giovedì 7 luglio 2022

Settembre 1701, quando a Isernia si inneggiava a Leopoldo d'Asburgo


La storia che sto per raccontare si è persa nelle pieghe della Storia: non ne parla Antonio Maria Mattei, né Ermanno Turco; nessun cultore di storia patria ne ha fatto oggetto di una monografia: salvo prova del contrario, credo di avere il primato nel sollevare il sudario sui tumulti del 25 e 26 settembre 1701, giorni in cui – per strano che possa apparire – a Isernia si gridava “Viva! Viva l’imperatore!”. Eppure non ho sudato in ricerche all’Österreichisches Staatsarchiv: il documento che racconta di come l’eponimo cafone che fece tremare ‘Sernia nel ’60 avesse arrotato la falce e preso lo schioppo già nel 1701 è in una cartellina rosa, Busta 1, fascicolo 16, dell’Archivio storico comunale. 
Ma andiamo con ordine. Per contestualizzare questo misconosciuto episodio di insorgenza occorre partire da molto lontano: da una stanza da letto del Real Alcazar di Madrid, in cui il 1° novembre 1700 moriva, dopo una malattia che era durata quanto la sua intera vita, il fragile Carlo II d’Asburgo, re di Spagna, a capo dell’ “Impero su cui non tramonta il sole”, per dirla con le parole del suo più celebre, omonimo avo Carlo (V per il Sacro Romano Impero germanico; I di Spagna). Carlo II, triste monarca, morì senza eredi e con un testamento controverso che diede origine al primo conflitto del XVIII secolo, la Guerra di Successione Spagnola (1701-1714): il re aveva infatti lasciato la corona al pronipote Filippo di Borbone, figlio del Delfino di Francia, Luigi (a sua volta figlio di sua sorella Maria Teresa d’Asburgo, moglie di Luigi XIV, il Re Sole). Si comprende bene come l’idea di una sostanziale unione dei regni di Francia e Spagna (con quest’ultima in pacifica posizione ancillare) avrebbe scombinato il fragile equilibrio tra le potenze europee definito con la pace di Vestfalia (1648). Da qui la ferma opposizione dell’Impero, dell’Inghilterra, delle Province unite d’Olanda e di un lungo elenco di lembi d’Europa, che spingevano per la devoluzione della corona spagnola a un Asburgo d’Austria, l’arciduca Carlo, figlio dell’imperatore Leopoldo, e lo scoppio di una prevedibile guerra europea (e mondiale, visti gli imperi coloniali dei contendenti). 

Napoli nel 1702, stampa di Peter Schenk 


Sì, ma che c’entra tutto questo con il cafone prima evocato?
C’entra, perché Isernia è città del Regno di Napoli, all’epoca degradato a Vicereame (dal 1504 al 1714), e quindi chi sedeva sul trono di Madrid, a mezzo di viceré, comandava anche su Napoli e sull’intera Italia meridionale; e a Napoli, una parte dei baroni – tra cui il nostro Cesare Michelangelo D’Avalos – pensò bene di sostenere il partito austriaco contro il legittimo re Filippo di Borbone, unendosi in quella che è passata alla storia come Congiura di Macchia (che è a noi vicina anche nel nome, in quanto la Macchia eponima è quella Valfortore, oggi provincia di Campobasso, e la congiura è così chiamata perché, per aver ucciso in una lite alcuni soldati spagnoli, il collegio dei nobili congiurati scelse Gaetano Gambarotta, principe di Macchia, quale capo della rivolta). 
Altro importante dato da conoscere è quello legato alle vicende della vendita della città di Isernia: Diego d’Avalos, cadetto dei d’Avalos del Vasto, aveva acquistato Isernia nel 1644 dal duca di Montenero, Carlo Greco, per la somma di 21.000 ducati, e aveva chiesto a Napoli, e ottenuto, il titolo di Principe di Isernia. Suo figlio Cesare Michelangelo, divenuto marchese del Vasto, aveva rivenduto (come fosse stata una Zafira di seconda mano) l’intera città al principe di Colle d’Anchise, Fulvio di Costanzo. Ora, agli isernini, cui la perdita della demanialità era andata di traverso, e che già mal sopportavano i d’Avalos, questo principe di Colle d’Anchise stava viepiù sullo stomaco, anche perché l’indole del nuovo padrone non era affatto placida, e angherie e soprusi erano all’ordine del giorno. 
Ora, la Congiura di Macchia è stata variamente interpretata dalla storiografia: una prima, romantica, interpretazione la vede come precoce episodio del Risorgimento italiano, come lotta per l’indipendenza dallo straniero; alla successiva versione di Benedetto Croce, che vedeva in quella dei congiurati una lotta di retroguardia del baronaggio interessato a non perdere i propri privilegi (e per questo più tutelato dagli Asburgo che dai Borbone di Francia), si è sostituita una più recente visione che ha invertito i significati ed ha visto nei congiurati i moderni e nei lealisti gli esponenti della vecchia nobilità. Ma per i fatti che ci occupano, la congiura assume anche e soprattutto un significato locale: se il vecchio Cesare Michelangelo d’Avalos era tra i congiurati a sostegno degli Asburgo, Fulvio di Costanzo militava nell’avverso partito dei lealisti alla corona di Filippo V, per cui la sollevazione che, nel nome dei congiurati, infiammò Isernia il 25 settembre 1701 è da spiegarsi anche come reazione violenta al nuovo indigesto feudatario. 



Napoli, lapide a memoria dei congiurati in Palazzo Marigliano


Veniamo finalmente ai fatti, come narrati nel documento dell’archivio comunale: una dichiarazione giurata del 1736 di un mastrodatti di Lucera che, incidentaliter, in uno dei procedimenti per il ritorno al Real Demanio della città, asserisce di aver rinvenuto un fascicolo intitolato «Unione e sollevazione (…) Civitatis Isernie armata manu (…) cum tumultuo et ribellione ac acclamatione imperatoris ad sonum tubae et alboratione signi seu bannere eiusde, contra legem, cum diversione seu sachegiam bonorum in domibus» nel quale si dà notizia di come avvenne che Isernia, universitas del viceregno, si sollevasse dietro la bandiera imperiale, al grido Viva Leopoldo! 

Per chi ha chiari i fatti della più nota insorgenza isernina, la Reazione del settembre/ottobre 1860, troverà diverse similitudini: l’eterodirezione; la regia (neanche tanto) occulta del vescovo; il popolo che da tigre che rugge ridiventa presto pecora mansueta, sotto il bastone del padrone. 

Accade che a Napoli, tra la notte del 22 e il successivo 23 settembre, la congiura ordita nei salotti degli aristocratici vede il suo manifestarsi popolare: aizzati dalla nobiltà di sedile, i soliti lazzari insorgono, si intruppano spontaneamente e, come fiume in piena, irrompono nei palazzi del potere, scardinano le prigioni della Vicaria e di Palazzo San Giacomo, liberano i detenuti, incendiano i ruoli, saccheggiano i beni degli esponenti del partito avversario. Una volta toltale la museruola, la plebe napoletana non si governa più: la devastazione è tale da sorprendere gli stessi congiurati, che invano provano a fermare la caduta libera che hanno generato. Ai Tribunali, bruciano in poche ore i faldoni di sette secoli di Regno, contenuti in ventiquattro grosse stanze. L’ordine di insorgere contro il governo del viceré Luis Francisco de la Cerda y Aragón, duca di Medinaceli, da Napoli si irraggia nelle province: si solleva Aversa, altrettanto si appresta a fare Capua. 

Come il bagliore di una stella già morta che arriva all’osservatore posto a migliaia di anni luce di distanza, così a Isernia giunge la notizia della rivolta quando questa, a Napoli, è già stata sedata: 
«…il giorno della domenica seguente, venticinque di detto mese, essendono ritornati dalla Città di Napoli in Isernia N.N. unitamente con Orazio Graziano (…) portava una lettera diretta a N.N. ministro in detta Città di Isernia di persona potente che ce la scriveva ed inviava, (…) colla quale li partecipava della rivoluzione di Napoli ed insinuava avesse fatto sortire l’istesso nella Città di Isernia.»

 C’è dunque un ignoto (N.N.) e un noto, Orazio Graziano, che tornano in città da Napoli recando una lettera per il rappresentante cittadino di persona potente. La lettera contiene istruzioni per la sollevazione, che deve essere fatta ad immagine di quella napoletana. Per dare maggiore credibilità al racconto che Napoli si sia sollevata, gli epigoni isernini della rivolta inscenano una singolare pantomima: 

 «avendo portato sopra una bestia da soma alcuni pezzi di ferro pubblico e dissero esserno quelli delle carceri scassate delle Vicaria.» 

Chi sia l’ignoto N.N. destinatario della missiva è l’ennesimo Mistero di Pulcinella (tanto per rimanere nel contesto napoletano). Infatti, i due con la lettera e il somaro si avviano «per la strada ad alto verso la Piazza e Largo del Mercato, ove sta la Chiesa Cattedrale e Palazzo Vescovile»; allo stesso modo, l’identità del messo è parzialmente svelata per relationem, perché si dice che «con esso vi andò ancora Tommaso Iaduopo suo fratello». Il coinvolgimento della chiesa locale è provato anche da altra fonte: nella Storia della congiura del principe di Macchia e della occupazione fatta dalle armi austriache del regno di Napoli nel 1707 opera di Angelo Granito, principe di Belmonte (1861), così si dice della sollevazione isernina: 

«Soltanto in Isernia che erasi parimenti sollevata s’incontrò qualche difficoltà a ristabilire la quiete, a motivo di taluni preti che aizzavano la popolazione a persistere nella rivolta (…)». 

In effetti, è particolare l’interessamento del vescovado retto da Biagio Terzi nella congiura: pur se riferimento politico a Roma del “partito austriaco” napoletano è il cardinale Vincenzo Grimani – che infatti sarà nominato viceré di Napoli dopo la conquista austriaca del 1707 – la posizione ufficiale di papa Clemente XI è dichiaratamente filofrancese e dunque ostile agli imperiali. 

Torniamo ai fatti: dunque, questo Tommaso Iadopi, suo fratello e Orazio Graziano entrano nel vescovado, ne escono e poi rientrano svariate volte: «uscivano ed entravano a quello facendono diverse conventicole e discorsi segreti fra di loro nella Piazza e Largo Mercato». Sono i preparativi per la rivolta, che infatti deflagra di lì a poco. 

«Quando furono circa le sedici ore di detto giorno di domenica 25 settembre uscirono da dentro detto Palazzo Vescovile molti cittadini secolari e preti armati con armi da fuoco, come scoppi a martinetto, pistoni e archebugietti.»

Il popolo in armi va sotto casa del mastrogiurato comunale, Onofrio Amodei; occorre farsi consegnare il sigillo dell’universitas per dare legittimità a tutti gli atti che il governo provvisorio degli insorti assumerà. A casa non c’è, e allora lo cercano in quella di suo cognato Cosmo Tomassi, dove trovano la moglie del magistrato, si fanno dare le chiavi di casa e mandano qualcuno a prendere il sigillo. 

E ora che abbiamo il sigillo che si fa? Sciogliamo la compagnia di armati sul più bello? 

«Dopo tutti uniti ed armati in modo suddetto andarono nella casa di Vincenzo Perpetua, mastrodatti di quella Corte, col seguito di altri cittadini che vi andavano avanzando ed associavano con essi e la saccheggiarono pigliandosi e rubbandono le migliori robbe che vi ritrovarono e altre buttarono per le finestre agli altri cittadini che stavano abasso la strada, e dopo detti capi seduttori e ribelli col seguito (…) ed altri cittadini armati con armi da fuoco, accette, ronghe, spade, mazze e altri bastoni andarono in casa di Gio: Andrea Petilli, consigliere di detta Corte, e similmente la saccheggiarono, rubbando le migliori robbe che vi ritrovarono e altre buttarono per le finestre, scassandono bauli, casse, scrittori, cimbalo ed altro, rompendono specchi, fracassandono vetriate, porte e finestre e nel medesimo tempo arrestarono al suddetto Gio: Andrea Petilli, Francesco suo figlio che se ne erano fuggiti per timore della vita per altra porta di loro casa, ferendone con botte di stile detto Francesco nel polso del braccio destro, portandone amendue a capo scoverti in detta Piazza e Largo Mercato ingiuriandoli e minacciandoli di più ingiurie e di volerli ammazzare; e poi così uniti e armati si portarono nelle case di Virgilio Chiacchiari, uno del Governo di detta Città e di Giuseppe Feula (…) e le saccheggiarono all’istesso modo.»

Hanno dunque colpito magistrati e eletti, in ogni caso rappresentanti del potere costituito. Non conosciamo la composizione dei due partiti in città (chiamiamoli, breviter, lealisti e imperiali), ma – anche considerando quanto accadrà anni dopo, nel settembre del 1860, la linea d’ombra degli insorti non sembra separare orizzontalmente popolo grasso e minuto, notabilato e plebe, quanto piuttosto, in senso verticale, seguaci dell’uno e dell’altro principe, a prescindere da ceto e classe d’appartenenza. Certo è che, in periodi di tumulti, la bassa manovalanza, la carne da cannone, quell’esercito di autoconvocati che s’infiamma e combatte senza neanche sapere perché e si accontenta di rubbare le migliori robbe (che poi restituirà a caro prezzo) si trova sempre disponibile. 

«E poi fecero far banno a suono di trombetta, che la sonava Domenico di Greco, che sotto pena della vita ogn’uno fosse andato in detta piazza, Largo del Mercato, a farsi l’elezione di nuovo magistrato, ed in effetto fu eletto Alfonso Mazziotti e del Governo il secondo Orazio Graziano e Gio Batta Cimorelli, e fatta l’elezione i capi popolarmente e unitamente armati come sopra andarono per tutta la Città di Isernia col suono di detta trombetta acclamando l’imperatore, dicendono ad alta voce “Viva, viva l’imperatore ed Alfonso Mazziotti»

Benjamin von Block - Leopoldo I d'Asburgo in armatura

C’è da immaginarselo il cafone eponimo che inneggia all’esotico imperatore Leopoldo d’Asburgo come fosse ru Santone. Ma l’obiettivo vero della rivolta ancora non è stato colpito. Finalmente ci si può dirigere verso l’odiato padrone della città: 

 «(…) e quando furono le ventidue, ora di questo giorno di domenica, li ribelli andarono nel palazzo dell’illustre Principe di Colle d’Anchise sito in la Città di Isernia, nel quale abita e risiede Lonardo Freda suo agente e similmente lo saccheggiarono e rubborono le sue robbe, tanto che parte delle robbe rubbate e sacchegiate nelle case suddette e Palazzotto i ribelli le andarono a riporre nel Palazzo Vescovile, nel quale risiedeva detto N.N. ministro di questa potenza.» 

Per inciso, il Palazzo del Principe è il Palazzotto (va da sé, non come lo vediamo oggi, nel restyling assunto dopo il terremoto del 1805 per mano di Onofrio Laurelli), fatto edificare dai d’Avalos a immagine e somiglianza del palazzo marchesale di Vasto e ceduto a Fulvio di Costanzo, principe di Colle d’Anchise, insieme con la città e il titolo di principe di Isernia. La piazza che ora è Piazza Trento e Trieste veniva allora chiamata Mercatello (toponimo che ora identifica, invece, una diversa e lontana parte dell’abitato storico). Per ulteriore inciso, allorché l’abate Pacichelli pubblicherà nel 1703 il terzo volume del suo Il Regno di Napoli in prospettiva, con le incisioni di Francesco Cassiano De Silva, nella famosa stampa di Isernia ritratta a volo d’uccello (dove alla lettera “G” si dà indicazione del “Palazzo del Principe”), le armi riportate a lato del cartiglio col nome della città sono dei d’Avalos (d’azzurro alla torre d’oro con bordura composta di sedici pezzi, alternati d'argento e di rosso) e non già quelle del principe di Colle d’Anchise: la cessione è avvenuta nel 1698; le stampe, non aggiornate, realizzate probabilmente prima di quella data. 

Isernia, da Il Regno di Napoli in prospettiva, 1703

Torniamo ai nostri. La prima giornata di torbidi si chiude con l’assalto al Palazzo del Principe e la notte passa , tutto sommato, tranquilla. Il giorno seguente, lunedì 26 settembre, è giorno di festeggiamento dei Santissimi Cosma e Damiano e la fiera, al santuario, si celebra anche se la città è in fermento. Anzi, la fiera è momento di affermazione delle nuove magistrature elette; infatti, Alfonso Mazziotti nuovo mastrogiurato, si porta con i suoi sul pratone davanti al santuario con una bandiera imperiale, l’aquila a due teste in campo giallo. Le esoticissime bandiere asburgiche – un’altra venne posta «alla porta di Città, nominata la Porta da Capo» – vennero confezionate dalle donne di Isernia («fatte e pittate», dice il documento) partendo da una illustrazione dell’emblema leopoldino che il misterioso N.N. capo della rivolta «fe’ vedere ad esemplare da un suo libro che teneva». 

Le bandiere con l’aquila bicipite, tuttavia, garriscono per poco. Come detto, a Napoli il fuoco della rivolta è già spento e si impone la restaurazione legalista di Medinaceli (è particolare notare che tra quanti si impegnano nella repressione della congiura di Macchia troviamo un altro esponente di casa d’Avalos, il principe di Montesarchio Andrea – un giovanotto di 84 anni, che nei giorni della rivolta, comandava i suoi “in sedia a braccio” – cugino di Cesare Michelangelo d’Avalos, e probabilmente interessato ad ottenere i ricchi feudi di Vasto e Pescara che saranno confiscati a quest’ultimo quando riparerà alla corte di Vienna). Quando a Isernia, nel tardo pomeriggio di lunedì 26 settembre, giungono voci che nella capitale la congiura si è ormai spenta e che, in più, le forze lealiste si stanno muovendo per ristabilire in città l’ordine costituito, i rivoltosi spengono gli ardori e cominciano a temere il peggio. Così nel parla il documento: 

«Essendo cominciata a correr voce che la Città di Napoli si era quietata di detto tumulto e ribellione, fuggiti e perseguitati i Cavalieri ribelli, come anche che l’illustre Principe di Colle d’Anchise facea unione di gente armate nella Città di Bojano, ove si ritrovava, [i ribelli armati] cominciarono a ritirarsi e levarono le bandiere.» 

Si muovono, invero, anche le forze regolari, nella persona del governatore provinciale. Nella citata Storia della congiura del principe di Macchia di Angelo Granito, così si dice della restaurazione isernina: 

 «(…) siccome la città allora era circondata da sode muraglie, non era agevole espugnarla. Laonde il preside di quella provincia Luigi Dentice persona molto accorta, fatti imboscare di notte grossa mano di soldati di campagna fra i circostanti vigneti, allo apririsi delle porte al mattino, ad un dato segno irruppero tutti insieme nella città da più parti, onde atterriti gli abitanti che non se lo aspettavano si sottomisero senza contrasto e gli autori della sedizione furono posti in carcere». 

La riconquista della città alla causa lealista sarebbe così avvenuta all’alba di martedì 27 settembre, con l’apertura delle porte cittadine e l’ingresso a sorpresa delle soldatesche. Il nostro documento anticipa invece alla notte tra lunedì e martedì l’entrata degli armati in città. L’esito, in ogni caso, è lo stesso: 

«… conferitosi l’illustre Principe di Colle d’Anchise con grasso numero di gente armata in detta Città di Isernia, nella quale si introdusse di notte, fattosi vedere, quietò affatto la Città e cominciò a perseguitare i detti ribelli, e ne carcerò molti che parte se n’erano fuggiti e posti nei luoghi e boschi convicini e parte se n’erano nascosti e posti in salvo». 

Dopo la sterilizzazione della rivolta, il rapporto del principe di Colle d’Anchise con la città continuò aspro come in passato, tra prevaricazioni e contrasti. La città tornò infeudata ai d’Avalos nel 1710 allorché Fulvio di Costanzo azionò la clausola de retrovendendo apposta al contratto di vendita. L’eversione della feudalità ci fu finalmente nel 1742, per riscatto da parte dei cittadini (ma ci volle ancora un decennio per vedere finalmente il ritorno della città al Demanio). 

Dopo la conquista austriaca del 1707 nessuno più ha interesse a riaccendere luci sull’infelice episodio della congiura di Macchia, tentativo abortito da nascondere sotto il tappeto. Gli austriaci rimarranno a Napoli fino a quando – a seguito della Guerra di successione polacca – i nuovi equilibri europei faranno tornare il meridione italiano nell’orbita spagnola: il 10 maggio 1734, Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna, entrain trionfo a Napoli; la novità è che vi entra come monarca di uno Stato sovrano: per Napoli e il Meridione è finita l’epoca del Vicereame.

giovedì 24 giugno 2021

Ciao professore

 


Ieri, sfogliando gli aggiornamenti di Facebook, ho visto il post di Marazzi che annunciava la morte di Natalino Paone. Strano come arrivino certe notizie, tra una pubblicità e una stringa sgrammaticata sui vaccini. 

Il professore mi aveva preso a benvolere, ci sentivamo spesso (almeno per quelli che sono i miei ritmi), prima in telefonate al numero della biblioteca, in mi chiedeva di questo o quel documento, necessario ai suoi studi; poi gli squilli arrivavano al mio numero privato, e le lunghe, lunghissime telefonate che mi dedicava, preannunciate mai da un "pronto?", ma da un "Natalino!", avevano anche altri argomenti: i suoi racconti della guerra, Monte Marrone e il C.I.L., le sue memorie di ragazzo esule da Scapoli fino in Romagna. Ma anche l'attualità di questa Isernia senza futuro, senza speranze, esaurita la spinta propulsiva dell'istituzione della provincia: nella sua ultima telefonata, credo all'inizio di questo aprile pandemico (ero in terrazza, c'era già un sole caldo), voleva inviarmi una sua idea per il rilancio turistico della città (si fece dare la mia email, ma poi non arrivò nulla). Parlò dell'area archeologica della Cattedrale, della necessità di avere un ingresso autonomo, che partisse dalla rampa e corresse sotto il giardino del vescovo; "Scavate!" (mi identificava con il Comune, riconoscendomi un potere di impulso, di iniziativa, mai purtroppo esercitato), "Scavate sotto la piazza! C'è un'intera necropoli!". Quando chiusi, a fatica, la conversazione (era difficile porre un freno alla sua urgenza di comunicare, di dire, di raccontare), ne invidiai l'energia, la voglia di fare, di proporre, tanto caratteristiche della gioventù.     

giovedì 20 febbraio 2020

Nemo propheta in patria. Enrico da Isernia a Vyšehrad

Enrico da Isernia, protonotaro di re Ottokar II, eminenza grigia alla corte di Praga, da noi è misconosciuto. Non c'è piazza, né scuola media intitolata al giureconsulto isernino, appannato nella fama dal più noto Andrea. Destino inverso ha interessato i due: omaggiato alla corte angioina di Napoli Andrea; esule in terra straniera Enrico.
A ricordarmi di Enrico è stato Alessandro Testa, via WhatsApp, che dalla splendida capitale boema mi ha scritto: 
Passeggiando pel camminamento di ronda della magnifica fortezza del Vyšehrad, a sud di Praga, esattamente in corrispondenza del braccio di mura al di sotto delle quali la Vltava fa un’ansa chiamata “il bagno di Libuše”, in onore del luogo in cui, secondo la leggenda, la veggente fondatrice di Praga e del casato Přemysl avrebbe usato bagnarsi nel fiume, mi sono imbattuto in questa targa marmorea, affissa nella parte interna delle mura volute dal grande Carlo IV, nel XIV secolo. Vi si legge: 
“Nell’anno 1270, in occasione del Capitolo di Vyšehrad, fu fondata la Scuola Notarile, retta dal canonico Enrico da Isernia, protonotaro del Re Ottocaro II di Přemysl, notaio pubblico in Praga.


Dedicato dalla Camera Notarile di Praga”

martedì 10 dicembre 2019

I due Giovanni Battista Ricci, "logografi" nell'Isernia del XVIII secolo

Dynasty
Nell’odonomastica cittadina i vicoli del centro storico spesso recano l'intitolazione a famiglie gentilizie. Quello intitolato ai Ricci è il vicolo a lato del Palazzo degli Uffici che, dopo un primo tratto lastricato e in piano, incrociata Piazzetta Delfini, si proietta a gradoni verso Porta delle Vacche, per uscire finalmente sul tratto finale di Rampa Mazzini.
Se abbiamo un vico Ricci è soprattutto per i due Giovanni Battista, famosi il primo per il suo lascito culturale; per il suo impegno di amministratore il secondo. Chi erano questi Ricci? In quale punto della sua storia millenaria hanno incontrato la città?
Tra i notabili, nell’elencazione data da Ermanno Turco (Isernia in cinque secoli di storia), i Ricci si incontrano a partire dal sec. XVII. Anche prima, per vero, abbiamo attestazione in città del cognome Riccio (per es. c’è attestato un Giovanni Battista Riccio  nato nel 1632), da cui il cognome Ricci potrebbe essere derivato. In ogni caso, i Ricci di cui parliamo hanno per noto capostipite un Francesco Ricci (+ 1740), che si conosce per aver preso in fitto dal Capitolo della Cattedrale un terreno posto fuori Porta Catello. L’atto porta la data del 9 settembre 1727.

Prima pagina del Manoscritto 1740

Francesco è marito di Colomba d’Apollonio (+ 1751) e padre di quel Giovanni Battista Ricci, canonico della Cattedrale, nato nel 1718 e autore di notevoli monografie ancora inedite sulla storia della città di Isernia, due a data 1740 e un'altra a probabile data 1766 (i manoscritti si trovano nell’ Archivio della Biblioteca Romano e ne parleremo diffusamente poi). Giovanni Battista Ricci aveva per fratelli Pietro Vitale (n. 1721 - m. 1763), anche lui canonico della Cattedrale; Rosa Felicia (n. 1723); Cosmo (n. 1731), che fu che fu mastrogiurato cittadino nell’anno 1782, e Ippolito (n. 1737).
Cosmo Ricci prese come moglie una Giovanna Maria Pizzi. Dalla loro unione nacquero Luigi, Gabriele (anche lui canonico della Cattedrale e professore di teologia al seminario diocesano), Teresa (maritata Sanchez de Luna, patrizi napoletani) e il secondo Giovanni Battista Ricci (spesso indicato nei documenti d’archivio come Gio:Batta Ricci). In un documento del 1802, si attestano come viventi a quella data, don Gabriele, Gio:Batta e una Serafina Ricci che, se non è altro nome di Rosa Felicia, dobbiamo considerare come ulteriore sorella.
I due Giovanni Battista – che spesso vengono confusi per omonimia, fino a fondersi in un unico, assai longevo eponimo (come, per es., fa Cefalogli in Isernia Strade, vie, vicoli, piazze - L’onomastica storica che riferisce al canonico anche le gesta del 1799) – sono dunque zio e nipote: canonico il primo, laico il secondo.

Giovanni Battista senior
Il primo Giovanni Battista, il canonico (che chiameremo di seguito, per brevità e intelligibilità, G.B.), riceve la tonsura nel 1735 dal vescovo Giuseppe Persico (c’è il diploma in Archivio d’Apollonio). Ulteriori notizie biografiche le traiamo da un suo autografo conservato nel medesimo archivio: un curriculum vitae tracciato a grafia minuta e presentato per concorrere a ricoprire la dignità di arciprete del Capitolo della Cattedrale. Nel documento, datato 1762,  di sé G.B. dice che «è di anni 44»; che dal 1744 «serve detta Cattedrale da canonico Penitenziere»; che sempre dal 1744 è rettore del Seminario diocesano; che dal 1743 è cerimoniere del vescovo; che è pure lettore di dommatica, morale, teologia e filologia presso il Seminario e maestro di scuola pubblica in città; ecc. ecc. 
Nel 1782 scrive di proprio pugno alla cancelleria vaticana chiedendo a papa Pio VI «ampia e perpetua licenza di poter leggere e ritenere de’ libri proibiti per sua erudizione e anche per l’altrui vantaggio». Il nostro, assetato di conoscenza, chiedeva, e otteneva, di accedere a titoli messi all’Indice dalla Chiesa cattolica: L’Index librorum prohibitorum era l’elenco ufficiale delle stampe proibite nel mondo cristiano, creato nel 1559 da papa Paolo IV  (e soppresso solo nel 1966). Qualche anno dopo lo troviamo, indicato come primicerio, tra i testimoni della traslazione del corpo del vescovo Benedetto, in un verbale dell’ 11 maggio 1789 (citato in Mattei, p. 793).
Cultore di storia patria, G.B. viene più volte citato da Raffaello Garrucci nella sua Storia di Isernia, perché autore di molte schede sul patrimonio epigrafico cittadino, consultate anche dal Mommsen. Ma è nel campo della storia patria che il canonico della Cattedrale è storiografo secondo al solo Ciarlanti. Angelo Viti, a ragione, lo definisce logografo isernino perché è l’autore – come abbiamo anticipato – di più monografie sulla storia della città di Isernia, tutte ancora inedite, conservate in manoscritto presso la Biblioteca comunale “Michele Romano”.

La Storia di Isernia in tre manoscritti
Il lascito di G.B. Ricci consta di più manoscritti. Cefalogli li assume come unico coerente testo, sciolto in tre libri (« … interessantissima Storia di Isernia che è rimasta purtroppo inedita; è divisa in tre fascicoli …»); nulla vieta tuttavia di ritenerli testi autonomi, specie riconoscendo che non tutti appaiono vergati dalla stessa mano.


Il primo documento, che fa parte dell’Archivio d’Apollonio, è un fitto manoscritto cartaceo di 30 fogli vergati in recto e verso (sessanta facciate in tutto) dalla minuta grafia che assumiamo essere del canonico Ricci. La data 1740 è apposta a matita da altra mano (probabilmente dallo stesso d’Apollonio). Invece, a margine della prima pagina, viene indicato «Ricci» con la rotonda grafia che con sufficiente grado di certezza appartiene al secondo Giovanni Battista Ricci, il nipote ed erede del logografo. Una terza mano, più recente, ha aggiunto sotto la didascalia «Ricci» un titolo senz’altro parziale come «Privilegi e vendita dei feudi e della città». Il manoscritto ha per incipit:

«L’Autore a chi legge.
Sono stai molti e diversi coloro che nelle descrizioni del Sannio si sono affaticati per lasciare ai posteri spianata la strada delle notizie d’una così deliziosa provincia. (…)»     

Una copia integrale del testo fu eseguita dal notaio Cesare De Leonardis dal 22 al 29 aprile 1893, tratta dall’originale avuto in prestito, e rubricata come Manoscritto sulla storia di Isernia (1740). Anche questo documento, più intellegibile, si conserva presso la Biblioteca civica, cui è stato donato nel 2017 dalla famiglia De Leonardis.
Il secondo manoscritto riferito a G. B. Ricci (numero di inventario 316 – collocazione 3/XVIII dell’Archivio della Biblioteca) si compone di 11 carte coerenti, rilegate a filo, vergate sul recto e sul verso per metà pagina, racchiuse da un ulteriore foglio staccato che ne fa da copertina. Su di essa, con grafia diversa da quella del canonico, è scritto in maiuscolo «a. 1766». Più sopra, con caratteri minuti, troviamo anche qui un «Ricci» vergato certamente da Gio:Batta. Diversa mano, invece, scrive il testo. Difficilmente, tuttavia, l’autore del manoscritto 1766 è lo stesso del manoscritto 1740: nel primo, il tratto è molto più chiaro, aeroso. Se i due testi (1740 e 1766) fossero invertiti come datazione, potrebbe pensarsi ad una grafia del canonico che col tempo si indurisce e si fa più nervosa. Qui, invece, è il primo documento ad avere un tratto più maturo. In ogni caso, sul documento 1766 sono comunque individuabili almeno tre grafie diverse: oltre a quella principale, si rinviene quella chiaramente ascrivibile a Gio: Batta Ricci, che sul verso del primo foglio rubrica una serie di titoli (Uomini illustri di Isernia, Privilegio del Conte Rugiero, ecc.); ce n’è, poi, una più moderna e meno chiara, probabilmente di fine Ottocento, che qua le là glossa a inchiostro nero, e non bruno, nella semipagina lasciata in bianco.
Il manoscritto ha quale incipit:

«Isernia antichissima città del Sannio fu una tra le principali che ebbero i Sanniti, siccome si ha da Tolomeo e da Silio Italico in questi versi.»

Prima pagina del Manoscritto 1766 

Un terzo lavoro – in Archivio d’Apollonio – è rubricato da Ermanno d’Apollonio come Memorie di Isernia dal 500 al 1232. Sebbene non sia presente alcun riferimento esplicito a G.B. Ricci, la grafia del manoscritto è la stessa del manoscritto 1766. Il testo dovrebbe costituire il seguito del precedente manoscritto 1740 poiché come linea temporale comincia lì dove l’altro si è interrotto. Le carte e gli inchiostri, così come il fatto che qui si scriva solo a mezza pagina, fanno pensare tuttavia a testi scritti in periodo diverso.
Qui l’incipit è:

«Dopo la partenza di che sì iniqua Gente fece dall’Italia, né restò ella gran tempo quieta poiché nell’anno 471 vi passò Odoacre re degli Eruli (…)»

Sempre in Archivio d’Apollonio e riferiti a G.B. Ricci si hanno diversi scritti sui vescovi isernini. Un catalogo dei vescovi redatto in latino, si ferma all’ottantesimo presule, il vescovo Giacinto Maria Iannucci (o Giannucci, pastore di Isernia dal 14 dicembre 1739 al 26 marzo 1757); appare pertanto verosimile l’attribuzione della data 1740, presente non sul manoscritto, ma sulla cartella che lo contiene.
Il fatto che sui manoscritti di G.B. Ricci si trovi anche la grafia del nipote non può stupire se si considera che il canonico, alla sua morte intervenuta prima del cambio di secolo, istituisca con testamento erede universale di tutti i suoi beni – e probabilmente anche dei libri e manoscritti – il fratello Cosmo, padre di Gio: Batta.

Autografo di Gio:Batta Ricci (1826)


Giovanni Battista junior
Perveniamo così al secondo dei Ricci. Giovanni Battista Ricci, che nelle fonti documentarie viene sempre indicato come Gio:Batta, condivide con lo zio canonico, oltre che il nome, anche la fama di uomo di cultura: così lo apostrofa Pasquale Fortini, in un brano riportato da Mattei: «… ed esso sig. Giambattista mi ha benanche date varie altre notizie raccolte da suo zio Arciprete, signor don Giambattista Ricci, uomo dottissimo e letterato egualmente», affermazione che, incidenter tantum, ci conferma che i lavori storiografici dello zio sono transitati nelle mani del nipote.
Ed in effetti, almeno in nuce, una Storia di Isernia in più libri deve comunque averla concepita, se non integralmente realizzata, anche il giovane Gio:Batta, probabilmente accedendo ai materiali dello zio. Nell’Archivio d’Apollonio si conserva un autografo del nipote contenente l’indice del primo libro dell’opera, diviso in più capitoli e con l’altisonante intitolazione «Memorie istoriche della Città di Isernia compilate da Gio:Batta Ricci figlio del Dr. D. Cosmo».    
In più, rispetto allo zio, Gio:Batta ha una vocazione all’impegno politico. Nato intorno al 1770, nel 1799 ha quindi meno di vent’anni. Ciò non gli impedisce di avere un ruolo di primo piano nelle vicende locali seguite alla proclamazione della Repubblica napoletana. Ce le racconta un Giuseppe Campelli, di Cingoli, Macerata, allora uditore del Primo squadrone di Cavalleria delle Marche, inquadrato nell’esercito dello Stato Pontificio, allora sotto i Francesi. Trascrivo di seguito l’intera sua dichiarazione, come reperita in autografo in Archivio d’Apollonio:

            Cingoli, 10 maggio 1806
Io sottoscritto dichiaro per mezzo della presente roborata dalla religione del giuramento (…)  Mi ricordo benissimo dei fatti accaduti al sig.re Gio:Battista Ricci della Città di Isernia nel Regno di Napoli giacché egli fu a parte delle avventure a me sottoscritto accadute in detto luogo.
Difatti essendo io allora aggiunto capitano allo Stato Maggiore del generale MacDonald ed essendo stato mandato nella detta Città di Isernia a provvedere il grano per la fortezza di Capua, che doveva restare assediata per l’evacuazione dei Francesi dal Regnoi di Napoli, dopo vivo combattimento fui fatto prigioniero dai briganti di quel luogo e tra i miei compagni di prigionia si trovava il detto signorGio:Battista Ricci il quale anteriormente si era prestato con tutta l’energia a favorire i disegni dei Francesi, ed in poi nel pericolo si battè contro i briganti con valore particolare. Dichiaro di più che, nell’atto in cui egli fu preso dai detti briganti, fu preso colle armi alla mano e perciò ricevette dai medesimi infiniti insulti e molte percosse e quantunque egli risultasse prigioniero tra le mani di detti briganti tuttavia col mezzo degli amici che venivano a visitarlo operò una cospirazione contro i briganti medesimi, i quali attaccati dai briganti medesimi e da noi prigionieri, furono dissipati nella maggior parte, in porzione uccisi ed un porzione arrestati; e per tale fatto derivò che alcuni Francesi ed io ricevessimo il dono di sopravvivere e la guarnigione di Capua ricevette il benefizio d’essere maggiormente approvvigionata.
Dichiaro infine che il prelodato sig. Gio:Battista Ricci assisté me medesimo e l’ufficialità francese che venne in poi in Isernia coi soldati per scortare i briganti prigionieri con tutta l’ospitalità e concludo perciòche egli in un governo ben inteso e che si presentasulla base delle virtù ha tutto il diritto di una non tenue ricompensa.»  
     
Nel 1803 viene nominato Governatore delle terre di Pesche (amministratore del feudo) dal marchese di Pietracatella, don Giuseppe Ceva Grimaldi. Nel 1809 è decurione (consigliere comunale, più o meno) del municipio di Isernia.


Decreto del 1807 sull'amministrazione dei beni delle case religiose soppresse.
Per Isernia, nel collegio è nominato Gio:Batta Ricci 

Prima c’era stato il decreto del 23 settembre 1807 con cui re Giuseppe Bonaparte, nello stabilire la costruzione in tempi rapidi della nuova strada rotabile «da Isernia a Sepino per Bojano», opera necessaria al territorio gravemente provato dal sisma del 1805, a realizzarsi con fondi derivanti dalla vendita delle soppresse case religiose molisane, incaricò dell’amministrazione di detti fondi, per Isernia, «il Sindaco e i sigg.ri Andrea Negroni e Gio:Batta Ricci».

È attestato ancora decurione negli anni 1816 e 1822. Successivamente sarà primo eletto negli anni dal 1838 al 1842.    

lunedì 8 aprile 2019

Gli Schützen a Isernia, 6 e 7 aprile 2019

Riguarda Isernia, riguarda Santa Maria delle Monache, lo stesso ex convento che ospita la biblioteca e che – come più volte detto – nella sua storia recente è stato carcere e caserma, centro di internamento per allogeni e antifascisti e, per un breve periodo tra il novembre 1918 e il successivo inverno del 1919, anche luogo di incomprensibile prigionia per i reduci delle valli trentine che, dopo aver combattuto nell’Armata Austro-Ungarica, a seguito dell’armistizio di Villa Giusti, vennero tratti via a forza dalle loro case e avviati in vagone piombato lungo lo Stivale, fino a Isernia. L’Italia si presentava a questi nuovi italiani nel modo peggiore, e Isernia fu – senza consapevolezza né responsabilità – il luogo in cui tutto ciò accadde.

È cosa che ci riguarda per più motivi e, quindi, ne parliamo qui.

Il “Fatto di Isernia” del 1918/19, come ancora oggi viene chiamato in Trentino tra i nipoti e bisnipoti degli allora internati, è stato di recente riportato alla nostra memoria dal libro di Luciana Palla Reduci trentini prigionieri ad Isernia(1918-1920) edito nel 2015 e frutto di ricerche condotte – appare ovvio – anche qui da noi (ne parleremo più diffusamente in un altro post, tentandone un’epitome). Anticipiamo qui che almeno un migliaio di ex sudditi del Kaiser furono forzosamente ospitati nelle tre chiese di Santa Chiara, San Francesco e Santa Maria delle Monache (fu impegnato anche l’ex convento, allora caserma Griffini) e dimenticati per mesi in un tanto italiano limbo istituzionale in cui nessuno, tra Ministero della Guerra e Presidenza del Consiglio, riteneva di dover adottare atti a risolvere la situazione. «Unica consolazione a tanto dolore l’umana solidarietà del popolo di Isernia», come recita la lapide in memoriam ora apposta alla parete di Santa Maria delle Monache.

Già, perché a rievocare quel “Fatto di Isernia” sono giunti in città sabato e domenica 6 e 7 aprile (ieri e ieri l’altro) una nutrita delegazione trentina organizzata dalla Federazione degli Schützen del Welschtirol. Il nostro centro storico è stato svegliato dal torpore domenicale dalle salve degli Schützen, che hanno accompagnato la deposizione di corone al monumento di Piazza X Settembre (in omaggio ai nostri caduti del bombardamento) e nelle tre chiese che furono luogo di detenzione dei reduci trentini. 

Ne diamo di seguito breve reportage fotografico, convinti dell'eccezionalità dell'evento, per lasciarne traccia a futura memoria (pur nella consapevolezza di quanto effimera possa essere una traccia lasciata sulla pagina web del blog della Biblioteca).












Aggiornamento: 11/04/2019. Ulteriori fotografie che documentano l'evento sono quelle ospitate sul sito https://www.flickr.com/photos/mondoschuetzen/ (galleria flikr di Enzo Cestari, presidente della Federazione Schützen del Welschtirol).

martedì 20 novembre 2018

Dello stemma della città di Isernia


Lo stemma fuorilegge
Verga o Scettro? Serpente o, semplicemente, “S”? E perché il cimiero piumato anziché la più corretta corona turrita? E, soprattutto, è sempre stato così?
Sono tanti gli interrogativi che pone il non comune stemma civico di Isernia, bello sì, ma non conforme al dettato delle norme che definiscono l’araldica civica per città e province italiane e per questo, absit iniuria verbis, stemma “fuorilegge”.
Già, perché per l’ordinamento repubblicano le armi degli enti territoriali (Province, Comuni e Città; Regioni no, perché previste solo con la Costituzione repubblicana e non presenti nel Regno come enti territoriali) rimangono comunque regolate dal disposto dei Regi Decreti del 7 giugno 1943, n. 651, Ordinamento della stato nobiliare italiano, e n. 652,  Regolamento per la Consulta Araldica del Regno, completati con il precedente Regolamento Tecnico Araldico della Consulta Araldica del Regno d’Italia, approvato con Decreto del 13 aprile 1905 n. 234 e, da ultimo, con il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 28 gennaio 2011. Secondo questo vasto corpus di norme  «Province, Comuni ed Enti Morali non possono servirsi dello stemma dello Stato, ma di quell’arme o simbolo del quale avranno ottenuto la concessione o riportato il riconoscimento a norma del vigente ordinamento araldico». 
Perché uno stemma possa essere riconosciuto – attualmente se ne occupa l’Ufficio Araldico presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri – non può essere disegnato ad libitum: le norme tecniche fissano, per es., per le città, un timbro (cioè la parte dell’arma superiore allo scudo) costituito da una corona d’oro, formata da un cerchio di muratura con otto postierle, di cui solo cinque visibili; cerchio che sostiene otto torri dorate (sempre solo cinque visibili) unite da cortine di muro pure dorato. E ancora: in uno stemma conforme al dettato normativo, sotto lo scudo (che deve essere di tipo sannitico), vanno posti necessariamente due rami decussati, uno d'alloro e l'altro di quercia, trattenuti da un nastro tricolore.
Se così deve essere, guardiamo al nostro stemma: del tutto fuoriluogo è l'elmo che, in araldica, è utilizzato, sì, come timbro dello scudo ma solo nel caso delle armi di famiglia e indica, in tal caso, il grado di nobiltà del titolare dello stemma (dorato per le famiglie reali; argentato per le famiglie di antica nobiltà e brunito per i parvenu borghesi, gli ultimi arrivati che hanno comprato il titolo con l’argeant dei loro commerci), giammai per le città. E poi, quanto al fogliame, il nostro ricco cespuglio d’acanto è magari più adatto a cingere una specchiera rococò, ma non ci dà il crisma dell’omologazione presidenziale.
Un attimo, però: quello stesso corpus normativo ammette eccezioni: alcuni comuni, per particolari motivazioni storiche, possono conservare nello stemma civico  elementi fuori norma: corone ed ornamenti esteriori che afferiscono all'aristocrazia e quindi all‘araldica gentilizia (vedi, per tutti, il corno ducale che si conserva nello stemma di Venezia, al posto della corona), ma ciò è possibile solo per via di concessioni specifiche o di antichi privilegi.
Lo stemma civico attuale. In uso dagli anni '60 del Novecento.
Esistono anche rappresentazioni con la visiera alzata.
Qui, per altro, la visiera non è «rabescata a cancelli»

Chiediamoci, allora, se al pari di Venezia, anche il nostro elmo con cimiero appartenga alla tradizione cittadina, se faccia parte di qualche antico privilegio riconosciuto alla città. In un vecchio manuale di araldica (Felice Tribolati, Grammatica araldica ad uso degli italiani, 1892) si legge che «nel secolo XVI invalse la pratiche che l’elmo graticolato (dei tornei) appartenesse ai nobili, e l’elmo chiuso alle armi cittadinesche». Se si potesse dimostrare che il nostro elmo con cimiero, che in effetti è chiuso e rabescato a cancelli secondo la descrizione presente nello Statuto comunale, esisteva così da tempi lontani, si potrebbe ottenere dall’Ufficio araldico una licenza. Ma come vedremo nel prosieguo del discorso, nessun elmo  è anteriore al ‘900. 

Conclusione (amara): niente da fare. Così com’è, il nostro stemma non potrebbe ricevere l’approvazione dell’Ufficio araldico. È fuori norma: fuorilegge, appunto.


Lo stemma civico ridisegnato secondo le norme araldiche:
corona turrita,anziché elmo; rami di alloro e quercia decussati.
(disegno originale di Gabriele Venditti)

Né caduceo né verga di Esculapio
Ma scendiamo in campo, entriamo all’interno dello scudo e occupiamoci di ciò che c’è dentro. In araldica, si definiscono carichi quegli elementi grafici che sono disegnati sul campo dello scudo. Se il carico è di forma geometrica, si chiama pezza; se il carico è diverso da una forma geometrica, si chiama figura. La nostra figura, nostra di isernini, è il serpente attorcigliato a “S” intorno allo scettro. Ciò, almeno, per l’attualità. Per brevità, nel seguito ci riferiremo alla particolare figura presente sul nostro stemma civico con l’indicazione del simbolo grafico del dollaro: “$”.  
Nel nuovo Statuto comunale (approvato con Delibera del Consiglio Comunale n. 57 dell’8/11/2018) la descrizione – la cui formulazione è impropria rispetto alla sintassi araldica, la cd. blasonatura – è la seguente (vd. art. 1, co. 6): «Ha come proprio stemma civico uno scudo oblungo di tipo sannitico su cui campeggiano le iniziali della città, composte da uno scettro intorno al quale è attorcigliato un serpente a forma di “S”. Lo scudo è avvolto da foglie di acanto e sormontato da un elmo rabescato a cancelli con cimiero. Le lettere, le foglie e i bordi dello scudo sono giallo - oro, lo scudo è azzurro e l'elmo è grigio scuro.»
La descrizione, peraltro, così come è, risulta incompleta: omette di indicare che il cimiero è costituito da due piume di struzzo ricadenti ai lati (credo ve ne sia un solo altro esempio, nell’araldica civica, per il comune di San Polo d’Enza, in Emilia). Quanto alla rabescatura a cancelli della visiera, non si dice se questa sia aperta o chiusa, per cui ne troviamo in uso versioni diverse: con ventaglia alzata e bavaglia abbassata ovvero a visiera chiusa. La posizione dell’elmo, così com’è, è in maestà (cioè posta di fronte all’osservatore), particolare omesso in descrizione.
Per quanto imprecisa, l’odierna formulazione ha emendato un marchiano errore presente nella precedente versione (Statuto comunale adottato con Delibera del Consiglio Comunale n. 24 del 19/03/2004), allorché – per ridondanza – le iniziali della città erano «composte da un caduceo verticale intorno al quale è attorcigliato un serpente a forma di “S”».  Il caduceo è figura particolare costituita da un bastone cerimoniale e da due serpenti avvitati, simmetricamente, e in più spire. Parlare di caduceo (già il verticale è pleonastico, non potendo avere il caduceo altro sviluppo se non il verticale) intorno al quale è attorcigliato un serpente significa confondere l’osservatore, aggiungendo ai due rettili già propri del caduceo, l’altro della descrizione. Ma poi: per essere lo scettro del dio Hermes/Mercurio, il caduceo presenta in cima due piccole ali ed è sormontato da un pomo, tipo bastone da passeggio. In generale, viene scelto quale simbolo dei commerci. Per la verità, un grande equivoco lo pone anche come simbolo di discipline mediche (ad esempio in Italia è alcune volte usato come stemma da farmacie e farmacisti), ma ciò, probabilmente, è per confusione con il  bastone di Esculapio, altro famoso simbolo con serpente, nel quale intorno ad una nodosa verga (dunque non uno scettro) si avviluppa un solo rettile, anche se qui, il serpente non si limita a compiere due soli avvolgimenti, formando la nota “S” dello stemma isernino, ma si avvita più volte (così, p. es. è presente nell’emblema dell’Organizzazione Mondiale della Sanità).
Dunque, e in conclusione, per lo stemma di Isernia non parlerei né del bastone di Esculapio né, a maggior ragione, del caduceo di Hermes.


Verga di Esculapio/Asclepio (sinistra) e Caduceo (destra).

Serpenti e scettri
Scettro e serpente, uniti nel monogramma “$” formano le iniziali della città: “IS” per Isernia. Ma che c’entra con Isernia il serpente? Nella descrizione che Stefano Jadopi dà dell’arme della città per il suo lavoro pubblicato sul Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato (1858) si fa generico riferimento all’«insegna di una nazione più antica di fede, di fortuna e di civiltà degli stessi Pelasgi»: il serpente, insomma, accompagnerebbe Isernia fin dal suo albore di città. Ma ciò viene detto apoditticamente. Qualche decennio dopo, Masciotta scriverà che scettro e serpe sono «emblemi di Vulcano, nume tutelare della città», alludendo forse all’episodio di Atena e Efesto, mito che vede la dea sottrarsi con ribrezzo alle oscene avanches dell’orrido Vulcano, che disperde in terra il proprio seme, fecondando Gea e generando Erittonio, divinità in forma di serpente, appunto; ma è argomentazione un po’ debole. Altro contributo può trarsi da Domenicantonio Milano, che nella sua monografia del 1897 risolve senza troppo complicarsi la vita sostenendo che, come gli Irpini abbiano  adottato come proprio simbolo il lupo perché ricca di lupi è la loro terra, allo stesso modo avrebbero fatto gli isernini col serpente.
Tutte le testimonianze qui raccolte, va considerato, appartengono a scrittori di metà, o fine, Ottocento, epoca in cui il rettile campeggiava tranquillamente nello stemma cittadino.
Ma siamo sicuri che nello stemma di Isernia vi è sempre stato un serpente? Domenicantonio Milano indica uno stemma collocato «sul antico Castello, oggi casa Viti, da cui fu copiato e poi sparito da non sapersene più»; esprimeva «un serpe che trovando l’ostacolo, la foga espressa da un tronco di legno, anzi scettro, esso la circonda, ma circondandosi cola propria coda la morde». Quella descritta è la rappresentazione dell’uroboro (o uroburo, o ouroboros): il serpente che si morde la coda a formare un cerchio perfetto, simbolo dell’infinito, della rigenerazione e dell’eterno, ciclico ritorno, la cui prima testimonianza si ritrova in un testo funerario egizio, del XIII sec. avanti Cristo.  Milano sostiene dunque che il simbolo più antico della città fosse il serpente che si morde la coda, e che il bastone/scettro fosse il suo asse di rotazione; solo successivamente, il serpente avrebbe lasciato la presa mostrandosi nella nota forma a “S”. L’uroboro, come simbolo della città, è assolutamente inedito e non trova ulteriori testimonianze al di là di ciò che riferisce Domenicantonio Milano. Come vedremo, è il serpente stesso a latitare sulle prime rappresentazioni dell’emblema cittadino.



Stemma civico sul privilegio concesso da Carlo V nel 1521
(edizione a stampa del 1558).
Evidente la "S" al posto del serpente.

“S” di Sergna
In effetti, nella più antica rappresentazione dello stemma civico finora conosciuta – cioè quella presente sull’edizione a stampa (1558) del privilegio concesso il 16 marzo 1521 alla città fidelissima da Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Spagna (e per questo anche di re di Napoli, dov’era Isernia) – sovrapposta allo scettro spicca una “S” maiuscola, in smalto nero, non un serpente.
Altra rappresentazione grafica corregge il tiro a vantaggio delle due lettere: il notaio Cesare De Leonardis, tra i disegni che riproduce a margine del suo Garrucci (vd. La storia di Isernia del Garrucci illustrata da Cesare De Leonardis, a cura di Manuela De Leonardis e Gabriele Venditti, 2018) dà testimonianza di una lapide parallelepipeda di cui non vengono fornite ulteriori indicazioni o localizzazione e riportante lo stemma civico, questa volta stilizzato in una “S” sovrapposta ad una “I”, né scettro né bastone, sotto una corona con croce. Accanto alla dichiarazione di “città regia” troviamo il 1587, che non ha corrispondenza in alcuna data significativa per la storia della città. La pietra, oggi perduta, è conosciuta solo nella descrizione data dal notaio isernino.

Disegno di Cesare De Leonardis (1890 ca.). Stemma della città. Nessuna localizzazione né altra indicazione.
Allo stesso modo, in tutte le più risalenti riproduzioni dello stemma troviamo una “S” al posto del serpente: nell’edizione di Italia Sacra, monumentale monografia di Ferdinando Ughelli sulle Chiese di tutta la cristianità, edito nel 1659, lo stemma della città di Isernia è uno scudo sagomato all’interno del quale una “S” si attorciglia ad una “I” di maggiori dimensioni (tra le lettere “A” e “C”, che starebbero, probabilmente, per Aeserniensis Civitas).

Stemma di Isernia presente nell'opera Italia Sacra di Ferdinando Ughelli (1656):
«Qui diamo l'arme di questa Città che per negligenza del tipografo fu precedentemente dimenticata». Si noti la "S" abbrancata ad una "I".

Cinquant’anni dopo, anche G. B. Pacichelli, nella notissima stampa realizzata per Il Regno di Napoli in prospettiva (1703), in cui è rappresentata la città a volo d’uccello, pone a destra del cartiglio col nome Isernia, uno scudo con dentro una “S”, non  un serpente (a sinistra, invece, campeggia l’arme dei D’Avalos, allora principi della città).
È tuttavia particolare che il monogramma “IS” sia sorto in tempi in cui la città chiamava se stessa Ysernia e non già Isernia.

Stampa di G.B. Pacichelli (1703). Anche qui, lo stemma civico è dato come una "S", non un serpente. 

Perché allora la “S”?
Offro una possibile soluzione, coerente con il quadro tracciato: se ricordiamo che la città, in quegli stessi anni, veniva alternativamente chiamata anche Sergna (così per esempio fa Leandro Alberti, in Descrittione di tutta Italia, del 1550 e Giovanni Tarcagnota, Delle historie del mondo, del 1562), e se poniamo mente al fatto incontrovertibile che il nostro dialetto ne ammette come varianti Sernia o Sergnia, giammai Isernia, lo stemma civico nascerebbe con la sola “S” come lettera iniziale del nome della città; e lo scettro, sarebbe forse simbolo del potere autonomo della città regia, allora non infeudata. Solo successivamente lo scettro si sarebbe semplificato graficamente in una “I” e il monogramma “IS”, in forma di “$”, sarebbe stato funzionale al nome della città come impostosi con il passare degli anni: Isernia, appunto e non più Sergna.

La profezia di Celestino e l’icona di Rampino
Per orror vacui inserisco in questo discorso un ulteriore elemento: lo stemma della Congragazione dei Celestini, l’ordine monastico creato da Celestino V, Aeserniae in Samnitibus natus: una “S” posta sull'asta verticale di una croce latina e in qualche rappresentazione, prolungata sull'asta trasversale della stessa croce. Chi sostiene l’origine isernina di Pietro Angelerio trova sostegno nella forte similitudine esistente tra lo stemma cittadino e l’emblema dei Celestini: Pietro, nel dare un’insegna ai suoi, si sarebbe ispirato allo stemma della sua città di origine e alla “S” di Sergna avrebbe dato significato di “Spirito Santo”. Ma qui si propone il gioco ricorsivo uovo/gallina: chi ha copiato chi? Potrebbe essere stato infatti lo stemma civico, di secoli successivo a quello dei monaci di Pietro, a copiare la “S” dello Spirito Santo sovrapposta all’asta della croce. In ogni caso, di “S” e non di serpe si tratta.



Stemma della Congregazione dei Celestini: una "S" (per Spirito Santo) sovrapposta ad una croce. Evidente la similitudine con l'arme della città di Isernia. Chi si è ispirato a chi?















Altra suggestiva quanto poco scientifica ipotesi circa la genesi dello stemma isernino è quella per cui la sua particolare forma (“$”) sia derivata dal monogramma “Ysernia” presente sulla pergamena del giudice Rampini, anno 1221, custodita presso l’Archivio capitolare: in esso, nella parte superiore della  “Y” di Ysernia, sui due rami della biforcazione, il giudice Rampini traccia le restanti lettere a gruppi di tre, “ser” e “nia”, così che la “S” si trova sovrapposta all’asta sinistra della “Y”. Da tale intersezione, sarebbe nata la “S” sovrapposta alla “I” che ritroviamo in tutte le più antiche rappresentazioni dello stemma civico.
Le due tesi, suggestive quanto apoditticamente sostenute, hanno l’indubbio vantaggio di sgomberare il campo da sibilanti rettili, riportando l’origine dello stemma ai due grafemi “S” e “I”.




Monogramma "Ysernia" nella pergamena del giudice Rampini (1221).
Dall'intersezione dell'asta sinistra della "Y" con la "S" nasce il segno "$" (vedi sopra, particolare ingrandito).  




Simboli
Come dalla “S” sia derivato il serpente, è intuitivo spiegarlo. Preesiste allo stemma civico iconizzato nel noto simbolo a “$” un archetipo rappresentato dal serpente che risale l’albero biblico della conoscenza. Normale pensare che, nato con una “S”, lo stemma civico si sia col tempo evoluto  in serpente.
In simbologia, la distanza tra le coppie “S” e “I” e “serpente” e “bastone” si abbrevia fino ad azzerarsi. René Guénon, esoterista e filosofo (oltre che massone), così ne parla: «la lettera S rappresenta la molteplicità e la lettera I l'unità, ed è evidente che la loro corrispondenza rispettiva col serpente e con l'albero assiale concorda perfettamente con questo significato». La verità è che la rappresentazione  stilizzata creata dal serpente attorcigliato a “S” intorno ad un asse verticale (sia esso albero, bastone, freccia) è simbolo antico e variamente usato. Guenon parla delle rappresentazioni grafiche dell’albero biblico della conoscenza del bene e del male, e del serpente tentatore che invita Eva a provare la mela, ma si  è già detto del bastone di Esculapio, o Asclepio e altro serpente taumaturgo è il Nehustan biblico, il “serpente di bronzo” posto in capo ad un bastone, appartenuto al patriarca Mosé, che in alcune sue rappresentazioni è appunto attorcigliato a “S” intorno alla verga.

L'albero biblico della conoscenza (web).


Ancora, il sigillo ermetico scelto da Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro, vede un serpente trafitto alla testa da una freccia passante, orientata dall’alto verso il basso: serpente e freccia ripropongono lo schema consueto “S” e la “I”, ma contrariamente a quanto fin qui visto, l’asse rappresentato dalla freccia non è verticalmente disposto, ma inclinato a intersecare il serpente  a 45°, in direzione NE - SO. Lo stesso simbolo del dollaro americano ($) viene riferito – da quanti sostengono l’esistenza un fil rouge esoterico-massonico che unirebbe tutto ciò che attiene alla fondazione degli Stati Uniti d’America – al sigillo ermetico di Cagliostro.
Niente di tutto ciò, sia chiaro, ha inerenza con lo stemma di Isernia. Come ho letto da qualche parte, l’araldica civica nasce come sistema di segni di riconoscimento, non di simboli: l’esigenza elementare dello stemma, che nasce in un contesto militare di compagnie di armati, è quello di sottolineare un’appartenenza comune, di riconoscere e riconoscersi, e non di alludere a significati ulteriori e profondi, cosa che – caso mai – emergerà col tempo.



Il sigillo ermetico di Giuseppe Balsamo, Conte di Cagliostro: un serpente trafitto da una freccia (web).

Lo stemma decussato
Tuttavia, l’esoterismo/esotismo del sigillo di Cagliostro ci riporta, paradossalmente, al nostro tema, dal momento che, nella storia della sfragistica comunale, tra le più antiche testimonianze dello stemma cittadino usato in sigillo troviamo il monogramma “IS” intersecato e inclinato al pari del simbolo ermetico scelto dall’alchimista. Dobbiamo considerare due documenti d’archivio: nel primo, a data 1723, per eccesso di misura troviamo apposti in calce ben tre timbri neroinchiostrati che riproducono l’incrocio decussato del monogramma “IS”; nel secondo, del 1727, abbiamo ancora un’ulteriore variante: questa volta la “I” interseca il tronco obliquo della “S” a 90°; il monogramma, quasi una svastica incompleta, realizza un incrocio perfetto. In entrambi, il monogramma è inserito in uno scudo sannitico posto sotto una corona di città (siamo lontanissimi dall’elmo attuale). Non troviamo altri sigilli da commentare fino alla fine dell’Ottocento: con il Regno d’Italia (1861), infatti, il timbro del Municipio di Isernia apposto su atti e corrispondenza reca – per maggior prova di fede sabauda – lo stemma reale di casa Savoia. Del pari, la carta intestata – ora commissionata a stamperie locali e non più realizzata dagli amanuensi comunali – reca sopra la stringa “Municipio della Città di Isernia” lo scudo sabaudo, con croce, corona e magniloquente pelliccia di ermellino.
Ma, lasciando la sfragistica, uno stemma parimenti decussato lo troviamo riprodotto sull’obelisco che ornava Piazza Mercato alla metà del XIX secolo. Cesare De Leonardis riporta fedelmente le iscrizioni del basamento, che dedicano l’opera all’allora sovrano Ferdinando I, atteso in visita a Isernia nel 1832, e riproduce a china lo stemma civico posto a metà della stele: le lettere del monogramma sono qui riproposte a inclinazione invertita rispetto a quanto visto sui timbri, con la “I” che taglia la “S” procedendo in direzione NO - SE. Dello  stemma, rimosso nel 1896 insieme con l’obelisco che lo ospitava, si sono perse le tracce. A chi scrive, tuttavia, sembra essere quello che attualmente è posto come (pseudo)pietra di volta del portale che è a lato dell’ingresso della biblioteca civica. Non conosco di preciso l’anno, ma credo che lì deve essere stato messo a seguito degli ultimi interventi sulla facciata, dopo il terremoto del 1984 (non c’era nelle fotografie degli anni ’60), magari  dopo un lungo esilio nei magazzini della Soprintendenza.




Timbro della municipalità di Isernia apposto su documento del 1723.


Stemmi di Isernia
dal manoscritto di G.B. Ricci sulla Storia di Isernia, anno 1766.
Nel primo stemma la "S" è chiaramente un serpente.
(Archivio Biblioteca Michele Romano, coll. 3/XVIII) 

Timbro a secco del 1727. La "I" e la "S" si intersecano formando angoli di 90°. 

A destra, disegno di Cesare De Leonardis dello stemma decussato presente sull'obelisco una volta collocato in Piazza Mercato. A sinistra, lo stemma dove è collocato ora: sul portale a sinistra dell'ingresso della biblioteca comunale "Michele Romano", in Santa Maria delle Monache.

L’epifania del serpente
E allora, il serpente quando compare nello stemma di Isernia? Se facciamo ammenda di un autografo di Giovan Battisti Ricci a margine della sua inedita monografia sulla città a data 1766 – nel quale l’arme cittadina viene disegnata due volte, sia con la “S” che col serpente – i primi rettili sullo scudo isernino li troviamo solo nella carta intestata in uso dalla seconda metà del XIX secolo: impiegati alternativamente con l’emblema di Stato (lo scudo savoiardo), troviamo stemmi civici ingegnosi e sempre diversi, affidati alla fantasia del tipografo, ma tutti con scettro e serpente: sulla carta intestata stampata per l'anno 1871, tra due tralci d'ulivo, incontriamo il rettile avvitato in forma di “ε”; su un mandato di pagamento dell’anno 1879 viene richiamato lo stemma civico cinquecentesco apposto sul privilegio di Carlo V: scudo accartocciato con ricche volute, con in campo un serpente intorno a quello che è chiaramente uno scettro; su un documento del 1894 è apposto un timbro tondo inchiostrato in magenta nel quale, sotto una corona turrita e all’interno di uno scudo di tipo svizzero, figura il serpente, non nella consueta forma a “S”, ma in avvitamento spiraliforme, a compiere almeno due giri intorno a quello che a prima vista appare un bastone.
Facciamo un salto al ‘900 e incontriamo un primo stemma standard, utilizzato per lungo tempo, fino a tutti gli anni ’50. Lo scudo è ora di tipo normanno, a goccia, inserito – tipo crest – sopra un secondo scudo accartocciato; all’interno, sotto una corona turrita a quattro porte (tre visibili), il bastone e il serpente, non con lo schema “$”, ma in doppio avvitamento (la coda cade nello stesso quadrante della testa). Il serpente, minaccioso, ha lingua esposta.
Con l'avvento del Fascismo, permeante ogni minimo aspetto del vivere, anche lo stemma civico dovette cedere spazio all'ingrombante regime. Nella carta intestata di quegli anni in orbace, accanto al serpente, c'è il fascio littorio.

Il resto è attualità, più o meno remota. Una cosa mi pare chiara, tuttavia: l’elmo con cimiero è conquista degli anni ’60 del ‘900 allorché,  tra le altre regole a non più osservarsi, troviamo anche quelle araldiche. Una singolare coesistenza di nuovo e vecchio stemma comunale si registra nella visita istituzionale del presidente delle Repubblica Leone, in data 8/10 settembre 1963: il manifesto che partecipa del messaggio presidenziale ha come stemma civico il vecchio stemma con serpe a "ε" e corona; il gonfalone alle spalle del sindaco (Dora Montesoro) porta già il nuovo con elmo e cimiero. Sublimazione nella medaglia celebrativa realizzata per l’occasione, in cui lo stemma civico presenta salomonicamente sia l’elmo che la corona.


Carta intestata, 1871

Stemma civico su mandato di pagamento del 1879.


Timbro del 1895. Scudo di tipo svizzero con in campo serpente avvitato intorno ad un bastone.

Lo stemma civico maggiormente usato in tutta la prima metà del '900: doppio scudo, a mandorla inserito su scudo accartocciato; serpente avvitato su bastone a forma di "ε" 
(immagine tratta da «La Patria. Geografia dell'Italia» di Gustavo Strafforello, UTET, 1899)

Carta intestata della biblioteca.


Parco della Rimembranza, 1920 ca. Scettro e serpente, ma nessun elmo


Carta intestata, 1942. Fascio e Serpente


Visita del Presidente Leone (10 settembre 1963): sul gonfaleone campeggia l'elmo; sul manifesto, contestualmente, si fa ancora uso dello stemma standard di inizio Novecento

La medaglia celebrativa vede nello stemma condensati scudo, elmo e corona


Stemma civico sulla piastra dei lampioni, Centro storico: curioso mixtum di nuovo (elmo e cimiero)  e vecchio stemma (serpente in forma di epsilon)

Conclusioni controvertibili
Ad uso dei lettori pigri, che vogliono il succo della storia:
•      Il monogramma “$” sorge alla metà del XVI sec. come unione del grafema “S” di Sergna con lo scettro, emblema dell’autonomia della città regia, non infeudata né infeudabile;
•      Lo scettro, per semplificazione grafica, si trasforma col tempo in una “I”, il che appare pure funzionale nel momento in cui la città prende a chiamarsi Isernia e torna utile avere per rappresentanza il monogramma “IS”;
•      Il serpente – se si eccettuano la lapide in memoria del terremoto del 1456 e testimonianza grafica di G.B. Ricci, 1766 – si attesta solo dopo la metà dell’800, anche se appare in forma di «Ɛ» e non di «S»; 
•      Il nostro stemma attuale, «$, con elmo e cimiero», si attesta dopo il 1960 (ma vedi la foto del Macello comunale, realizzato intorno al 1910, in cui lo stemma civico è sormontato dall’elmo).



Rappresentazione "laica" dello stemma di Isernia: riproduce il bastone di Esculapio (web).

Figurina tratta dalla raccolta "Tutta Italia" - Enciclopedia delle Ricerche
Edizioni Fol.Bo. - Bologna (web)
Edizioni SMAR - Torino.
Raccolta degli stemmi delle città capoluogo di provincia 1984-1997 (web)

[primo aggiornamento: sabato 20 aprile 2019; secondo aggiornamento: lunedì 19 agosto 2019; versione definitiva: 3 ottobre 2019]