giovedì 27 agosto 2026

La Fraterna: dalla Fontana del Sedile alla Fontana della Concezione

 

La Fontana del Sedile (foto generata da AI)


Il Sedile di Isernia

Quando parliamo di Sedile (o anche di Seggio o Piazza) con riferimento alla storia amministrativa del Regno di Napoli, ci riferiamo a quella particolare istituzione che permetteva ai nobili di determinare il governo della città in cui avevano residenza: l'ascrizione al Sedile era l'atto ufficiale di ammissione al patriziato di quella città; questo status garantiva il diritto esclusivo di accesso alle cariche pubbliche civiche e amministrative locali. Nati con la monarchia angioina, e attivi fino al XVIII secolo[1]; i Sedili fungevano, nelle città del Regno, da piccoli parlamenti locali (oggi parleremmo di Consigli comunali).

Va posta attenzione sul fatto che con i termini di Seggio o Sedile si indica tanto l’organo quanto l’edificio nel quale detto organo si riuniva. Anzi, per citare Antonio Summonte (Istoria della Città e Regno di Napoli, 1601) «prima per i Seggi intendo la fabrica», e solo poi l’istituzione che vi ha sede. Il nome di seggio per indicare la magistratura civica discende, appunto, dai sedili in pietra che insistevano presso gli edifici, sui quali sedeva il patriziato cittadino nell’esercizio della funzione che gli era propria.

Camillo Tutini (Dell'origine, e fundation de’ seggi di Napoli, 1644) così scioglie l’ambivalenza: «Nella prima maniera intendiamo per Seggio un luogo particolare della Città, dove alcune particolari famiglie nobili soglionsi radunare per li publici affari. Nel secondo modo può descriversi il Seggio esser una divisione, e distintion di cittadini, per la quale i Nobili da Popolani, & i Nobili similmente fra se stessi distinguonsi».

Isernia, per lunga parte della propria storia città regia – cioè sottoposta direttamente al re, senza sottostare al potere di signorie feudali «ebbe – a partire dagli inizi del XIV secolo (…) – un Sedile o Seggio della Nobiltà composto da 25 membri»[2].

È lecito chiedersi dove fosse la sede del sedile cittadino. Se per altre città del Regno di Napoli la sede del sedile è stata individuata con sufficiente certezza[3], in assenza di odonimi conservati nell’attualità o di memoria condivisa, per Isernia si procede per via di intuito, dando significato a elementi che si riscontrano per similitudine in altri siti (la presenza dell’arco; le sedute in pietra; la presenza di elementi della classicità romana a fare da ideale elemento di continuità). Una serie di indizi porta a dichiarare che, a Isernia, la sede del Sedile è da individuarsi nell’Arco di S. Pietro: elevato successivamente a torre campanaria della Cattedrale, in origine - nel suo primo stadio (XIV secolo), limitato al solo arco – assolveva a funzioni di luogo di riunione del seggio cittadino della nobiltà. La presenza delle statue di togati che – allora come nell’attualità – si trovano ai quattro lati della torre campanaria è indice abbastanza significativo di una ricercata continuità tra potestà senatoria e prestigio nobiliare. Parimenti con quanto è stato verificato per altre città del Regno di Napoli, la presenza di elementi della lapidaria romana presso il Sedile serviva a connettere idealmente la nobiltà locale con il patriziato del mondo classico.

In questa affermazione è di sostegno l’unico riferimento testuale finora edito al Sedile inteso quale luogo fisico, un landmark, dato da Ermanno Turco nel suo Isernia in cinque secoli di storia: nel riportare stralci di un verbale del pubblico Consiglio tenutosi in città in data 20 novembre 1723, allorché si parla del «Dr. Capitan. sig.r Nicola Materna», si legge che «in due anni e mesi di suo ministero ha fatto tanti beneficij che da nessun altro a’ nostri tempi si è veduto ciò fare, come la strada nuova dietro il Monistero de’ Celestini di sì grossa fabbrica, come anche quella di S. Cosmo (…) l’altra [strada] che dal Seggio che dal medesimo Sig.r Materna si è fatta fare, che stende da detto Seggio per le Piagerie sino alle Quartiererie tutte galessabile».[4]  Quel che qui interessa è la strada lastricata (“galessabile”, vale per rotabile) che dal Seggio va alle Piagerie (?) e alle Quartiererie (?). I due locativi – che non hanno attestazione nella contemporaneità – sono da interpretare con certo sforzo di fantasia. Così come è scritto, piagerie potrebbe valere per pendìi o scarpate (dal termine piaggia che non indica solo la riva del mare); sappiamo che l’abitato di Isernia è ricompreso tra due vallate del San Giovenale e Gianocanense, e luoghi scoscesi, in forte pendenza, si trovano ovunque procedendo dall’abitato storico verso i due fiumi. Ma se riferiamo le Piagerie al diverso termine di pieggieria che nel lessico burocratico del Regno di Napoli indica la cauzione, la fideiussione posta a garanzia di un credito, potremmo – con qualche sforzo, sia chiaro – sostituire all’oscuro odonimo quello più noto di Bagliva, dove sedevano i magistrati che si occupavano anche della materia fiscale: la riscossione di gabelle legate al controllo del mercato e dei pesi. Allora la strada che stende dal Seggio alle Piagerie potrebbe essere la parte superiore dell’odierno Corso Marcelli, che reso galessabile, saliva dall’Arco di San Pietro alla Corte della Bagliva (oggi, vico Corte Vecchia). A questo punto, per Quartiereria, si potrebbe azzardare una corruzione per Cartiereria, il luogo in cui in città si faceva la carta, alle spalle di Palazzo Jadopi. Nell’Apprezzo del tavolario Vetromile (1744), la Cartiera viene definita Quartoglieria («nel borgo nominato lo Quartoglieria»). Ecco che l’identificazione del Seggio di Isernia con l’arco di San Pietro è sufficientemente provata. 

 

La Fontana del Sedile

Dimostrato che l’Arco di San Pietro sia stato sede del Sedile del patriziato isernino, spostiamo il nostro fuoco su un diverso manufatto che sappiamo essere stato, in tempi passati, e fino al 1832, presso l’Arco: la c.d. Fontana del Mercato, oggetto poi di anastilosi alla Concezione (dove esisteva altra fontana, distrutta dal terremoto del 1805) e oggi conosciuta come Fontana della Fraterna. Sosteniamo qui che questa Fontana del Mercato sia sorta nel XIII secolo come fontana del Sedile, eretta dalla famiglia Rampino, tra le più nobili – se non la più nobile - del patriziato isernino e posta a servizio della città.

Va tuttavia chiarito che non incontriamo mai, nelle fonti documentali, alcuna denominazione di Fontana del Sedile per la fontana ubicata al Mercato, presso l’Arco. Se qui ne parliamo, è solo per proprietà transitiva: se assumiamo che il Seggio della nobiltà a Isernia come «luogo particolare della Città, dove alcune particolari famiglie nobili soglionsi radunare per li publici affari» sia da individuarsi, per quanto detto, presso l’Arco di S. Pietro, la fontana monumentale che vi era situata accanto è definibile come fontana del Sedile.

Da quanto tempo c’è una fontana presso la Cattedrale? Il disegno dell’attuale Fontana della Fraterna che – vedremo – ne mutua l’armonia complessiva a seguito dell’anastilosi del 1835, ci parla di una tipica architettura federiciana. Sappiamo che nel 1254 Ruggero da Celano, figlio di quel Tommaso strenuo oppositore di Federico II, ritornato titolare della Contea di Molise, premiò la fedeltà di Isernia al partito guelfo concedendo alla città una serie di privilegi (lo troviamo in una pergamena conservata nell’archivio capitolare datata 19 ottobre 1254). Il conte si è riunito «nella chiesa Cattedrale di Isernia (…) insieme con i nobili signori Nicola di S. Agapito, signore Riccardo di Molise, Ruggero de Calvellis, Raone di Molise, Roberto di Bagnoli e altri moltissimi nobili», feudatari molisani del conte di Celano, Molise e Albe. Ma oltre ai nobili del contado, destinatari dei privilegi di Ruggero sono gli ottimati cittadini (oltre al clero locale): Ruggero è in presenza «del medico Filippo, di Boamondo, Di Filippo di Caradone, giudici della nostra città di Isernia e di Costantino, pubblico notaio della città […] del giudice Giovanni Landolfo, del giudice Nicola, del giudice Benedetto, del notaio Angelo, del notaio Matteo e del notaio Pietro, tutti cittadini di Isernia». Si è, quindi, in presenza di una nobiltà di toga, dovuta all’esercizio di professioni e cariche pubbliche. A quella data, poteva quindi già esistere un Sedile inteso come consesso nobiliare cittadino che in autonomia governasse la città; facile pensare che la fontana che sarà della Fraterna sia stata edificata in quel lasso di tempo, per mano di un ignoto maestro lapicida, su commissione della più importante tra le famiglie nobili isernine: i Rampino (a dar credito alla lapide “FONS ISTE” di cui ampiamente parleremo in prosieguo).

In tempi successivi, incontriamo una prima descrizione della fontana che sarà nel XIX secolo “della Fraterna” in un documento del vescovo Carlo Setaro (presule isernino tra il 1470 e il 1486): come riporta Angelo Viti (che lo ha letto in un documento dell’Archivio d’Apollonio: il cd. Cathalogus Episcoporum Civitatis Yserniae) tra i beni pertinenti alla cattedra vescovile c’è «una fonte a più archi verso il muro del loggiato della Cattedrale».

Questa fontana aveva posizione di preminenza tra le altre fontane pubbliche: nei Regolamenti della Bagliva, del 1487, viene data particolare attenzione a questa fonte, per la quale si dà una specifica disposizione e sanzione: «Item volemo che non sia huomo o donna che ardisca spandere pelle sopra la fonte del mercato, né buttarvi lordizia seu immondizia alcuna sotto pena di grana dieci per ciascuna volta […]».


L'antico acquedotto di Isernia nel tratto urbano (da F. Valente)


Dobbiamo arrivare al 1744 per conoscerne un’ulteriore caratteristica: Casimiro Vetromile, nell’ Apprezzo che redige per stabilire il valore della città, finalizzato al suo riscatto dalla feudalità, testimonia che, a Isernia, le fontane pubbliche e private sono collocate lungo l’asse stradale che taglia (anche oggi) l’abitato storico. Quelle pubbliche sono «sette (…) di ottime e fresche acque perenni, si d’inverno come di esta’. La prima di tre cannuoli vicino la porta superiore detta di Capo, la seconda di cinque cannuoli, attaccata all’atrio di detta cattedrale, la terza di un solo cannuolo avanti la chiesa della S.ma Annunziata, la quarta simile, chiamata la fontana di San Tomaso, attaccata all’angolo del palazzo della camera principale, la quinta simile avanti la chiesa del Purgatorio, la sesta di due cannuoli, attaccata al monistero detto di S. Maria e la settima, che è di un solo cannuolo, avanti il monistero de’ reverendi padri Celestini.»

Questa stessa fonte del Mercato è descritta nel 1805 da Pasquale Fortini, nel suo volume sugli effetti del Terremoto di S. Anna (Delle cause de’ terremoti e dei loro effetti - Danni di quelli sofferti dalla Città d’Isernia fino quello de’ 26 luglio 1805): «la pubblica fontana di cinque butti di acqu’ appoggiat’ a due pilastri, avanzi del caduto supportico esiste, ma dannificata moltissimo, siccome lo sono i detti due pilastri

Tracciamo un primo identikit della fontana: presso il muro della Cattedrale, a più archi, (Setaro), sorretti da pilastri in modo da formare un supportico (Fortini), a cinque bocche d’acqua (Vetromile). Una fontana monumentale.   

 

La fontana della Concezione

Ritorniamo a Vetromile per occuparci di un'altra fontana pubblica cittadina: quella della Concezione: quest’ultima, nel 1744, è di «tre cannuoli vicino la porta superiore detta di Capo». Non ne conosciamo l’aspetto (non abbiamo testimonianze che ci dicano se è isolata o addossata alle case; se presenta archi, pilastri o elementi decorativi). Tuttavia deve essere di una certa importanza, se – appunto – è fontana a tre getti.

La fonte alla Concezione è antica quanto quella del Mercato: atti del XIII secolo conservati nell’Archivio capitolare per definire una casa lasciata in legato alla Chiesa isernina la collocano «ad fontem Conceptionis iuxta moenia». Non si hanno prove che questa fontana sia stata edificata dalla confraternita laicale ispirata da Celestino che aveva sede presso la chiesa della Concezione i cui capitoli sono stati approvati dal vescovo Roberto nel 1289. Angelo Viti, parlando della edificazione da parte dei consortes della Fraterna di una domus «prope portam maiorem superioris partis civitatis» non esclude che gli stessi abbiano edificato anche la fontana (ne segue una sua personale interpretazione circa la lapide dedicatoria ai Rampiniani, individuati (per via di derivazione dal termine latino ramosus) quali adepti del sodalizio, «dai larghi interessi ramificati e scaturiti in seno agli statuti della confraternita laica voluta da Pietro del Morrone».

Se parliamo qui della fontana della Concezione, a tre cannuoli, è perché – danneggiata dal grande tremuoto del 1805 – nel 1835 questa verrà cancellata e al suo posto verrà innalzata la fontana prima collocata al Mercato.



 


«A distruggersi per necessità»

Il terremoto del 26 luglio 1805 (il terremoto di Sant’Anna) incide particolarmente sulla parte settentrionale dell’abitato, dall’Arco di San Pietro a salire verso la Porta da Capo. Lo si deduce chiaramente dalla pianta a due colori redatta dal cartografo reale Luigi Marchese, che riporta l’abitato a due colori: rosa per gli edifici che hanno resistito al sisma e nero per gli edifici crollati; in pianta, il nero è pressoché tutto concentrato nella parte alta della città. 

Resta distrutta la chiesa della Concezione; lo stesso può dirsi per la fontana contigua. Allo stesso modo, sappiamo da Fortini che della fontana presso la Cattedrale cade il supportico e restano, dannificati, i due pilastri che lo sostenevano.

Non sappiamo, per vero, se questa precaria situazione si protrae fino agli anni trenta dell’800. Occorre parlare di un documento nell’Archivio Storico comunale (B. 126, f. 2122), denominato Stato delle fontane pubbliche e private d’Isernia redatto nel 1816 in occasione della ricognizione dei titoli di concessione di presa d’acqua dal pubblico acquedotto. In esso si dà indicazione anche delle fontane pubbliche e vi si legge sia della Fontana al Largo della Concezione, sia di quella del Mercato a cinque butti di acqua. Non si dà alcuna indicazione del loro stato, se precario o meno. Se ne dà il volume d’acqua erogato sotto forma di decimi di oncia. Sembrerebbe, pertanto, che le due fontane siano in piedi, non così danneggiate, forse in qualche modo ripristinate dopo i danni del terremoto.

Torniamo alla fonte del Mercato. Il terremoto ha seriamente danneggiato la Cattedrale, e allorché si avvieranno i lavori per la sua ristrutturazione, che prevedono anche l’erezione del pronao neoclassico, la fontana sarà (ulteriormente?) danneggiata per effetto di questi: c’è delibera del Decurionato adottata il 29 maggio del 1826 dalla quale veniamo a conoscere che «… coll’edificazione della nuova Cattedrale è stata per ora in metà distrutta, totalmente deve andare a distruggersi per necessità». Nessun futuro quindi per la fontana del Mercato, già dannificata per effetto del terremoto e poi ulteriormente in metà distrutta coi primi lavori di ristrutturazione della Cattedrale (che finiranno solo sotto il vescovo Saladino nel 1851).  

Nel 1832 il Decurionato decide quindi che delle due fontane cittadine rovinate dal terremoto di Sant’Anna è opportuno farne una e buona.  La delibera del 18 luglio 1832 ci dice che «la pubblica antica fontana del mercato, situata in contatto della strada in modo, che rende difficile, e pericolose le voltate de’ legni, di vettura, e di carico, rosa dal tempo è mezza rovinata, e formando una deturpazione, e quindi a poco utilità il pubblico dell’uso, e commodo delle acque. Si aggiunge a questo male il serio inconveniente che può risultarne nella faustissima venuta di Sua Maestà Dio Guardi in questa città. Poiché anco volendo albergare nell’episcopio, o visitare la risorgente cattedrale, o percorrere l’intorno dell’abitato, le reali carozze non potrebbero agevolmente girare, e farsi lo scuotimento rasente da’ legni istessi attirerebbe la totale rovina dell’edificio con tristissimi disastri. Convien dunque far sparire quella antica costruzione, e ripristinare il fonte in luogo migliore».

Enza Zullo, nel suo libro del 1996 sulla Cattedrale, ci offre in una nota un ulteriore importante tassello: la perizia per demolizione dell’antica fontana del Mercato (di ciò che ne rimaneva) viene redatta dall’ingegnere provinciale Coppola, e prevede una spesa di 1.047,32 ducati; probabilmente fu lo stesso ingegnere ad occuparsi del lavoro.

Demolita la fontana, ne rimase un’ipostasi sulle mappe catastali in uso per tutto l’800: nella pianta del 1875 conservata presso l’Archivio di Stato di Isernia, accanto alla Cattedrale, identificata dalla particella 310, vi è il rettangolo bruno corrispondente alla superficie precedentemente occupata dal manufatto: posta perpendicolare al muro dell’Arco di S. Pietro (il nostro Sedile) e addossata al corpo della Chiesa.

Altro indizio della scomparsa fontana è dato dalla presenza di un torrino piezometrico addossato al lato meridionale dell’Arco stesso. Di nuovo dobbiamo far riferimento a De Leonardis. A margine di altro disegno del nostro notaio, si legge: «Nel dì 10 ottobre 1892 fu abbattuto l’antico castelletto attaccato a sinistra dell’Arco di S. Pietro (…). Ove si argomenta la sua antichità pari quella del detto Arco, da cui rimonta l’epoca della derivazione delle acque alle fontane private come epoca certa, salvo se fosse anche anteriore». È esistito, dunque, fino a fine ‘800 accostato alla parete sud dell’Arco uno strano parallelepipedo alto circa tre metri, la cui funzione era quella di ristabilire la pressione idrica dell’unico acquedotto attraversante l’abitato, per alimentare i punti di presa posti a valle della pubblica fontana; non più esistente quella, diveniva inutile questo. L’ombra lasciata sul muro (anche qui un’ipostasi) la si può notare ancora in alcune fotografie dei primi del secolo XX.

 

Anastilosi

Ridotta in pezzi l’antica fontana, nel 1835 si dà incarico a un mastro muratore isernino, Felice Caruso, a realizzarne l’anastilosi nel sito precedentemente occupato dalla Fontana della Concezione, recuperando anche parte delle pietre di quest’ultima. Il sopralluogo viene fatto il 10 settembre 1835: «… io sottoscritto mastro muratore di questa città ad invito del sindaco (…) avendo proceduto alla perizia delle rifazioni e prolungamento della pubblica fontana sita dentro di questo abitato al largo della Concezione, dopo fatte le debite ispezioni sopra luogo e riconosciuto di materiali esistenti di altra antica fontana da adattarsi a questa costruenda, ho trovato che a regola d’arte bisogna quanto segue

Segue il computo metrico per le rifazioni e il prolungamento:

«1. Deve rialzarsi l’attuale facciata interna di detta fontana ch’è di palmi 9 lunga e 7 alta portandola ad altezza di palmi 8, aggiungendovi perciò un altro palmo; e più deve prolungarsi la facciata stessa per altri palmi 14 per palmi 8 di altezza, onde aversi la lunghezza bastante per situarsi sei butta acqua. Tale rialzamento e prolungamento deve farsi di pezzi di taglio di pietra travertina a puntillo riccio e con tracce laterali a scalpello (…)

2. Fascia dell’istessa pietra in fronte alla copertura del porticato di detta fontana, lunghezza palmi 31 altezza palmi 1 e ¾ sono in tutto palmi 54 (…).

3. Lastre dell’ istessa pietra mancanti per la covertura suddetta di lunghezza palmi 25 larghezza palmi 3 e con fare a martello nelle facce (…) 

4. Due archetti mancanti e da costruirsi dell’istessa pietra di diametro nella faccia palmi 4 palmi 2 di fronte dedotto il vuoto dell’arco di palmi tre di diametro (…)

5. Due piccoli archi anche mancanti al finimento superiore di detta fontana (…)

6. Basolato mancante nella vasca interna (…)

7. Basolato pel marciapiedi di detta fontana della lunghezza di palmi 24 e 1 e ¾ di altezza (…)

8. Base con due semicolonne al di sopra e capitello (…)

9. Masso (?) di nuova fabbrica nella vasca interna di palmi 24 lungo, alto palmi 3 e doppio palmi 2 (…) più altro masso (?) di fabbrica al didietro della facciata interna  (…)

10. Compositura dell’intero parapetto della fontana nella lunghezza di palmi 24 (…) colla ritoccatura de’ pezzi più di sei colonne e due pilastrini laterali e di gattoni al di sopra con alcovi sovrapposti, bucciando ed impiombando le basi e fusti delle colonne e fissare le tenute interne di ferro tra esse e la facciata delli butta acqua

11. Ferro per ciappe di pezzi di parapetto della fontana, per le anime della base e colonnette (…)

12. Sei forami d’ottone per butta acqua (…)

13. piombo per le diverse impiombature (…)»


Autografo di Felice Caruso in calce alla relazione
sull'anastilosi della fontana del Mercato (1835). (Archivio Storico del Comune di Isernia)

 


La Fontana della Fraterna

Il documento sopra trascritto è l’atto di nascita della Fontana della Fraterna, edificata da Caruso con «materiali esistenti di altra antica fontana», e nuovi elementi ricostruiti con «l’istessa pietra». Il mastro muratore prevede sei forami a gettare acqua, al posto dei cinque della Fontana del Mercato; rispetto a quella, questa deve quindi essere prolungata, senza tuttavia alterarne l’armonia complessiva del disegno, che deve rimanere quello trecentesco della fontana federiciana.

Se si esamina il computo metrico, vi si trova più volte indicata la misura di 24 palmi: 24 misura il basolato del marciapiede che fa da base al manufatto; 24 la nuova vasca interna; stessa misura per il parapetto che viene composto colla ritoccatura de’ pezzi più di sei colonne e due pilastrini laterali. Se poniamo attenzione al fatto che un palmo napoletano è unità di misura pari, più o meno, a 26 centimetri e mezzo (per la precisione: fino al 1840: equivaleva a circa 26,33 cm; dal 1840 una legge di Ferdinando II ne fissò la misura in tutto il Regno a 26,46 cm), i 24 palmi di lunghezza complessiva della fontana corrispondono con al centimetro otteniamo esattamente i sei metri e trenta dell’attuale Fontana della Fraterna. 

Qualcosa tuttavia non torna: la nota di Caruso parla di sei colonne e due pilastrini laterali (al punto 10); la Fontana della Fraterna, per come a noi giunta, ha invece quattro colonne e quattro semicolonne, addossate ai due plinti laterali e a quello centrale (poste secondo lo schema yxxyyxxy): sei sono gli archetti a tutto sesto che si appoggiano su queste. Qualcosa, probabilmente, deve aver determinato mastro Caruso a mutare disegno in corso d’opera.

Non si possono tuttavia avere perplessità circa il fatto che quella rimontata da Caruso sia la fontana che era al Mercato, addossata alla Cattedrale, e che sarà poi quella della Fraterna per come la conosciamo noi contemporanei: a fugare ogni dubbio c’è l’autorevole testimonianza di Stefano Jadopi che nel 1858, nella monografia che scrive per «Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato» (1858), dirà che alla «fontana della Concezione si diede altra forma nel 1835 adattandovi l’antica prospettiva che avea (…) quella del Mercato».

 

La particella 310 tiene memoria della vecchia fontana (1875)

Al Mercato

Cosa accade invece al Mercato rimasto orfano della sua fontana?

Dobbiamo essere intellettualmente onesti e dichiarare che quando gli amministratori comunali nella delibera del 1832 concludevano che «convien dunque far sparire quella antica costruzione, e ripristinare il fonte in luogo migliore», non avevano in mente la Concezione. Il fonte da ripristinare era presso il Mercato, ma in posizione diversa: al centro della piazza.

In quello stesso lasso di tempo in cui Felice Caruso realizzava l’anastilosi della fontana del Mercato alla Concezione, la città decideva di innalzare una nuova fontana monumentale davanti alla Cattedrale. L’occasione era quella medesima visita sovrana di re Ferdinando che, nella delibera del Decurionato precedentemente indicata, era vista come motivo aggiunto per demolire l’antica fonte addossata alla Cattedrale, possibile ostacolo alle voltate de’ legni delle carrozze reali. 

In quegli anni, la piazza non ancora intitolata ad Andrea d’Isernia era, al pari della Cattedrale, oggetto di ristrutturazione post-sisma: se per quest’ultima i lavori, interrotti e più volte ripresi, saranno completati solo sotto il vescovo Saladino nel 1851, per il rifacimento della piazza il Decurionato si interessò già negli anni ’20: un primo progetto venne presentato dall’architetto napoletano Rispoli Moncada nel 1826, ma non se ne fece nulla. Fu alla metà degli anni ’30 che l’amministrazione comunale pensò di realizzare una fontana monumentale, con vasca a quattro leoni e castello di adduzione delle acque in forma di obelisco.

Il 1832 corrisponde al secondo anno di regno di Ferdinando II di Borbone (1830 – 1859). Nel settembre di quell’anno il re è impegnato in una visita istituzionale negli Abbruzzi; si pensa bene di omaggiarlo con nuova fontana «per eternare la memoria del felicissimo passaggio per questa Città di Sua Maestà Ferdinando Secondo Nostro Signore».  In realtà, il re non sarà omaggiato né di fontana, né di obelisco: se questo verrà terminato a fine 1832 (con il re già passato e andato via), la fontana lo sarà solo nel 1847: una vasca circolare con quattro leoni posti a croce. La si vede in una antica fotografia e qualche stampa d’epoca.

La fontana monumentale di piazza Mercato ebbe, tra l’altro, vita effimera: nel 1896 venne demolita perché intralciava il febbricitante traffico delle carrozze. La compiuta descrizione di com’era questa fontana, per fortuna, la dà Cesare de Leonardis in un autografo apposto a margine di un suo disegno ritraente un particolare del basamento dell’obelisco:

«Da l 15 al 31 marzo 1896 furono abbattute per deliberazione del Municipio di Isernia: 

1. La fontana in pietra di forma circolare sita nel Largo S. Pietro e propriamente innanzi al Cortile del Palazzo Vescovile, le cui acque si versavano a getto per la bocca di quattro leoni di pietra scolpiti, giacenti e situati a croce, nel cui centro si innalzava una vasca circolare, anche in pietra, con un rilievo in mezzo a guisa di pigna da cui scaturiva dell'acqua a zampilli.

2. Il Castelletto a guisa di piramide a pochi metri discosto da detta fontana da cui derivavano le acque della fontana istessa. Esso Castelletto era di mattoni a piatto, lato da terra circa metri dieci, con base in pietra viva alta circa metri tre ornata di cornice della stessa pietra ed all'apice una palla sostenuta da una pietra di forma quadrata ai cui lati leggevasi: 1° lato A.R.C. 1832; 2° lato AESERNIA; 3° lato FERDINANDO II; 4° lato D.D.D. [L’acronimo D.D.D. sulla quarta faccia del cubo sta appunto per Dono dedit dedicavit, cioè diede e dedicò come dono]. La stessa palla sosteneva all'apice un giglio, del pari scolpito in pietra, appartenente allo stemma dei sovrani Borboni. Nella facciata di essa piramide, verso la Piazza di S. Pietro, erano incastrate, alla base, una leggenda, o dedica, all'ex sovrano Borbone, scolpita in marmo, ed alla metà dell'altezza di essa piramide lo stemma di Isernia come qui riprodotto. Tale costruzione rimontava ad oltre mezzo secolo e non è fuori proposito far osservare che tanto la leggenda che il giglio di sopra descritti furono abbattuti e distrutti nelle vicende della rivoluzione del 1860 contro l'abolita Dinastia borbonica. »        

Tolti da Piazza Andrea d’Isernia, i quattro leoni ebbero vita in cattività nel chiostro di Palazzo San Francesco, fino a quando – in tempi relativamente recenti – vennero divisi: due finirono a gettare acqua alla Villa comunale; altri due vennero tumulati alla base della scala della biblioteca comunale (quando poi questa venne ristrutturata dopo il terremoto del 1980, i leoni finirono nel deposito della Soprintendenza, dove ancora languiscono in attesa di un miglior domani).

 

La posizione della fontana nel 1887


La posizione della fontana nel 1904


La febbre del fare

In quell’ultimo decennio del 1800 molto si intervenne a Isernia per modificare l’assetto urbano – non sempre nel modo giusto: ricordiamo la distruzione di ciò che rimaneva della Chiesa dell’Annunziata, per es., o la rimozione dei due sarcofagi di Sesto Appuleio e Caio Settimuleio, posti ai lati dell’Arco di S. Pietro, lato sud.

In questa febbre del fare che avvolse la città non fu risparmiata la fontana della Fraterna (possiamo cominciare a chiamarla così). Un documento d’archivio – una Deliberazione del Consiglio Comunale dell’11 maggio 1889 denominata «Sistemazione della fonte pubblica della Concezione» – riferisce che «il consigliere signor d’Apollonio, sull’invito del presidente, ha presentato all’Adunanza uno schizzo o progetto sommario da lui redatto per trasporto della fontana della Concezione in altro punto, e ciò in adempimento alla deliberazione del dì 30 luglio 1887, n. 49, onde si stabiliva il sito ove credesi riedificarla.» Unanimemente si deliberava di «rimanere incaricato il signor d’Apollonio di completare il progetto di rimozione della fontana suddetta, trasportandola a lato e non già di fronte al Largo e propriamente a ridosso della casa Leone».

Tuttavia, la prevista traslazione della fontana non si ebbe: lo deduciamo da altri documenti presenti nell’Archivio comunale. Una pianta del 1887 – dunque due anni prima della delibera che ne autorizza lo spostamento – redatta nell’ambito di una vicenda di espropriazione per pubblica utilità ai danni di tal Cosmo Viti, che aveva proprietà proprio alle spalle della fontana della Concezione, vede questa esattamente nel punto in cui la ritrarranno le fotografie di inizio Novecento. Parimenti, uno schizzo dell’agronomo Schiavone (in ASCI B. 96, f. 1264) del 1904 colloca la fontana nello stesso punto. Ed allora, delle due l’una: o la traslazione del 1889 è stata dell’ordine di qualche centimetro, oppure come tanti altri progetti comunali che, allora come ora, rimangono solo sulla carta, non c’è mai stata.

In questo periodo a lato della fontana della Fraterna venne costruito un vascone per l’abbeveraggio degli animali. La vasca veniva alimentata da un’ulteriore cannella, che si aggiungeva ai sei butti realizzati Felice Caruso nel 1835: per questo la vox populi cominciò a chiamare la fontana anche Fontana delle sette cannelle.

 

La piazza Concezione nel primo dopoguerra, senza la sua fontana (foto generata da AI)

Nuovo rimontaggio

Ma quella che è oggi sotto i nostri occhi, in ogni caso, non è proprio la fontana del 1835. Le bombe alleate del 13 settembre 1943 (i bombardamenti furono più di uno, nel settembre-ottobre del 1943: per brevità, siamo soliti condensarli tutti nel primo, tragicamente evocativo, del 10 settembre) mutarono per sempre il paesaggio urbano di Largo Concezione: l’intero quartiere venne distrutto e nella ricostruzione postbellica la nuova Piazza Celestino V sostituì del suo vuoto i vicoli e le case. La Fontana della Fraterna venne smembrata: le sue pietre, come pezzi di un puzzle caduto dal tavolo, vennero diligentemente raccolti per cure dell’architetto Giuseppe Tarra e dell’ingegnere Giuseppe Renzi. I pezzi vennero numerati e conservati, prima in Piazza S. Lucia (i più grandi), poi in Santa Maria delle Monache (il puzzle, disarticolato, venne riposto nella sua scatola). Solo nel 1959 la fontana fu nuovamente riassemblata: i lavori durarono tra il 4 agosto e l’11 settembre; l’impresa che vi si applicò era quella di Vittorino Santilli, capomastro Salvatore Di Pilla; la direzione dei lavori dello stesso Giuseppe Tarra e dell’architetto Coppola). La Fraterna venne incastonata, tuttavia, in una discutibile quinta di mattoncini rossi, coerente con il rifacimento modernista della facciata della Chiesa della Concezione. Così si mantenne fino agli interventi di riqualificazione post-terremoto degli anni ’90 che comportarono l’ulteriore rifacimento della piazza, e l’eliminazione del mattonato (non del tutto: sono conservati gli spigoli posteriori della fontana, che danno una incongrua alternanza tra pietra e mattone, per fortuna poco visibile nel complesso).   

Col rimontaggio del 1959 non tutto tornò al suo posto. Da un articolo di giornale (Giornale d’Italia, 27 settembre 1959), leggo che «i pezzi furono rifatti con la stessa pietra e con l’identico volto dell’antico. Ma per fortuna si aggiunge che la parte scolpita ebbe bisogno soltanto di restauro, anche se accuratissimo, ché si era riusciti a porre in salvo oltre il 95% di questa».

 

La "testa di elefante" disegnata da Cesare de Leonardis (fine XIX sec.)

La «testa di elefante»

In quel cinque per cento di fontana andato distrutto per sempre dobbiamo registrare la curiosa protome presente fino al fino al settembre 1943 sul lato sinistro, a fare da controcanto alle due teste leonine che, per fortuna, si sono invece conservate su quello destro. Nell’attualità, il posto che fu della protome è occupato dall’epigrafe dettata da Angelo Viti e celebrativa della riedificazione (In coelestiniano clavstro | Aeserniensivm grato | animo civivm | scatvrigo mea hodie refluit | MCMXXXXIII – MCMLIX).

In un precedente articolo intitolato“L’elefante della Fontana Fraterna” – del quale il presente scritto costituisce rielaborazione – ipotizzavo, con non poca fantasia, che fosse appunto una   testa di pachiderma priva di proboscide: la suggestione mi era venuta curando le didascalie per il volume «La storia di Isernia del Garrucci | Illustrata da Cesare De Leonardis» edito da Volturnia nel 2018, che rendeva finalmente pubblici i preziosi disegni che Cesare De Leonardis realizzò, tra il 1890 e il 1901, per illustrare la propria copia del libro dell’abate Garrucci sulle epigrafi latine della città. Uno dei disegni ritrae, appunto, il particolare della testa, al tempo di De Leonardis presente sulla fontana. 

Non ho trovato – ma potrebbe essere per mia superficialità di inquisizione – in alcun libro, articolo, saggio sulla Fontana della Fraterna riferimenti alla strana pietra, che si trova anche fotografata – ma sempre con certa ritrosia - in qualche cartolina d’epoca.

È chiaro che anche in questo caso si tratta di un riutilizzo: la pietra era altrove, incastonata in altra fontana (quella della Concezione? quella del Mercato?) e messa alla sommità del manufatto ricreato da Caruso come misteriosa gargolla. Se si guarda in altri contesti architettonici, troviamo l’elefante – simbolo di forza, saggezza, memoria, temperanza e amore cristiano che, col suo pachidermico peso, schiaccia il peccato – impegnato nel suo ruolo di indefesso portatore di peso. Così, per es., nel trono del vescovo Ursone, nella Cattedrale di Canosa di Puglia (del maestro Romualdo, 1079/1089), due elefanti reggono la sedia gestatoria. Se si guarda alla loro testa, e la si immagina priva di proboscide, otteniamo una forma non lontana dalla strana protome isernina, che, per altro, si presenta con la parte sommitale piatta, dunque probabilmente utilizzata proprio quale piano d'appoggio di appoggio per un manufatto sopra collocato. Ho interpretato la protome come testa di elefante dal primo momento che l’ho vista. Mi accorgo ora che l’identificazione può non essere immediata. Sulla particolare forma “a ventaglio” di ciò che io vedo come orecchie, chiamo tuttavia come testimone a conferma la pagina di un codice miniato: l’elefante, per l’artista medievale, rimane comunque animale lontano e misconosciuto: siamo in un ambito di conoscenza e familiarità con l’oggetto ritratto e rappresentato che non è diverso da quello che si aveva verso gli sciapodi e i blemmi e altre esotiche mostruosità.  

 



I pezzi del puzzle

L’asserita testa del pachiderma ci introduce al discorso sulle singole pietre che compongono la Fontana della Fraterna.

Non possiamo non partire dalla lapide “ae pont” che si trova nel parapetto (direbbe Caruso), elemento che in passato ha fatto a sproposito volgarmente parlare di un presunto mausoleo familiare dei Ponzi, da cui la pietra sarebbe tratta (“familiae pontiae”). I logografi locali si sono fatti vanto di un’origine aesernina per Ponzio Pilato, di stirpe comunque sannita; ma familia nel mondo latino è, in senso patrimoniale, l’insieme dei servi (famuli) posti sotto l’autorità di un pater, e non si sarebbe usato per la dedicazione di un monumento funerario (si sarebbe piuttosto detto gens Pontia). È stato ampiamento dimostrato che il frammento più probabilmente è da riferirsi all’opera di un pontifex maximus, ricordato come artefice dell’erezione di un qualche monumento cittadino. Angelo Viti riferisce il finale ae a Nerva, imperatore e pontefice massimo (a capo della gerarchia religiosa romana, giacché potere politico e religioso nel mondo romano sono uniti). Viene facile il riferimento a Nerva, poiché imperatori con nome della prima declinazione sono rari: Caligola è un soprannome, nelle epigrafi è Germanicus; così anche Caracalla che è Marcus Aurelius Severus Antoninus Pius Augustus). Viti, pertanto, conclude per una epigrafe dedicatoria ricostruita come imp·caesari nervae pontifici maximo,all’imperatore e pontefice massimo Nerva”, di cui rimarrebbe il solo ae pont (c’è tuttavia da dire che nelle epigrafi, l'imperatore romano è abbreviato con la formula ufficiale imp·nerva·caes·avg·pont·max·tr·pot, dunque con l’interposizione di caes e un avg).

In un appunto che Cesare De Leonardis trascrive da Vincenzo Piccoli – canonico isernino, autore di un manoscritto dal titolo Collezione delle iscrizioni lapidee rinvenute nella città di Isernia (…), del 1824 – la misteriosa lapide, comunque mutila, viene riportata come “rae pont”. Cesare De Leonardis la disegna e ne appone come didascalia «alla Fontana del Mercato la qui sopra iscrizione», intendendo riferirsi non al suo tempo (ultimo decennio dell’800), ma a quello di Piccoli (1824, data del manoscritto). In effetti, la pietra viene vista anche da Mommsen nel suo soggiorno isernino (1844), e l’epigrafista tedesco scrive che è collocata alla fontana del mercato sive della Concezione dando dimostrazione di conoscere che, in quel 1844, la pietra in litteris magnis e pulchris già incastonata nella fontana a lato della Cattedrale era – per effetto del rimontaggio di Felice Caruso – alla fonte della Concezione.

Se prendiamo per buona la versione di De Leonardis, sarebbe più difficile provare il rifermento a Nerva suggerito da Viti, a meno di ritenere esservi stata anche una “V” interposta e dimenticata da Piccoli. Resta, in ogni caso, un frammento misterioso che non consente esatte attribuzioni.

A complicare ulterioriormente le già poco chiare fonti, un appunto contenuto nel dattiloscritto «Corpus Inscriptiononum Aeserniensis», raccolta di 150 epigrafi del territorio di Isernia operata da Camillo d’Apollonio (documento in Archivio d’Apollonio, presso la Biblioteca comunale “Michele Romano”) riferisce che l’ «iscrizione murata nella parte inferiore, frontale, della fontana Fraterna»  è “aer. pont”. Quanto narrato crea non poco sconvolgimento: la lapide attuale è chiaramente un unico solido blocco di pietra e non c’è alcuna abrasione o lacuna di altro genere tra il dittongo “ae” e il successivo “pont”. L’unica possibilità è che Camillo d’Apollonio ne scriva nel periodo in cui – si è detto – la fontana era smembrata a seguito delle bombe alleate, senza poter verificare ictu oculi quanto ha riportato. L’ “aer.” viene riferito a Aerennius Pontius, ma siamo nel campo della suggestione. Elemento finora inedito è l’inciso «Fu trovata alla Fiera» che chiude il criptico appunto.

Più facile la lettura dell’altra lapide, che fa da fondale a una delle sei cannelle, inserita tra due festoni:  DMS | FVNDANIAE SECVRAE | PESCENNIVS SECV|RVS NEC IMMERITO (è in CIL IX 2718).

In traduzione sarebbe “Agli Dei Mani. A Fundania Secura. Pescennio Securo (questa pietra pose), e ben a ragione”. Pescennio dedica, così, alla sua defunta moglie Fundania (il nome è diffuso nell’onomastica latina, dove è attestata una gens Fundania, di origine campana). La donna ha acquisito il cognomen del marito (Secura). Qualcuno ha anche proposto ironiche versioni, giocando sul securus interpretato quale aggettivo: ora che è trapassata, Pescennio è davvero sicuro della fedeltà sua Fundania (ben a ragione). È una mia suggestione, ma credo che non a caso una pietra che riporti il nome Fundania sia stata posta dall’ignoto lapicida del XIII secolo quale pezzo di una fontana monumentale.

Di quale fontana? Qui ci è d’aiuto Piccoli, che nel 1824 (dunque prima dell’anastilosi della fonte del Mercato alla Concezione) ci dice che la lapide di Fundania esiste alla fontana della Concezione.  Sarebbe dunque pietra costituente l’originaria fontana di tre cannuoli presente alla Concezione, poi riutilizzata da Caruso per la composizione della nuova fonte monumentale.

Infine, la grande lastra centrale con i due delfini opposti, ciascuno iscritto in un triangolo rettangolo, natanti verso gli estremi. La lapide è tratta da sarcofago di età imperiale. Il delfino è elemento decorativo frequente nei sarcofagi romani in quanto considerato animale psicopompo, “conduttore di anime”, che facilita il viaggio del defunto verso le Isole dei Beati, l'oltretomba. Spesso raffigurati in coppia, da soli o montati da Eroti, questi motivi marini si trovano comunemente sulle alzate dei coperchi o nei rilievi dei sarcofagi. Una lapide molto simile si conserva incastonata nella facciata della chiesa di S. Maria del Bagno, a Pesche.

 

FONS ISTE | CVIVS PONIT | RAMPINIANI | ME PARABIS


Stemma della famiglia Rampino
(ricostruzione con colori araldici di fantasia)


Rampiniani

In questo mosaico di pietra, l’iscrizione di maggior significato per chi voglia provare l’origine di fonte del Sedile per la fontana Fraterna è quella seminascosta (alla sommità del laterale destro) che in uno strano latino recita «FONS ISTE | CVIVS PONIT | RAMPINIANI | ME PARABIS». Già il  ponit genera dubbi (alcuni leggono posit), ma fa poca differenza: comunque il verbo è ponere: porre, collocare. Il costrutto è comunque ostico, vergato in un latino medievale che ne fa percepire il senso, al di là della correttezza sintattica e va tradotto a senso: questa fonte, così come tu mi vedi, i Rampiniani fecero.

La parte indubbia dell’inciso e quel riferimento ai Rampiniani come artefici.  Ma chi sono questi Rampiniani? Angelo Viti, apodittico qui come altrove, nega ogni riferimento alla casata dei Rampini e sostenendosi sull’aggettivo ramosus (ramificato) ne deduce che i committenti della fontana siano i confratelli della Fraterna celestiniana, che avevano sede nella vicina chiesa della Concezione («associazione umanitaria, dai larghi interessi ramificati»). Viti, per confermare la bontà della sua ricostruzione, legge lo stemma araldico posto a lato dell’iscrizione come rappresentante una croce decussata, e vi vede il simbolo della confraternita (che «si badi, ebbe ad emblema proprio la croce di S: Andrea»). In coerenza con questo assunto, sostiene anche che la lapide provenga dalla antica fontana di tre cannuoli presente alla Concezione, precedente all’anastilosi della fonte del Mercato in quello stesso sito. Anche questa è affermazione apodittica: non abbiamo alcun elemento per accertarne la provenienza: non è lapide della classicità latina e, per questo motivo, viene ignorata dai noti epigrafisti.

Ma perché complicarsi la vita con ardite ricostruzioni ermeneutiche? Non è più semplice riferire Rampiniani alla progenie dello iudex Rampino da cui si è originata la famiglia omonima? E i Rampino non avevano come arme familiare due rampini decussati (un’arma parlante, cioè uno stemma araldico che contiene al suo interno una figura il cui nome richiama in modo diretto il cognome del casato). E non era forse in uso apporre come stemma del Sedile dei nobili, laddove – come accadeva per i seggi napoletani – non se ne avesse uno proprio, quello della famiglia di maggior rilievo?

Quella che Viti vede come croce di Sant’Andrea può, allora, più correttamente risolversi in due rampini incrociati a decusse, stemma della famiglia Rampino, e Rampiniani indicherebbe, come ridondante patronimico, tutti i discendenti della famiglia originatasi dal giudice Rampino.

I Rampino (poi anche Rampini) sono stati la casata nobiliare più influente in Isernia tra il XIII e il XIV secolo. Emersa durante l'epoca sveva, ha espresso giuristi di fama, alti funzionari regi e vescovi. Il rilievo del cognome Rampino è tale che Maria Rampino sposando il giurista Benedetto d’Isernia trasferisce alla progenie un derivato del proprio cognome: non Rampino ma De Rampinis. Lo stesso Andrea d’Isernia (qui d’Isernia è locativo) viene da questo ramo, per questo è Andrea De Rampinis.

Viene allora anche facile pensare che la lapide contenente l’iscrizione fons iste… sia stata apposta come testimonianza della committenza alla Fontana del Mercato (come fontana del Sedile), eretta proprio dai Rampino, e da qui traslata alla Concezione nel 1835.

 

Outro

Sbaglia chi scrive che la Fontana della Fraterna è un manufatto del XIII secolo? Sbaglia chi la riferisce al genio nostrano di un mastro muratore di metà ‘800? Affermazioni entrambe vere, entrambe false. Resta indiscusso il fascino di un landmark emozionale che da solo evoca la storia complessa di questa città, in parte ancora ignota, in parte ancora ignorata.



[1] I Seggi città di Napoli vennero formalmente cancellati con atto sovrano di Ferdinando IV, il 25 aprile 1800; seguirono  atti diversi per i Sedili operanti nelle città del Regno. La definitiva cancellazione di tutti i sedili nobiliari residui nelle altre città del Regno avvenne con Giuseppe Bonaparte, con la legge di eversione della feudalità (2 agosto 1806) e le successive riforme sulla pubblica amministrazione (1806-1808).

[2] Da Tommaso Formichelli, Relazione presentata all’A.I.R.-Associazione degli Isernini a Roma “Michele Cimorelli”, in data 19/05/2019; copia dattiloscritta presente presso la Biblioteca Michele Romano.

[3] Vd, Fulvio Lenzo, Memoria e identità civica. L'architettura dei seggi nel Regno di Napoli XIII-XVIII secolo, Roma, 2014.

[4] Ermanno Turco, Isernia in cinque secoli di storia, Napoli, 1948, p. 44.

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