giovedì 7 luglio 2022

Settembre 1701, quando a Isernia si inneggiava a Leopoldo d'Asburgo


La storia che sto per raccontare si è persa nelle pieghe della Storia: non ne parla Antonio Maria Mattei, né Ermanno Turco; nessun cultore di storia patria ne ha fatto oggetto di una monografia: salvo prova del contrario, credo di avere il primato nel sollevare il sudario sui tumulti del 25 e 26 settembre 1701, giorni in cui – per strano che possa apparire – a Isernia si gridava “Viva! Viva l’imperatore!”. Eppure non ho sudato in ricerche all’Österreichisches Staatsarchiv: il documento che racconta di come l’eponimo cafone che fece tremare ‘Sernia nel ’60 avesse arrotato la falce e preso lo schioppo già nel 1701 è in una cartellina rosa, Busta 1, fascicolo 16, dell’Archivio storico comunale. 
Ma andiamo con ordine. Per contestualizzare questo misconosciuto episodio di insorgenza occorre partire da molto lontano: da una stanza da letto del Real Alcazar di Madrid, in cui il 1° novembre 1700 moriva, dopo una malattia che era durata quanto la sua intera vita, il fragile Carlo II d’Asburgo, re di Spagna, a capo dell’ “Impero su cui non tramonta il sole”, per dirla con le parole del suo più celebre, omonimo avo Carlo (V per il Sacro Romano Impero germanico; I di Spagna). Carlo II, triste monarca, morì senza eredi e con un testamento controverso che diede origine al primo conflitto del XVIII secolo, la Guerra di Successione Spagnola (1701-1714): il re aveva infatti lasciato la corona al pronipote Filippo di Borbone, figlio del Delfino di Francia, Luigi (a sua volta figlio di sua sorella Maria Teresa d’Asburgo, moglie di Luigi XIV, il Re Sole). Si comprende bene come l’idea di una sostanziale unione dei regni di Francia e Spagna (con quest’ultima in pacifica posizione ancillare) avrebbe scombinato il fragile equilibrio tra le potenze europee definito con la pace di Vestfalia (1648). Da qui la ferma opposizione dell’Impero, dell’Inghilterra, delle Province unite d’Olanda e di un lungo elenco di lembi d’Europa, che spingevano per la devoluzione della corona spagnola a un Asburgo d’Austria, l’arciduca Carlo, figlio dell’imperatore Leopoldo, e lo scoppio di una prevedibile guerra europea (e mondiale, visti gli imperi coloniali dei contendenti). 

Napoli nel 1702, stampa di Peter Schenk 


Sì, ma che c’entra tutto questo con il cafone prima evocato?
C’entra, perché Isernia è città del Regno di Napoli, all’epoca degradato a Vicereame (dal 1504 al 1714), e quindi chi sedeva sul trono di Madrid, a mezzo di viceré, comandava anche su Napoli e sull’intera Italia meridionale; e a Napoli, una parte dei baroni – tra cui il nostro Cesare Michelangelo D’Avalos – pensò bene di sostenere il partito austriaco contro il legittimo re Filippo di Borbone, unendosi in quella che è passata alla storia come Congiura di Macchia (che è a noi vicina anche nel nome, in quanto la Macchia eponima è quella Valfortore, oggi provincia di Campobasso, e la congiura è così chiamata perché, per aver ucciso in una lite alcuni soldati spagnoli, il collegio dei nobili congiurati scelse Gaetano Gambarotta, principe di Macchia, quale capo della rivolta). 
Altro importante dato da conoscere è quello legato alle vicende della vendita della città di Isernia: Diego d’Avalos, cadetto dei d’Avalos del Vasto, aveva acquistato Isernia nel 1644 dal duca di Montenero, Carlo Greco, per la somma di 21.000 ducati, e aveva chiesto a Napoli, e ottenuto, il titolo di Principe di Isernia. Suo figlio Cesare Michelangelo, divenuto marchese del Vasto, aveva rivenduto (come fosse stata una Zafira di seconda mano) l’intera città al principe di Colle d’Anchise, Fulvio di Costanzo. Ora, agli isernini, cui la perdita della demanialità era andata di traverso, e che già mal sopportavano i d’Avalos, questo principe di Colle d’Anchise stava viepiù sullo stomaco, anche perché l’indole del nuovo padrone non era affatto placida, e angherie e soprusi erano all’ordine del giorno. 
Ora, la Congiura di Macchia è stata variamente interpretata dalla storiografia: una prima, romantica, interpretazione la vede come precoce episodio del Risorgimento italiano, come lotta per l’indipendenza dallo straniero; alla successiva versione di Benedetto Croce, che vedeva in quella dei congiurati una lotta di retroguardia del baronaggio interessato a non perdere i propri privilegi (e per questo più tutelato dagli Asburgo che dai Borbone di Francia), si è sostituita una più recente visione che ha invertito i significati ed ha visto nei congiurati i moderni e nei lealisti gli esponenti della vecchia nobilità. Ma per i fatti che ci occupano, la congiura assume anche e soprattutto un significato locale: se il vecchio Cesare Michelangelo d’Avalos era tra i congiurati a sostegno degli Asburgo, Fulvio di Costanzo militava nell’avverso partito dei lealisti alla corona di Filippo V, per cui la sollevazione che, nel nome dei congiurati, infiammò Isernia il 25 settembre 1701 è da spiegarsi anche come reazione violenta al nuovo indigesto feudatario. 



Napoli, lapide a memoria dei congiurati in Palazzo Marigliano


Veniamo finalmente ai fatti, come narrati nel documento dell’archivio comunale: una dichiarazione giurata del 1736 di un mastrodatti di Lucera che, incidentaliter, in uno dei procedimenti per il ritorno al Real Demanio della città, asserisce di aver rinvenuto un fascicolo intitolato «Unione e sollevazione (…) Civitatis Isernie armata manu (…) cum tumultuo et ribellione ac acclamatione imperatoris ad sonum tubae et alboratione signi seu bannere eiusde, contra legem, cum diversione seu sachegiam bonorum in domibus» nel quale si dà notizia di come avvenne che Isernia, universitas del viceregno, si sollevasse dietro la bandiera imperiale, al grido Viva Leopoldo! 

Per chi ha chiari i fatti della più nota insorgenza isernina, la Reazione del settembre/ottobre 1860, troverà diverse similitudini: l’eterodirezione; la regia (neanche tanto) occulta del vescovo; il popolo che da tigre che rugge ridiventa presto pecora mansueta, sotto il bastone del padrone. 

Accade che a Napoli, tra la notte del 22 e il successivo 23 settembre, la congiura ordita nei salotti degli aristocratici vede il suo manifestarsi popolare: aizzati dalla nobiltà di sedile, i soliti lazzari insorgono, si intruppano spontaneamente e, come fiume in piena, irrompono nei palazzi del potere, scardinano le prigioni della Vicaria e di Palazzo San Giacomo, liberano i detenuti, incendiano i ruoli, saccheggiano i beni degli esponenti del partito avversario. Una volta toltale la museruola, la plebe napoletana non si governa più: la devastazione è tale da sorprendere gli stessi congiurati, che invano provano a fermare la caduta libera che hanno generato. Ai Tribunali, bruciano in poche ore i faldoni di sette secoli di Regno, contenuti in ventiquattro grosse stanze. L’ordine di insorgere contro il governo del viceré Luis Francisco de la Cerda y Aragón, duca di Medinaceli, da Napoli si irraggia nelle province: si solleva Aversa, altrettanto si appresta a fare Capua. 

Come il bagliore di una stella già morta che arriva all’osservatore posto a migliaia di anni luce di distanza, così a Isernia giunge la notizia della rivolta quando questa, a Napoli, è già stata sedata: 
«…il giorno della domenica seguente, venticinque di detto mese, essendono ritornati dalla Città di Napoli in Isernia N.N. unitamente con Orazio Graziano (…) portava una lettera diretta a N.N. ministro in detta Città di Isernia di persona potente che ce la scriveva ed inviava, (…) colla quale li partecipava della rivoluzione di Napoli ed insinuava avesse fatto sortire l’istesso nella Città di Isernia.»

 C’è dunque un ignoto (N.N.) e un noto, Orazio Graziano, che tornano in città da Napoli recando una lettera per il rappresentante cittadino di persona potente. La lettera contiene istruzioni per la sollevazione, che deve essere fatta ad immagine di quella napoletana. Per dare maggiore credibilità al racconto che Napoli si sia sollevata, gli epigoni isernini della rivolta inscenano una singolare pantomima: 

 «avendo portato sopra una bestia da soma alcuni pezzi di ferro pubblico e dissero esserno quelli delle carceri scassate delle Vicaria.» 

Chi sia l’ignoto N.N. destinatario della missiva è l’ennesimo Mistero di Pulcinella (tanto per rimanere nel contesto napoletano). Infatti, i due con la lettera e il somaro si avviano «per la strada ad alto verso la Piazza e Largo del Mercato, ove sta la Chiesa Cattedrale e Palazzo Vescovile»; allo stesso modo, l’identità del messo è parzialmente svelata per relationem, perché si dice che «con esso vi andò ancora Tommaso Iaduopo suo fratello». Il coinvolgimento della chiesa locale è provato anche da altra fonte: nella Storia della congiura del principe di Macchia e della occupazione fatta dalle armi austriache del regno di Napoli nel 1707 opera di Angelo Granito, principe di Belmonte (1861), così si dice della sollevazione isernina: 

«Soltanto in Isernia che erasi parimenti sollevata s’incontrò qualche difficoltà a ristabilire la quiete, a motivo di taluni preti che aizzavano la popolazione a persistere nella rivolta (…)». 

In effetti, è particolare l’interessamento del vescovado retto da Biagio Terzi nella congiura: pur se riferimento politico a Roma del “partito austriaco” napoletano è il cardinale Vincenzo Grimani – che infatti sarà nominato viceré di Napoli dopo la conquista austriaca del 1707 – la posizione ufficiale di papa Clemente XI è dichiaratamente filofrancese e dunque ostile agli imperiali. 

Torniamo ai fatti: dunque, questo Tommaso Iadopi, suo fratello e Orazio Graziano entrano nel vescovado, ne escono e poi rientrano svariate volte: «uscivano ed entravano a quello facendono diverse conventicole e discorsi segreti fra di loro nella Piazza e Largo Mercato». Sono i preparativi per la rivolta, che infatti deflagra di lì a poco. 

«Quando furono circa le sedici ore di detto giorno di domenica 25 settembre uscirono da dentro detto Palazzo Vescovile molti cittadini secolari e preti armati con armi da fuoco, come scoppi a martinetto, pistoni e archebugietti.»

Il popolo in armi va sotto casa del mastrogiurato comunale, Onofrio Amodei; occorre farsi consegnare il sigillo dell’universitas per dare legittimità a tutti gli atti che il governo provvisorio degli insorti assumerà. A casa non c’è, e allora lo cercano in quella di suo cognato Cosmo Tomassi, dove trovano la moglie del magistrato, si fanno dare le chiavi di casa e mandano qualcuno a prendere il sigillo. 

E ora che abbiamo il sigillo che si fa? Sciogliamo la compagnia di armati sul più bello? 

«Dopo tutti uniti ed armati in modo suddetto andarono nella casa di Vincenzo Perpetua, mastrodatti di quella Corte, col seguito di altri cittadini che vi andavano avanzando ed associavano con essi e la saccheggiarono pigliandosi e rubbandono le migliori robbe che vi ritrovarono e altre buttarono per le finestre agli altri cittadini che stavano abasso la strada, e dopo detti capi seduttori e ribelli col seguito (…) ed altri cittadini armati con armi da fuoco, accette, ronghe, spade, mazze e altri bastoni andarono in casa di Gio: Andrea Petilli, consigliere di detta Corte, e similmente la saccheggiarono, rubbando le migliori robbe che vi ritrovarono e altre buttarono per le finestre, scassandono bauli, casse, scrittori, cimbalo ed altro, rompendono specchi, fracassandono vetriate, porte e finestre e nel medesimo tempo arrestarono al suddetto Gio: Andrea Petilli, Francesco suo figlio che se ne erano fuggiti per timore della vita per altra porta di loro casa, ferendone con botte di stile detto Francesco nel polso del braccio destro, portandone amendue a capo scoverti in detta Piazza e Largo Mercato ingiuriandoli e minacciandoli di più ingiurie e di volerli ammazzare; e poi così uniti e armati si portarono nelle case di Virgilio Chiacchiari, uno del Governo di detta Città e di Giuseppe Feula (…) e le saccheggiarono all’istesso modo.»

Hanno dunque colpito magistrati e eletti, in ogni caso rappresentanti del potere costituito. Non conosciamo la composizione dei due partiti in città (chiamiamoli, breviter, lealisti e imperiali), ma – anche considerando quanto accadrà anni dopo, nel settembre del 1860, la linea d’ombra degli insorti non sembra separare orizzontalmente popolo grasso e minuto, notabilato e plebe, quanto piuttosto, in senso verticale, seguaci dell’uno e dell’altro principe, a prescindere da ceto e classe d’appartenenza. Certo è che, in periodi di tumulti, la bassa manovalanza, la carne da cannone, quell’esercito di autoconvocati che s’infiamma e combatte senza neanche sapere perché e si accontenta di rubbare le migliori robbe (che poi restituirà a caro prezzo) si trova sempre disponibile. 

«E poi fecero far banno a suono di trombetta, che la sonava Domenico di Greco, che sotto pena della vita ogn’uno fosse andato in detta piazza, Largo del Mercato, a farsi l’elezione di nuovo magistrato, ed in effetto fu eletto Alfonso Mazziotti e del Governo il secondo Orazio Graziano e Gio Batta Cimorelli, e fatta l’elezione i capi popolarmente e unitamente armati come sopra andarono per tutta la Città di Isernia col suono di detta trombetta acclamando l’imperatore, dicendono ad alta voce “Viva, viva l’imperatore ed Alfonso Mazziotti»

Benjamin von Block - Leopoldo I d'Asburgo in armatura

C’è da immaginarselo il cafone eponimo che inneggia all’esotico imperatore Leopoldo d’Asburgo come fosse ru Santone. Ma l’obiettivo vero della rivolta ancora non è stato colpito. Finalmente ci si può dirigere verso l’odiato padrone della città: 

 «(…) e quando furono le ventidue, ora di questo giorno di domenica, li ribelli andarono nel palazzo dell’illustre Principe di Colle d’Anchise sito in la Città di Isernia, nel quale abita e risiede Lonardo Freda suo agente e similmente lo saccheggiarono e rubborono le sue robbe, tanto che parte delle robbe rubbate e sacchegiate nelle case suddette e Palazzotto i ribelli le andarono a riporre nel Palazzo Vescovile, nel quale risiedeva detto N.N. ministro di questa potenza.» 

Per inciso, il Palazzo del Principe è il Palazzotto (va da sé, non come lo vediamo oggi, nel restyling assunto dopo il terremoto del 1805 per mano di Onofrio Laurelli), fatto edificare dai d’Avalos a immagine e somiglianza del palazzo marchesale di Vasto e ceduto a Fulvio di Costanzo, principe di Colle d’Anchise, insieme con la città e il titolo di principe di Isernia. La piazza che ora è Piazza Trento e Trieste veniva allora chiamata Mercatello (toponimo che ora identifica, invece, una diversa e lontana parte dell’abitato storico). Per ulteriore inciso, allorché l’abate Pacichelli pubblicherà nel 1703 il terzo volume del suo Il Regno di Napoli in prospettiva, con le incisioni di Francesco Cassiano De Silva, nella famosa stampa di Isernia ritratta a volo d’uccello (dove alla lettera “G” si dà indicazione del “Palazzo del Principe”), le armi riportate a lato del cartiglio col nome della città sono dei d’Avalos (d’azzurro alla torre d’oro con bordura composta di sedici pezzi, alternati d'argento e di rosso) e non già quelle del principe di Colle d’Anchise: la cessione è avvenuta nel 1698; le stampe, non aggiornate, realizzate probabilmente prima di quella data. 

Isernia, da Il Regno di Napoli in prospettiva, 1703

Torniamo ai nostri. La prima giornata di torbidi si chiude con l’assalto al Palazzo del Principe e la notte passa , tutto sommato, tranquilla. Il giorno seguente, lunedì 26 settembre, è giorno di festeggiamento dei Santissimi Cosma e Damiano e la fiera, al santuario, si celebra anche se la città è in fermento. Anzi, la fiera è momento di affermazione delle nuove magistrature elette; infatti, Alfonso Mazziotti nuovo mastrogiurato, si porta con i suoi sul pratone davanti al santuario con una bandiera imperiale, l’aquila a due teste in campo giallo. Le esoticissime bandiere asburgiche – un’altra venne posta «alla porta di Città, nominata la Porta da Capo» – vennero confezionate dalle donne di Isernia («fatte e pittate», dice il documento) partendo da una illustrazione dell’emblema leopoldino che il misterioso N.N. capo della rivolta «fe’ vedere ad esemplare da un suo libro che teneva». 

Le bandiere con l’aquila bicipite, tuttavia, garriscono per poco. Come detto, a Napoli il fuoco della rivolta è già spento e si impone la restaurazione legalista di Medinaceli (è particolare notare che tra quanti si impegnano nella repressione della congiura di Macchia troviamo un altro esponente di casa d’Avalos, il principe di Montesarchio Andrea – un giovanotto di 84 anni, che nei giorni della rivolta, comandava i suoi “in sedia a braccio” – cugino di Cesare Michelangelo d’Avalos, e probabilmente interessato ad ottenere i ricchi feudi di Vasto e Pescara che saranno confiscati a quest’ultimo quando riparerà alla corte di Vienna). Quando a Isernia, nel tardo pomeriggio di lunedì 26 settembre, giungono voci che nella capitale la congiura si è ormai spenta e che, in più, le forze lealiste si stanno muovendo per ristabilire in città l’ordine costituito, i rivoltosi spengono gli ardori e cominciano a temere il peggio. Così nel parla il documento: 

«Essendo cominciata a correr voce che la Città di Napoli si era quietata di detto tumulto e ribellione, fuggiti e perseguitati i Cavalieri ribelli, come anche che l’illustre Principe di Colle d’Anchise facea unione di gente armate nella Città di Bojano, ove si ritrovava, [i ribelli armati] cominciarono a ritirarsi e levarono le bandiere.» 

Si muovono, invero, anche le forze regolari, nella persona del governatore provinciale. Nella citata Storia della congiura del principe di Macchia di Angelo Granito, così si dice della restaurazione isernina: 

 «(…) siccome la città allora era circondata da sode muraglie, non era agevole espugnarla. Laonde il preside di quella provincia Luigi Dentice persona molto accorta, fatti imboscare di notte grossa mano di soldati di campagna fra i circostanti vigneti, allo apririsi delle porte al mattino, ad un dato segno irruppero tutti insieme nella città da più parti, onde atterriti gli abitanti che non se lo aspettavano si sottomisero senza contrasto e gli autori della sedizione furono posti in carcere». 

La riconquista della città alla causa lealista sarebbe così avvenuta all’alba di martedì 27 settembre, con l’apertura delle porte cittadine e l’ingresso a sorpresa delle soldatesche. Il nostro documento anticipa invece alla notte tra lunedì e martedì l’entrata degli armati in città. L’esito, in ogni caso, è lo stesso: 

«… conferitosi l’illustre Principe di Colle d’Anchise con grasso numero di gente armata in detta Città di Isernia, nella quale si introdusse di notte, fattosi vedere, quietò affatto la Città e cominciò a perseguitare i detti ribelli, e ne carcerò molti che parte se n’erano fuggiti e posti nei luoghi e boschi convicini e parte se n’erano nascosti e posti in salvo». 

Dopo la sterilizzazione della rivolta, il rapporto del principe di Colle d’Anchise con la città continuò aspro come in passato, tra prevaricazioni e contrasti. La città tornò infeudata ai d’Avalos nel 1710 allorché Fulvio di Costanzo azionò la clausola de retrovendendo apposta al contratto di vendita. L’eversione della feudalità ci fu finalmente nel 1742, per riscatto da parte dei cittadini (ma ci volle ancora un decennio per vedere finalmente il ritorno della città al Demanio). 

Dopo la conquista austriaca del 1707 nessuno più ha interesse a riaccendere luci sull’infelice episodio della congiura di Macchia, tentativo abortito da nascondere sotto il tappeto. Gli austriaci rimarranno a Napoli fino a quando – a seguito della Guerra di successione polacca – i nuovi equilibri europei faranno tornare il meridione italiano nell’orbita spagnola: il 10 maggio 1734, Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna, entrain trionfo a Napoli; la novità è che vi entra come monarca di uno Stato sovrano: per Napoli e il Meridione è finita l’epoca del Vicereame.