addetto a Caserma dei RR. Carabinieri»


Il nuovo monastero, con la sua chiesa, intitolato a San Pietro Celestino, cento anni dopo sarà descritto da Vetromile (nell'Apprezzo) in questi termini:

 

«Risiede il monistero suddetto attaccato alla porta detta da Piedi di detta città e proprio a sinistra entrando in essa. Consiste a fronte della strada principale della medesima in due porte, per la prima si ha l’adito nel chiostro di detto monistero da descriversi e per la seconda si entra nella chiesa d’una nave coverta con suffitta di tavole depinta con quadro nel mezzo e col suolo di mattoni. Nel lato a destra entrando vi sono due cappelle con altari di fabrica e cone di legname. La prima sotto il titolo di S. Benedetto, la seconda della S.ma  Trinità. Nel  lato a sinistra vi sono due altre cappelle simili. La prima coll’altare di marmo e cona di stucco, sotto  il titolo della santissima Vergine e la seconda coll’altare di fabrica e cona di legname sotto il titolo di san Pietro celestino, con statua di legname di detto santo. In testa poi a detta chiesa vi è l’altare maggiore di marmo con custodia di legname e dietro il medesimo il coro coverto a lamia con sedili e spalliere di legname, con olchestro ed organo e porta, che dà l’adito nella sagrestia coverta a lamia, col comodo del bancone, con stipi dove si conservano le supellettili di detta chiesa. Tornando alla strada per l’altra parte accennata di sopra si entra nel chiostro di due solo corridori  e giardinetto con fontana d’acqua perenne, in piano a quali corridori vi sono vari bassi per comodo  di esso monistero e da essi mediante scala di fabrica si ascende in due dormitori, in piano de’ quali sono dieci celle, la cocina e rifettorio ed anche il campanile con tre campane attaccato alla parte di detta città. Qual monistero tiene di famiglia quattro sacerdoti e due conversi. E per il di loro man tenimento [h]anno d’entrata annui ducati 400 in circa siccome mi han riferito».

Il terremoto del 26 luglio 1805 non reca grandi guai al monastero: è nella parte della città che subisce minori danni, quella a sud dell'Arco di San Pietro. Resiste alle onde telluriche, ma nulla può il monastero contro il  laicismo dei francesi. L'Ordine dei Celestini viene sciolto, al pari di altri, con la legge 13 febbraio 1807, emanata da Giuseppe Bonaparte; i beni delle congregazioni religiose vengono acquisiti al Demanio. Quando ai Napoleonidi si sostituiranno i Borbone, non si ritornerà indietro: nel nuovo Regno delle Due Sicilie, l'ex monastero ospiterà la sede della Sottointendenza per il distretto di Isernia, uno dei tre della provincia Contado di Molise. Qui, infatti, si dirigerà la folla degli insorti il 30 settembre 1860, nel giorno dell'epifania della Reazione di Isernia (come altrove si è detto). 


Il monastero di S. Pietro Celestino completamente distrutto per effetto delle mine tedesche


La chiesa di S. Pietro Celestino, unica rimasta del complesso monastico

Con il Regno d'Italia, l'ex monastero diviene caserma dei Reali Carabinieri, destinazione d'uso che manterrà fino al 1898 quando si sposteranno nella nuova sede di Palazzo Orlando, fuori dall'abitato storico. Nel 1943 l'ex monastero verrà minato dall'esercito tedesco in ritirata, per ostruire la strada sottostante al passaggio degli Alleati; di contro, la Chiesa di San Pietro Celestino si conserverà fino ai giorni nostri.

S. Maria della Sanità 

Il discorso va completato con un accenno ad un diverso sito religioso, ancora presente come rudere nell'attualità (forse per poco altro tempo, vista la pressione che la città in espansione esercita sulle deboli reti da pollaio che ne delimitano i confini): sto parlando della chiesa di S. Maria della Sanità , posta alla prima curva della strada di collegamento tra la città di cemento, il cimitero e, più oltre, lo svincolo della tangenziale intitolato con l'eponimo Santo Spirito. Se occorre trattarne qui è perché molti ancora confondono la chiesa con il monastero e si riferiscono a questa (ai suoi resti) come ruderi di quello.  


S. Maria della Sanità, situazione precedente alla Seconda Guerra Mondiale


S. Maria della Sanità nel disegno di Cesare de Leonardis (ca. 1890)


Madonna della Sanità (o Madonna della Salute) è titolo mariano che si diffuse come predicato della Madonna a seguito della peste del 1630 (che colpì Nord e Centro Italia, non scendendo oltre Roma); nel Vicereame, la peste - probabilmente un diverso ceppo - colpì più tardi, nel 1656; a Isernia con esiti devastanti. In occasione della pandemia, seguendo l'esempio di Venezia (che iniziò l'edificazione di S. Maria della Salute nel 1631), nella Penisola diverse chiese furono intitolate alla Madonna che dà la salvezza.  

Della nostra chiesa della Sanità parla Casimiro Vetromile nell'Apprezzo (lo abbiamo indicato sopra): 

«E finalmente, oltre delle suddette chiese e monisteri, vi sono altre chiesole seu cappelle nelle quali si celebra la messa nei giorni festivi solamente. [...] S. Maria della Sanità, jus patronato della famiglia Maselli, da dietro di detto convento di Santa Maria delle Grazie, ed un'altra in appresso di S. Spirito fra le rovine dell'antico monistero edificato da S. Pietro Celestino cittadino di Isernia».  

L'ingegnere camerario sta elencando le chiese minori ancora attive in città al 1744, tanto che vi si celebra messa nei giorni festivi. Oltre S. Maria della Sanità, c'è un'altra chiesa in appresso di S. Spirito, fra le sue rovine. Non può essere pertanto Santa Maria della Sanità la chiesa del cenobio dei Celestini che si incontra nelle fonti, quella - per intenderci - costruita sulla vinea di Filippo e Glorietta, l'oratorium vel ecclesia de novo constructum della bolla di esenzione del vescovo Matteo. Per inciso, Vetromile ci offre anche un'indicazione circa il perché alla fine dell' 800 i resti del monastero di S. Spirito venissero indicati come casino di campagna della famiglia Maselli: poiché avevano jus patronato sulla vicina chiesa della Sanità, è probabile che lì avessero proprietà su ampie porzioni di terreno; andrebbe trovato un atto di vendita del diruto monastero ai Maselli per chiudere il cerchio.


La chiesa della Sanità (a sin.) e i resti del Monastero (a des., sotto gli archi)


Qual è la data di fondazione di S. Maria delle Sanità? Angelo Viti, nel suo Note di diplomatica ecclesiastica sulla Contea di Molise, del 1972, riferisce che tra le macerie della chiesa, parzialmente distrutta dalle bombe alleate del 1943, venne rinvenuta una lapide 

«in pezzi, purtroppo il frammento indicante l'anno dell'erezione non fu trovato, comunque ricostruita diceva: 

SPES MEA IN SANCTA / MARIA SANITATIS IOES ... VINCENTIUS VITI ISER.NIE / FVNDATOR AC PATRONUS / HVIVS ECCLESIE QUAM ET ...  / AM ... DOTAVIT ANN... »

Viti, omonimo del fundator della chiesa, sulla base di una diversa epigrafe da lui individuata sul campanile della chiesa napoletana dei SS. Severino e Sossio, nella quale è citato un abbas Vin. Viti de Aeserniae nell'anno 1337 ritiene di poter stabilire in quegli anni la data fondazione anche di Santa Maria della Sanità, riconoscendo che - in ogni caso - la fondazione della piccola chiesa «deve essere posteriore a quella di S. Spirito anche perché nelle Rationes decimarum  (...) l'elenco dell'anno 1309 nulla riporta».


La lapide nel disegno di Cesare de Leonardis. Indicato l'anno di fondazione: 1634


A completare il puzzle con il pezzo mancante, è venuto in soccorso - dal passato - Cesare de Leonardis (vd. l'edizione de La storia di Isernia del Garrucci illustrata da Cesare de Leonardis, volume edito a cura di Manuela de Leonardis e di chi scrive, nel 2018); il notaio isernino, appassionato cultore della città e dei suoi monumenti, intorno al 1890 disegnò la Chiesa di S. Maria della Sanità e riportò fedelmente la lapide che Viti vide spezzata e incompleta: si legge, quindi, nel 1634 la data di fondazione. Nell'epigrafia latina, una linea soprascritta indica una contrazione per sospensione: di una parola vengono riportate solo le prime e ultime lettere. Nella lapide a "IOES" è sovrapposta una linea: se interpreto correttamente, sciogliendo la contrazione si avrebbe "IOHANNES". Il nostro fundator ac patronus sarebbe allora Giovan Vincenzo Viti (il commediografo isernino del quale conosciamo i titoli di tre lavori pubblicati a Napoli negli anni tra il 1620 e il 1631, indicato da Pasquale Albino nella sua Biblioteca molisana, 1865). Siamo, in ogni caso, trecento anni dopo la presunta data di fondazione indicata, seppure per sforzo di deduzione, da Angelo Viti, ed in coerenza con il titolo mariano di Signora della Sanità che proprio in quegli anni si diffonde contra pestem

Un'ultima nota di colore: nel 1799, allorché i Francesi del generale Duhesme espugnano Isernia e si abbandonano ad atti di rapina e devastazione (soprattutto verso gli edifici di culto), anche la chiesa della Sanità subisce saccheggio di quel po' di arredo che doveva contenere. Negli obituari parrocchiali del tempo si trova che in quelle giornate di guerra muore anche un «Franciscus de Pasquo de Agnone», di anni 65, «eremita della cappella de S. Maria de la Sanità». 
 

Cappella S. Spirito (S. Giuliano?)

Ma non possiamo ancora dire di aver esaurito l'argomento: dobbiamo far riferimento ad altra chiesa sotto il titolo di Santo Spirito, ritratta in un disegno del 1891 da Cesare de Leonardis ed epigrafata come «Cappella diruta di S. Spirito, da cui la contrada S. Spirito o Pietralata». Che sia questo l'oratorium vel ecclesia de novo constructum del vescovo Matteo?


La Cappella di S. Spirito (1891).
Per De Leonardis è da questa chiesa che la contrada prende il nome

 

Seguendo Angelo Viti (a p. 222 del suo Note di diplomatica ecclesiastica cit.)  la cappella di S. Spirito «esisteva fino a pochi anni addietro» - scrive nel 1971 - «lungo il vecchio diverticolo denominato S. Leucio [...] Era una graziosa costruzione absidata posta accanto alla cappella funeraria Jadopi. Anni fa era stato già rimosso da ignoti l'ornamento frontale consistente in un agile protiro goticheggiante; tra le due colonnine litee risultava una lunetta con affresco».


Cappella di S. Spirito (S. Giuliano?). Manca la lunetta con affresco


Cappella Jadopi


La descrizione data è perfettamente coerente con il disegno del notaio de Leonardis: protiro, lunetta, tutto combacia. Resta da capirne la collocazione: Viti la dà accanto alla Cappella della famiglia Jadopi, che era posta lungo l'attuale Corso Risorgimento all'altezza dell'incrocio con via Formichelli (dov'è il bar Risorgimento, per capirci) e che fu demolita il 9 marzo 1965 proprio perché di ostacolo alla realizzazione dell'arteria cittadina (sporgeva troppo sulla sede stradale, pare). In alcune fotografie dell'inizio degli anni '50 reperite in rete, a margine di un sentiero di campagna che diventerà poi la lingua d'asfalto di Corso Risorgimento, si notano, uniche costruzioni, la cappella Jadopi e, più defilato, un altro corpo di fabbrica, più basso, privo di copertura: la nostra cappella di S. Spirito. 





Notare i due corpi di fabbrica in fondo, Cappelle Jadopi e S. Spirito (S. Giuliano?)
 

Resta solo da capire una cosa: protiro, navata unica e abside (come ci dice Viti) sono pienamente compatibili con un manufatto del XIII secolo: che sia questa la chiesa sorta sulla vinea del giudice Benvenuti? Quella che Vetromile indica in appresso, tra le rovine del monastero di S. Spirito?

L'ipotesi è suggestiva, ma siamo molto lontani dal sito di impianto del cenobio celestiniano. I monasteri fondati da Pietro dal Morrone inglobano al loro interno la chiesa: è difficile pensare che S. Spirito di Isernia l'avesse a distanza. Più plausibile che la cappella, pur sotto lo stesso titolo, sia chiesa autonoma rispetto al complesso celestiniano di  S. Spirito. 

Azzardo un'ipotesi che vale come spunto per prossime ricerche: pur confidando in de Leonardis, non ho trovato in nessun'altra fonte riferimenti ad una cappella sotto il titolo di S. Spirito: le Rationes decimarum per l'anno 1309 indicano Santo Spirito solo con riferimento al monastero (certamente, la nostra cappella potrebbe essere successiva e in tal caso non comparire). Tuttavia, nel Corpus Inscriptionum Latinarum (vol. IX; p. 255, n. 2751), Mommsen (a Isernia nel 1846) localizza un'iscrizione in «in ruderibus ecclesiae S. Iuliani a Spirito»; la medesima lapide è da padre Garrucci (p. 171 della sua Storia di Isernia, 1848) «riveduta a S. Spirito nel tenere del mio amico Sig. D. Michele La Liccia». 

Abbiamo tutti i dati: confortato da Garrucci, interpreto lo Spirito di Mommsen come riferito alla località S. Spirito; ricordo che  S. Giuliano è una di quelle antiche chiese isernine riportate dalle Rationes ma che non sappiamo collocare dentro o fuori la città. Ora, per quanto col toponimo S. Spirito allora si indicava un'area senz'altro più vasta di quella attuale, credo difficile che in quel suburbio, tra il  1846 e il 1891, coesistessero così tante chiese dirute.

Concludo, si licet: potrebbe la chiesa chiamata da de Leonardis S. Spirito essere la diruta ecclesia S. Iuliani, in S. Spirito, di cui scrive Mommsen?  Si deve oltre considerare che se l'intitolazione della cappella è a san Giuliano l'Ospitaliere - sono tanti i santi cattolici venerati sotto questo nome - avremmo un ulteriore indizio: questo san Giuliano, infatti, è protettore dei viandanti e dei pellegrini e spesso le sue chiese sono collocate fuori dalle mura cittadine,  lungo percorsi viari, e venivano utilizzate come ricetto per i viaggianti. La nostra San Giuliano, è posta sul percorso diretto tra Isernia e l'intersezione con il percorso che scendeva dall'Abruzzo e portava in Puglia (grosso modo, il tracciato dell'attuale ss17).  


C.I.L., n. 2751. Aeserniae in ruderibus ecclesie S. Iuliani

 

  


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