lunedì 28 novembre 2011

«Le piazze del sapere». Campobasso, 28 novembre 2011


Oggi pomeriggio, alla Biblioteca provinciale «P. Albino» di Campobasso, si discuterà di biblioteche e (spero) di libertà. Anticipo qui il testo del mio intervento (in bozza).

«Capita di rado che una lettura precettistica – tale è quella di un testo che individua un preciso dover essere delle cose – mi trovi tanto d’accordo come è successo con il libro che ha dato occasione a questo incontro. Leggendolo, la condivisione è stata pressocché totale: mi sono ritrovato a considerare che c’era chi aveva dato forma compiuta a quello che pensavo in tema di biblioteche. A partire dalla definizione data di biblioteca come «luogo in cui sentirsi bene», che trovo perfetta.
Che sia necessario ridefinire l’idea di biblioteca credo sia indubbio. La biblioteca non può limitarsi ad essere un deposito di libri. Anche della suggestiva Biblioteca di Babele amaramente Borges scrive «la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta». Una biblioteca, pur se armata di volumi preziosi, senza lettori è inutile. Per essere utile, per incontrare pubblici la biblioteca deve reinventarsi nella sua funzione, a rischio di perdere la sua specificità di luogo di conservazione. Da qui la soluzione individuata dal saggio: la biblioteca deve recuperare la sua umanità e farsi "piazza”, luogo di incontro, dibattito, conoscenza e informazione. Come si legge a pag. 67: «La biblioteca non può sfuggire alla crisi dei luoghi pubblici se non si dà un nuovo compito: trasformarsi in luogo di incontro, in una “piazza coperta” a disposizione di grandi e piccoli, vecchi e poveri, zingari e cardinali.»

[Dico in inciso che preferisco di lunga “piazza” al termine inglese “hub” pure usato di recente per ridefinire la biblioteca. Hub riporta all’idea di un “centro” in cui si converge, d’accordo, ma – pensando agli aeroporti – è un centro in cui si transita rapidamente per andare verso un altrove.]

La biblioteca come luogo di incontro. È quello che ho cercato di fare alla biblioteca “Michele Romano”, e questo da assoluto neofita, ispirato solo dal buonsenso e non da formazione tecnica.
Quando ho deciso di far rimanere stabilmente l’allestimento – sedie, pedana, tavolo per gli oratori – realizzato in occasione del commiato al direttore emerito Cefalogli, lasciando uno spazio adatto a presentazione di volumi e incontri culturali, pur alterando il severo impianto scenografico della biblioteca, ho risposto non tanto ad un’esigenza allora percepibile come reale (è richiesto uno spazio per incontri culturali), quanto ad una mia ispirazione (vorrei che questo spazio fosse richiesto per incontri culturali).

Prima di procedere, però, a rischio di annoiare chi già la conosce, presenterò la biblioteca Michele Romano, e ancora prima il contesto in cui la biblioteca opera.
Isernia è città particolare quanto alla richiesta di cultura e di servizi bibliotecari. Per dirne una, la città ha assorbito la chiusura – nel 2009 – della seconda biblioteca comunale senza neanche produrne un articolo di giornale, una raccolta di firme. Qui andrebbe anche esplorato il peso che la politica dà alle biblioteche: la percezione della utilità sociale riconosciuta alla biblioteca. Racconto un episodio significativo: la misconoscenza del luogo fisico della biblioteca. Quando si era in fase di redazione della Carta dei servizi, un paio di sedute della Terza commissione consiliare si tennero in biblioteca. Dei dieci membri della commissione – amministratori comunali, e prima ancora cittadini - nessuno era stato prima in biblioteca.
Posta in un edificio monumentale – Santa Maria delle Monache – che esiste, come nome, dall’Alto Medioevo e come fabbrica dal 1700, la Michele Romano è la prima biblioteca della città per anno di fondazione. Ha vissuto e subìto, con la città, gli stessi drammatici eventi; ha riportato le stesse profonde ferite da guerra, terremoti. Osta, all’essere sfruttata secondo il suo livello ottimo e dare tutto quanto può offrire, un problema di immagine: la biblioteca viene ancora percepita come luogo esoterico, per iniziati: bibliofili e cultori di storia locale. Malgrado tutti gli sforzi condotti nel corso degli anni dal personale (sulla cui gentilezza e disponibilità, credo, nulla si possa eccepire) la biblioteca ha funzionato sempre in senso escludente, tenendo fuori quelli che non avevano motivazioni forti (una tesi di laurea in storia locale, una ricerca da pubblicare) per entrarvi. Da luogo escludente, è tuttavia privo del fascino dei luoghi esclusivi (condizione che si realizza, per es., per i privé delle discoteche). La biblioteca è escludente senza essere esclusiva. Ancora adesso, la biblioteca viene percepita come luogo in cui – come un ospedale – si entra per una necessità e non per un piacere.

A determinare questo hanno concorso più fattori: una gestione “proprietaria” da parte del primo direttore – Angelo Viti – che ha retto la biblioteca per un tempo lunghissimo, dal dopoguerra alla chiusura degli anni ’80. C’entra pure una “conformazione dei luoghi” – questa immodificabile – che non gioca a favore della messa a proprio agio da parte dell’utente (alte e austere scaffalature lignee e sedie penitenziali). Anche la posizione della biblioteca nel tessuto urbano assume indubbiamente rilievo: è posta nella parte di centro storico più scarsamente frequentata, lontana da negozi o punti di ritrovo e senza parcheggi comodi nelle vicinanze (ahimé, conta anche questo). La parte del centro storico che – in considerazione della qualità degli alloggi – fa registrare un’altissima concentrazione di extracomunitari.
[Ma questo ultimo dato, lontano dall’essere un problema – può diventare un’ultriore missione della biblioteca. Le postazioni internet, messe a disposizione gratuita dell’utenza, vengono utilizzate per mantenere i contatti, interpersonali ma anche culturali – sfruttando i contenuti musicali di YouTube, per es. – con la terra di origine.]


Tornando al problema di immagine / percezione della biblioteca: il tentativo è stato quello di modificarla e rilanciarla, attraverso un piano di comunicazione, gestito nella più assoluta economia, che presentasse ai diversi pubblici di riferimento la biblioteca e i suoi servizi e che si è estrinsecato in una serie di attività: creazione di un logo identificattivo; redazione e diffusione della Carta dei servizi (marzo 2010); realizzazione in economia del sito internet; blog su argomenti di storia locale; profilo facebook. Si è ingenerato un circolo virtuso tale per cui, ad es., l’apertura di una pagine web denominata “biblioteca digitale” ha spinto alla necessità di creare contenuti digitali non disponibili (sono state quattro le scansioni di documenti rari della biblioteca offerti finora al libero download).

martedì 8 novembre 2011

Fossili urbani. Il cippo gromatico di Vico Storto Castello

I Romani erano uomini d'ordine, ossessionati dall'ortogonalità. Attendamenti, castra, colonie, municipia, città destinate a grandi cose o borghi fangosi posti a margine del nulla dovevano tutti sorgere e svilupparsi partendo dal punto di incontro tra un cardo e un decumano; tutti si originavano dall'infissione a terra di un attrezzo instabile e ballerino, fatto di aste e fili a piombo, chiamato groma.




[Illustrazione tratta da internet]




A posizionarsi dietro l'asta della groma è il mensor. Scelto un umbilicus agri nel quale infiggere la punta dello strumento, con procedimento non dissimile da quello seguito oggi dai nostri geometri di cantiere, con teodolide e palina, il topografo latino orientava uno dei bracci della groma con l'asta tenuta alzata da un sodale, vicino la linea d'orizzonte. In questo modo sviluppava, a partire da quel punto, gli assi tra loro perpendicolari del cardo (orientamento nord/sud) e decumanus maior (est/ovest); da qui, per continue infissioni e collimazioni, si tracciava il reticolo. A terra, a memoria dell'intervenuta centuriazione, rimanevano i cippi gromatici: pietre squadrate a parallelepipedo, piantate a terra assecondando il lato lungo e riproducenti, sulla faccia superiore, l'intersezione degli assi (il decussis).










[Cippo gromatico rinvenuto a San Pietro Viminario (Padova) - illustrazione tratta da internet]




Si procedeva così, tanto per dividersi agra quanto per organizzare acquartieramenti di truppe o città di nuova fondazione. A Isernia, colonia latina dal 263 a.C., l'ortogonalità dell'insediamento romano è pienamente rispettata: il cardo maximus è Corso Marcelli, mentre più difficile risulta l'individuazione del decumano maggiore, attesa l'attuale incertezza circa la dislocazione del Foro cittadino (Piazza Andrea d'Isernia? Piazza Santa Maria?).
Una cosa è certa: l'ortogonalità dell'impianto urbanistico del centro storico subisce una sola evidente cesura - probabilmente in età medioevale - con l'asse trasversale che, nell'attuale toponomastica, viene non a caso chiamato Vico Storto Castello. Il vicolo deve la propria unicità al fatto di insistere, entro la cinta urbana - tra le due porte di San Giovanni a ovest e Castello a est - sul cammino che (tanto per capirci tra isernini) da San Cosmo reca alla Madonna della Neve, percorso che in passato doveva rivestire particolare importanza.






Appare, così, di una sottile ironia il fatto che un cippo gromatico - monumento all'ortogonalità - si trovi, oggi, incastonato nel muro del giardino di casa Magnanti, proprio a metà di Vico Storto Castello. La pietra vive una palese clandestinità: pur se esposta allo sguardo del passante (è a un metro e poco più dal suolo), viene notata da pochi, sfuggendo alle attenzioni della Soprintendenza, ma non a quelle dell'ignoto pittore che ha pensato bene di rinnovare con una pennellata di smalto grigio fumo-di-Londra il colore naturale del calcare. Suppongo che nessuno ne abbia fin qui scritto (suppongo, e sarei felice di essere contraddetto).