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mercoledì 18 aprile 2018

Dei vescovi di Isernia - Parte II (secc. X - XIII)


Mille e molti più di Mille (Secc. X - XIII)

«Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra.» (Apocalisse, 20, 7-8)

Intorno al Mille, Isernia rimane sede vacante per lungo tempo. La cronotassi riapre con il nome di Gerardo. Qualche altro nome – un vescovo Lucio, benedettino, nell’896 e un Landolfo, attestato nel 1027 – appaiono nel solo inedito manoscritto di Giovan Battista Ricci, che è anche la fonte utilizzata dal curatore dell’elenco dato dal Capitolo per il volume celebrativo edito nel 1968.
Gerardo viene consacrato nel 1032 da Atenolfo II, arcivescovo metropolita di Capua, come vescovo di Isernia, ma anche di Venafro e Bojano, oltre che abate del Monastero di S. Vincenzo. Una tale concentrazione di cattedre tradisce tempi di spopolamento e crisi demografica, seguita a carestie e incursioni saracene (la distruzione dell’abbazia di S. Vincenzo per mano dei saraceni è dell’anno 881; i monaci ritorneranno a insediarsi solo nel 914). Già nel privilegio di papa Stefano IX, del 1058, la diocesi di Bojano non è più associata a Isernia e Venafro e, per di più, è indicata come suffraganea dell'arcidiocesi di Benevento, e non di Capua. Tra Isernia e Venafro, invece, l’unione aeque principaliter (cioè tra diocesi riconosciute “ugualmente importanti”, dunque conservando ciascuna cattedrale e capitolo) si conserverà – come vedremo – fino al 1207, allorché papa Innocenzo III, per porre fine ai dissidi fra i capitoli dei canonici delle due cattedrali (ruggini tra cipollari e trippaverdi risalgono quindi almeno al Mille, se non prima), stabilì nuovamente la separazione delle due diocesi.

Dipinto di Meo da Siena raffigurante un vescovo (dal web)


Gerardo segue Pietro da Ravenna, monaco benedettino proveniente da Montecassino, consacrato da papa Niccolò II vescovo di Isernia e Venafro nel 1059 o 1060. Ciarlanti indica nella Città della Cerra il luogo della consacrazione; Antonio Maria Mattei corregge in Acerra; altra fonte, più probabile, lo dà proprio in Montecassino: Niccolò II «venne alla Badia di Monte-Cassino, e pieno l’animo di que’ provvedimenti da prendersi, intese a vedere se erano tra i Cassinesi monaci acconci ai pastorali uffici, mondi di costumi, e tali quali erano necessari ad eseguire i canoni del Romano Concilio, e ne trovò qualcuno. Consagrò vescovo di Aquino Martino da Firenze monaco Cassinese uomo fornito di prudenza e di santi costumi, scacciando da quella sede Angelo già scomunicato da papa Leone IX per incontinenza e gitto che faceva del patrimonio della sua Chiesa; alle Chiese d’Isernia e Venafro prepose vescovo Pietro da Ravenna altro monaco; ed ordinò diacono cardinale il preposto o priore del monistero Oderisio figlio di Oderisio conte dei Marsi.» (Luigi Tosti, Storia della Badia di Monte-Cassino, Napoli, 1842). Il nome di Pietro vescovo è contenuto nell’atto di donazione con cui Bernardo conte di Isernia beneficia i benedettini cassinensi del monastero di San Marco di Carpinone, dallo stesso lì fondato «nel luogo detto  Aquasonula», perché vi insisteva una sorgente; del pari, Pietro si incontra, nel 1080, quale destinatario in un diploma del metropolita di Capua, arcivescovo Erveo, di assenso alla fondazione in città del monastero di Santa Maria delle Monache (così il Dizionario biografico degli italiani, voce Erveo). Ora, la fondazione della chiesa di S. Maria è senz’altro precedente al 1080: addirittura, una bolla di papa Giovanni IV († 642) sarebbe prova di una fondazione sotto i longobardi di Arechi I (594-604), ma è affermazione da assumere col beneficio del dubbio. In ogni caso, evidenze archeologiche e documentali (la donazione di Godescalco) ne sostengono l’edificazione intorno all’VIII secolo, che coincide poi con lo stesso arco temporale indicato per l’edificazione della Cattedrale: i due massimi edifici religiosi isernini sarebbero pertanto sorti nello stesso periodo). Va seguito Ciarlanti, che nell’atto di assenso di Erveo (che lo storico scrive Herveo) vede semplicemente un beneficio accordato al monastero femminile, non un atto di fondazione. Qualcuno (p.es. d’Apollonio, nel suo catalogo) considera questo Pietro del 1080 un nuovo e distinto vescovo rispetto a Pietro da Ravenna. Tuttavia non si hanno sufficienti elementi per confortare tale affermazione. Nelle cronotassi più accreditate, all’unico Pietro da Ravenna, segue un Leone vescovo, menzionato per l’anno 1092: in quella data, col proprio sigillo, approvò il passaggio ai benedettini di Montecassino della Chiesa di S. Croce di Pesche (Pescla), offerta da Rodolfo de Moulins (o de’ Molinis, con Ciarlanti, latinizzato in de Molisio), primo conte normanno che unificò nell’unica contea eponima (Molise) le preesistenti realtà comitali longobarde (Isernia, Bojano ecc.).


Pius Bonifacius Gams, Series episcoporum Ecclesiae Catholicae,
Leipzig 1931, pp. 939–940


Del successivo pastore isernino, Mauro, sappiamo fosse vescovo prima del 1105 e fino al 25 ottobre 1126, data della morte; era amalfitano e già abate di S. Vincenzo al Volturno. Sottoscrisse quale vescovo suffraganeo un documento del metropolita di Capua, Senne (1098-1118), di ridefinizione dei confini dell’arcidiocesi campana. Lo troviamo anche come testimone, insieme con Bernardo vescovo di Bojano, dell’atto di donazione con cui Ugo I, conte di Molise, beneficiò Oderisio di Montecassino del castello di Viticuso, della chiesa di San Benedetto a Monteroduni, e di quella di San Pietro a Sesto Campano.
Incerto il prosieguo: la cronotassi sedimentata apre dopo Mauro (deceduto per il 1126) una lunga lacuna fino a Rainaldo (circa 1170). Il catalogo del Capitolo della Cattedrale colma questo spazio con un Guglielmo di Capua, per l’anno 1126, che avrebbe «messo pace tra la diocesi di Capua e Montecassino» (così d’Apollonio) prima di essere traslato come pastore a Caiazzo, nella cui serie dei vescovi, in effetti, negli anni considerati, si danno un Guglielmo I (1155-1166) e un Guglielmo II (ante 1170- 9 gennaio 1181). Altro problema si apre per Rainaldo: per la cronotassi pubblicata dal Capitolo, e per d’Apollonio, con questo nome vi sarebbero stati due distinti pastori: un primo Rainaldo nel 1170; un successivo nel 1179. Anche qui non si comprende bene su quali elementi fondare la crasi. Semplifichiamo in un unico Rainaldo, vescovo di Isernia e Venafro (altro Rainaldo verrebbe indicato come vescovo nel primo ventennio del 1100, ma anche qui, siamo in terra abitata da leoni). Durante il mandato dell’ultimo Rainaldo, l’acredine tra le due diocesi aeque principaliter raggiunse il punto di rottura: a nulla servì avere un unico pastore se i due riottosi greggi tenevano ad mantenersi separati e a brucare ciascuno la propria erba. Si litigava per tutto: per chi dovesse benedire l’olio di giovedì santo; dove l’unico vescovo-duplex dovesse celebrare la festività del patrono, quel San Nicandro che era (o è?) patrono di entrambe le città. Si litigava pure per i confini interdiocesani e fu così che una disputa per l’appartenenza di Fossaceca, ora Fontegreca, si arrivò a ottenere l’intervento del pontefice, nella persona di papa Alessandro III, che concesse a Rainaldo come vescovo di Venafro privilegi a scapito dello stesso Rainaldo vescovo di Isernia («a nessuno è lecito temerariamente turbare la diocesi di Venafro, appropriarsi dei suoi beni …», detto per bolla papale). Fontegreca venafrana era, evidentemente, boccone amaro e gli isernini non potevano ingoiarlo facilmente: spinsero così sul medesimo vescovo Rainaldo, perché si muovesse con Roma per tutelare anche loro, i loro olii e il loro patrono. L’occasione venne con la partecipazione di Rainaldo al concilio ecumenico del 1179, il Lateranense III. Qui il vescovo conobbe il futuro papa Lucio III e, una volta indossata al tiara, gli riportò le istanze del Capitolo isernino. Ma Lucio non si spinse a ribaltare quanto già detto da Alessandro III e ne uscì fuori con una decisione salomonica: Fossaceca, così come tutti gli altri paesi delle diocesi indicati in bolla erano sotto il vescovo Rainaldo, che lo fossero in quanto vescovo di Isernia o di Venafro, poco rilevava (la bolla di Lucio III è conservata nell’Archivio capitolare in copia del 1625, ne parla diffusamente Mattei). Ma la salomonica decisione non attenuò livori e recriminazioni. Dovette interessarsene anche il successore di Rainaldo, quel Gentile che, nato a Aversa intorno al 1150, fu consacrato vescovo delle due riottose diocesi nel 1192 ma fece presto ritorno nella sua città di origine, andando a reggerne la chiesa forse già nel 1193, sollevato per non doversi più occupare delle beghe di campanile. Per vero, la rinuncia a Isernia e Venafro non fu proprio tranquilla: sono gli anni della transizione del Regno di Sicilia dai normanni di Guglielmo II d’Altavilla agli svevi di Enrico VI, transizione tutt’altro che pacifica: in punto di morte Guglielmo, privo di eredi diretti, avrebbe passato la corona a Costanza, sua zia, (perché sorella di Guglielmo I e figlia di Ruggero II d’Altavilla) e moglie dell’imperatore svevo. Ma un altro nipote di Ruggero II, il duca di Lecce Tancredi rivendicò la corona e si fece eleggere (novembre 1189)  Rex Siciliae da papa Clemente III, che non vedeva favorevolmente un unico monarca dalla Germania alla Sicilia. Nella lotta che ne seguì, Isernia e Venafro videro gli eserciti imperiali scesi per sostenere Costanza ed Enrico; Venafro venne  conquistata dai cavalieri tedeschi di Bertoldo di Kunig (1192) e abbandonata al saccheggio. In quell’occasione il vescovo Gentile che, come il papa, probabilmente sosteneva il partito di Tancredi, riparò ad Aversa e non fece più ritorno nelle diocesi assegnate, che rimasero per lungo tempo sede vacante: solo ne 1197 papa Celestino III traslò formalmente Gentile alla cattedra aversana, liberando la cattedra per Isernia e Venafro (una nutrita scheda biografica di Gentile, vescovo aversano, è data nel Dizionario biografico degli Italiani). Intanto, nel 1199, è la volta di Isernia ad essere saccheggiata e rasa al suolo dall’esercito imperiale guidato da Marcovaldo di Annweiler, nominato nel 1197 conte di Molise da Enrico VI: ce ne parla icasticamente Ciarlanti: «Tornò l’empio Marcovaldo con i suoi ladroni al contado di Molise, e vedendo che co’l suo esercito ritener non potea la città d’Isernia, la fé crudelmente saccheggiare e spogliare di quanto vi era da quei malvagi che vi fecero ogni possibile danno». Nessun vescovo fugge, questa volta: la sede è ancora vacante, e allorché si colmò il vuoto lasciato da Gentile sulla cattedra di Isernia  si creò nuovo esasperante conflitto. Successe che il Capitolo venafrano si scelse, in autonomia, quale vescovo un certo R. (è conosciuto con la sola iniziale) e quando R. fu inviato a Roma per riceverne la convalida dal papa, Celestino III – che aveva tutt’altri pensieri – sbrigativamente lo indicò anche quale vescovo di Isernia. Di nuovo un unico vescovo e per di più scelto dai venafrani. Nuove insistenti richieste a Roma. Tentativi di mediazione assegnati a questo o quel cardinale o notaio pontificio. Fino ad arrivare alla decisione tombale di papa Innocenzo III di tenere finalmente separate le due rissose greggi. È il 1208 e a Isernia, e solo a Isernia, c’è un nuovo vescovo, Dario.

Il vescovo Dario nel manoscritto inedito di Gio: Vincenzo Ciarlanti

Dario viene indicato da Ciarlanti – che trae l’inciso da una scrittura a suo tempo conservata in Isernia, in Cattedrale o in Santa Maria delle Monache, ma ora ignota – come «Darius Civis Ep’us Iserniensis»; sarebbe quindi nato ad Isernia e divenuto vescovo per elezione «…e può  essere, perché in que’ tempi si eliggevano i vescovi dai Capitoli e poi da’ Superiori si confirmavano e consegravano».
Antonio Maria Mattei, di contro, dà per ignota l’origine del vescovo; riporta, invece, che certamente la sua nomina a vescovo si ebbe per intercessione di Pietro da Celano, Conte di Molise, strenuo oppositore di Federico II (e, ça va sans dire, difensore del Papato contro lo Svevo). Il figlio di Pietro, Rainaldo, negli stessi anni è arcivescovo metropolita di Capua, e Dario insieme a Rainaldo partecipò come suffraganeo al Concilio Lateranense IV (1215).  
Il manoscritto inedito di Ciarlanti sui vescovi di Isernia chiarisce oltre la specialità di Dario vescovo: «In tempo del suo governo nell’anno 1215 fu qui il felicissimo nascimento del nostro S. Pietro Celestino papa V (…) A suo tempo ancora venne qui S. Francesco di persona  nell’anno 1222 e vi fondò il luogo detto sotto il nome di S. Stefano con l’autorità e consenso di detto vescovo». Ora, entrambe le affermazioni vanno staccate dall’album della Storia per essere considerate sul diverso piano della tradizione popolare: qui una memoria consolidata, secoli di fede popolare, possono valere più di una stringa di codice. Non entro nella diatriba anche un po’ noiosa sul luogo di nascita di Celestino, né sulla bontà della data indicata da Ciarlanti (il 1215) che non sarebbe compatibile con l’età alla data di morte. Quanto al viaggio di Francesco e alla sua tappa in città, siamo lontanissimi dall’aver fonti a conferma. Francesco d’Assisi viaggiò molto; la tradizione lo vuole in tante parti del Centro Italia, le biografie parlano di viaggi a Santiago di Compostela e in Egitto, per far pace con l’Islam (1219-1220). C’è traccia anche di un pellegrinaggio per raggiungere il santuario di San Michele Arcangelo, a Monte Sant’Angelo, sul Gargano (nel 1216 o, appunto, 1222). Potrebbe essere stato in questa occasione, che il santo di Assisi si sia fermato in città. Va da sé che sono tanti i luoghi nei quali si ha tradizione di una chiesa o convento fondato da Francesco. Per Isernia, potremmo anche essere davanti ad un calco, creatosi per mimesi rispetto a notizie di altre fondazioni. Ma anche no.
En passant, tanto per legare avvenimenti noti al nostro catalogo di pastori, va detto che nel 1223 Federico II, in una fase acuta della lotta che lo oppone a Tommaso da Celano, conte di Molise, fa distruggere le mura di Isernia e incendiare parte dell’abitato.
Torniamo a noi: al vescovo Dario, segue Teodoro, attestato nel 1230. Mattei, nel suo Isernia, una città ricca di storia ne dà per il 27 settembre 1230 la data di consacrazione. Appena nominato, entra in conflitto – per questioni di mensa vescovile – con la badessa del convento di Santa Maria (delle Monache) che scrive al papa Gregorio IX. 
Nello stesso lasso di tempo, tuttavia, ci sarebbe stato pure un Teodoro vescovo di Venafro (che non compare però nella cronotassi di quella diocesi), che paga la sua fedeltà al papato e contrarietà a Federico nel peggior modo, finendo impiccato in carcere nel 1236 (lo narra nel suo diario il cardinale Nicolò d’Aragona); un dubbio: che quel Teodoro pastore di Isernia sia in realtà questo Teodoro venafrano? 
Segue Ugo, vescovo «dal 17 febbraio 1233 al 28 febbraio 1244» (Mattei). È lui che nel 1241 consegna i beni delle chiese di Isernia allo spoliatore, scomunicato, Federico II.
Item Teodino, attestato dopo il 1244 è, che contemporaneamente è anche abate benedettino dell’antico monastero di San Vito della Valle, posto tra Isernia e Macchia (di San Vito, già nel 1597, era venuta meno la comunità monacale, tanto che l’abazia e i suoi beni vennero dal vescovo Numai attribuiti al Capitolo della Cattedrale).
Item Giovanni nel 1250 e uno, o più vescovi, di cui non si riporta alcun nome per gli anni 1255 e 1257. Non conviene ritenere sia Giovanni questo anonimo del 1522 e/o 1257 perché già nel 1254 c’è un indizio che farebbe propendere per una sede vacante: l’assenza del vescovo Giovanni, o di altro presbitero, si nota nella pergamena del 19 ottobre 1254, nella quale Ruggero di Celano, figlio di Tommaso, riconferma alla città di Isernia i privilegi già affermati dai suoi predecessori. Il fatto che, come testimone dell’atto, anziché il vescovo, sottoscriva l’arciprete della Cattedrale, Matteo («Domini Mathei, dicte Civitatis Archipresbyteri»), farebbe – si è detto – sostenere che la diocesi fosse, al tempo, retta dal vicario.
Per il 1258 abbiamo l’anagnino Nicola (che per d’Apollonio e la cronotassi data dal Capitolo è indicato come Pietro Nicola Morra; più semplicemente è Nicolaus per Bologna e Nic[c]olò nella cronotassi di Ughelli e Cappelletti). Mattei indica in Nicola il vescovo che, nel 1266, rimette il mandato nelle mani del papa Clemente IV, probabilmente per un suo sostegno alla causa di Manfredi, sconfitto e ucciso a Benevento; potrebbero tuttavia essere illazioni. Sepcie se si assume – come fa Michele da Bologna nelle Constitutiones, che inserisce un vescovo Uberto già nel 1263 (è invece sconosciuto nel catalogo consolidato).
Nei primi giorni dell’anno 1267, il Capitolo della cattedrale elegge come proprio pastore Enrico da San Germano, francescano dell’Ordine dei frati minori. Il vescovo eletto viene confermato il 20 febbraio dello stesso anno con bolla del pontefice Clemente IV inviata a Rodolfo, cardinale di Albano e legato apostolico presso la corte del Rex Siciliae che da meno di un anno – si è anticipato: battaglia di Benevento, del 26 febbraio 1266 – è retto da Carlo d’Angiò. Dovrebbe essere con Enrico che si completa la costruzione della chiesa di San Francesco.


Papa Celestino V (web)


Enrico, tuttavia, resse la diocesi per pochi mesi, posto che nello stesso 1267 (10 settembre 1267, secondo Mattei) abbiamo un nuovo e diverso vescovo, Matteo – forse lo stesso Matteo archipresbyter che troviamo testimone dell’atto di concessione di Ruggero da Celano – il cui mandato invece arriva fino al 1281. È con Matteo vescovo che Alferio di Isernia (del notabilato cittadino, perché magistrato presso la Magna Curia napoletana), a proprie spese, edifica e dona alle clarisse, il monastero di Santa Chiara, seconda casa religiosa cittadina dell’Ordine francescano; sempre Matteo a riconoscere al monastero di S. Spirito, di fondazione celestiniana, l’esenzione dalla giurisdizione del vescovo, con proprio atto del 4 di settembre del 1276 (la pergamena, come molte qui citate, è conservata presso l’Archivio capitolare di Isernia). Poco anni prima, infatti, il  10  ottobre  1272, il giudice isernino Filippo Benvenuto e sua moglie, donna Glorietta, devolvono a fratello Placido,  procuratore  della  chiesa  di  S.  Spirito  della  Maiella,  una  vigna «infra fines civitatis Isernie a parte orientis, in loco ubi Pons de Arcu dicitur» perché vi costruisca una chiesa dedicata allo Spirito Santo. È l’atto di  fondazione del convento dei Celestini, poi portato in città (nel luogo in cui ora rimane, orfana, la sola Chiesa di S. Pietro Celestino) nel 1623.
Matteo è attestato fino al 1282. Gli succede Nicolò Valenzano, Nicola II (come da altri indicato, coll’indicazione dell’ordinale, dopo il vescovo Nicola del 1258). Nicolò Valenzano era canonico del Capitolo della Cattedrale di Capua, e a Capua muore l’11 aprile 1287 dove si era recato per proseguire per Roma.
Segue il vescovo Roberto, testimoniato per la prima volta nel 1287. «Di questo vescovo» - scrive Ciarlanti - «si veggono in Isernia molte memorie di S. Chiara e della chiesa della Fraternita». È, infatti, Roberto ad approvare con proprio decreto del 1° ottobre 1289, i capitoli dell’antica confraternita (la Fraternita, o Fraterna) istituita in città per volere di S. Pietro Celestino presso la Chiesa della Concezione (en passant, la confraternita battezza anche la, più nota, Fontana della Fraterna). Il decreto è conosciuto per effetto di un antigrafo del XVI secolo conservato nell’Archivio capitolare di Isernia, da qualcuno ritenuto infedele dell’originale perché contiene un inciso pericoloso per la vexata quaestio del luogo di nascita di Celestino: là dove dice «… per interessamento di fra Pietro da Morrone, cittadino di questa città di Isernia» (nella traduzione pubblicata da Valente in Isernia Origine e Crescita di una città ). Ritroviamo Roberto anche in una scrittura del 1292 del monastero di Santa Chiara, allorché concede il suo beneplacito di vescovo alla badessa, madre Filippa Euricella, per la vendita di un monastero che l’Ordine aveva in Agnone.


giovedì 22 marzo 2018

Dei vescovi di Isernia - Parte I (Dalle Origini all'anno Mille)


Pastori di greggi
Il vescovo, inteso  qui e nel seguito nei suoi connotati puramente terreni  di capo e guida di una chiesa locale, è, per Isernia come per il resto del mondo cristiano, l’autorità che, conservandosi a tutt’oggi, ha più antica e radicata presenza. Se comes longobardi e franchi, giustizieri svevi, magistrati vari, governatori e sottointendenti, sindaci e decurioni hanno calpestato le vie fangose prima e lastricate poi della città che nel corso dei secoli è stata Ysernia, Sergna, Isernia, per un tempo magari lungo decenni o secoli, ognuno di loro è qualche centimetro rispetto al metro buono rappresentato dal vescovo, che – piaccia o meno – ha calcato, magari in scarpino vellutato, quelle stesse vie se non per quindici secoli, a voler considerare il mitico San Benedetto, venerato come primo vescovo di Isernia ma ignoto alle fonti storiche, certamente per più di mille e duecento anni, a considerare la cronotassi sedimentata, che dovrebbe partire da un Bonifacius Aeserniensis episcopus che florebat nel VIII sec.
Tracciare dunque una storia dei vescovi isernini, dare qui le loro biografie – senza pretesa di rivelare aliquid novi, ma, se riesce, dare in unico (con)testo notizie altrove sparse – può restituire, indirettamente, una storia della città in quello stesso lasso di tempo.




Giovan Vincenzo Ciarlanti, Serie di Vescovi della Città di Isernia, 
manoscritto inedito (Archivio d'Apollonio)


Le fonti bibliografiche
Anticipo qui una bibliografia minima, utile a meglio comprendere di ciò che segue: per parlare di vescovi isernini, la fonte più autorevole rimane l’abate Ferdinando Ughelli (1595-1570) che con la sua mastodontica Italia sacra (pubblicata in IX voll. dal 1644-1662) ha tracciato, per horror vacui, la storia di tutte le chiese locali italiane attraverso, per ognuna, la serie dei vescovi; Isernia è nel volume VI, tra le chiese della Campania, dell'Abruzzo e dell'Irpinia. Il suo omologo francese è Charles Le Cointe, autore degli Annales ecclesiastici Francorum, Parigi, 8 voIl, 1665-1683. A Ughelli si ispirò, nell’Ottocento, Giuseppe Cappelletti, autore di Le chiese d'Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, 21 voll., 1844-1870. Altra importanti opera enciclopedica è quella di Pius Bonifacius Gams (Series episcoporum Ecclesiae catholicae quotquot innotuerunt a beato Petro apostolo, Ratisbona, 1873). Per la diocesi di Isernia, fonti specifiche sono costituite dalle Constitutiones synodales aesernienses (editae ab illustriss. ... Michele de Bononia Aeserniae episcopo ecc.) edite a Napoli dal vescovo isernino Michele da Bologna, nel 1693. La cronotassi di Michele da Bologna è seguita da Stefano Jadopi per la redazione della sua monografia su Isernia edita partim per Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, nel 1858. Fonte senza dubbio più interessante è il manoscritto di Giovan Vincenzo Ciarlanti, Serie di Vescovi della Città di Isernia, che costituisce il libro IV della sua opera, ancora inedita, Storia di Isernia (si conserva nell’Archivio d’Apollonio presso la Biblioteca comunale “Michele Romano). Da tutte queste fonti, Ermanno d’Apollonio trasse un proprio catalogo riassuntivo che, con data 1936, è conservato nell’omonimo archivio come dattiloscritto. C’è, poi, da segnalare il Catalogo dei vescovi della Diocesi di Isernia redatto a cura del Capitolo della Cattedrale, che è inserito nell’opera collettanea La cattedrale di Isernia nella storia e nell'arte, Napoli, 1968.

Catalogus Episcoporum Aeserniae,
in Michele Da Bologna, Constitutiones Synodales Aesernienses, 1693


Le origini (fino all’anno Mille)

«… la storia di questa chiesa fu nei primi dieci secoli del cristianesimo cosi ravvolta nelle tenebre, da non poterne aver traccia positiva o monumento di certezza, su cui appoggiarne la narrazione. (Cappelletti)»

Se parlo di cronotassi sedimentata è perché il setaccio della storiografia ha, qua e là, trattenuto qualcosa: i cataloghi più completi, va da sé, sono anche quelli storicamente meno validi. Ermanno d’Apollonio parte da un San Poltino, che, nel I sec. sarebbe stato lasciato nell’Aesernia imperiale da San Pietro in persona, allorché si mosse da Antiochia per Roma: Papia, vescovo greco di Hierapoli, citato da Eusebio, conferma che Pietro predicò a Roma all'inizio del regno di Claudio (dal 42, dunque); per Poltino, evangelizzatore a Isernia, d’Apollonio dà apoditticamente l’anno 44.
Ampia lacuna fino al V secolo. Compare un Lorenzo (402), indicato da  Ferdinando Ughelli come primo presule della diocesi di Isernia: c’è un’epistola di papa Innocenzo I (papa tra il 410 e il 417) inviata a Lorenzo episcopus se[r]niensis, con cui lo si invita ad attivarsi per colpire, anche nella sua diocesi, l’eresia del vescovo Fotino. Ora, il Fotino eretico è Fotino (300-376) vescovo di Sirmio (oggi Sremska Mitrovica, in Serbia), e fotianiano, al tempo di Innocenzo I (e di Sant’Agostino), era chiamato, e bollato di eresia, chiunque credeva che Gesù Cristo fosse stato un semplice uomo. Il Lorenzo dell’epistola pontifica è allora più certamente un episcopus seniensis, cioè di Segna (Senj, in Croazia), prossimo all’eresia del vescovo di Sirmio; più difficile pensare che la predicazione eretica della Trinità avvenisse da noi, al di qua della linea del Volturno. L’equivoco si è alimentato anche per l’esistenza di un Fotino vescovo di Benevento (che però non era affatto eterodosso essendo dell’anno 30, non del IV sec.).
Dal catalogo dei vescovi di Isernia va dunque senz’altro espunto questo vescovo Lorenzo. Allo stesso modo, per effetto di malinterpretazioni simili, non può seguirsi l’Ughelli quando annovera Eutodio (465), Mario (499) e Innocenzo (501), che sono, invece, vescovi [T]ifernensis (cioè di Tifernum, Città di Castello), e pure un Sebastiano (595), vescovo di Risano, in Montenegro.
Siamo, dunque, ancora alla ricerca del primo presule. Dopo gli interpolati Poltino e Lorenzo, cronotassi diverse danno due nomi, Benedetto e Vindonio, anteponendo qualcuna il primo al secondo, il secondo al primo qualcun’altra. La verità è che i due vescovi, entrambi santi per la Chiesa, pur nella nebbia dell’indeterminatezza storica, si trovarono a vivere negli stessi anni (420-450).  


Ferdinando Ughelli, Italia Sacra, 1659, Frontespizio del Libro VI


Benedetto è molto presente nella religiosità popolare isernina, che ne ha avuto modo, nel corso dei secoli, di venerarne come reliquia i resti presenti in Cattedrale (attenti, però, a non confonderlo con Benedetto da Isernia giurista del XII secolo, antiquus doctor dell’Università napoletana, presente anche nell’odonomastica isernina, battezzando col suo nome il vicolo cieco primo a sinistra, salendo da Santa Maria delle Monache). Notizia di un Benedetto vescovo, ma senza alcun riferimento a Isernia, si dà nell’agiografia di San Paolino di Nola data da Michele Monaco nel Sanctuarium Capuanum (1630): al capezzale del nolano morente giungono, nel 431, l’amico Benedetto, vescovo, insieme a San Simmaco.
Per Giovan Vincenzo Ciarlanti – che ne scrive poco dopo in un suo manoscritto inedito sui vescovi isernini (Archivio d’Apollonio) – quel Benedetto è il nostro Benedetto: dopo la visita a San Paolino, Benedetto «tornò poscia alla sua cara gregge, come vigilantissimo pastore, procurò prima di fare risarcire le consumate mura e le abitazioni della sua città, già in molte parti buttate a terra, e disfatte dal barbaro furore di cotesti Vandali, nel far raddrizzare le chiese, e di riunire e far ritrovare i smarriti cittadini che per salvar la vita erano ne’ boschi ed in altri segreti luoghi fuggiti.» Da una antica pergamena da lui vista in San Maria delle Monache (poi perduta, come tutto il resto del ricco archivio del monastero), dice che Benedetto vescovo fece spalla con «un conte (sic) di nobilissima progenie per nome Landenolfo» che «eresse una buona chiesa in onore della Santissima Vergine» (la stessa Santa Maria delle Monache). Questo comes Landenolfo – evidente è l’onomastica longobarda – appare malcollocato: l’istituzione del contado, a Isernia, è senz’altro successiva, e segue l’arrivo, appunto, dei Longobardi: siamo ad almeno il VII secolo, non certo il V, che, all’epoca, vedeva ancora formalmente in vita le magistrature dell’Impero romano d’Occidente.
Ma torniamo al santo vescovo. Ciarlanti ne dà una data di morte: dice infatti che  «volò al cielo nell’anno 445 e fu sepolto dentro l’altare maggiore della sua Cattedrale in un sepolcro ben lavorato a mosaico, il quale fu ritrovato  da Carlo Setaro vescovo della stessa città l’anno 1480 (…)». Segue la narrazione della potestà jettatoria riconosciuta al santo vescovo: la leggenda vuole che ogni qualvolta si tenti di traslare altrove la cassetta con i resti, sciagure si abbattano sui profanatori. Il primo a subire fu proprio il vescovo Setaro allorché ne ordinò la rimozione; qui Ciarlanti riporta quanto scritto da Filippo Ferrario nel suo Catalogo de’ Santi d’Italia (1613) («…Ecclesiam illam quasi repentino, vehementique terremotu concussam contremuisse, cum Episcopus Eserninus circa S. Benedicti corpus effodi iussiset»): tolta la cassetta, l’intera cattedrale cominciò a scuotersi e vibrare, fin quando non si rimisero i santi resti dove erano, e il terremoto cessò all’istante, «senza danno di persona alcuna». Un altro vescovo isernino, Antonio Genovese, nel 1622 «fe’ cavare sotto il tabellino di esso e trovatavi una cassetta piena di reliquie la fe’ portare al suo Palazzo in contiguo, ove, appena giunta, esso Vescovo gravemente s’infermò con pericolo di morte, ed essendo in questa infermità visitato da un sacerdote gli narrò che la sua indisposizione, e che principio ebbe subito che portata fu ivi la cassetta. Il sacerdote li soggiunse che riporre la facesse nel luogo che era stata levata, dicendo quello che da altri più vecchi udito avea». Obbedito il vescovo al sacerdote, stette immediatamente meglio, liberato da ogni dolore, con sorpresa del suo medico. 

Se ci si accoda a Michele da Bologna e al catalogo che traccia nelle sue Constitutiones prima di Benedetto, e non dopo, dovremmo incontrare San Vindonio. Seguiamo invece Ciarlanti quandoi dice che «dopo il passaggio all’altra vita di S. Benedetto, si desse egli al governo di questa nostra Chiesa ed all’altre fatiche della cura pastorale». Vindonio figura nel gruppo di dodici vescovi ultraortodossi espulsi dall'Africa settentrionale nella persecuzione indetta del vandalo ariano Genserico (427). Caricati a forza su una nave  priva di remi e timone, seguirono l’avventuroso itinerario che oggi tocca ad altri figli d’Africa. Nella Vita sancti Castrensis, si narra che i dodici vescovi africani – nell'ordine: Rosio, il più anziano, poi Secondino, quindi Eraclio, Benigno, Prisco, Elpidio, Marco, Augusto, Canione, Vindonio, Castrese e Tammaro – giunti fortunosamente sulle coste tirreniche, si divisero e partirono alla volta di città e luoghi diversi della Campania. Una prima prova della presenza di Vindonio a Isernia viene data da Ciarlanti proprio per relationem: se antiche pergamene riferiscono di Caninone (sic) in Acerenza e di S. Marco a Bovino, perché non pensare a Vindonio a Isernia, «che in que’ tempi [era] non minore a quelle, eforse di maggior nome e gravezza, e tanto più per stare ella più vicina al luogo dove questi santi smontarono». Altra prova, questa più concreta, dell’episcopato isernino di Vindonio, Ciarlanti la individua nella chiesetta di S. Venditto posta, ai suoi tempi, ad un miglio a sud della città (sebbene già allora in rovina). Chiesa che sarebbe stata «in suo onore eretta e fabbricata» Sulla derivazione Venditto-Vindonio, che Ciarlanti chiama corruzione, avrei tuttavia qualche dubbio: Venditto è piuttosto versione popolare di Benedetto (con sostituzione della “b” in “v”); mentre Vindonio, altrove (Capua, p. es.), si è riperpetuato in Mendonio. Ma nella chiesa di Ciarlanti, vi sarebbe stata una antica immagine sotto la quale compariva «a lettere alquanto grassette» il cartiglio “S. Vindon… Ep…”, «… e il resto non si conosce per essere stato consumato dal tempo e dalla pioggia».
Segue una lacuna di tre secoli, nella quale – si è chiarito – non abbiamo il conforto di Eutodio, o Eubodio come scrive Ciarlanti (465), Mario (499), Innocenzo (501), Sebastiano (595), perché pastori sì, ma di altro gregge. Né conosciamo il nome per intero del  misterioso vescovo indicato dalla sola lettera N. in un diploma di papa Giovanni IV nell’anno 639.

Arriviamo a Bonifacio: Charles Le Cointe – autore degli Annales ecclesiastici Francorum (1665-1679) – saltando a piè pari gli altri fin qui richiamati, dà questo Bonifacius come primo, certo vescovo di Isernia. Anche Cappelletti dà come primo presule proprio Bonifacio, attestato nel 758: con la dignità di vescovo di Isernia sottoscrive, con altri 21 prelati, una nota di papa Paolo I indirizzata a un Giovanni abate del monastero di S. Stefano. Nella serie dei vescovi, segue lo sfortunato presule («nomen desideratur») che morì sotto le macerie del terremoto dell’ 847: ce lo dicono il Chronicon Volturnense e Camillo Pellegrino (1598-1663) nella sua Historia principum Langobardorum: «Nel mese di giugno si ebbe un grande terremoto per tutto il Beneventano, tale che fu distrutta la città di Isernia, e ne perì gran parte della sua popolazione, e vi morì anche il vescovo».   

Salto di pochi anni, per ritrovare vescovo Odelgario, del monastero di Monte Cassino, nominato vescovo sotto il pontificato di papa Leone IV. Odelgario è uno dei cinquantadue vescovi presenti al Concilio di Ravenna indetto da papa Giovanni VIII nell’877, nel quale venne proibita la concessione di beni e territori appartenenti al patrimonio di San Pietro, affermando che dovevano essere direttamente amministrati dall'erario pontificio. Importante annotazione: da questo vescovo in poi, la serie dei pastori della Chiesa cittadina è ininterrotta.

Notizia di Lando e Arderico vescovi
in Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, 1846

Odelgario, tuttavia, non è indicato nella cronotassi del Ciarlanti, che dall’anonimo perito sotto le macerie del terremoto passa direttamente a Lando (cui associa, come anno, il 946). L’onomastica del vescovo, tipicamente germanica (da land = patria, terra), tradisce il contesto pienamente longobardo. Sono gli anni che seguono alla riunificazione della Longobardia minor, il Ducato longobardo di Benevento, precedentemente diviso tra Principato di Capua e Ducato di Benevento, ad opera dei principi capuani: Isernia, inserita in area beneventana, viene a trovarsi – per effetto della nuova geopolitica – attratta nella sfera di influenza di Capua. Sono proprio i principi capuani Laidulfo/ Landolfo II e Atenolfo III (fratello del primo e coreggente) che donano al presule isernino Lando una vigna non molto distante dalla cattedra vescovile, e che - data, nell'atto, la distanza in piedi dalle mura urbiche - dovrebbe corrispondere all’area dell’odierna Porta Castello («Una petia de terra nostra cum vinea posita que esse videtur non multum longe a iamdicto episcopio S. Petri / que habet fines: prima parte muro antiquo qui fuit de ipsa civitate vetere, sunt inde passus cento e tres», così trascrive Antonio Maria Mattei; si noti che è la prima volta che si incontra l’intitolazione a Pietro per la Cattedrale e la sede vescovile). La donazione della vinea  è versata nella più antica pergamena che si conserva nell’Archivio Capitolare, e reca la data del 943.
Secondo qualche fonte (vd. per es. Giovan Battista Ricci nella sua Cronaca sui Vescovi di Isernia, manoscritto presente nell’Archivio d’Apollonio; Ciarlanti, di contro, non ne fa parola.) Lando trovò la morte col terremoto dell’anno 948, rimanendo anche lui sepolto sotto le macerie della Cattedrale.

La donazione della vinea al vescovo Lando, pergamena del 943 (Archivio Capitolare).
Fotografia in Antonio Maria Mattei, Isernia | Una città ricca di storia, Vol. I, Isernia, 1992

A Lando, Ciarlanti fa seguire un Ardenio, che probabilmente è variante onomastica di quel vescovo Arderico, che segue Lando in più cronotassi e del quale sappiamo essere stato consacrato prima del 964 e cessato dopo il 975. Arderico è il vescovo che incontriamo in un’altra, e più importante, pergamena dell’Archivio Capitolare,  quella che raccoglie la donazione non già di una vigna, ma dell’intera contea longobarda di Isernia, effettuata il 5 maggio del 964 da Pandolfo Capodiferro, principe di Capua e Benevento, e Landolfo III, suo fratello, associato al trono, a beneficio di un Landolfo loro cugino: la donazione non istituisce la contea, che preesisteva da quasi un secolo (880, ca.), ma ne ridefinisce i confini, tutto sommato coincidenti con quelli dell’attuale provincia.  


In quegli stessi anni (966 o, più probabilmente, 968), Isernia viene sempre più attratta nell’orbita di Capua: a conferma della centralità geopolitica del capoluogo campano sulla sempre più decadente Benevento interviene l’ hommage del papa Giovanni XIII, che, riparato lì per sottrarsi ad una congiura romana, remunera il suo ospite, Pandolfo Capodiferro, elevando la città ad arcidiocesi, suo fratello Landolfo ad arcivescovo e rendendo le diocesi-satelliti di Atina, Aquino, Caiazzo, Calvi, Carinola, Caserta, Fondi, Gaeta, Isernia, Sessa Aurunca, Sora, Teano e Venafro chiese suffraganee dell’elevata Capua.