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martedì 23 ottobre 2018

«La Storia di Isernia del Garrucci illustrata da Cesare De Leonardis»



Il Garrucci di De Leonardis. Ex uno, plures
(Gabriele Venditti)

Il libro che avete aperto e di cui state leggendo l’introduzione – questo libro, questa introduzione –  è unico; o meglio: unico è l’originale da cui sono stati tratti, in ristampa, i molti volumi tra cui il vostro. Andiamo a spiegare: La Storia di Isernia raccolta dagli antichi monumenti è un dotto divertissement – l’ossimoro è calzante – di un gesuita napoletano di metà Ottocento, Raffaele Garrucci – o, vezzosamente, Raffaello, come apposto dallo stampatore del 1848. Nell’unico dagherrotipo che lo ritrae maturo, in tre quarti, ha sguardo severo e mento volitivo, più adatto a un capitano di ventura che ad un archeologo e numismatico in abito talare, autore di oltre cento volumi, nessuno dei quali imprescindibile, eccettuata forse la monumentale Storia dell’arte cristiana. Va da sé che, se ci fermassimo al testo riprodotto in anastatica nelle pagine seguenti, potremmo solo convenire di essere incappati in una delle tante monografie comunali di gusto antiquario, dal titolo anche fuorviante perché limitato alla storia della sola città romana, tratta dalle numerosissime epigrafi che quel mondo ci ha generosamente lasciato, scritta per la curiosità dei pochi che – allora come ora – si muovono a loro agio tra l’epigrafia e altre morenti discipline.
Chiariamo, allora: questo libro – anzi, quel libro: l’originale – è unico non per le sue duecento pagine di testo, ma per la nutrita appendice che il notaio isernino Cesare De Leonardis, nell’ultimo decennio del XIX secolo, fece aggiungere in calce alla sua personale copia del Garrucci, rendendola personalissima; su quei cento e più fogli di carta filigranata rilegati col volume del gesuita napoletano a formare un corpo unico, De Leonardis ha riportato, a matita, a china e inchiostri colorati, piccole vedute della sua città, schizzi e disegni, la gran parte assolutamente inediti, che lui, perché appassionato di storia locale e archeologia, fece di luoghi, monumenti e reperti archeologici allora visibili a Isernia e nel contado; bozzetti che costituiscono l’unica testimonianza visiva attualmente nota – quasi fotografie da un età prefotografica – di ciò che non è più esistente o di ciò che, fino ad ora, nemmeno si conosceva come esistente.
Non so se, a questo punto, è chiara l’unicità del Garrucci di De Leonardis. Pensate, allora, alla Venezia del Settecento senza il Canaletto, alla Roma drammatica ritratta a bulino da Giovanni Battista Piranesi. Ora, riducendo del dovuto, vorrei continuare la proporzione (a:b = c:d) intercalando Isernia e De Leonardis. Pensate alla difficoltà di ricostruire il paesaggio urbano che fu per città che non sono Roma o Venezia, tante volte e da tanti ritratte; ma per terre di provincia, periferiche e misconosciute, con pochi cantori e ancor meno illustratori, che pure hanno storia millenaria e tante volte hanno modificato il loro volto, fino a cancellarne anche le cicatrici. Consideriamo Isernia, devastata – fermandoci all’ultimo millennio – da almeno quattro terribili terremoti e provata dal fuoco di eserciti antichi e moderni, i Francesi del 1799, i Piemontesi del 1860, gli Angloamericani e i Tedeschi in ritirata del 1943; per non parlare di nemici meno eclatanti ma altrettanto perniciosi, nel loro continuo, silenzioso operare da tarlo: il cemento selvaggio, l’incuria, l’ignoranza di chi non distingue tra antico e vecchio. Continue trasformazioni, che non sempre – o quasi mai – procedono lungo la linea che porta verso la bellezza, l’armonia. Quanto importante, allora, è avere avuto, se non il Canaletto con la sua Camera obscura, almeno un devoto notaio, animato dall’amore per la città, che dobbiamo immaginare curvo sul suo taccuino a raccogliere per vie, vicoli e mulattiere schizzi di antiche pietre, da riprodurre poi in bella copia, a sera, alla luce di un lume a petrolio, sull’album in calce al suo Garrucci.
Perché è così che operava il nostro Cesare: con i suoi amici – tra tutti quel Domenicantonio Milano autore di una monografia su Isernia che solo quest’anno è stata finalmente edita – esplorava il territorio alla ricerca di antichità, che riportava su fogli sciolti, sul retro magari di grigia corrispondenza notarile (spesso, dietro le minute dei disegni, ci sono appunti inconferenti, che parlano di ipoteche o compravendite). Poi, con calma, ricopiava in bella, a china e colore, sui fogli ocra del Garrucci. Non sempre, tuttavia, c’era posto per le note, l’indicazione del luogo di ritrovamento, le misure del manufatto. Sull’originale, sulla bella copia, spesso molte informazioni sono andate perse (tante che, per molti disegni, è spesso ignoto addirittura l’oggetto ritratto). Per questo, le minute, gli antigrafi – fortunatamente conservati nell’Archivio familiare dei De Leonardis, insieme al volume di Garrucci – completano, quando possono, con i dati che recano, i disegni dell’appendice (e in questa edizione si è deciso di riportare in didascalia, laddove sono state trovati, gli appunti delle minute).
Molte di queste informazioni, tuttavia, possono forse non avere più significato: non sappiamo, noi lettori tardi, giunti dopo oltre un secolo a sfogliare di nuovo il Garrucci di De Leonardis, quale sia il «fondo che si coltiva da Vincenzo Di Falco, sulla strada che mena a Fornelli»; dove il giardino del signor D. Cosmo Melogli, nel quale il 3 giugno del 1890 Cesare trovò e disegnò un certo rudere;  gli esatti confini della tenuta del signor D. Ippolito Laurelli, alla Quadrella, così ricca di epigrafi.
Ma per tanti altri disegni e glosse, è diverso. Come una macchina del tempo, ci aprono finestre su una città che non esiste più: troviamo perfettamente ritratta, in ogni suo dettaglio architettonico, la facciata della Chiesa dell’Annunziata – che, sconsacrata, si conservò fino al 1896 per poi cedere superficie all’attuale palazzo Pansini – della quale era noto soltanto il portale perché finora apparso, fuori fuoco, in una foto d’epoca. Assolutamente inedita, invece, la Porta di Giobbe, aperta nel tracciato delle mura medievali, dove ora termina il vicolo che ne ha mutuato l’odonimo, e che scopriamo ora avere arco a tutto sesto, affiancato lateralmente da due bertesche. Così anche il Convento di Santa Maria delle Grazie, che conoscevamo unicamente in pianta e, per il solo lato che dava sul Tratturo, per una fotografia scattata in occasione di una Fiera delle Cipolle di anteguerra. Allo stesso modo, inedita è la vista a volo d’uccello di Palazzo S. Francesco, ritratto dal suo lato orientale, sovrastante i magnifici orti urbani che caratterizzarono la città, e indicato in didascalia come «diruto monastero di S. Francesco», perché ancora colpito, a fine secolo, dagli effetti del devastante terremoto del 25 luglio1805.    
Viene chiarito il mistero dell’obelisco di Piazza Mercato, o Largo San Pietro, come allora altrimenti si chiamava la piazza centrale di Isernia, mutuando il nome dall’intitolazione della Cattedrale: e questa è storia che merita una digressione. Fino all’inedito bozzetto del notaio, l’obelisco era rappresentato in due sole immagini: una stampa di metà Ottocento, più volte riquadrata e modificata, e una sgranata fotografia dell’ultimo decennio del secolo. Nella stampa, meno nella fotografia, la piazza veniva rappresentata, al centro, con fontana e obelisco. Dal punto di osservazione scelto – spalle a via Marcelli e faccia alle Mainarde – sembrava quasi che fontana e obelisco, schiacciati nella prospettiva, costituissero un tutt’uno e che l’obelisco si ergesse dal centro della vasca. Per vero, fonti d’archivio, ci riferivano già di come l’obelisco fosse distante dalla fonte almeno una decina di metri e di come ne nascondesse il castelletto di carico dell’acqua, necessario in quanto la fontana prevedeva non soltanto, a livello di terra, quattro getti tratti dalla bocca di altrettanti leoni in pietra, ma anche una vasca centrale con, alla sommità, uno zampillo. De Leonardis ritrae la stessa piazza ribaltando il consueto punto di vista e collocando, idealmente, l’osservatore su un pallone aerostatico fermo sul vallone della Precia, che guardi a ovest verso la Cattedrale. Qui l’obelisco si erge, coprendo la fontana, la Cattedrale e il resto, monopolizzando la scena. Posto sulla sua sommità, un giglio (segno della dinastia dei Borbone, incredibilmente rimasto anche oltre il settembre 1860), non una croce, come si direbbe a guardare l’immagine in stampa e fotografia. Segue un prezioso autografo, la cui trascrizione riporto integralmente qui – sebbene presente nel prosieguo dell’opera – per dare già idea del prezioso contributo che le molte glosse apposte ai disegni dànno a chi sia interessato a ricostruire il volto di quella città di Isernia:

«Dal 15 al 31 marzo 1896 furono abbattute per deliberazione del Municipio di Isernia: 1. La fontana in pietra di forma circolare sita nel Largo S. Pietro e propriamente innanzi al Cortile del Palazzo Vescovile, le cui acque si versavano a getto per la bocca di quattro leoni di pietra scolpiti, giacenti e situati a croce, nel cui centro si innalzava una vasca circolare, anche in pietra, con un rilievo in mezzo a guisa di pigna da cui scaturiva dell'acqua a zampilli. 2. Il Castelletto a guisa di piramide a pochi metri discosto da detta fontana da cui derivavano le acque della fontana istessa. Esso Castelletto era di mattoni a piatto, lato da terra circa metri dieci, con base in pietra viva alta circa metri tre ornata di cornice della stessa pietra ed all'apice una palla sostenuta da una pietra di forma quadrata ai cui lati leggevasi: 1° lato A.R.C. 1832; 2° lato AESERNIA; 3° lato FERDINANDO II; 4° lato D.D.D. La stessa palla sosteneva all'apice un giglio, del pari scolpito in pietra, appartenente allo stemma dei sovrani Borboni. Nella facciata di essa piramide, verso la Piazza di S. Pietro, erano incastrate, alla base, una leggenda, o dedica, all'ex sovrano Borbone, scolpita in marmo, ed alla metà dell'altezza di essa piramide lo stemma di Isernia come qui riprodotto. Tale costruzione rimontava ad oltre mezzo secolo e non è fuori proposito far osservare che tanto la leggenda che il giglio di sopra descritti furono abbattuti e distrutti nelle vicende della rivoluzione del 1860 contro l'abolita Dinastia borbonica. »        

Il libro di cui avete terminato di leggere l’introduzione – questo libro e questa introduzione – è unico e prezioso per motivi che, da lettori, apprezzerete e condividerete già prima di giungere all’ultima pagina. 

venerdì 21 settembre 2018

La Reazione nel “Museo della Memoria”

Articolo pubblicato su ArcheoMolise n. 32, anno IX, 


La Reazione nel “Museo della Memoria”

Gabriele Venditti





«La memoria non è ciò che ricordiamo, 
ma ciò che ci ricorda.»
Octavio Paz      

Lo scorso sabato 7 aprile – colmando una lacuna presente nella primo allestimento e confermando, in pieno, il senso di un’istituzione che si presenta quale “Museo della Memoria” di una comunità – è stata finalmente inaugurata la sezione del Museo Civico di Isernia dedicata ai fatti della Reazione borbonica consumatisi nell’autunno tragico del 1860.
Grazie all’intuizione e all’impegno profuso dal direttore del Museo, Duilio Vigliotti, e alla collaborazione dell’Associazione “Scapoli 1943/1944” e della Biblioteca comunale “Michele Romano”, nelle due sale seminterrate che finora hanno ospitato la sezione Celestino V (ora traslata ai piani superiori) è stata allestita un’esposizione permanente con il fine non soltanto di far conoscere quanto accaduto in città in quei giorni di fine estate e inizio autunno del 1860 – ed è funzione fondamentale per fatti che, in gran parte, nella narrazione consolidata del Risorgimento italiano sono stati pudicamente omessi o riportati in forma unilaterale, partigiana, misconoscendone la reale portata – ma anche di far comprendere, per empatia, grazie alla capacità suggestiva e immediatamente evocativa dei materiali in mostra, il clima che allora si respirava in città, al Macerone, a Pettorano, nel confuso Contado di Molise che, provincia del Regno duosiciliano, traumaticamente cambiava colore e ai gigli dei Borbone sostituiva repentinamente lo scudo sabaudo.
Se parlo di lacuna che si è colmata è perché la Reazione connota Isernia più di altri suoi già celebrati accadimenti. In quell’annus horribilis la città, luogo spesso periferico nella geografia della Storia, si è trovata suo malgrado ad esserne – seppure per venti giorni in tutto – il centro. Si è scritto, nell’immediato, che «il di lei nome disonorato fe’ il giro d’Europa», e davvero se ne parlò – magari male – a Londra come a Vienna, e non è accaduto altre volte. È a Isernia che si mostrò quanto difficile a realizzarsi fosse il progetto di Italia e Vittorio Emanuele; è a Pettorano che i garibaldini di Nullo, per disarmante ingenuità e spocchia, prendono la prima sonora sconfitta, per mano, essenzialmente, degli irregolari molisani di Salzillo; è al Macerone che per la prima volta si incrociano le lame dei Piemontesi e dei Napoletani, eserciti con ranghi e divise, battaglia risorgimentale come Pastrengo o Solferino. 


La funzione di introdurre il visitatore ai fatti del 1860 viene affidata al grande pannello che occupa un’intera parete della prima sala e riporta la densa cronologia di quei giorni. Se la Reazione – l’insorgenza popolare che, per paradosso, esplode violenta per la conservazione del vecchio regime, e non contro di esso, per un suo sovvertimento – deflagra e si spegne nell’arco di pochi giorni (30 settembre – 20 ottobre), occorre partire almeno dal maggio di quello stesso anno, dallo sbarco di Garibaldi a Marsala, per avere un quadro chiaro di quegli eventi. Con l’avanzata delle Giubbe rosse lungo lo stivale cresce progressivamente – specie tra le élite borghesi – la scelta di campo per l’opzione unitaria. Comitati spontanei sorgono nelle città del regno: mazziniani e repubblicani alcuni; altri, la maggior parte, per l’annessione all’Italia dei Savoia. Con Francesco II in malinconica clausura a Gaeta, il 7 settembre 1860, Garibaldi entra a Napoli da dittatore. Pochi giorni e, nei territori al di qua del Volturno, che fa da nuovo limes, si instaurano governi insurrezionali guidati dai comitati unitari. Isernia fa subito la sua professione di fede: «Cittadini, Municipio, Clero, Guardia Nazionale e Autorità tutte di Isernia» scrivono al dittatore Garibaldi rendendo «consenziente omaggio per l’annessione al Regno italiano sotto lo scettro di Vittorio Emanuele». Sulla bontà della dichiarazione è lecito dubitare. L’élite cittadina sceglie la via – italianissima – dell’attendismo. Si è al tracollo di un regno secolare, ma qui e là segnali di ripresa vengono avvertiti: e se dovesse ritornare il Borbone? Allora, se è vero che sottoscrivono per Garibaldi, gli ottimati impegnano comunque la seconda metà del mese di settembre a fare intelligenze con la corte di Gaeta, preparando nelle cantine la sollevazione della città.


Isernia, c’è da dire, non è un posto a caso sulla mappa. È uno snodo fondamentale, importante retrovia del fronte garibaldino. Così, far sollevare la città in concomitanza con la grande battaglia sul Volturno (che ci sarà infatti il 1° di ottobre e che vede, per la prima volta da Marsala, l’esercito di Francesco II finalmente mostrare i denti) assume un significato strategico ben preciso e non casuale, come vuole la vulgata. Con Isernia, e il suo circondario, in mano ai lealisti si accendono fuochi alle spalle dei garibaldini, che devono essere spenti: si distraggono così forze che dovrebbero servire altrove.
Tutto questo, però, cova sotto la cenere: fino al 30 di settembre, la città appare tranquilla e convintamente liberale e unitaria: il nuovo corso è stato ben evidenziato  con la nomina a sindaco di Stefano Jadopi, che dal 1848 in poi non ha mai nascosto il suo impegno nella causa unitaria: per uno scherzo del destino, che avrà presto tragici connotati, è genero del cavalier Gennaro De Lellis, che invece è il campione cittadino dell’ortodossia borbonica. Di Stefano Jadopi, del suo rapporto di amore-odio con la città che poi rinnegherà, in un volontario esilio napoletano, il museo civico reca ampie testimonianze: di proprietà della famiglia Jadopi (venne acquistato dall’ultimo erede, negli anni sessanta del ‘900) è la Storia d'Isernia al cadere de' Borboni nel 1860, opera miscellanea che raccoglie i pamphlet di don Stefano – sebbene pubblicati come anonimo; volume prima conservato in biblioteca e ora esposto in teca, aperto sull’elenco dei condannati al processo di Santa Maria Capua Vetere; il lasciapassare a lui accordato per recarsi a Napoli a firma del sottintendente di Isernia, Giacomo Venditti; l’arme di famiglia, vergata a tempera su carta (pure acquistata dall’ultimo erede).


Arriviamo alla notte del 30 settembre; già all’imbrunire, centinaia di cafoni  armati di ronche, falci e pochi fucili, in parte rubati al presidio della Guardia Nazionale, si radunano a Largo Fiera, fuori dall’abitato (la Guardia, sia detto en passant, è la milizia civica istituita nel 1806 da Giuseppe Bonaparte, sull’esempio della Garde nationale della Rivoluzione francese: soppressa nel 1848, era stata ricostituita, in fretta, nel luglio del 1860, e con Garibaldi dittatore riconfermata nel settembre 1860,  seppure purgata dagli elementi più apertamente filoborbonici; in esposizione c’è sia la bella divisa turchina da milite della G.N., con giubba e buffetteria, sia un fucile ad avancarica e innesco a pietra focaia, contemporaneo agli eventi qui narrati). Torniamo ai fatti: l’orda attende un segnale, che arriva col buio dai servi di don Gennaro; come un fiume che abbia rotto gli argini, si riversa in piena lungo lo stretto budello che, ab urbe condita, attraversa Isernia correndo da nord a sud, da capammonde a capabballe, fino al Convento dei Celestini, sede della Sottointendenza, che cinge d’assedio, mettendo in fuga i pochi garibaldini del presidio cittadino, agli ordini del maggiore Ghirelli. Rivolge, quindi, forconi e attenzione verso palazzo De Baggis, che è di fronte, ed è ultimo riparo dei liberali cittadini. Qui i cafoni uccidono Cosmo de Baggis, feriscono a morte il figlio ventenne di don Stefano, Francesco di Paola Jadopi, e credono di uccidere pure quel Ferdinando Boccia, giudice mandamentale, che si salva solo perché ha la prontezza di fingersi morto. Di Francesco Jadopi il museo espone, in pannello, la riproduzione delle lapidi funerarie, una volta collocate nella cappella di famiglia, abbattuta già fatiscente quando l’espansione edilizia della città – per allineare quello che, per ironia, nell’odonomastica cittadina è Corso Risorgimento – ne richiese un nuovo, definitivo sacrificio. C’è pure una poco umoristica vignetta uscita su un giornale dell’epoca durante la celebrazione del processo di Santa Maria Capua Vetere per i fatti della Reazione isernina, in cui si vede uno Stefano Jadopi, agghindato à la Cavour, con barbetta neroniana e pince nez, che chiede in ristoro ai giudici tanto oro quanto pesi il cadavere del figlio, ritratto in aula, sotto un sudario.
L’orribile notte termina coi saccheggi e gli arresti arbitrari di quanti vengono riconosciuti come liberali. Il giorno dopo, 1° di ottobre, a una città che è in piazza, con le armi ancora calde in pugno, fa da contraltare un’altra città, attonita, sgomenta che inizia a nascondersi, a fuggire. Intanto il sinedrio reazionario che si instaura nelle stanza del vescovato comincia a lavorare: occorre inviare dispacci a Gaeta; invitare l’esercito regio a occupare la città, prendere contatti coi lealisti del distretto, perché si armino e si sollevino dovunque; rinominare sindaci e capi urbani. Occorre soprattutto frenare gli animi, già tanto esacerbati, della plebaglia, ché non pensi di potersi muovere in autonomia, senza ossequio a corona e altare, trasformando la Reazione in Terrore anarchico. Finita la festa, insomma, va ristabilito l’ordine.
Ma l’ordine è destinato a durare poco: in poco più di venti giorni, Isernia viene riconquistata e ripersa più volte e come un osso, che via via si consuma, si divide tra due cani ringhiosi. La spedizione garibaldina del neonominato governatore della provincia di Molise, Nicola De Luca, giunge a Isernia la sera del 4 ottobre e aggiunge nuovo sangue a quello già versato. De Luca è avido e come primo, punitivo atto impone – come fosse un Totila o un Genserico che espugni l’assediato – una pesante tassa di guerra. Nella notte, poi, ci si abbandona allegramente al saccheggio delle case dei vinti, quella del cavalier De Lellis per prima. La città, tuttavia, si conserva  libera e liberale per una sola notte: la mattina di venerdì 5 ottobre, da Venafro, ripartono i borbonici del maggiore De Liguori e i molti cafoni del contado, che dopo un nuovo scontro nell’abitato, casa per casa, riprendono Isernia, che conserveranno fino alla Battaglia del Macerone. Chissà se le punte di baionetta esposte ordinatamente nella seconda teca dell’esposizione museale sono proprio quelle usate dalla gendarmeria borbonica alle spalle dei garibaldini di De Luca per spingerli alla disordinata fuga lungo la consolare per gli Abruzzi. Con l’ingresso dei regi in città, riemerge l’anima nera dell’isernino. Si recuperano i ferri, le zappe, le ronche rimaste all’orto solo per un giorno, e si scatena nuovamente la caccia alla camicia rossa. Nuovi (vecchi) padroni e nuovo sangue in città: come nota nel suo memoriale Giuseppe Buttà (pur se legittimista e filoborbonico), «I liberali d’Isernia all’arrivo del governatore de Luca, saccheggiarono le case de’ borbonici, e costoro al giungere di de Liguori, saccheggiarono le case de’ liberali. Di modo che, la disgraziata Isernia, in 24 ore fu saccheggiata ed insanguinata due volte!».  


È in questa occasione che si registra, probabilmente, l’episodio più agghiacciante, quell’osceno sabba che si officia dopo la resa degli ultimi garibaldini in Palazzo Jadopi, con l’incendio, il saccheggio, le teste spiccate di netto che rotolano giù per le scale, finendo in piazza a fare da palla (gioco nel quale eccellono i carpinonesi, come si dirà nelle carte processuali) o inastate come trofei da portare in processione. 
All’alba, Isernia si sveglia nauseata dai postumi di questa nuova ubriacatura. Alle carceri dell’Annunziata si procede al cambio della gurdia: escono gli arrestati del 4 ottobre, entrano gli ultimi libe­rali rastrellati in città. Ma che le cose vadano al peggio è ben rappresentato dal fatto che i topi abbandonino già la nave: De Lellis figlio, nominato da Gaeta nuovo sottointendente tarda ad accettare l’incarico e lascia per cautela la città; anche il vescovo Saladino, da tutti ritenuto il papa nero della Reazione (benché con l’energia di un ottuagenario), mette al sicuro le terga sulla più stabile cattedra di Venafro.    
Fuori città è pure Jadopi, che da Napoli richiama l’attenzione di Garibaldi sulla odiata citta natale. Per suo interessamento, e per quello del bojanese Pallotta che millanta un contributo di tremila volontari, si fa muovere oltre il Matese una colonna armata, con l’intento di riprendere Isernia. A guidarla, un garibaldino della prima ora, il colonnello Francesco Nullo. A Bojano, però, dei tremila uomini promessi ne trova meno di cinquanta. Maggiore prudenza suggerirebbe di lasciar perdere, aspettare i Piemontesi in rapida discesa lungo Marche e Abruzzi. Ma gli oltre mille garibaldini di cui complessivamente dispone vengono ritenuti da Nullo un numero comunque sufficiente a tentare l’impresa, e così la Colonna, il 16 ottobre, si mette in movimento. È un suicidio: hanno di fronte le tremila baionette dei regolari al comando del generale Luigi Scotti Douglas, conte di Vigoleno; ma quella che Nullo sottostima davvero è la forza e ferocia del migliaio di partigiani di Teodoro Salzillo che s’accompagnano all’esercito regolare duosiciliano. Salzillo, sia detto en passant, è personaggio da romanzo, tuttavia misconosciuto: primula rossa della Reazione, metà Pancho Villa e metà James Bond, è ubiquo nell’estate del 1860, sostenendo la causa lealista ovunque serva. Lo troviamo a fare da corriere per Gaeta; battersi contro le giubbe rosse alle pendici del Matese campano; tramare a Isernia facendo doppiogioco, e poi scoprirsi guidando in campo aperto i suoi irregolari contro la Colonna De Luca; determinante a Pettorano contro Nullo, meno sul Macerone, contro i bersaglieri. Eppure, di Salzillo e dei suoi nella storia ufficiale non c’è menzione (nel catalogo della mostra “Molise 1860 - I giorni dell'unità”, Salzillo, che pure è autore di una decina di monografie, viene indicato come “un contadino di Pozzilli”). È il destino degli sconfitti, certo; ma la damnatio memoriae nei confronti dei vinti del Risorgimento ha operato probabilmente con maggiore energia e più difficile si mostra l’impresa di recuperare memoria.
Così, il 17 di ottobre, nella piana di Pettoranello, la gendarmeria borbonica e la fucileria dei cafoni di Salzillo chiudono a tenaglia gli smarriti garibaldini della Colonna Nullo, ed è strage, durante e dopo la battaglia: a notte la campagna si riempie degli sbandati, che prendono a vagare senza direzione e, quando presi, subiscono sevizie e morte per decapitazione. Tra gli sbandati, c’è anche Domizio Tagliaferri, la cui camicia rossa – donata alla Biblioteca “Michele Romano” dalla famiglia Lemme – fa ora miglior mostra di sé nella prima teca, insieme con la berretta garibaldina e una sciabola da ufficiale. Domizio, farmacista di Matrice, era sottotenente del 1° Btg. Cacciatori Irpini, inquadrato nella Brigata Carbonelli al seguito di Nullo (ce lo dice la lettera d’ingaggio, in originale, pure in mostra); ci ha lasciato un memoriale, La spedizione di Isernia, dai toni molto critici verso lo stato maggiore garibaldino, attribuendo ogni responsabilità al comando di Nullo, che inavvedutamente derogò agli ordini ricevuti, ed espose i rossi a quella «tremenda carneficina, che la storia stigmatizza con parole di fuoco, e da cui pochi soltanto, ed a mala pena» scamparono.  

  

Vittoria inutile, tuttavia, quella riportata a Pettorano. A Isernia non si festeggia: la città è intristita e contempla le sue macerie, non solo materiali. S’inizia a realizzare l’ineluttabilità di un destino deciso altrove, che porterà gli isernini ad essere presto sudditi di un diverso re. Vittorio Emanuele sta scendendo col suo esercito a prendersi il Sud. Il 20 ottobre 1860, nella nebbia del Macerone, l’avanguardia piemontese ha facile ragione delle poco motivate forze borboniche, guidate dall’ottuagenario Scotti Douglas. C’è la resa. La cavalleria sabauda entra al galoppo in città: sono gli uomini del 1° Squadrone di cavalleria, i Lancieri di Novara, che a Isernia si guadagnano una medaglia di bronzo al valor militare per la carica che taglia la fuga ai napoletani, infilandoli in una sacca. Loro è la mantella di panno grigioverde, l’elmo da dragone, e  la sciabola a guardia aperta e pomolo a testa d’aquila che sono esposti nella lunga vetrina al centro della prima sala.
Cialdini – che pure darà il meglio di sé da qui a qualche mese, da plenipotenziario nella lotta al brigantaggio – si conforma al clima plumbeo che grava sulla città, imponendo la legge di guerra. Appena insediatosi, la sera del 20, telegrafa al governatore De Luca e dice: «Faccia pubblicare che fucilo tutti i paesani armati che piglio, e do quartiere soltanto alle truppe. Oggi ho già incominciato»; e non millanta: davanti al plotone di esecuzione cadono in giornata i primi dieci paesani scelti tra quelli che al Macerone gli hanno contrastato il passo (il proclama di Cialdini è a parete, tra i reperti in esposizione).
Nessun plebiscito si inscena a Isernia per il 21 di ottobre: l’adesione al nuovo Regno viene data per scontata. Re Vittorio verrà in città di lì a due giorni. Dorme una notte sola, in casa di don Vincenzo Cimorelli, prima reazionario e ora campione cittadino di quel trasformismo nuova moda nazionale. Nel suo entourage annotano che Vittorio Emanuele rimanga così fortemente colpito dalla città da esclamare: «Se non fosse città italiana l’avrei trattata da re barbaro».
Ne seguì un difficile ingresso in Italia. Il grande processo di Santa Maria Capua Vetere condannò i manovali della Reazione salvandone i mastri: le elité andavano in ogni caso salvate, occorrevano a costituire l’ossatura della nuova, fragile nazione. A scorrere i nomi dei condannati – nel lungo elenco presente nel liblro di Jadopi, si è detto – si incontrano gli stessi soprannomi che ancora adesso marcano le famiglie che isernine lo sono da generazioni (a testimoniare che, in fondo, centocinquant’anni sono pochi davvero). A Isernia, a distanza di mesi, i morti rimangono insepolti, e non è affermazione metaforica: Carlo Tedeschi, volontario della Guardia Nazionale di Milano, inviata nel Sud con funzioni di controllo del territorio, raccoglie questa immagine della città nel febbraio del 1861: «In fondo d’Isernia v’era un’altra cosa che doveva attirare l’attenzione di ogni cristiano. Un cimitero, o meglio un recinto da un muricciuolo, in cui stava una fossa ripiena di cadaveri (…) Al disopra di tutti i cadaveri vi stava quello di un uomo che doveva essere sul fiore della vita: il costume che vestiva era quello del luogo. Fra tutti, il suo corpo era ancora il men disfatto».



Bibliografia.
Anonimo [ma Stefano Jadopi] La reazione avvenuta nel distretto d'Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Napoli, 1861;
Anonimo [ma Stefano Jadopi] Risposte ai fatti narrati da V.M. Briamonte e F. Marulli sulla reazione avvenuta in Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Torino, 1862
Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Trieste, 1868
Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta: memorie della rivoluzione dal 1860 al 1861, Napoli, 1892/1893
Domizio Tagliaferri, La spedizione di Isernia, in “La Lega del Bene”, n. 28, giugno 1890
Carlo Tedeschi, I Milanesi a Venafro, Milano 1861
Gabriele Venditti, Isernia al cadere de' Borboni : fatti di rivoluzione e reazione nell'autunno 1860,  2011


giovedì 28 dicembre 2017

Dei Palazzi storici di Isernia


Articolo pubblicato su ArcheoMolise n. 30, anno IX, 
numero monografico dedicato a Isernia

Dei Palazzi storici di Isernia
Gabriele Venditti

Tragica cesura nella storia contemporanea della città di Isernia è il devastante terremoto del 26 luglio 1805, che sconvolge abitanti e abitato in misura tale che, può dirsi, esista un’Isernia precedente e una diversa città dopo di esso: come riporta il regio ispettore Giannoccoli a Ferdinando IV, che lo ha inviato nel cratere proprio perché ne riferisca, «Isernia, Maestà, non è più Isernia, e le fabbriche tutte o son cadute o stanno per cadere al suolo».
Se l’incipit è stato lasciato alla drammatica memoria del gran tremuoto è perché dei quattro, più rappresentativi, palazzi storici di Isernia – di cui qui tracceremo un profilo confidenziale – tutti, per effetto del sisma, furono o distrutti ed ex novo riedificati (il Seminario, Palazzo d’Avalos) o seriamente lesionati e, più o meno celermente, riattatti (Palazzo San Francesco) ovvero costruiti là dove il terremoto aveva fatto pulizia di precedenti, anonime fabbriche (Palazzo Jadopi).   

Progetto del 1829 «per la riduzione dell' ex convento di S. Francesco [...] in diverse officine di Amministrazioni», arch. D. Rispolimoncada (?) (ASCI, b. 14, f. 368 - rielaborazione dell'originale) 




Palazzo San Francesco
Palazzo San Francesco, ora sede del Comune, era – al tempo – un convento francescano. La tradizione cittadina –  un esempio nella breve monografia scritta dal can. Vincenzo Piccoli nella prima metà del XIX sec. –  vuole che sia stato lo stesso santo di Assisi, di passaggio per la città nel 1222, a fondarvi una chiesa intitolata a Santo Stefano, sulla quale, meno di cinquant'anni dopo, sarebbe stata eretta la chiesa di San Francesco, con annesso convento (1262 o, al più tardi, 1267). Il terremoto recò danni ingenti alla struttura: crollata per un terzo (l’ala a meridione, che dava verso il giardino) e prossima a farlo per i restanti due. C’è da dire che nessuno, all’epoca, spingeva per una celere ricostruzione: passato il Regno di Napoli dai Borbone a Gioacchino Murat, anche qui trovò applicazione il decreto imperiale del 25 aprile 1810 che stabilì la soppressione di tutti gli stabilimenti, corporazioni, congregazioni, comunità ed associazioni ecclesiastiche di qualunque natura e denominazione. Così, la proprietà del convento fu tolta, dal 1811, all’Ordine dei Frati Minori Conventuali, e nel 1812 un tale Giovanni Lemercier ne ottenne addirittura l’uso gratuito, per cinque anni, per impiantarvi una conceria. Tornati i Borbone a sedere sul trono, per l’ex convento non ci fu reintegra ai francescani. Il Concordato stipulato fra il Regno di Napoli e la S. Sede nel 1818 istituì una Commissione mista amministratrice del patrimonio ecclesiastico regolare, per occuparsi, appunto, della gestione dei beni sottratti dai miscredenti francesi alla Chiesa cattolica, e fu con atto rogato dal notaio isernino  Filippo Senerchia in data 14 giugno 1823 che il Comune di Isernia acquisì da detta Commissione, in enfiteusi perpetua, verso un canone annuo di 60 ducati, «un vasto locale, con cortile, fontana nel mezzo e giardino attaccato tutto cinto di muri; consiste esso in corridoi, sottani, mezzani e stanze superiori, porzione di detto locale alla parte del giardino già crollata, altra porzione verso la strada nuova è tutta lesionata e prossima a crollare e porzione poi verso la Città è in mediocre stato […] esso locale è appunto quello che prima era il convento de’ minori Conventuali di San Francesco di questa città (Archivio storico comunale di Isernia-ASCI, b. 14, f. 368)». Arriviamo al 1829: un documento dal titolo “Rischiarimenti relativi alla perizia del 28 feb. corrente anno per la riduzione dell’ex convento di S. Francesco, in questa città di Isernia in diverse officine di Amministrazioni” dà notizia della volontà del nuovo enfiteuta di valorizzare il bene per farne – diremmo oggi – un centro direzionale: Municipio, Sottointendenza, Ispettorato di Polizia, Tribunale e Uffici del dazio. Ma l’ingente somma necessaria allo scopo (6799 ducati) fece arenare il progetto, che era a firma di quell’architetto Domenico Rispolimoncada, Controloro de’ dazi diretti del Distretto, già abituato, peraltro, a veder naufragare le sue idee per una nuova città, come accaduto tre anni prima per la sistemazione di Piazza Mercato, con pavimentazione a losanghe e fontana centrale a quattro getti. Qualche anno più tardi, nel febbraio del 1834, l’Intendenza della Provincia di Molise stanzia fondi per urgenti riparazioni all’ex convento «ove trovasi casermata la Gendarmeria Reale», uno squadrone a cavallo (con il Regno d’Italia, ai Gendarmi si sostituirono i Carabinieri;  a questi, nel 1865, i bimbi dell’Asilo d’Infanzia). Le condizioni di Palazzo San Francesco, tuttavia, producono continue querele inoltrate dalla Sottointendenza al Comune: infiltrazioni d’acqua, solai che non reggono. La corrispondenza dura fino al 1837. Intanto, nel 1835 – come vedremo meglio parlando di Palazzo d’Avalos – l’Amministrazione comunale decise la vendita del Palazzotto, fino ad allora sede del municipio.  Si ebbe così la necessità di ricollocare la Casa comunale e si pensò, allora, all’ex convento. Da una nota datata 1840 si trae notizia, per la prima volta, di lavori necessari a sistemare l’ex convento per stabilirvi gli uffici dell’Amministrazione comunale. Sindaco, eletti e decurioni vi si impiantarono due anni più tardi, nel 1842 (quest’anno, dunque, si compie il 175° anno di Palazzo San Francesco quale sede del Comune). Insieme con gli uffici municipali, dal Palazzotto si spostò nell’ex convento anche il Teatro comunale. A ricordarcelo è Stefano Jadopi nella sua monografia municipale del 1858: descrivendo la città nelle sue luci e ombre, dice che nell’«antico soppresso Monistero de’ Conventuali si pensò di costruire un teatro, e se ne ottenne l’autorizzazione col Real Decreto del 18 Agosto 1835; ma non si diede principio ai lavori prima del 1839, lavori che rimasero sospesi nel 1845. Fu poscia proseguito nel 1847; e la decorazione si è alla fine portata a termine a spese parti­colari nell’anno 1855.» Quella del teatro comunale di Isernia è storia a sé, che meriterebbe spazio che qui non abbiamo. Va detto che venne realizzato (con i tempi e le cesure individuate da Jadopi) nel locale più ampio tra quelli che si affacciavano sul chiostro dell’antico convento e si svi­luppava, in altezza, fino al tetto. I disegni – del 1855, a firma dell’architetto Luigi de Cesare – mostrano un tipico teatro con pianta a ferro di cavallo, platea per ottanta posti e due ordini di palchi (il teatro, poi Cinema Italia, si conservò fino alla metà del Novecento). Palazzo S. Francesco ebbe per tutto l’Ottocento vocazione polifunzionale: sulla scheda consegnata dal Comune di Isernia all’agente delle Imposte relativa all’anno 1891 – si era da poco (1889) introdotta l’imposta sui fabbricati e i Comuni pagavano quanto i comuni cittadini – si legge che all’epoca il palazzo ospitava «Teatro comunale quasi sempre chiuso, Scuola, magazzino, Casa comunale e Corte d’Assise».
 

Atto sovrano di assenso all'alienazione di Palazzo d'Avalos a Ippolito Laurelli, 18 agosto 1835. (ASCI, b. 14, f. 370)


Pa­lazzo d’Avalos
Come anticipato, prima del 1835 un teatro comunale a Isernia c’era già, an­nesso all’ «antica Casa comunale» in Palazzo d’Avalos, lì da «epoca bastantemente remota», come può leg­gersi in una nota al Sottointendente del distretto di Isernia del 14 agosto 1847. Allorché venne decisa la vendita del Palazzotto a Ippolito Laurelli per 2100 ducati, con delibera del 3 marzo 1835, l’atto venne recato, via Intendente pro­vinciale, all’approvazione superiore di re Ferdi­nando II, che il 18 agosto 1835 vi appose, sì, la firma, ma «a condizione che si ergesse altra Casa e più commodo teatro».
Palazzo d’Avalos, Palazzo del Principe (come si incontra nella pianta a volo d’uccello di Giovan Battista Pacichelli del 1703 e conservato nell’uso fino a metà Ottocento) o più familiarmente ru Palazzotte, è tra i palazzi più importanti – se non il più importante – della città. Ci ricorda l’esistenza dell’effimero titolo di Principe di Isernia: quando il Viceregno decise di infeudare la fino ad allora fidelissima città regia di Isernia, la spuntò, nel 1643 Carlo Greco, duca di Montenero; ma tenne Isernia per poco e appena un anno dopo, cedendo alle pressioni della potente famiglia spagnola, la città venne ceduta (per 28.000 ducati!) a Diego d’Avalos, figlio secondogenito di Inigo III e Isabella d’Avalos, V marchesa del Vasto. Avuto il feudo, occorreva ora un titolo nobiliare adeguato, che Diego chiese alla Corona e subito ottenne: ecco il Principe di Isernia. Titolo effimero, poiché fu portato, oltre che da Diego, solo da suo figlio Cesare Michelangelo e sempre posposto ad altre e più importanti dignità che la casata ebbe, per finire poi dimenticato nella vicenda successoria che interessò l’ultimo d’Avalos, e quindi formalmente cancellato con regio Assenso del 6 aprile 1745, con il ritorno della città al Demanio. 




Quella attuale, sobriamente neoclassica, è la versione ottocentesca del palazzo, interamente ristrutturato dai Laurelli dopo – lo sappiamo –  il terremoto del 1805.
L’originale seicentesco, riferibile ai d’Avalos, era certamente ad un solo piano. Così viene riportato nella stampa della città di Giovan Battista Pacichelli che si rinviene in «Il regno di Napoli in prospettiva», del 1703: qui il “palazzo del Principe”, come indicato, ha pianta a “L”, coprendo due dei tre lati della piazza come l’attuale, ma dopo il piano nobile presenta già il solaio.
Non si conosce la data di costruzione. Atti di compravendita stipulati dal principe per acquisire case e terreni su cui edificare datano dal 1651. Certo è che quando Giovan Vincenzo Ciarlanti scrive, nel 1644, le sue «Memorie Historiche del Sannio» non c’è né palazzo, né piazza, dal momento che nella descrizione della città il primicerio isernino individua nella piazzetta davanti palazzo San Francesco (l’attuale Piazza Marconi) lo spazio più ampio aperto, dopo quello della Cattedrale, lungo il decumano cittadino; del resto, nel 1644, era appena stato vergato l’atto di vendita della città tra il duca Greco e Diego d’Avalos e un palazzo del principe era ancora da venire.
In un anonimo manoscritto che si conserva nell’Archivio d’Apollonio (presso la Biblioteca Michele Romano), intitolato Ricordo, o sia notizia sugli interessi del principe della Città d’Isernia, si legge: «D. Cesare d’Avalos, per farsi una abitazione da domiciliarci, si prese da Cittadini alcune case vicino alla ven. Chiesa della Ss.ma Annunziata di detta Città e specialmente dalla detta Chiesa due casette […] ed un giardino contiguo ad essa chiesa, per le quali casette ed orto si obbligò il succitato marchese corrispondere carlini otto l’anno, come in tutti i libri delle economie di detta Chiesa si trovano esemplati detti stabili». Non ci troviamo con le date: don Cesare è principe di Isernia dal 1697. Il Palazzotto risale probabilmente ad anni prima, edificato da don Diego, con le linee di solida grazia del palazzo marchesale di Vasto, sede del ramo maggiore del casato.



Prospetto del Seminario vescovile, di Nicola Sabbelli (tratto da Viti, Note di diplomatica ecclesiastica [....], 1972)




Palazzo del  Seminario
Il sito ospitava una chiesa altomedievale intitolata a San Paolo, che gemellava, dal lato opposto della torre campanaria (l’arco di San Pietro). Nel XIV secolo, sui ruderi di questa fu costruita la casa palazzata dei della Castagna, famiglia appartenente al notabilato cittadino: ad un Onofrio della Castagna, che aveva militato con valore nel campo aragonese durante la battaglia di Sessano (28 giugno 1442), re Alfonso concesse per gratitudine il titolo di barone in perpetuum su Sessano.




Arriviamo al 1704: Mons. Biagio Terzi, vescovo di Isernia, aveva stabilito di erigere in città un’ulteriore casa religiosa, questa volta per le Orsoline; essendo scaduto il termine temporale senza che si fosse stabilito il monastero, gli amministratori del Comune proposero e, verso l’assegnazione di 200 ducati di rendita annua, ottennero, nel 1728, con mons. Giovanni Saverio De Leoni, la fondazione del seminario diocesano sotto il titolo di San Francesco Saverio (va rilevato che, all’epoca, Isernia e Venafro erano diocesi separate e autonome; in Venafro esisteva un seminario diocesano almeno dal 1568). Fu, allo scopo, utilizzato proprio il palazzo dei signori Castagna, all’epoca, famiglia già estinta. Come altre fabbriche, anche il seminario venne seriamente danneggiato – si è detto – dal terremoto del 1805: «[…] l’è notabilissimamente patito, per cui vi occorrono delle grandissime riparazioni», annota Fortini. Nel 1827 si cominciò l’opera di riedificazione nel medesimo posto per volere del vescovo Gomez-Cardosa e condotto a termine intorno al 1842; di quegli anni è il disegno neoclassico della facciata, che si conserva nell’attualità, opera dell’architetto Nicola Sabbelli. 

Palazzo Jadopi, litografia di Wenzel, 1860


Palazzo Jadopi
Prima che in Regione Molise se ne decidesse l’acquisto per farne una sede istituzionale in città, iniziando un malaugurato, infinito restauro che lo ha spogliato del nitido basolato calcareo della corte interna per arricchirlo, beffardo contraccambio, di un’orrida corona in cemento armato, Palazzo Jadopi era tra gli edifici  più belli e rappresentativi di Isernia; e dire che rovina e sciagura il palazzo l’aveva già esperite in quell’inizio di autunno del 1860 allorché, il 4 di ottobre, fu assediato, saccheggiato e dato alle fiamme dai cafoni del partito borbonico, che dalle sue scale vanvitelliane fecero rotolare teste di garibaldini in un’orgia di sangue che fu presto risolta dal martello piemontese, sceso in città dal Macerone, il 20 ottobre 1860. La famiglia Jadopi, fino al tremuoto del 1805, aveva case nel vicolo a lato della fontana della Fraterna (oggi vico Concezione). Distrutte queste, dovendo ricostruirsene di nuova, anche per sottolineare la nuova dignità pubblica cui la famiglia era ascesa, Vincenzo Jadopi, già sindaco di Isernia scelse un terreno fuori dall’abitato storico, nell’allora periferico borgo di San Rocco, e avviò l’edificazione del grande palazzo su progetto dell’ingegner Crescenzio Pirozzi, adornato in gusto neoclassico dall’architetto Orazio Dentice. Più noto di Vincenzo fu suo figlio Stefano che continuò l’impegno pubblico, assumendo più volte la carica di sindaco, quella di consigliere distrettuale e deputato, sia a Napoli, nel 1848, che nel primo parlamento unitario di Palazzo Carignano a Torino. 




Nei giorni neri della Reazione isernina, allorché infiammò l’insorgenza filoborbonica e i pochi liberali venivano presi casa per casa, Stefano era a Napoli; fu suo figlio Francesco a pagare per procura: gli vennero cavati gli occhi nella notte del 30 settembre 1860, e dopo, essere stato rifiutato dal nonno, quel don Gennaro de Lellis campione cittadino del partito lealista, aver passato una notte in agonia al carcere dell’Annunziata e raggiunto finalmente la madre, donna Olimpia de Lellis, morirà nel pomeriggio del 1° di ottobre. Fu così che quando la folla assaltò il palazzo il 4 di ottobre, e saccheggiò corredi e stoviglie, mise fuoco ai libri della vasta biblioteca che lì si conservava pensando contenessero registrazione dei molti crediti vantati verso i concittadini, in casa non c’erano Jadopi, ma poche Giubbe Rosse che lo elessero, loro malgrado, a ultima Alamo. Davanti alle rovine fumanti del palazzo sostò anche Vittorio Emanuele II, giunto in città il 23 di ottobre. A cinque anni da quell’incendio, un livido Stefano Jadopi, ormai cittadino napoletano, si vide recapitare dal sindaco Delfini un’ordinanza di abbattimento per il palazzo che, pericolante, costituiva minaccia per la pubblica incolumità. Ne seguì un duello di carte bollate, molto italiano, che culminò nella relazione dell’ingegnere Luigi De Cesare che stabilì quali parti andassero abbattute, quali conservate. Centocinquant’anni dopo, si è tornati all’inizio: non molto diverso è l’attuale abbozzo da quel combusto scheletro dell’ottobre 1860.


Palazzo Jadopi (erroneamente indicato in didascalia come "Iadozzi") incendiato e collassato.
Illustrazione ca. 1861, tratta da periodico non noto (Archivio A. e M. Testa) 

Gli altri palazzi
Non possiamo non menzionare, seppure brevemente, altri palazzi cittadini: fabbriche notevoli, quasi tutte rinnovate nello stile neoclassico, causa – si è detto – il disastroso tremuoto del 1805.  Lungo Corso Marcelli, di fronte al Palazzo e alla Chiesa di San Francesco, si incontra nitida la facciata tardo settecentesca di Palazzo De Lellis-Petrecca, eretto grazie all’interessamento di re Ferdinando su disegno di Carlo Vanvitelli, figlio del più noto Luigi, l’architetto olandese della Reggia di Caserta. Nel 1860 il palazzo divenne sede del direttorio che resse il governo lealista nei tragici giorni della Reazione isernina (30 settembre – 20 ottobre). Vi abitava il cavaliere Gennaro De Lellis, ricevitore regio per il distretto di Isernia, legato ai Borbone da una – pur sottile – parentela, per aver fatto sposare suo figlio Francesco ad una delle tante figlie spurie di re Ferdinando II. Allorché Isernia si solleva contro il governo garibaldino, viene acclamato dal popolo minuto «come se esso fosse stato un principe reale.» Col tramonto del regno duosiciliano, mostrando una coerenza non comune tra gli ottimati, don Gennaro, seguirà Francesco II in esilio a Roma e non farà più ritorno in città. Altro esempio di architettura neoclassica è Palazzo Mancini-Belfiore, che si oppone alla Cattedrale. Pur uscendo integro dal bombardamento del 1943, che devastazione e strage aveva prodotto in tutta l’area circostante, un progetto degli anni ’50 ne propose l’abbattimento per perseguire una risistemazione funzionalista dell’area di Piazza Mercato: non se ne fece nulla e il palazzo, con la sua armoniosa facciata scandita a stucchi (falsi cantonali al primo piano; lesene doriche al secondo), è ancora tra noi. Di Palazzo Pansini-Clemente è maggiormente importante parlare di ciò che non si vede: è stato infatti costruito là dove la tradizione pone la casa del giurista Andrea d’Isernia; gli eredi, l’importante famiglia Rampini, ne fecero dono alla città, che vi edificò la Chiesa dell’Annunziata e, attiguo, un ospizio per i poveri che fu poi anche carcere. La Chiesa, già sconsacrata, si conservò fino al 1896 (si hanno ancora affreschi in un locale commerciale a piano strada). Nel 1926 si edificò l’attuale fabbrica in stile tardo umbertino. Chiudiamo questa minima rassegna con uno dei più bei palazzi cittadini, se non il più bello, Palazzo Pecori-Veneziale, edificato nel XVII secolo dai marchesi Pecori lungo l’odierna rampa Mazzini, l’antica Porta di Giove, accesso orientale alla città. Il Palazzo,  interamente in pietra, replica le linee solide dello stile rinascimentale toscano. I Pecori, probabilmente originari dell'aretino, sono attestati in città nel XVII secolo ma già estinti nell’800.


Bibliografia.
Pasquale Fortini, Delle cause de’ terremoti e loro effetti. Danni di quelli sofferti dalla città d’Isernia fino a quello de’ 26 luglio 1805, a cura di Titina Sardelli, Isernia, Marinelli, 1984;

Stefano Jadopi,  Isernia - storia edita e inedita della città, a cura di Fernando Cefalogli, Isernia,  Iannone, 2009;

Franco Valente, Isernia - origine e crescita di una città, Campobasso, Enne, 1982;



Pasquale Damiani, Palazzi e chiese della città d’Isernia, Venafro, Vitmar, 2003.

giovedì 14 dicembre 2017

«Isernia. L'altra memoria». Inaugurazione mostra



Biblioteca comunale - Inaugurazione mostra
(foto: Tobia Paolone)

Assessore Sonia De Toma, Gabriele Venditti, Manuela De Leonardis
(foto: Tobia Paolone)

Sindaco Giacomo d'Apollonio
(foto: Tobia Paolone)



lunedì 20 novembre 2017

«Isernia. L'altra memoria». Comunicato stampa

ISERNIA. L’ALTRA MEMORIA
Dall’archivio privato della famiglia De Leonardis alla
Biblioteca comunale “Michele Romano”
a cura di Manuela De Leonardis e Gabriele Venditti
15 dicembre 2017 – 15 gennaio 2018
Biblioteca comunale “Michele Romano”, Isernia
inaugurazione venerdì 15 dicembre – ore 17:00


La Fontana Fraterna in una cartolina della Collezione Arturo De Leonardis

Venerdì 15 dicembre 2017, alle ore 17:00, presso la Biblioteca comunale “Michele Romano”, P.zza S. Maria 5, Isernia, alla presenza del Sindaco, dott. Giacomo d’Apollonio, e dell’Assessore con delega alla biblioteca, avv. Sonia De Toma, inaugura la mostra ISERNIA. L’ALTRA MEMORIA - Dall’archivio privato della famiglia De Leonardis alla Biblioteca comunale “Michele Romano”, curata da Manuela De Leonardis e Gabriele Venditti.

Il progetto nasce nell’ambito della donazione da parte della famiglia De Leonardis, isernina da generazioni ma residente a Roma dal 1920, di un nucleo di documenti e libri di notevole importanza per la conoscenza storica e archeologica dell’antico Sannio e per la ricostruzione topografica e urbanistica della città di Isernia, alla Biblioteca Comunale Michele Romano di Isernia / Polo SBN della Regione Molise (accettata dalla Giunta Comunale con Delibera n. 55 del 10/05/2017) che ne dovrà garantire la conservazione come da disposizioni di Legge, acquisendoli al fine di metterli a disposizione della collettività.

Le disposizioni, in forma di scrittura privata, risalgono al 1954, in seguito alla corrispondenza tra Arturo De Leonardis (Isernia 1883-Roma 1960) e Angelo Viti, allora direttore della Biblioteca di Isernia.
Come afferma Gabriele Venditti, direttore della Biblioteca comunale “Michele Romano” e co-curatore della mostra, “Gli archivi familiari possono riconsegnarci memoria che, nata come particolare, induttivamente viene a darci notizia del generale: diari, memoriali, alberi genealogici tracciati a china, lettere avvolte da nastri di velluto, ma anche fatture commerciali e pubblicità tratte da vecchi quotidiani, conservati in armadi e librerie per decenni se non per secoli, spesso lontani centinaia di chilometri dai luoghi cui si riferiscono, sono una fonte preziosissima per chi tenti una ricostruzione della storia di una comunità, di un territorio. Quando tutto sembra essere già stato detto e scritto, quando – per una città, intorno al suo passato – si ripete ovunque il trito e ritrito fatto di citazioni a ritroso dell’unica fonte nota, ecco che una frase scritta di fretta in un quaderno cambia la prospettiva, accende una luce.”

La facciata della Chiesa dell'Annunziata (non più esistente), in un disegno di Cesare De Leonardis

Nella ricostruzione dello stretto legame tra la famiglia De Leonardis (il cui palazzo era sito in Vico dei Greci n. 10) e la città di Isernia si evidenzia l’importante ruolo avuto da Cesare De Leonardis (Isernia 1840-1901), padre di Arturo, che svolse l’attività di notaio e, allo stesso tempo, appassionato di storia e archeologia, fu autore di un cospicuo numero di scritti e disegni di reperti e luoghi tra cui quelli rilegati nella pagine del libro La storia di Isernia di Raffaello Garrucci, pubblicato a Napoli nel 1848.

Una pagina del volume "La Storia di Isernia" di Raffaello Garrucci (1848)
arricchito dai disegni autografi di Cesare De Leonardis (ultimo decennio del 1800).

Nelle sale della Biblioteca comunale “Michele Romano” saranno esposti un centinaio di documenti, libri, opuscoli, disegni, fotografie e cartoline d’epoca che datano tra il XV secolo e la Grande Guerra, tra cui il codice antico di mascalcia (1489), il primo atlante geografico moderno Theatrum Orbis Terrarum di Abramo Ortelio (edizione del 1612); il libro Constitutiones Synodales Aesernienses di Michele Bologna, Episcopus Aeserniae (1693), il documento su pergamena relativo a privilegi concessi nel 1756, il manoscritto Fatti accaduti alla famiglia De Leonardis nella reazione d’Isernia del 1860, le carte da gioco napoletane dipinte da Cesare De Leonardis nel 1879, il disegno raffigurante il panorama di Isernia dal Medioevo di Cesare De Leonardis (1880-90 ca.), il manifesto dell’Illuminazione Elettrica della Città (1892), la brochure della linea ferroviaria Sulmona-Isernia inaugurata nel 1897.

Il catalogo a cura di Manuela De Leonardis e Gabriele Venditti è pubblicato da Volturnia Edizioni.