lunedì 28 gennaio 2013
venerdì 21 dicembre 2012
giovedì 20 dicembre 2012
mercoledì 5 dicembre 2012
martedì 27 novembre 2012
L'impero familiare delle tenebre future
Masserie di Cristo, per quanto toponomastica prossima alla
bestemmia contadina, fascinosa quanto Casadiavolo, non è paese di fantasia come
leggo quasi dovunque nelle recensioni online, ma esiste davvero a latitudine
41°49'34" N - longitudine 14°11'5'' E; certo, nel romanzo di Andrea Gentile è
un espediente, un fondale, un qualunque posto al di qua della Gustav. Masserie
di Cristo sta per un Sud di voli di mosche su interiora di animale, di sterpi e
cespugli che attendono incendi di stagionali, di pietre roventi sotto il sole.
Un Sud immoto, oppure lento come la camminata di Pellicone, guardiano silente
che pare personaggio di Omero («quel suo
essere è costituito di tempo»). Un
Sud dove neanche la telefonia è mobile e l’utente desiderato non è mai raggiungibile;
dove l’unica tecnologia serve per irraggiare la Vita in diretta del papa morente, un prefunerale di stato trasmesso
in tutte le case.
C’è questo io narrante stranamente al femminile – dico stranamente
perché la scrittura, invece, è molto maschile – in
preda a una rovinosa paranoia sul destino della madre infermiera, sicuramente morta. La narrazione segue
questa ricerca trafelata e inconcludente del corpo materno, prefigurato in un
incastro di lamiere, in un letto d’ospedale, dietro il marmo della cappella di
famiglia. La recherche spinge fuori
dalla casa, dentro altre case, lungo i sentieri, tra Masserie di Cristo e una
trasfigurata San Pietro Avellana – che qui scopro non avere nulla a che fare
con le nocciole, quanto piuttosto con la sannitica Volana di Spurio Carvilio,
già eponimo della vicina Carovilli. Paesaggi onirici, come se De Chirico avesse
dipinto campagne. Ci muoviamo osservando le leggi che regolano il sogno, condensazione, simbolizzazione: incontriamo la
grande pecora Okapia, il Bar Pubblico deserto, il cimitero che cancella le foto
dei morti, solarizzate in un bianco totale, fantasmi, anime bianchissime.
Non una lettura facile, sia chiaro: benché spezzata in frasi
di soggetto, predicato e complemento (non necessariamente in questo ordine) la
scrittura è tutt’altro che semplice. Il registro è quello del monologo
teatrale, del poema in versi liberi. Pagine che vanno lette a voce alta.
lunedì 19 novembre 2012
«Chi l'ha visto?» La testa di Vico della Rocca
Non ci avevo mai fatto caso, e magari neanche voi. C'è un bassorilievo romano tra le pietre di Vico della Rocca (il moncone di vicolo che sale a gradoni, a lato di Piazza Celestino V, tanto per capirci): una enigmatica testa, parzialmente offesa dal cemento. La foto è a contrasto elevato: l'originale è appena avvertibile, specie nelle giornate di sole pieno. Sarebbe cosa gradita che chi ha informazioni sul nostro amico di pietra, le postasse qui giù.
[Aggiornamento 20/11: mi hanno fatto giustamente notare che il bassorilievo potrebbe non essere bassorilievo; e che la testa romana potrebbe non essere romana. L'enigma, però, rimane. Un caffé a chi aiuta a risolverlo.]
martedì 16 ottobre 2012
Berlinguer ti voglio bene
Quasi un anniversario: il 22 ottobre di trenta anni fa, Enrico Berlinguer visitò la biblioteca comunale Michele Romano e lasciò il suo autografo.
(Va detto che nel libro delle firme c'è anche un "Victor Hugo" e diversi "Luther Blissett", ma al contrario di questi, la firma di Berlinguer è autentica, come si vede qui).
giovedì 11 ottobre 2012
Auf Wiedersehen Claretta. Presentazione del volume
[Una introduzione che non introduce, ma devia, depista]
Partirei da
quel sottotitolo - «Il diario dell’uomo
che poteva salvare Mussolini» - che introduce ad una prospettiva
allostorica (o ucronica, se si preferisce), del tipo «La svastica sul sole».
Poteva
davvero essere salvato Mussolini? E, in questo caso, quale ne sarebbe stata la
sorte? Consegnato agli alleati per una Norimberga italiana? Recuperato in
funzione antisovietica? Fatto evaporare in Argentina dopo una detenzione più o
meno lunga?
Se non
fossero intervenuti i partigiani a liquidare sbrigativamente la questione, che
ne sarebbe stato di Mussolini? Obiettivo non dichiarato, ma facilmente intuibile, della colonna italiana era la Svizzera, non certo il Reich, dove un agonizzante Hitler era già ristretto nel suo bunker. In territorio elvetico potevano essere presi accordi con diplomatici angloamericani per una resa magari condizionata,
attraverso l'intermediazione delle autorità consolari spagnole.
Già, la
Spagna del più lungimirante Franco, rimasto fuori dai giochi. Non è un caso se, quando fu arrestata al
posto di blocco di Dongo, Claretta Petacci era in possesso di un passaporto
spagnolo intestato a Carmen Sans Balsells. Claretta viaggiava con suo fratello
Marcello che esibì un falso passaporto diplomatico spagnolo e si dichiarò
estraneo al convoglio in cui, incappottato da sergente della Wehermacht, viaggiava Mussolini.
Poteva davvero essere salvato? Poteva evitarsi la macelleria messicana di Piazzale Loreto? Come
nota Sergio Luzzatto (Il corpo del Duce,1998) il cadavere di Mussolini incarna tutto l'orrore della guerra civile e se
si vuole assumere come mito fondativo della nuova Italia repubblicana prelude,
come cattivo presagio, a tutto il marcio che verrà.
E tuttavia,
da un punto di vista antropologico, appare comprensibilissimo l’odio feroce per
il tiranno finalmente abbattuto che si manifesta col dileggio del corpo, i
calci sferrati alla mascella che stregava l’altra piazza, quella sotto Palazzo
Venezia. Guardando alla Storia, è facile
imbattersi nel corpo del dittatore ucciso pubblicamente dileggiato, esposto
oscenamente. Mussolini, Ceaucescu, Saddam Hussein, Gheddafi. Esecuzioni
sommarie, prima o dopo il passaggio per un processo farsa.
Si parlava
di prospettiva ucronica. Accenno a «Occidente», il romanzo di Mario Farneti in
cui Mussolini rimane – come Franco – neutrale durante la II Guerra Mondiale, lì
vinta dagli Alleati nel 1944. Nel romanzo – tacciato per questo di
collateralismo neofascista – nel 1945 scoppia una Terza Guerra Mondiale tra
Occidente e Unione Sovietica. Come si legge in epitome su wikipedia: «L'Italia, ormai alla pari con le
altre grandi potenze, grazie alla neutralità è l'unica potenza occidentale non
indebolita dalla guerra e guida gli stati europei contro l'URSS. Gli Italiani
distruggono le armate sovietiche, marciano su Mosca e catturano il dittatore
russo, mentre costui tenta la fuga presso un villaggio in Armenia (cosa che può
ricordare la fine di Mussolini). L'Italia Fascista diventa una superpotenza
mondiale che estende il suo dominio dall'Eritrea ai monti Urali, confinando i
sovietici in uno stato ad Est.»
In
«Occidente», Mussolini muore quasi novantenne, nel 1972, dopo aver resistito al
colpo di stato ordito contro il regime fascista dal re Carlo Alberto II (similmente
a ciò che accadde il 25 luglio 1943). La monarchia è finalmente abbattuta e in
Italia viene proclamata la Repubblica.
martedì 11 settembre 2012
Il bombardamento di Isernia in «Incontro nella nebbia» di Giorgio Origo
Giorgio Origo, genovese, classe 1925, nel settembre del '43 è un ragazzo non ancora diciottenne. Affronta, da solo, un viaggio che assume presto connotati di Odissea, dovendo raggiungere Isernia - dove ha, a pensione, madre e sorella - partendo da Foggia, dove la famiglia vive e dove è rimasto il padre. Il racconto di quel viaggio, e di quello che successe alla famiglia una volta ricongiunta (e sfollata a Castelpizzuto), è contenuto nel suo libro di memorie «Incontro nella nebbia», pubblicato nel 2009 (e presentato anche a Isernia, per interessamento di questa biblioteca "Michele Romano" in un incontro con l'autore tenutosi al Liceo Majorana).
«Alle prime luci del giorno il convoglio era gremito all'inverosimile; nei carri non entrava più nemmeno uno spillo. C'era gente perfino sui respingenti. Finalmente fu attaccata una locomotiva e il treno, sferragliante e sbuffante fumo e vapore, partì. Tra fermate, soste e ripartenze, dopo un paio d'ore aveva percorso una cinquantina di chilometri e imboccò l'ultima galleria, quella che immetteva nell'altopiano di Isernia. All'uscita del tunnel, quando ormai ne era fuori, la vaporiera bloccò improvvisamente i freni facendo stridere le ruote sui binari e, con veloci colpi di biella, invertì la marcia ricacciando il treno in galleria dove si fermò ansimando.
- Ci sono gli aerei... stanno bombardando Isernia! - Gridò qualcuno.
Tutti saltarono giù dai vagoni e corsero all'imboccatura, per guardare verso la città, qualche chilometro più avanti.
Isernia, infatti, era avvolta da un nuvolone di polvere e dense colonne di fumo si alzavano da vari incendi verso il cielo. Si udivano i sordi boati delle ultime esplosioni e l'aria vibrava del cupo rombo di molti aerei in formazione.
(...)
Un buon gruppo, certamente tutta gente di Isernia, impaziente si incamminò di buon passo lungo la linea ferroviaria verso la città fumante. Giorgio, davanti a tutti, correva saltando speditamente da un traversino all'altro e giunse per primo alla stazione di Isernia, notando che il famoso viadotto era ancora tutto intero.
Fu subito aggredito da quel sinistro, aspro odore, che ormai ben conosceva, prodotto dagli incendi e dall'esplosione delle bombe, accompagnato da zaffate di lezzo proveniente da roba organica in decomposizione, ricordo di precedenti incursioni.
Attraversò di corsa la parte alta della città, quella più pianeggiante: era irriconoscibile! Ricordava quei quei vasti spiazzi erbosi dove le donne distendevano sull'erba le lenzuola del bucato spruzzandovi acqua, di quando in quando, per farle bene imbiancare al sole... Ora su quei prati c'erano solo enormi crateri prodotti dalle esplosioni, alberi recisi i cui tronchi sembravano infernali pennelli da barba, fili della luce che penzolavano dai pali, detriti di ogni sorta e polvere, polvere che aleggiava ancora nell'aria.
Passò accanto al corpo di una vecchia contadina vestita di nero. Una delle sue gambe rinsecchite puntava grottescamente verso il cielo; sembrava indicare i brandelli di lenzuola che sventolavano impigliati nei rami di un albero: forse il suo ultimo bucato.»
(1 - continua. Incontro nella nebbia / Giorgio Origo, Foggia, Edizioni del Rosone, 2009, pp. 61 e ss. Foto: Imperial War Museum/London)
«Alle prime luci del giorno il convoglio era gremito all'inverosimile; nei carri non entrava più nemmeno uno spillo. C'era gente perfino sui respingenti. Finalmente fu attaccata una locomotiva e il treno, sferragliante e sbuffante fumo e vapore, partì. Tra fermate, soste e ripartenze, dopo un paio d'ore aveva percorso una cinquantina di chilometri e imboccò l'ultima galleria, quella che immetteva nell'altopiano di Isernia. All'uscita del tunnel, quando ormai ne era fuori, la vaporiera bloccò improvvisamente i freni facendo stridere le ruote sui binari e, con veloci colpi di biella, invertì la marcia ricacciando il treno in galleria dove si fermò ansimando.
- Ci sono gli aerei... stanno bombardando Isernia! - Gridò qualcuno.
Tutti saltarono giù dai vagoni e corsero all'imboccatura, per guardare verso la città, qualche chilometro più avanti.
Isernia, infatti, era avvolta da un nuvolone di polvere e dense colonne di fumo si alzavano da vari incendi verso il cielo. Si udivano i sordi boati delle ultime esplosioni e l'aria vibrava del cupo rombo di molti aerei in formazione.
(...)
Un buon gruppo, certamente tutta gente di Isernia, impaziente si incamminò di buon passo lungo la linea ferroviaria verso la città fumante. Giorgio, davanti a tutti, correva saltando speditamente da un traversino all'altro e giunse per primo alla stazione di Isernia, notando che il famoso viadotto era ancora tutto intero.
Fu subito aggredito da quel sinistro, aspro odore, che ormai ben conosceva, prodotto dagli incendi e dall'esplosione delle bombe, accompagnato da zaffate di lezzo proveniente da roba organica in decomposizione, ricordo di precedenti incursioni.
Attraversò di corsa la parte alta della città, quella più pianeggiante: era irriconoscibile! Ricordava quei quei vasti spiazzi erbosi dove le donne distendevano sull'erba le lenzuola del bucato spruzzandovi acqua, di quando in quando, per farle bene imbiancare al sole... Ora su quei prati c'erano solo enormi crateri prodotti dalle esplosioni, alberi recisi i cui tronchi sembravano infernali pennelli da barba, fili della luce che penzolavano dai pali, detriti di ogni sorta e polvere, polvere che aleggiava ancora nell'aria.
Passò accanto al corpo di una vecchia contadina vestita di nero. Una delle sue gambe rinsecchite puntava grottescamente verso il cielo; sembrava indicare i brandelli di lenzuola che sventolavano impigliati nei rami di un albero: forse il suo ultimo bucato.»
(1 - continua. Incontro nella nebbia / Giorgio Origo, Foggia, Edizioni del Rosone, 2009, pp. 61 e ss. Foto: Imperial War Museum/London)
mercoledì 5 settembre 2012
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