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| La Fontana del Sedile (foto generata da AI) |
Il Sedile di Isernia
Quando parliamo di Sedile (o anche di Seggio o Piazza)
con riferimento alla storia amministrativa del Regno di Napoli, ci riferiamo a
quella particolare istituzione che permetteva ai nobili di determinare il
governo della città in cui avevano residenza: l'ascrizione al Sedile era l'atto
ufficiale di ammissione al patriziato di quella città; questo status garantiva
il diritto esclusivo di accesso alle cariche pubbliche civiche e amministrative
locali. Nati con la monarchia angioina, e attivi fino al XVIII secolo[1];
i Sedili fungevano, nelle città del Regno, da piccoli parlamenti locali (oggi
parleremmo di Consigli comunali).
Va posta attenzione sul fatto che con i
termini di Seggio o Sedile si indica tanto l’organo quanto
l’edificio nel quale detto organo si riuniva. Anzi, per citare Antonio Summonte
(Istoria della Città e Regno di Napoli, 1601) «prima per i Seggi
intendo la fabrica», e solo poi l’istituzione che vi ha sede. Il nome di seggio per indicare la magistratura
civica discende, appunto, dai sedili in pietra che insistevano presso gli
edifici, sui quali sedeva il patriziato cittadino nell’esercizio della funzione
che gli era propria.
Camillo Tutini (Dell'origine, e fundation
de’ seggi di Napoli, 1644) così scioglie l’ambivalenza: «Nella prima
maniera intendiamo per Seggio un luogo particolare della Città, dove alcune
particolari famiglie nobili soglionsi radunare per li publici affari. Nel
secondo modo può descriversi il Seggio esser una divisione, e distintion di
cittadini, per la quale i Nobili da Popolani, & i Nobili similmente fra se
stessi distinguonsi».
Isernia, per lunga parte della propria storia
città regia – cioè sottoposta direttamente al re, senza sottostare al potere di
signorie feudali «ebbe – a partire dagli
inizi del XIV secolo (…) – un Sedile
o Seggio della Nobiltà composto
da 25 membri»[2].
È lecito chiedersi dove fosse la sede del
sedile cittadino. Se per altre città del Regno di Napoli la sede del sedile è
stata individuata con sufficiente certezza[3],
in assenza di odonimi conservati nell’attualità o di memoria condivisa, per
Isernia si procede per via di intuito, dando significato a elementi che si riscontrano
per similitudine in altri siti (la presenza dell’arco; le sedute in pietra; la
presenza di elementi della classicità romana a fare da ideale elemento di
continuità). Una serie di indizi porta a dichiarare che, a Isernia, la sede del
Sedile è da individuarsi nell’Arco di S. Pietro: elevato successivamente
a torre campanaria della Cattedrale, in origine - nel suo primo stadio (XIV
secolo), limitato al solo arco – assolveva a funzioni di luogo di riunione del
seggio cittadino della nobiltà. La presenza delle statue di togati che – allora
come nell’attualità – si trovano ai quattro lati della torre campanaria è
indice abbastanza significativo di una ricercata continuità tra potestà
senatoria e prestigio nobiliare. Parimenti con quanto è stato verificato per
altre città del Regno di Napoli, la presenza di elementi della lapidaria romana
presso il Sedile serviva a connettere idealmente la nobiltà locale con il
patriziato del mondo classico.
In questa affermazione è di sostegno l’unico
riferimento testuale finora edito al Sedile inteso quale luogo fisico, un landmark,
dato da Ermanno Turco nel suo Isernia in cinque secoli di storia: nel
riportare stralci di un verbale del pubblico Consiglio tenutosi in città in
data 20 novembre 1723, allorché si parla del «Dr. Capitan. sig.r Nicola
Materna», si legge che «in due anni e mesi di suo ministero ha fatto
tanti beneficij che da nessun altro a’ nostri tempi si è veduto ciò fare, come
la strada nuova dietro il Monistero de’ Celestini di sì grossa fabbrica, come
anche quella di S. Cosmo (…) l’altra [strada] che dal Seggio che dal medesimo
Sig.r Materna si è fatta fare, che stende da detto Seggio per le Piagerie sino
alle Quartiererie tutte galessabile».[4]
Quel che qui interessa è la strada
lastricata (“galessabile”, vale per rotabile) che dal Seggio va
alle Piagerie (?) e alle Quartiererie (?). I due locativi – che
non hanno attestazione nella contemporaneità – sono da interpretare con certo
sforzo di fantasia. Così come è scritto, piagerie potrebbe valere per pendìi
o scarpate (dal termine piaggia che non indica solo la riva del
mare); sappiamo che l’abitato di Isernia è ricompreso tra due vallate del San Giovenale
e Gianocanense, e luoghi scoscesi, in forte pendenza, si trovano ovunque
procedendo dall’abitato storico verso i due fiumi. Ma se riferiamo le
Piagerie al diverso termine di pieggieria che nel lessico
burocratico del Regno di Napoli indica la cauzione, la fideiussione posta a
garanzia di un credito, potremmo – con qualche sforzo, sia chiaro – sostituire
all’oscuro odonimo quello più noto di Bagliva, dove sedevano i magistrati che
si occupavano anche della materia fiscale: la riscossione di gabelle legate al controllo
del mercato e dei pesi. Allora la strada che stende dal Seggio alle Piagerie
potrebbe essere la parte superiore dell’odierno Corso Marcelli, che reso galessabile,
saliva dall’Arco di San Pietro alla Corte della Bagliva (oggi, vico Corte
Vecchia). A questo punto, per Quartiereria, si potrebbe azzardare una
corruzione per Cartiereria, il luogo in cui in città si faceva la carta,
alle spalle di Palazzo Jadopi. Nell’Apprezzo del tavolario Vetromile
(1744), la Cartiera viene definita Quartoglieria («nel borgo nominato lo
Quartoglieria»). Ecco che l’identificazione del Seggio di Isernia con l’arco di
San Pietro è sufficientemente provata.
La Fontana del Sedile
Dimostrato che l’Arco di San Pietro sia stato
sede del Sedile del patriziato isernino, spostiamo il nostro fuoco su un
diverso manufatto che sappiamo essere stato, in tempi passati, e fino al 1832, presso
l’Arco: la c.d. Fontana del Mercato, oggetto poi di anastilosi alla
Concezione (dove esisteva altra fontana, distrutta dal terremoto del 1805) e
oggi conosciuta come Fontana della Fraterna. Sosteniamo qui che questa Fontana
del Mercato sia sorta nel XIII secolo come fontana del Sedile, eretta dalla
famiglia Rampino, tra le più nobili – se non la più nobile - del patriziato
isernino e posta a servizio della città.
Va tuttavia chiarito che non incontriamo mai,
nelle fonti documentali, alcuna denominazione di Fontana del Sedile per la fontana ubicata al Mercato, presso l’Arco.
Se qui ne parliamo, è solo per proprietà transitiva: se assumiamo che il Seggio
della nobiltà a Isernia come «luogo particolare della Città, dove alcune
particolari famiglie nobili soglionsi radunare per li publici affari» sia
da individuarsi, per quanto detto, presso l’Arco di S. Pietro, la fontana
monumentale che vi era situata accanto è definibile come fontana del Sedile.
Da quanto tempo c’è una fontana presso la
Cattedrale? Il disegno dell’attuale Fontana della Fraterna che – vedremo – ne
mutua l’armonia complessiva a seguito dell’anastilosi del 1835, ci parla di una
tipica architettura federiciana. Sappiamo che nel 1254 Ruggero da Celano,
figlio di quel Tommaso strenuo oppositore di Federico II, ritornato titolare
della Contea di Molise, premiò la fedeltà di Isernia al partito guelfo
concedendo alla città una serie di privilegi (lo troviamo in una pergamena
conservata nell’archivio capitolare datata 19 ottobre 1254). Il conte si è
riunito «nella chiesa Cattedrale di Isernia (…) insieme con i nobili signori
Nicola di S. Agapito, signore Riccardo di Molise, Ruggero de Calvellis, Raone
di Molise, Roberto di Bagnoli e altri moltissimi nobili», feudatari
molisani del conte di Celano, Molise e Albe. Ma oltre ai nobili del contado,
destinatari dei privilegi di Ruggero sono gli ottimati cittadini (oltre al
clero locale): Ruggero è in presenza «del medico Filippo, di Boamondo, Di
Filippo di Caradone, giudici della nostra città di Isernia e di Costantino, pubblico
notaio della città […] del giudice Giovanni Landolfo, del giudice Nicola, del
giudice Benedetto, del notaio Angelo, del notaio Matteo e del notaio Pietro,
tutti cittadini di Isernia». Si è, quindi, in presenza di una nobiltà di
toga, dovuta all’esercizio di professioni e cariche pubbliche. A quella
data, poteva quindi già esistere un Sedile inteso come consesso
nobiliare cittadino che in autonomia governasse la città; facile pensare che la
fontana che sarà della Fraterna sia stata edificata in quel lasso di tempo, per
mano di un ignoto maestro lapicida, su commissione della più importante tra le
famiglie nobili isernine: i Rampino (a dar credito alla lapide “FONS ISTE” di
cui ampiamente parleremo in prosieguo).
In tempi successivi, incontriamo una prima
descrizione della fontana che sarà nel XIX secolo “della Fraterna” in un
documento del vescovo Carlo Setaro (presule isernino tra il 1470 e il 1486):
come riporta Angelo Viti (che lo ha letto in un documento dell’Archivio
d’Apollonio: il cd. Cathalogus Episcoporum Civitatis Yserniae) tra i
beni pertinenti alla cattedra vescovile c’è «una fonte a più archi verso il
muro del loggiato della Cattedrale».
Questa fontana aveva posizione di preminenza
tra le altre fontane pubbliche: nei Regolamenti della Bagliva, del 1487,
viene data particolare attenzione a questa fonte, per la quale si dà una
specifica disposizione e sanzione: «Item volemo che non sia huomo o donna
che ardisca spandere pelle sopra la fonte del mercato, né buttarvi lordizia seu
immondizia alcuna sotto pena di grana dieci per ciascuna volta […]».
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| L'antico acquedotto di Isernia nel tratto urbano (da F. Valente) |
Dobbiamo arrivare al 1744 per conoscerne
un’ulteriore caratteristica: Casimiro Vetromile, nell’ Apprezzo che
redige per stabilire il valore della città, finalizzato al suo riscatto dalla
feudalità, testimonia che, a Isernia, le fontane pubbliche e private sono
collocate lungo l’asse stradale che taglia (anche oggi) l’abitato storico. Quelle
pubbliche sono «sette (…) di ottime e fresche acque perenni, si d’inverno
come di esta’. La prima di tre cannuoli vicino la porta
superiore detta di Capo, la seconda di cinque cannuoli, attaccata all’atrio
di detta cattedrale, la terza di un solo cannuolo avanti la chiesa della S.ma
Annunziata, la quarta simile, chiamata la fontana di San Tomaso, attaccata
all’angolo del palazzo della camera principale, la quinta simile avanti la
chiesa del Purgatorio, la sesta di due cannuoli, attaccata al monistero detto
di S. Maria e la settima, che è di un solo cannuolo, avanti il monistero de’
reverendi padri Celestini.»
Questa stessa fonte del Mercato è descritta nel
1805 da Pasquale Fortini, nel suo volume sugli effetti del Terremoto di S. Anna
(Delle cause de’ terremoti e dei loro effetti - Danni di quelli sofferti
dalla Città d’Isernia fino quello de’ 26 luglio 1805): «la pubblica
fontana di cinque butti di acqu’ appoggiat’ a due pilastri, avanzi del caduto
supportico esiste, ma dannificata moltissimo, siccome lo sono i detti due
pilastri.»
Tracciamo un primo identikit della fontana: presso
il muro della Cattedrale, a più archi, (Setaro), sorretti da pilastri in modo
da formare un supportico (Fortini), a cinque bocche d’acqua (Vetromile). Una
fontana monumentale.
La fontana della Concezione
Ritorniamo a Vetromile per occuparci di
un'altra fontana pubblica cittadina: quella della Concezione: quest’ultima, nel
1744, è di «tre cannuoli vicino la porta superiore detta di Capo». Non ne conosciamo l’aspetto (non abbiamo testimonianze
che ci dicano se è isolata o addossata alle case; se presenta archi, pilastri o
elementi decorativi). Tuttavia deve essere di una certa importanza, se –
appunto – è fontana a tre getti.
La
fonte alla Concezione è antica quanto quella del Mercato: atti del XIII secolo
conservati nell’Archivio capitolare per definire una casa lasciata in legato
alla Chiesa isernina la collocano «ad fontem Conceptionis iuxta moenia».
Non si hanno prove che questa fontana sia stata edificata dalla confraternita
laicale ispirata da Celestino che aveva sede presso la chiesa della Concezione
i cui capitoli sono stati approvati dal vescovo Roberto nel 1289. Angelo Viti,
parlando della edificazione da parte dei consortes della Fraterna di una
domus «prope portam maiorem superioris partis civitatis» non
esclude che gli stessi abbiano edificato anche la fontana (ne segue una sua
personale interpretazione circa la lapide dedicatoria ai Rampiniani,
individuati (per via di derivazione dal termine latino ramosus) quali
adepti del sodalizio, «dai larghi interessi ramificati e scaturiti in
seno agli statuti della confraternita laica voluta da Pietro del Morrone».
Se
parliamo qui della fontana della Concezione, a tre cannuoli, è perché – danneggiata
dal grande tremuoto del 1805 – nel 1835 questa verrà cancellata e al suo
posto verrà innalzata la fontana prima collocata al Mercato.
«A distruggersi per necessità»
Il
terremoto del 26 luglio 1805 (il terremoto di Sant’Anna) incide particolarmente
sulla parte settentrionale dell’abitato, dall’Arco di San Pietro a salire verso
la Porta da Capo. Lo si deduce chiaramente dalla pianta a due colori redatta
dal cartografo reale Luigi Marchese, che riporta l’abitato a due colori: rosa
per gli edifici che hanno resistito al sisma e nero per gli edifici crollati; in
pianta, il nero è pressoché tutto concentrato nella parte alta della città.
Resta
distrutta la chiesa della Concezione; lo stesso può dirsi per la fontana
contigua. Allo stesso modo, sappiamo da Fortini che della fontana presso la
Cattedrale cade il supportico e restano, dannificati, i due pilastri che lo
sostenevano.
Non
sappiamo, per vero, se questa precaria situazione si protrae fino agli anni
trenta dell’800. Occorre parlare di un documento nell’Archivio Storico comunale
(B. 126, f. 2122), denominato Stato delle fontane pubbliche e private
d’Isernia redatto nel 1816 in occasione della ricognizione dei titoli di concessione
di presa d’acqua dal pubblico acquedotto. In esso si dà indicazione anche delle
fontane pubbliche e vi si legge sia della Fontana al Largo della Concezione,
sia di quella del Mercato a cinque butti di acqua. Non si dà alcuna
indicazione del loro stato, se precario o meno. Se ne dà il volume d’acqua
erogato sotto forma di decimi di oncia. Sembrerebbe, pertanto, che le
due fontane siano in piedi, non così danneggiate, forse in qualche modo
ripristinate dopo i danni del terremoto.
Torniamo
alla fonte del Mercato. Il terremoto ha seriamente danneggiato la Cattedrale, e
allorché si avvieranno i lavori per la sua ristrutturazione, che prevedono
anche l’erezione del pronao neoclassico, la fontana sarà (ulteriormente?)
danneggiata per effetto di questi: c’è delibera del Decurionato adottata il 29
maggio del 1826 dalla quale veniamo a conoscere che «… coll’edificazione
della nuova Cattedrale è stata per ora in metà distrutta, totalmente deve
andare a distruggersi per necessità». Nessun futuro quindi per la fontana
del Mercato, già dannificata per effetto del terremoto e poi
ulteriormente in metà distrutta coi primi lavori di ristrutturazione
della Cattedrale (che finiranno solo sotto il vescovo Saladino nel 1851).
Nel
1832 il Decurionato decide quindi che delle due fontane cittadine rovinate dal terremoto
di Sant’Anna è opportuno farne una e buona.
La delibera del 18 luglio 1832 ci dice che «la pubblica antica
fontana del mercato, situata in contatto della strada in modo, che rende
difficile, e pericolose le voltate de’ legni, di vettura, e di carico, rosa dal
tempo è mezza rovinata, e formando una deturpazione, e quindi a poco utilità il
pubblico dell’uso, e commodo delle acque. Si aggiunge a questo male il serio inconveniente
che può risultarne nella faustissima venuta di Sua Maestà Dio Guardi in questa
città. Poiché anco volendo albergare nell’episcopio, o visitare la risorgente
cattedrale, o percorrere l’intorno dell’abitato, le reali carozze non
potrebbero agevolmente girare, e farsi lo scuotimento rasente da’ legni istessi
attirerebbe la totale rovina dell’edificio con tristissimi disastri. Convien
dunque far sparire quella antica costruzione, e ripristinare il fonte in luogo
migliore».
Enza
Zullo, nel suo libro del 1996 sulla Cattedrale, ci offre in una nota un
ulteriore importante tassello: la perizia per demolizione dell’antica fontana del
Mercato (di ciò che ne rimaneva) viene redatta dall’ingegnere provinciale
Coppola, e prevede una spesa di 1.047,32 ducati; probabilmente fu lo stesso
ingegnere ad occuparsi del lavoro.
Demolita
la fontana, ne rimase un’ipostasi sulle mappe catastali in uso per tutto
l’800: nella pianta del 1875 conservata presso l’Archivio di Stato di Isernia,
accanto alla Cattedrale, identificata dalla particella 310, vi è il rettangolo
bruno corrispondente alla superficie precedentemente occupata dal manufatto:
posta perpendicolare al muro dell’Arco di S. Pietro (il nostro Sedile) e
addossata al corpo della Chiesa.
Altro
indizio della scomparsa fontana è dato dalla presenza di un torrino
piezometrico addossato al lato meridionale dell’Arco stesso. Di nuovo dobbiamo
far riferimento a De Leonardis. A margine di altro disegno del nostro notaio,
si legge: «Nel dì 10 ottobre 1892 fu abbattuto l’antico castelletto
attaccato a sinistra dell’Arco di S. Pietro (…). Ove si argomenta la sua
antichità pari quella del detto Arco, da cui rimonta l’epoca della derivazione
delle acque alle fontane private come epoca certa, salvo se fosse anche anteriore».
È esistito, dunque, fino a fine ‘800 accostato alla parete sud dell’Arco uno
strano parallelepipedo alto circa tre metri, la cui funzione era quella di
ristabilire la pressione idrica dell’unico acquedotto attraversante l’abitato,
per alimentare i punti di presa posti a valle della pubblica fontana; non più
esistente quella, diveniva inutile questo. L’ombra lasciata sul muro (anche qui
un’ipostasi) la si può notare ancora in alcune fotografie dei primi del secolo
XX.
Anastilosi
Ridotta in pezzi l’antica fontana, nel 1835
si dà incarico a un mastro muratore isernino, Felice Caruso, a realizzarne
l’anastilosi nel sito precedentemente occupato dalla Fontana della Concezione,
recuperando anche parte delle pietre di quest’ultima. Il sopralluogo viene
fatto il 10 settembre 1835: «… io sottoscritto mastro muratore di questa
città ad invito del sindaco (…) avendo proceduto alla perizia delle rifazioni e
prolungamento della pubblica fontana sita dentro di questo abitato al largo
della Concezione, dopo fatte le debite ispezioni sopra luogo e riconosciuto di
materiali esistenti di altra antica fontana da adattarsi a questa costruenda,
ho trovato che a regola d’arte bisogna quanto segue.»
Segue il computo metrico per le rifazioni
e il prolungamento:
«1. Deve rialzarsi l’attuale facciata interna
di detta fontana ch’è di palmi 9 lunga e 7 alta portandola ad altezza di palmi
8, aggiungendovi perciò un altro palmo; e più deve prolungarsi la facciata
stessa per altri palmi 14 per palmi 8 di altezza, onde aversi la lunghezza
bastante per situarsi sei butta acqua. Tale rialzamento e prolungamento deve
farsi di pezzi di taglio di pietra travertina a puntillo riccio e con tracce
laterali a scalpello (…)
2. Fascia dell’istessa pietra in fronte alla
copertura del porticato di detta fontana, lunghezza palmi 31 altezza palmi 1 e
¾ sono in tutto palmi 54 (…).
3. Lastre dell’ istessa pietra mancanti per
la covertura suddetta di lunghezza palmi 25 larghezza palmi 3 e con fare a
martello nelle facce (…)
4. Due archetti mancanti e da costruirsi
dell’istessa pietra di diametro nella faccia palmi 4 palmi 2 di fronte dedotto
il vuoto dell’arco di palmi tre di diametro (…)
5. Due piccoli archi anche mancanti al
finimento superiore di detta fontana (…)
6. Basolato mancante nella vasca interna (…)
7. Basolato pel marciapiedi di detta fontana
della lunghezza di palmi 24 e 1 e ¾ di altezza (…)
8. Base con due semicolonne al di sopra e
capitello (…)
9. Masso (?) di
nuova fabbrica nella vasca interna di palmi 24 lungo, alto palmi 3 e doppio
palmi 2 (…) più altro masso (?) di fabbrica al didietro della
facciata interna (…)
10. Compositura dell’intero parapetto della
fontana nella lunghezza di palmi 24 (…) colla ritoccatura de’ pezzi più di sei
colonne e due pilastrini laterali e di gattoni al di sopra con alcovi
sovrapposti, bucciando ed impiombando le basi e fusti delle colonne e fissare
le tenute interne di ferro tra esse e la facciata delli butta acqua
11. Ferro per ciappe di pezzi di parapetto
della fontana, per le anime della base e colonnette (…)
12. Sei forami d’ottone per butta acqua (…)
13. piombo per le diverse impiombature (…)»
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| Autografo di Felice Caruso in calce alla relazione sull'anastilosi della fontana del Mercato (1835). (Archivio Storico del Comune di Isernia) |
La Fontana della Fraterna
Il documento sopra trascritto è l’atto di
nascita della Fontana della Fraterna, edificata da Caruso con «materiali
esistenti di altra antica fontana», e nuovi elementi ricostruiti con «l’istessa
pietra». Il mastro muratore prevede sei forami a gettare
acqua, al posto dei cinque della Fontana del Mercato; rispetto a quella, questa
deve quindi essere prolungata, senza tuttavia alterarne l’armonia complessiva
del disegno, che deve rimanere quello trecentesco della fontana federiciana.
Se si esamina il computo metrico, vi si trova
più volte indicata la misura di 24 palmi: 24 misura il basolato del marciapiede
che fa da base al manufatto; 24 la nuova vasca interna; stessa misura per il
parapetto che viene composto colla ritoccatura de’ pezzi più di sei colonne
e due pilastrini laterali. Se poniamo attenzione al fatto che un palmo
napoletano è unità di misura pari, più o meno, a 26 centimetri e mezzo (per la
precisione: fino al 1840: equivaleva a circa 26,33 cm; dal 1840 una legge di
Ferdinando II ne fissò la misura in tutto il Regno a 26,46 cm), i 24 palmi di
lunghezza complessiva della fontana corrispondono con al centimetro otteniamo
esattamente i sei metri e trenta dell’attuale Fontana della Fraterna.
Qualcosa tuttavia non torna: la nota di
Caruso parla di sei colonne e due pilastrini laterali (al punto 10);
la Fontana della Fraterna, per come a noi giunta, ha invece quattro colonne e
quattro semicolonne, addossate ai due plinti laterali e a quello centrale
(poste secondo lo schema yxxyyxxy): sei sono gli archetti a tutto sesto
che si appoggiano su queste. Qualcosa, probabilmente, deve aver determinato mastro
Caruso a mutare disegno in corso d’opera.
Non si possono tuttavia avere perplessità
circa il fatto che quella rimontata da Caruso sia la fontana che era al
Mercato, addossata alla Cattedrale, e che sarà poi quella della Fraterna per
come la conosciamo noi contemporanei: a fugare ogni dubbio c’è l’autorevole
testimonianza di Stefano Jadopi che nel 1858, nella monografia che scrive per «Il
Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato» (1858), dirà che alla «fontana
della Concezione si diede altra forma nel 1835 adattandovi l’antica prospettiva
che avea (…) quella del Mercato».
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| La particella 310 tiene memoria della vecchia fontana (1875) |
Al Mercato
Cosa accade invece al Mercato rimasto orfano
della sua fontana?
Dobbiamo
essere intellettualmente onesti e dichiarare che quando gli amministratori
comunali nella delibera del 1832 concludevano che «convien dunque far
sparire quella antica costruzione, e ripristinare il fonte in luogo migliore»,
non avevano in mente la Concezione. Il fonte da ripristinare era presso
il Mercato, ma in posizione diversa: al centro della piazza.
In quello stesso lasso di tempo in cui Felice
Caruso realizzava l’anastilosi della fontana del Mercato alla Concezione, la
città decideva di innalzare una nuova fontana monumentale davanti alla
Cattedrale. L’occasione era quella medesima visita sovrana di re Ferdinando
che, nella delibera del Decurionato precedentemente indicata, era vista come
motivo aggiunto per demolire l’antica fonte addossata alla Cattedrale, possibile
ostacolo alle voltate de’ legni delle carrozze reali.
In quegli anni, la piazza non ancora
intitolata ad Andrea d’Isernia era, al pari della Cattedrale, oggetto di
ristrutturazione post-sisma: se per quest’ultima i lavori, interrotti e più
volte ripresi, saranno completati solo sotto il vescovo Saladino nel 1851, per
il rifacimento della piazza il Decurionato si interessò già negli anni ’20: un
primo progetto venne presentato dall’architetto napoletano Rispoli Moncada nel
1826, ma non se ne fece nulla. Fu alla metà degli anni ’30 che l’amministrazione
comunale pensò di realizzare una fontana monumentale, con vasca a quattro leoni
e castello di adduzione delle acque in forma di obelisco.
Il 1832 corrisponde al secondo anno di regno
di Ferdinando II di Borbone (1830 – 1859). Nel settembre di quell’anno il re è
impegnato in una visita istituzionale negli Abbruzzi; si pensa bene di
omaggiarlo con nuova fontana «per eternare la memoria del felicissimo
passaggio per questa Città di Sua Maestà Ferdinando Secondo Nostro Signore».
In realtà, il re non sarà omaggiato né
di fontana, né di obelisco: se questo verrà terminato a fine 1832 (con il re
già passato e andato via), la fontana lo sarà solo nel 1847: una vasca
circolare con quattro leoni posti a croce. La si vede in una antica fotografia
e qualche stampa d’epoca.
La fontana monumentale di piazza Mercato
ebbe, tra l’altro, vita effimera: nel 1896 venne demolita perché intralciava il
febbricitante traffico delle carrozze. La compiuta descrizione di
com’era questa fontana, per fortuna, la dà Cesare de Leonardis in un autografo
apposto a margine di un suo disegno ritraente un particolare del basamento
dell’obelisco:
«Da l 15 al 31 marzo 1896 furono abbattute
per deliberazione del Municipio di Isernia:
1. La
fontana in pietra di forma circolare sita nel Largo S. Pietro e propriamente
innanzi al Cortile del Palazzo Vescovile, le cui acque si versavano a getto per
la bocca di quattro leoni di pietra scolpiti, giacenti e situati a croce, nel
cui centro si innalzava una vasca circolare, anche in pietra, con un rilievo in
mezzo a guisa di pigna da cui scaturiva dell'acqua a zampilli.
2. Il
Castelletto a guisa di piramide a pochi metri discosto da detta fontana da cui
derivavano le acque della fontana istessa. Esso Castelletto era di mattoni a
piatto, lato da terra circa metri dieci, con base in pietra viva alta circa
metri tre ornata di cornice della stessa pietra ed all'apice una palla
sostenuta da una pietra di forma quadrata ai cui lati leggevasi: 1° lato A.R.C.
1832; 2° lato AESERNIA; 3° lato FERDINANDO II; 4° lato D.D.D. [L’acronimo
D.D.D. sulla quarta faccia del cubo sta appunto per Dono dedit dedicavit,
cioè diede e dedicò come dono]. La stessa palla sosteneva all'apice un
giglio, del pari scolpito in pietra, appartenente allo stemma dei sovrani
Borboni. Nella facciata di essa piramide, verso la Piazza di S. Pietro, erano
incastrate, alla base, una leggenda, o dedica, all'ex sovrano Borbone, scolpita
in marmo, ed alla metà dell'altezza di essa piramide lo stemma di Isernia come
qui riprodotto. Tale costruzione rimontava ad oltre mezzo secolo e non è
fuori proposito far osservare che tanto la leggenda che il giglio di sopra
descritti furono abbattuti e distrutti nelle vicende della rivoluzione del 1860
contro l'abolita Dinastia borbonica. »
Tolti da Piazza Andrea d’Isernia, i quattro
leoni ebbero vita in cattività nel chiostro di Palazzo San Francesco, fino a
quando – in tempi relativamente recenti – vennero divisi: due finirono a
gettare acqua alla Villa comunale; altri due vennero tumulati alla base della
scala della biblioteca comunale (quando poi questa venne ristrutturata dopo il
terremoto del 1980, i leoni finirono nel deposito della Soprintendenza, dove
ancora languiscono in attesa di un miglior domani).
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La posizione della fontana nel 1887
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La febbre del fare
In quell’ultimo decennio del 1800 molto si
intervenne a Isernia per modificare l’assetto urbano – non sempre nel modo
giusto: ricordiamo la distruzione di ciò che rimaneva della Chiesa
dell’Annunziata, per es., o la rimozione dei due sarcofagi di Sesto Appuleio e
Caio Settimuleio, posti ai lati dell’Arco di S. Pietro, lato sud.
In questa febbre del fare che avvolse la
città non fu risparmiata la fontana della Fraterna (possiamo cominciare a
chiamarla così). Un documento d’archivio – una Deliberazione del Consiglio
Comunale dell’11 maggio 1889 denominata «Sistemazione della fonte pubblica
della Concezione» – riferisce che «il consigliere signor d’Apollonio,
sull’invito del presidente, ha presentato all’Adunanza uno schizzo o progetto
sommario da lui redatto per trasporto della fontana della Concezione in altro
punto, e ciò in adempimento alla deliberazione del dì 30 luglio 1887, n.
49, onde si stabiliva il sito ove credesi riedificarla.» Unanimemente
si deliberava di «rimanere incaricato il signor d’Apollonio di completare il
progetto di rimozione della fontana suddetta, trasportandola a lato e non già
di fronte al Largo e propriamente a ridosso della casa Leone».
Tuttavia, la prevista traslazione della
fontana non si ebbe: lo deduciamo da altri documenti presenti nell’Archivio
comunale. Una pianta del 1887 – dunque due anni prima della delibera che ne autorizza
lo spostamento – redatta nell’ambito di una vicenda di espropriazione per
pubblica utilità ai danni di tal Cosmo Viti, che aveva proprietà proprio alle
spalle della fontana della Concezione, vede questa esattamente nel punto in cui
la ritrarranno le fotografie di inizio Novecento. Parimenti, uno schizzo dell’agronomo
Schiavone (in ASCI B. 96, f. 1264) del 1904 colloca la fontana nello stesso
punto. Ed allora, delle due l’una: o la traslazione del 1889 è stata
dell’ordine di qualche centimetro, oppure come tanti altri progetti comunali
che, allora come ora, rimangono solo sulla carta, non c’è mai stata.
In questo periodo a lato della fontana della
Fraterna venne costruito un vascone per l’abbeveraggio degli animali. La vasca
veniva alimentata da un’ulteriore cannella, che si aggiungeva ai sei butti
realizzati Felice Caruso nel 1835: per questo la vox populi cominciò a
chiamare la fontana anche Fontana delle sette cannelle.
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| La piazza Concezione nel primo dopoguerra, senza la sua fontana (foto generata da AI) |
Nuovo rimontaggio
Ma quella che è oggi sotto i nostri occhi, in
ogni caso, non è proprio la fontana del 1835. Le bombe alleate del 13 settembre
1943 (i bombardamenti furono più di uno, nel settembre-ottobre del 1943: per
brevità, siamo soliti condensarli tutti nel primo, tragicamente evocativo, del
10 settembre) mutarono per sempre il paesaggio urbano di Largo Concezione:
l’intero quartiere venne distrutto e nella ricostruzione postbellica la nuova
Piazza Celestino V sostituì del suo vuoto i vicoli e le case. La Fontana della
Fraterna venne smembrata: le sue pietre, come pezzi di un puzzle caduto dal
tavolo, vennero diligentemente raccolti per cure dell’architetto Giuseppe Tarra
e dell’ingegnere Giuseppe Renzi. I pezzi vennero numerati e conservati, prima in
Piazza S. Lucia (i più grandi), poi in Santa Maria delle Monache (il puzzle,
disarticolato, venne riposto nella sua scatola). Solo nel 1959 la fontana fu
nuovamente riassemblata: i lavori durarono tra il 4 agosto e l’11 settembre; l’impresa
che vi si applicò era quella di Vittorino Santilli, capomastro Salvatore Di
Pilla; la direzione dei lavori dello stesso Giuseppe Tarra e dell’architetto
Coppola). La Fraterna venne incastonata, tuttavia, in una discutibile quinta di
mattoncini rossi, coerente con il rifacimento modernista della facciata della
Chiesa della Concezione. Così si mantenne fino agli interventi di
riqualificazione post-terremoto degli anni ’90 che comportarono l’ulteriore
rifacimento della piazza, e l’eliminazione del mattonato (non del tutto: sono
conservati gli spigoli posteriori della fontana, che danno una incongrua
alternanza tra pietra e mattone, per fortuna poco visibile nel complesso).
Col rimontaggio del 1959 non tutto tornò al
suo posto. Da un articolo di giornale (Giornale d’Italia, 27 settembre 1959),
leggo che «i pezzi furono rifatti con la stessa pietra e con l’identico
volto dell’antico. Ma per fortuna si aggiunge che la parte scolpita ebbe
bisogno soltanto di restauro, anche se accuratissimo, ché si era riusciti a
porre in salvo oltre il 95% di questa».
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| La "testa di elefante" disegnata da Cesare de Leonardis (fine XIX sec.) |
La «testa di elefante»
In quel cinque per cento di fontana
andato distrutto per sempre dobbiamo registrare la curiosa protome presente
fino al fino al settembre 1943 sul lato sinistro, a fare da controcanto alle
due teste leonine che, per fortuna, si sono invece conservate su quello destro.
Nell’attualità, il posto che fu della protome è occupato dall’epigrafe dettata
da Angelo Viti e celebrativa della riedificazione (In coelestiniano
clavstro | Aeserniensivm grato | animo civivm | scatvrigo mea hodie refluit
| MCMXXXXIII – MCMLIX).
In un precedente articolo intitolato“L’elefante della Fontana Fraterna” – del quale il presente scritto costituisce
rielaborazione – ipotizzavo, con non poca fantasia, che fosse appunto una testa di pachiderma priva di proboscide: la
suggestione mi era venuta curando le didascalie per il volume «La storia di
Isernia del Garrucci | Illustrata da Cesare De Leonardis» edito da
Volturnia nel 2018, che rendeva finalmente pubblici i preziosi disegni che
Cesare De Leonardis realizzò, tra il 1890 e il 1901, per illustrare la propria
copia del libro dell’abate Garrucci sulle epigrafi latine della città. Uno dei
disegni ritrae, appunto, il particolare della testa, al tempo di De
Leonardis presente sulla fontana.
Non ho trovato – ma potrebbe essere per mia
superficialità di inquisizione – in alcun libro, articolo, saggio
sulla Fontana della Fraterna riferimenti alla strana pietra, che si trova anche
fotografata – ma sempre con certa ritrosia - in qualche cartolina d’epoca.
È chiaro che anche in questo caso si tratta
di un riutilizzo: la pietra era altrove, incastonata in altra fontana (quella
della Concezione? quella del Mercato?) e messa alla sommità del manufatto
ricreato da Caruso come misteriosa gargolla. Se si guarda in altri contesti
architettonici, troviamo l’elefante – simbolo di forza, saggezza, memoria,
temperanza e amore cristiano che, col suo pachidermico peso, schiaccia il
peccato – impegnato nel suo ruolo di indefesso portatore di peso. Così, per
es., nel trono del vescovo Ursone, nella Cattedrale di Canosa di Puglia (del
maestro Romualdo, 1079/1089), due elefanti reggono la sedia gestatoria. Se si
guarda alla loro testa, e la si immagina priva di proboscide, otteniamo una
forma non lontana dalla strana protome isernina, che, per altro, si presenta
con la parte sommitale piatta, dunque probabilmente utilizzata proprio quale
piano d'appoggio di appoggio per un manufatto sopra collocato. Ho interpretato
la protome come testa di elefante dal primo momento che l’ho vista. Mi accorgo
ora che l’identificazione può non essere immediata. Sulla particolare forma “a
ventaglio” di ciò che io vedo come orecchie, chiamo tuttavia come testimone a
conferma la pagina di un codice miniato: l’elefante, per l’artista medievale,
rimane comunque animale lontano e misconosciuto: siamo in un ambito di
conoscenza e familiarità con l’oggetto ritratto e rappresentato che non è
diverso da quello che si aveva verso gli sciapodi e i blemmi e altre esotiche
mostruosità.
I pezzi del puzzle
L’asserita testa del pachiderma ci introduce
al discorso sulle singole pietre che compongono la Fontana della Fraterna.
Non possiamo non partire dalla lapide “ae pont” che si trova nel parapetto
(direbbe Caruso), elemento che in passato ha fatto a sproposito volgarmente parlare
di un presunto mausoleo familiare dei Ponzi, da cui la pietra sarebbe tratta (“familiae pontiae”).
I logografi locali si sono fatti vanto di un’origine aesernina per
Ponzio Pilato, di stirpe comunque sannita; ma familia nel mondo latino è,
in senso patrimoniale, l’insieme dei servi (famuli) posti sotto l’autorità
di un pater, e non si sarebbe usato per la dedicazione di un monumento
funerario (si sarebbe piuttosto detto gens Pontia). È stato ampiamento
dimostrato che il frammento più probabilmente è da riferirsi all’opera di un pontifex
maximus, ricordato come artefice dell’erezione di un qualche monumento
cittadino. Angelo Viti riferisce il finale ae
a Nerva, imperatore e pontefice massimo (a capo della gerarchia religiosa
romana, giacché potere politico e religioso nel mondo romano sono uniti). Viene
facile il riferimento a Nerva, poiché imperatori con nome della prima
declinazione sono rari: Caligola è un soprannome, nelle epigrafi è Germanicus;
così anche Caracalla che è Marcus Aurelius Severus Antoninus Pius Augustus).
Viti, pertanto, conclude per una epigrafe dedicatoria ricostruita come imp·caesari nervae pontifici maximo, “all’imperatore
e pontefice massimo Nerva”, di
cui rimarrebbe il solo ae pont (c’è
tuttavia da dire che nelle epigrafi, l'imperatore romano è abbreviato con la
formula ufficiale imp·nerva·caes·avg·pont·max·tr·pot,
dunque con l’interposizione di caes
e un avg).
In un appunto che Cesare De Leonardis
trascrive da Vincenzo Piccoli – canonico isernino, autore di un manoscritto dal
titolo Collezione delle iscrizioni lapidee rinvenute nella città di Isernia
(…), del 1824 – la misteriosa lapide, comunque mutila, viene riportata come
“rae pont”. Cesare De
Leonardis la disegna e ne appone come didascalia «alla Fontana del Mercato
la qui sopra iscrizione», intendendo riferirsi non al suo tempo (ultimo
decennio dell’800), ma a quello di Piccoli (1824, data del manoscritto). In
effetti, la pietra viene vista anche da Mommsen nel suo soggiorno isernino
(1844), e l’epigrafista tedesco scrive che è collocata alla fontana del
mercato sive della Concezione dando dimostrazione di conoscere che, in quel
1844, la pietra in litteris magnis e pulchris già incastonata nella
fontana a lato della Cattedrale era – per effetto del rimontaggio di Felice
Caruso – alla fonte della Concezione.
Se prendiamo per buona la versione di De
Leonardis, sarebbe più difficile provare il rifermento a Nerva suggerito da
Viti, a meno di ritenere esservi stata anche una “V” interposta e dimenticata
da Piccoli. Resta, in ogni caso, un frammento misterioso che non consente
esatte attribuzioni.
A complicare ulterioriormente le già poco
chiare fonti, un appunto contenuto nel dattiloscritto «Corpus
Inscriptiononum Aeserniensis», raccolta di 150 epigrafi del territorio di
Isernia operata da Camillo d’Apollonio (documento in Archivio d’Apollonio,
presso la Biblioteca comunale “Michele Romano”) riferisce che l’ «iscrizione
murata nella parte inferiore, frontale, della fontana Fraterna» è “aer.
pont”. Quanto narrato crea non poco sconvolgimento: la lapide
attuale è chiaramente un unico solido blocco di pietra e non c’è alcuna
abrasione o lacuna di altro genere tra il dittongo “ae” e il successivo “pont”.
L’unica possibilità è che Camillo d’Apollonio ne scriva nel periodo in cui – si
è detto – la fontana era smembrata a seguito delle bombe alleate, senza poter
verificare ictu oculi quanto ha riportato. L’ “aer.” viene riferito a Aerennius
Pontius, ma siamo nel campo della suggestione. Elemento finora inedito è
l’inciso «Fu trovata alla Fiera» che chiude il criptico appunto.
Più facile la lettura dell’altra lapide, che
fa da fondale a una delle sei cannelle, inserita tra due festoni: DMS | FVNDANIAE SECVRAE | PESCENNIVS SECV|RVS
NEC IMMERITO (è in CIL IX 2718).
In traduzione sarebbe “Agli Dei Mani. A
Fundania Secura. Pescennio Securo (questa pietra pose), e ben a ragione”.
Pescennio dedica, così, alla sua defunta moglie Fundania (il nome è diffuso
nell’onomastica latina, dove è attestata una gens Fundania, di origine
campana). La donna ha acquisito il cognomen del marito (Secura).
Qualcuno ha anche proposto ironiche versioni, giocando sul securus interpretato
quale aggettivo: ora che è trapassata, Pescennio è davvero sicuro della fedeltà
sua Fundania (ben a ragione). È una mia suggestione, ma credo che non a
caso una pietra che riporti il nome Fundania sia stata posta dall’ignoto
lapicida del XIII secolo quale pezzo di una fontana monumentale.
Di quale fontana? Qui ci è d’aiuto Piccoli,
che nel 1824 (dunque prima dell’anastilosi della fonte del Mercato alla
Concezione) ci dice che la lapide di Fundania esiste alla fontana della
Concezione. Sarebbe dunque pietra
costituente l’originaria fontana di tre cannuoli presente alla Concezione, poi
riutilizzata da Caruso per la composizione della nuova fonte monumentale.
Infine, la grande lastra centrale con i due
delfini opposti, ciascuno iscritto in un triangolo rettangolo, natanti verso
gli estremi. La lapide è tratta da sarcofago di età imperiale. Il delfino è elemento
decorativo frequente nei sarcofagi romani in quanto considerato animale psicopompo,
“conduttore di anime”, che facilita il viaggio del defunto verso le Isole
dei Beati, l'oltretomba. Spesso raffigurati in coppia, da soli o montati da
Eroti, questi motivi marini si trovano comunemente sulle alzate dei coperchi o
nei rilievi dei sarcofagi. Una lapide molto simile si conserva incastonata
nella facciata della chiesa di S. Maria del Bagno, a Pesche.
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| FONS ISTE | CVIVS PONIT | RAMPINIANI | ME PARABIS |
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| Stemma della famiglia Rampino (ricostruzione con colori araldici di fantasia) |
Rampiniani
In questo mosaico
di pietra, l’iscrizione di maggior significato per chi voglia provare l’origine
di fonte del Sedile per la fontana Fraterna è quella seminascosta (alla sommità
del laterale destro) che in uno strano latino recita «FONS ISTE | CVIVS PONIT |
RAMPINIANI | ME PARABIS». Già il ponit genera dubbi (alcuni leggono posit), ma fa poca differenza:
comunque il verbo è ponere: porre, collocare. Il costrutto è comunque
ostico, vergato in un latino medievale che ne fa percepire il senso, al di là
della correttezza sintattica e va tradotto a senso: questa fonte, così come tu
mi vedi, i Rampiniani fecero.
La parte indubbia
dell’inciso e quel riferimento ai Rampiniani come artefici. Ma chi sono questi Rampiniani? Angelo Viti,
apodittico qui come altrove, nega ogni riferimento alla casata dei Rampini e
sostenendosi sull’aggettivo ramosus (ramificato) ne deduce che i
committenti della fontana siano i confratelli della Fraterna celestiniana, che
avevano sede nella vicina chiesa della Concezione («associazione umanitaria,
dai larghi interessi ramificati»).
Viti, per confermare la bontà della sua ricostruzione, legge lo stemma araldico
posto a lato dell’iscrizione come rappresentante una croce decussata, e vi vede
il simbolo della confraternita (che «si badi, ebbe ad emblema proprio la croce
di S: Andrea»). In coerenza con questo assunto, sostiene anche che la
lapide provenga dalla antica fontana di tre cannuoli presente alla Concezione,
precedente all’anastilosi della fonte del Mercato in quello stesso
sito. Anche questa è affermazione apodittica: non abbiamo alcun elemento per
accertarne la provenienza: non è lapide della classicità latina e, per questo
motivo, viene ignorata dai noti epigrafisti.
Ma perché
complicarsi la vita con ardite ricostruzioni ermeneutiche? Non è più semplice
riferire Rampiniani alla progenie dello iudex Rampino da cui si è
originata la famiglia omonima? E i Rampino non avevano come arme familiare due
rampini decussati (un’arma parlante, cioè uno stemma araldico che contiene al
suo interno una figura il cui nome richiama in modo diretto il cognome del
casato). E non era forse in uso apporre come stemma del Sedile dei nobili,
laddove – come accadeva per i seggi napoletani – non se ne avesse uno proprio,
quello della famiglia di maggior rilievo?
Quella che Viti
vede come croce di Sant’Andrea può, allora, più correttamente risolversi in due
rampini incrociati a decusse, stemma della famiglia Rampino, e Rampiniani indicherebbe,
come ridondante patronimico, tutti i discendenti della famiglia originatasi dal
giudice Rampino.
I Rampino (poi
anche Rampini) sono stati la casata nobiliare più influente in Isernia tra il
XIII e il XIV secolo. Emersa durante l'epoca sveva, ha espresso giuristi di
fama, alti funzionari regi e vescovi. Il rilievo del cognome Rampino è tale che
Maria Rampino sposando il giurista Benedetto d’Isernia trasferisce alla
progenie un derivato del proprio cognome: non Rampino ma De Rampinis. Lo stesso
Andrea d’Isernia (qui d’Isernia è locativo) viene da questo ramo, per questo è
Andrea De Rampinis.
Viene allora anche
facile pensare che la lapide contenente l’iscrizione fons iste… sia stata apposta come testimonianza della
committenza alla Fontana del Mercato (come fontana del Sedile), eretta proprio
dai Rampino, e da qui traslata alla Concezione nel 1835.
Outro
Sbaglia chi scrive
che la Fontana della Fraterna è un manufatto del XIII secolo? Sbaglia chi la
riferisce al genio nostrano di un mastro muratore di metà ‘800? Affermazioni entrambe
vere, entrambe false. Resta indiscusso il fascino di un landmark emozionale che da solo evoca la storia
complessa di questa città, in parte ancora ignota, in parte ancora ignorata.
[1]
I Seggi città di Napoli vennero formalmente cancellati con atto sovrano di
Ferdinando IV, il 25 aprile 1800; seguirono
atti diversi per i Sedili operanti nelle città del Regno. La definitiva
cancellazione di tutti i sedili nobiliari residui nelle altre città del Regno
avvenne con Giuseppe Bonaparte, con la legge di eversione della feudalità (2
agosto 1806) e le successive riforme sulla pubblica amministrazione
(1806-1808).
[2]
Da Tommaso Formichelli, Relazione
presentata all’A.I.R.-Associazione degli Isernini a Roma “Michele Cimorelli”,
in data 19/05/2019; copia dattiloscritta presente presso la Biblioteca
Michele Romano.
[3]
Vd, Fulvio Lenzo, Memoria e
identità civica. L'architettura dei seggi nel Regno di Napoli XIII-XVIII secolo,
Roma, 2014.
[4] Ermanno Turco, Isernia in cinque
secoli di storia, Napoli, 1948, p. 44.










