martedì 23 ottobre 2018

«La Storia di Isernia del Garrucci illustrata da Cesare De Leonardis»



Il Garrucci di De Leonardis. Ex uno, plures
(Gabriele Venditti)

Il libro che avete aperto e di cui state leggendo l’introduzione – questo libro, questa introduzione –  è unico; o meglio: unico è l’originale da cui sono stati tratti, in ristampa, i molti volumi tra cui il vostro. Andiamo a spiegare: La Storia di Isernia raccolta dagli antichi monumenti è un dotto divertissement – l’ossimoro è calzante – di un gesuita napoletano di metà Ottocento, Raffaele Garrucci – o, vezzosamente, Raffaello, come apposto dallo stampatore del 1848. Nell’unico dagherrotipo che lo ritrae maturo, in tre quarti, ha sguardo severo e mento volitivo, più adatto a un capitano di ventura che ad un archeologo e numismatico in abito talare, autore di oltre cento volumi, nessuno dei quali imprescindibile, eccettuata forse la monumentale Storia dell’arte cristiana. Va da sé che, se ci fermassimo al testo riprodotto in anastatica nelle pagine seguenti, potremmo solo convenire di essere incappati in una delle tante monografie comunali di gusto antiquario, dal titolo anche fuorviante perché limitato alla storia della sola città romana, tratta dalle numerosissime epigrafi che quel mondo ci ha generosamente lasciato, scritta per la curiosità dei pochi che – allora come ora – si muovono a loro agio tra l’epigrafia e altre morenti discipline.
Chiariamo, allora: questo libro – anzi, quel libro: l’originale – è unico non per le sue duecento pagine di testo, ma per la nutrita appendice che il notaio isernino Cesare De Leonardis, nell’ultimo decennio del XIX secolo, fece aggiungere in calce alla sua personale copia del Garrucci, rendendola personalissima; su quei cento e più fogli di carta filigranata rilegati col volume del gesuita napoletano a formare un corpo unico, De Leonardis ha riportato, a matita, a china e inchiostri colorati, piccole vedute della sua città, schizzi e disegni, la gran parte assolutamente inediti, che lui, perché appassionato di storia locale e archeologia, fece di luoghi, monumenti e reperti archeologici allora visibili a Isernia e nel contado; bozzetti che costituiscono l’unica testimonianza visiva attualmente nota – quasi fotografie da un età prefotografica – di ciò che non è più esistente o di ciò che, fino ad ora, nemmeno si conosceva come esistente.
Non so se, a questo punto, è chiara l’unicità del Garrucci di De Leonardis. Pensate, allora, alla Venezia del Settecento senza il Canaletto, alla Roma drammatica ritratta a bulino da Giovanni Battista Piranesi. Ora, riducendo del dovuto, vorrei continuare la proporzione (a:b = c:d) intercalando Isernia e De Leonardis. Pensate alla difficoltà di ricostruire il paesaggio urbano che fu per città che non sono Roma o Venezia, tante volte e da tanti ritratte; ma per terre di provincia, periferiche e misconosciute, con pochi cantori e ancor meno illustratori, che pure hanno storia millenaria e tante volte hanno modificato il loro volto, fino a cancellarne anche le cicatrici. Consideriamo Isernia, devastata – fermandoci all’ultimo millennio – da almeno quattro terribili terremoti e provata dal fuoco di eserciti antichi e moderni, i Francesi del 1799, i Piemontesi del 1860, gli Angloamericani e i Tedeschi in ritirata del 1943; per non parlare di nemici meno eclatanti ma altrettanto perniciosi, nel loro continuo, silenzioso operare da tarlo: il cemento selvaggio, l’incuria, l’ignoranza di chi non distingue tra antico e vecchio. Continue trasformazioni, che non sempre – o quasi mai – procedono lungo la linea che porta verso la bellezza, l’armonia. Quanto importante, allora, è avere avuto, se non il Canaletto con la sua Camera obscura, almeno un devoto notaio, animato dall’amore per la città, che dobbiamo immaginare curvo sul suo taccuino a raccogliere per vie, vicoli e mulattiere schizzi di antiche pietre, da riprodurre poi in bella copia, a sera, alla luce di un lume a petrolio, sull’album in calce al suo Garrucci.
Perché è così che operava il nostro Cesare: con i suoi amici – tra tutti quel Domenicantonio Milano autore di una monografia su Isernia che solo quest’anno è stata finalmente edita – esplorava il territorio alla ricerca di antichità, che riportava su fogli sciolti, sul retro magari di grigia corrispondenza notarile (spesso, dietro le minute dei disegni, ci sono appunti inconferenti, che parlano di ipoteche o compravendite). Poi, con calma, ricopiava in bella, a china e colore, sui fogli ocra del Garrucci. Non sempre, tuttavia, c’era posto per le note, l’indicazione del luogo di ritrovamento, le misure del manufatto. Sull’originale, sulla bella copia, spesso molte informazioni sono andate perse (tante che, per molti disegni, è spesso ignoto addirittura l’oggetto ritratto). Per questo, le minute, gli antigrafi – fortunatamente conservati nell’Archivio familiare dei De Leonardis, insieme al volume di Garrucci – completano, quando possono, con i dati che recano, i disegni dell’appendice (e in questa edizione si è deciso di riportare in didascalia, laddove sono state trovati, gli appunti delle minute).
Molte di queste informazioni, tuttavia, possono forse non avere più significato: non sappiamo, noi lettori tardi, giunti dopo oltre un secolo a sfogliare di nuovo il Garrucci di De Leonardis, quale sia il «fondo che si coltiva da Vincenzo Di Falco, sulla strada che mena a Fornelli»; dove il giardino del signor D. Cosmo Melogli, nel quale il 3 giugno del 1890 Cesare trovò e disegnò un certo rudere;  gli esatti confini della tenuta del signor D. Ippolito Laurelli, alla Quadrella, così ricca di epigrafi.
Ma per tanti altri disegni e glosse, è diverso. Come una macchina del tempo, ci aprono finestre su una città che non esiste più: troviamo perfettamente ritratta, in ogni suo dettaglio architettonico, la facciata della Chiesa dell’Annunziata – che, sconsacrata, si conservò fino al 1896 per poi cedere superficie all’attuale palazzo Pansini – della quale era noto soltanto il portale perché finora apparso, fuori fuoco, in una foto d’epoca. Assolutamente inedita, invece, la Porta di Giobbe, aperta nel tracciato delle mura medievali, dove ora termina il vicolo che ne ha mutuato l’odonimo, e che scopriamo ora avere arco a tutto sesto, affiancato lateralmente da due bertesche. Così anche il Convento di Santa Maria delle Grazie, che conoscevamo unicamente in pianta e, per il solo lato che dava sul Tratturo, per una fotografia scattata in occasione di una Fiera delle Cipolle di anteguerra. Allo stesso modo, inedita è la vista a volo d’uccello di Palazzo S. Francesco, ritratto dal suo lato orientale, sovrastante i magnifici orti urbani che caratterizzarono la città, e indicato in didascalia come «diruto monastero di S. Francesco», perché ancora colpito, a fine secolo, dagli effetti del devastante terremoto del 25 luglio1805.    
Viene chiarito il mistero dell’obelisco di Piazza Mercato, o Largo San Pietro, come allora altrimenti si chiamava la piazza centrale di Isernia, mutuando il nome dall’intitolazione della Cattedrale: e questa è storia che merita una digressione. Fino all’inedito bozzetto del notaio, l’obelisco era rappresentato in due sole immagini: una stampa di metà Ottocento, più volte riquadrata e modificata, e una sgranata fotografia dell’ultimo decennio del secolo. Nella stampa, meno nella fotografia, la piazza veniva rappresentata, al centro, con fontana e obelisco. Dal punto di osservazione scelto – spalle a via Marcelli e faccia alle Mainarde – sembrava quasi che fontana e obelisco, schiacciati nella prospettiva, costituissero un tutt’uno e che l’obelisco si ergesse dal centro della vasca. Per vero, fonti d’archivio, ci riferivano già di come l’obelisco fosse distante dalla fonte almeno una decina di metri e di come ne nascondesse il castelletto di carico dell’acqua, necessario in quanto la fontana prevedeva non soltanto, a livello di terra, quattro getti tratti dalla bocca di altrettanti leoni in pietra, ma anche una vasca centrale con, alla sommità, uno zampillo. De Leonardis ritrae la stessa piazza ribaltando il consueto punto di vista e collocando, idealmente, l’osservatore su un pallone aerostatico fermo sul vallone della Precia, che guardi a ovest verso la Cattedrale. Qui l’obelisco si erge, coprendo la fontana, la Cattedrale e il resto, monopolizzando la scena. Posto sulla sua sommità, un giglio (segno della dinastia dei Borbone, incredibilmente rimasto anche oltre il settembre 1860), non una croce, come si direbbe a guardare l’immagine in stampa e fotografia. Segue un prezioso autografo, la cui trascrizione riporto integralmente qui – sebbene presente nel prosieguo dell’opera – per dare già idea del prezioso contributo che le molte glosse apposte ai disegni dànno a chi sia interessato a ricostruire il volto di quella città di Isernia:

«Dal 15 al 31 marzo 1896 furono abbattute per deliberazione del Municipio di Isernia: 1. La fontana in pietra di forma circolare sita nel Largo S. Pietro e propriamente innanzi al Cortile del Palazzo Vescovile, le cui acque si versavano a getto per la bocca di quattro leoni di pietra scolpiti, giacenti e situati a croce, nel cui centro si innalzava una vasca circolare, anche in pietra, con un rilievo in mezzo a guisa di pigna da cui scaturiva dell'acqua a zampilli. 2. Il Castelletto a guisa di piramide a pochi metri discosto da detta fontana da cui derivavano le acque della fontana istessa. Esso Castelletto era di mattoni a piatto, lato da terra circa metri dieci, con base in pietra viva alta circa metri tre ornata di cornice della stessa pietra ed all'apice una palla sostenuta da una pietra di forma quadrata ai cui lati leggevasi: 1° lato A.R.C. 1832; 2° lato AESERNIA; 3° lato FERDINANDO II; 4° lato D.D.D. La stessa palla sosteneva all'apice un giglio, del pari scolpito in pietra, appartenente allo stemma dei sovrani Borboni. Nella facciata di essa piramide, verso la Piazza di S. Pietro, erano incastrate, alla base, una leggenda, o dedica, all'ex sovrano Borbone, scolpita in marmo, ed alla metà dell'altezza di essa piramide lo stemma di Isernia come qui riprodotto. Tale costruzione rimontava ad oltre mezzo secolo e non è fuori proposito far osservare che tanto la leggenda che il giglio di sopra descritti furono abbattuti e distrutti nelle vicende della rivoluzione del 1860 contro l'abolita Dinastia borbonica. »        

Il libro di cui avete terminato di leggere l’introduzione – questo libro e questa introduzione – è unico e prezioso per motivi che, da lettori, apprezzerete e condividerete già prima di giungere all’ultima pagina. 

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