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venerdì 21 settembre 2018

La Reazione nel “Museo della Memoria”

Articolo pubblicato su ArcheoMolise n. 32, anno IX, 


La Reazione nel “Museo della Memoria”

Gabriele Venditti





«La memoria non è ciò che ricordiamo, 
ma ciò che ci ricorda.»
Octavio Paz      

Lo scorso sabato 7 aprile – colmando una lacuna presente nella primo allestimento e confermando, in pieno, il senso di un’istituzione che si presenta quale “Museo della Memoria” di una comunità – è stata finalmente inaugurata la sezione del Museo Civico di Isernia dedicata ai fatti della Reazione borbonica consumatisi nell’autunno tragico del 1860.
Grazie all’intuizione e all’impegno profuso dal direttore del Museo, Duilio Vigliotti, e alla collaborazione dell’Associazione “Scapoli 1943/1944” e della Biblioteca comunale “Michele Romano”, nelle due sale seminterrate che finora hanno ospitato la sezione Celestino V (ora traslata ai piani superiori) è stata allestita un’esposizione permanente con il fine non soltanto di far conoscere quanto accaduto in città in quei giorni di fine estate e inizio autunno del 1860 – ed è funzione fondamentale per fatti che, in gran parte, nella narrazione consolidata del Risorgimento italiano sono stati pudicamente omessi o riportati in forma unilaterale, partigiana, misconoscendone la reale portata – ma anche di far comprendere, per empatia, grazie alla capacità suggestiva e immediatamente evocativa dei materiali in mostra, il clima che allora si respirava in città, al Macerone, a Pettorano, nel confuso Contado di Molise che, provincia del Regno duosiciliano, traumaticamente cambiava colore e ai gigli dei Borbone sostituiva repentinamente lo scudo sabaudo.
Se parlo di lacuna che si è colmata è perché la Reazione connota Isernia più di altri suoi già celebrati accadimenti. In quell’annus horribilis la città, luogo spesso periferico nella geografia della Storia, si è trovata suo malgrado ad esserne – seppure per venti giorni in tutto – il centro. Si è scritto, nell’immediato, che «il di lei nome disonorato fe’ il giro d’Europa», e davvero se ne parlò – magari male – a Londra come a Vienna, e non è accaduto altre volte. È a Isernia che si mostrò quanto difficile a realizzarsi fosse il progetto di Italia e Vittorio Emanuele; è a Pettorano che i garibaldini di Nullo, per disarmante ingenuità e spocchia, prendono la prima sonora sconfitta, per mano, essenzialmente, degli irregolari molisani di Salzillo; è al Macerone che per la prima volta si incrociano le lame dei Piemontesi e dei Napoletani, eserciti con ranghi e divise, battaglia risorgimentale come Pastrengo o Solferino. 


La funzione di introdurre il visitatore ai fatti del 1860 viene affidata al grande pannello che occupa un’intera parete della prima sala e riporta la densa cronologia di quei giorni. Se la Reazione – l’insorgenza popolare che, per paradosso, esplode violenta per la conservazione del vecchio regime, e non contro di esso, per un suo sovvertimento – deflagra e si spegne nell’arco di pochi giorni (30 settembre – 20 ottobre), occorre partire almeno dal maggio di quello stesso anno, dallo sbarco di Garibaldi a Marsala, per avere un quadro chiaro di quegli eventi. Con l’avanzata delle Giubbe rosse lungo lo stivale cresce progressivamente – specie tra le élite borghesi – la scelta di campo per l’opzione unitaria. Comitati spontanei sorgono nelle città del regno: mazziniani e repubblicani alcuni; altri, la maggior parte, per l’annessione all’Italia dei Savoia. Con Francesco II in malinconica clausura a Gaeta, il 7 settembre 1860, Garibaldi entra a Napoli da dittatore. Pochi giorni e, nei territori al di qua del Volturno, che fa da nuovo limes, si instaurano governi insurrezionali guidati dai comitati unitari. Isernia fa subito la sua professione di fede: «Cittadini, Municipio, Clero, Guardia Nazionale e Autorità tutte di Isernia» scrivono al dittatore Garibaldi rendendo «consenziente omaggio per l’annessione al Regno italiano sotto lo scettro di Vittorio Emanuele». Sulla bontà della dichiarazione è lecito dubitare. L’élite cittadina sceglie la via – italianissima – dell’attendismo. Si è al tracollo di un regno secolare, ma qui e là segnali di ripresa vengono avvertiti: e se dovesse ritornare il Borbone? Allora, se è vero che sottoscrivono per Garibaldi, gli ottimati impegnano comunque la seconda metà del mese di settembre a fare intelligenze con la corte di Gaeta, preparando nelle cantine la sollevazione della città.


Isernia, c’è da dire, non è un posto a caso sulla mappa. È uno snodo fondamentale, importante retrovia del fronte garibaldino. Così, far sollevare la città in concomitanza con la grande battaglia sul Volturno (che ci sarà infatti il 1° di ottobre e che vede, per la prima volta da Marsala, l’esercito di Francesco II finalmente mostrare i denti) assume un significato strategico ben preciso e non casuale, come vuole la vulgata. Con Isernia, e il suo circondario, in mano ai lealisti si accendono fuochi alle spalle dei garibaldini, che devono essere spenti: si distraggono così forze che dovrebbero servire altrove.
Tutto questo, però, cova sotto la cenere: fino al 30 di settembre, la città appare tranquilla e convintamente liberale e unitaria: il nuovo corso è stato ben evidenziato  con la nomina a sindaco di Stefano Jadopi, che dal 1848 in poi non ha mai nascosto il suo impegno nella causa unitaria: per uno scherzo del destino, che avrà presto tragici connotati, è genero del cavalier Gennaro De Lellis, che invece è il campione cittadino dell’ortodossia borbonica. Di Stefano Jadopi, del suo rapporto di amore-odio con la città che poi rinnegherà, in un volontario esilio napoletano, il museo civico reca ampie testimonianze: di proprietà della famiglia Jadopi (venne acquistato dall’ultimo erede, negli anni sessanta del ‘900) è la Storia d'Isernia al cadere de' Borboni nel 1860, opera miscellanea che raccoglie i pamphlet di don Stefano – sebbene pubblicati come anonimo; volume prima conservato in biblioteca e ora esposto in teca, aperto sull’elenco dei condannati al processo di Santa Maria Capua Vetere; il lasciapassare a lui accordato per recarsi a Napoli a firma del sottintendente di Isernia, Giacomo Venditti; l’arme di famiglia, vergata a tempera su carta (pure acquistata dall’ultimo erede).


Arriviamo alla notte del 30 settembre; già all’imbrunire, centinaia di cafoni  armati di ronche, falci e pochi fucili, in parte rubati al presidio della Guardia Nazionale, si radunano a Largo Fiera, fuori dall’abitato (la Guardia, sia detto en passant, è la milizia civica istituita nel 1806 da Giuseppe Bonaparte, sull’esempio della Garde nationale della Rivoluzione francese: soppressa nel 1848, era stata ricostituita, in fretta, nel luglio del 1860, e con Garibaldi dittatore riconfermata nel settembre 1860,  seppure purgata dagli elementi più apertamente filoborbonici; in esposizione c’è sia la bella divisa turchina da milite della G.N., con giubba e buffetteria, sia un fucile ad avancarica e innesco a pietra focaia, contemporaneo agli eventi qui narrati). Torniamo ai fatti: l’orda attende un segnale, che arriva col buio dai servi di don Gennaro; come un fiume che abbia rotto gli argini, si riversa in piena lungo lo stretto budello che, ab urbe condita, attraversa Isernia correndo da nord a sud, da capammonde a capabballe, fino al Convento dei Celestini, sede della Sottointendenza, che cinge d’assedio, mettendo in fuga i pochi garibaldini del presidio cittadino, agli ordini del maggiore Ghirelli. Rivolge, quindi, forconi e attenzione verso palazzo De Baggis, che è di fronte, ed è ultimo riparo dei liberali cittadini. Qui i cafoni uccidono Cosmo de Baggis, feriscono a morte il figlio ventenne di don Stefano, Francesco di Paola Jadopi, e credono di uccidere pure quel Ferdinando Boccia, giudice mandamentale, che si salva solo perché ha la prontezza di fingersi morto. Di Francesco Jadopi il museo espone, in pannello, la riproduzione delle lapidi funerarie, una volta collocate nella cappella di famiglia, abbattuta già fatiscente quando l’espansione edilizia della città – per allineare quello che, per ironia, nell’odonomastica cittadina è Corso Risorgimento – ne richiese un nuovo, definitivo sacrificio. C’è pure una poco umoristica vignetta uscita su un giornale dell’epoca durante la celebrazione del processo di Santa Maria Capua Vetere per i fatti della Reazione isernina, in cui si vede uno Stefano Jadopi, agghindato à la Cavour, con barbetta neroniana e pince nez, che chiede in ristoro ai giudici tanto oro quanto pesi il cadavere del figlio, ritratto in aula, sotto un sudario.
L’orribile notte termina coi saccheggi e gli arresti arbitrari di quanti vengono riconosciuti come liberali. Il giorno dopo, 1° di ottobre, a una città che è in piazza, con le armi ancora calde in pugno, fa da contraltare un’altra città, attonita, sgomenta che inizia a nascondersi, a fuggire. Intanto il sinedrio reazionario che si instaura nelle stanza del vescovato comincia a lavorare: occorre inviare dispacci a Gaeta; invitare l’esercito regio a occupare la città, prendere contatti coi lealisti del distretto, perché si armino e si sollevino dovunque; rinominare sindaci e capi urbani. Occorre soprattutto frenare gli animi, già tanto esacerbati, della plebaglia, ché non pensi di potersi muovere in autonomia, senza ossequio a corona e altare, trasformando la Reazione in Terrore anarchico. Finita la festa, insomma, va ristabilito l’ordine.
Ma l’ordine è destinato a durare poco: in poco più di venti giorni, Isernia viene riconquistata e ripersa più volte e come un osso, che via via si consuma, si divide tra due cani ringhiosi. La spedizione garibaldina del neonominato governatore della provincia di Molise, Nicola De Luca, giunge a Isernia la sera del 4 ottobre e aggiunge nuovo sangue a quello già versato. De Luca è avido e come primo, punitivo atto impone – come fosse un Totila o un Genserico che espugni l’assediato – una pesante tassa di guerra. Nella notte, poi, ci si abbandona allegramente al saccheggio delle case dei vinti, quella del cavalier De Lellis per prima. La città, tuttavia, si conserva  libera e liberale per una sola notte: la mattina di venerdì 5 ottobre, da Venafro, ripartono i borbonici del maggiore De Liguori e i molti cafoni del contado, che dopo un nuovo scontro nell’abitato, casa per casa, riprendono Isernia, che conserveranno fino alla Battaglia del Macerone. Chissà se le punte di baionetta esposte ordinatamente nella seconda teca dell’esposizione museale sono proprio quelle usate dalla gendarmeria borbonica alle spalle dei garibaldini di De Luca per spingerli alla disordinata fuga lungo la consolare per gli Abruzzi. Con l’ingresso dei regi in città, riemerge l’anima nera dell’isernino. Si recuperano i ferri, le zappe, le ronche rimaste all’orto solo per un giorno, e si scatena nuovamente la caccia alla camicia rossa. Nuovi (vecchi) padroni e nuovo sangue in città: come nota nel suo memoriale Giuseppe Buttà (pur se legittimista e filoborbonico), «I liberali d’Isernia all’arrivo del governatore de Luca, saccheggiarono le case de’ borbonici, e costoro al giungere di de Liguori, saccheggiarono le case de’ liberali. Di modo che, la disgraziata Isernia, in 24 ore fu saccheggiata ed insanguinata due volte!».  


È in questa occasione che si registra, probabilmente, l’episodio più agghiacciante, quell’osceno sabba che si officia dopo la resa degli ultimi garibaldini in Palazzo Jadopi, con l’incendio, il saccheggio, le teste spiccate di netto che rotolano giù per le scale, finendo in piazza a fare da palla (gioco nel quale eccellono i carpinonesi, come si dirà nelle carte processuali) o inastate come trofei da portare in processione. 
All’alba, Isernia si sveglia nauseata dai postumi di questa nuova ubriacatura. Alle carceri dell’Annunziata si procede al cambio della gurdia: escono gli arrestati del 4 ottobre, entrano gli ultimi libe­rali rastrellati in città. Ma che le cose vadano al peggio è ben rappresentato dal fatto che i topi abbandonino già la nave: De Lellis figlio, nominato da Gaeta nuovo sottointendente tarda ad accettare l’incarico e lascia per cautela la città; anche il vescovo Saladino, da tutti ritenuto il papa nero della Reazione (benché con l’energia di un ottuagenario), mette al sicuro le terga sulla più stabile cattedra di Venafro.    
Fuori città è pure Jadopi, che da Napoli richiama l’attenzione di Garibaldi sulla odiata citta natale. Per suo interessamento, e per quello del bojanese Pallotta che millanta un contributo di tremila volontari, si fa muovere oltre il Matese una colonna armata, con l’intento di riprendere Isernia. A guidarla, un garibaldino della prima ora, il colonnello Francesco Nullo. A Bojano, però, dei tremila uomini promessi ne trova meno di cinquanta. Maggiore prudenza suggerirebbe di lasciar perdere, aspettare i Piemontesi in rapida discesa lungo Marche e Abruzzi. Ma gli oltre mille garibaldini di cui complessivamente dispone vengono ritenuti da Nullo un numero comunque sufficiente a tentare l’impresa, e così la Colonna, il 16 ottobre, si mette in movimento. È un suicidio: hanno di fronte le tremila baionette dei regolari al comando del generale Luigi Scotti Douglas, conte di Vigoleno; ma quella che Nullo sottostima davvero è la forza e ferocia del migliaio di partigiani di Teodoro Salzillo che s’accompagnano all’esercito regolare duosiciliano. Salzillo, sia detto en passant, è personaggio da romanzo, tuttavia misconosciuto: primula rossa della Reazione, metà Pancho Villa e metà James Bond, è ubiquo nell’estate del 1860, sostenendo la causa lealista ovunque serva. Lo troviamo a fare da corriere per Gaeta; battersi contro le giubbe rosse alle pendici del Matese campano; tramare a Isernia facendo doppiogioco, e poi scoprirsi guidando in campo aperto i suoi irregolari contro la Colonna De Luca; determinante a Pettorano contro Nullo, meno sul Macerone, contro i bersaglieri. Eppure, di Salzillo e dei suoi nella storia ufficiale non c’è menzione (nel catalogo della mostra “Molise 1860 - I giorni dell'unità”, Salzillo, che pure è autore di una decina di monografie, viene indicato come “un contadino di Pozzilli”). È il destino degli sconfitti, certo; ma la damnatio memoriae nei confronti dei vinti del Risorgimento ha operato probabilmente con maggiore energia e più difficile si mostra l’impresa di recuperare memoria.
Così, il 17 di ottobre, nella piana di Pettoranello, la gendarmeria borbonica e la fucileria dei cafoni di Salzillo chiudono a tenaglia gli smarriti garibaldini della Colonna Nullo, ed è strage, durante e dopo la battaglia: a notte la campagna si riempie degli sbandati, che prendono a vagare senza direzione e, quando presi, subiscono sevizie e morte per decapitazione. Tra gli sbandati, c’è anche Domizio Tagliaferri, la cui camicia rossa – donata alla Biblioteca “Michele Romano” dalla famiglia Lemme – fa ora miglior mostra di sé nella prima teca, insieme con la berretta garibaldina e una sciabola da ufficiale. Domizio, farmacista di Matrice, era sottotenente del 1° Btg. Cacciatori Irpini, inquadrato nella Brigata Carbonelli al seguito di Nullo (ce lo dice la lettera d’ingaggio, in originale, pure in mostra); ci ha lasciato un memoriale, La spedizione di Isernia, dai toni molto critici verso lo stato maggiore garibaldino, attribuendo ogni responsabilità al comando di Nullo, che inavvedutamente derogò agli ordini ricevuti, ed espose i rossi a quella «tremenda carneficina, che la storia stigmatizza con parole di fuoco, e da cui pochi soltanto, ed a mala pena» scamparono.  

  

Vittoria inutile, tuttavia, quella riportata a Pettorano. A Isernia non si festeggia: la città è intristita e contempla le sue macerie, non solo materiali. S’inizia a realizzare l’ineluttabilità di un destino deciso altrove, che porterà gli isernini ad essere presto sudditi di un diverso re. Vittorio Emanuele sta scendendo col suo esercito a prendersi il Sud. Il 20 ottobre 1860, nella nebbia del Macerone, l’avanguardia piemontese ha facile ragione delle poco motivate forze borboniche, guidate dall’ottuagenario Scotti Douglas. C’è la resa. La cavalleria sabauda entra al galoppo in città: sono gli uomini del 1° Squadrone di cavalleria, i Lancieri di Novara, che a Isernia si guadagnano una medaglia di bronzo al valor militare per la carica che taglia la fuga ai napoletani, infilandoli in una sacca. Loro è la mantella di panno grigioverde, l’elmo da dragone, e  la sciabola a guardia aperta e pomolo a testa d’aquila che sono esposti nella lunga vetrina al centro della prima sala.
Cialdini – che pure darà il meglio di sé da qui a qualche mese, da plenipotenziario nella lotta al brigantaggio – si conforma al clima plumbeo che grava sulla città, imponendo la legge di guerra. Appena insediatosi, la sera del 20, telegrafa al governatore De Luca e dice: «Faccia pubblicare che fucilo tutti i paesani armati che piglio, e do quartiere soltanto alle truppe. Oggi ho già incominciato»; e non millanta: davanti al plotone di esecuzione cadono in giornata i primi dieci paesani scelti tra quelli che al Macerone gli hanno contrastato il passo (il proclama di Cialdini è a parete, tra i reperti in esposizione).
Nessun plebiscito si inscena a Isernia per il 21 di ottobre: l’adesione al nuovo Regno viene data per scontata. Re Vittorio verrà in città di lì a due giorni. Dorme una notte sola, in casa di don Vincenzo Cimorelli, prima reazionario e ora campione cittadino di quel trasformismo nuova moda nazionale. Nel suo entourage annotano che Vittorio Emanuele rimanga così fortemente colpito dalla città da esclamare: «Se non fosse città italiana l’avrei trattata da re barbaro».
Ne seguì un difficile ingresso in Italia. Il grande processo di Santa Maria Capua Vetere condannò i manovali della Reazione salvandone i mastri: le elité andavano in ogni caso salvate, occorrevano a costituire l’ossatura della nuova, fragile nazione. A scorrere i nomi dei condannati – nel lungo elenco presente nel liblro di Jadopi, si è detto – si incontrano gli stessi soprannomi che ancora adesso marcano le famiglie che isernine lo sono da generazioni (a testimoniare che, in fondo, centocinquant’anni sono pochi davvero). A Isernia, a distanza di mesi, i morti rimangono insepolti, e non è affermazione metaforica: Carlo Tedeschi, volontario della Guardia Nazionale di Milano, inviata nel Sud con funzioni di controllo del territorio, raccoglie questa immagine della città nel febbraio del 1861: «In fondo d’Isernia v’era un’altra cosa che doveva attirare l’attenzione di ogni cristiano. Un cimitero, o meglio un recinto da un muricciuolo, in cui stava una fossa ripiena di cadaveri (…) Al disopra di tutti i cadaveri vi stava quello di un uomo che doveva essere sul fiore della vita: il costume che vestiva era quello del luogo. Fra tutti, il suo corpo era ancora il men disfatto».



Bibliografia.
Anonimo [ma Stefano Jadopi] La reazione avvenuta nel distretto d'Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Napoli, 1861;
Anonimo [ma Stefano Jadopi] Risposte ai fatti narrati da V.M. Briamonte e F. Marulli sulla reazione avvenuta in Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Torino, 1862
Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Trieste, 1868
Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta: memorie della rivoluzione dal 1860 al 1861, Napoli, 1892/1893
Domizio Tagliaferri, La spedizione di Isernia, in “La Lega del Bene”, n. 28, giugno 1890
Carlo Tedeschi, I Milanesi a Venafro, Milano 1861
Gabriele Venditti, Isernia al cadere de' Borboni : fatti di rivoluzione e reazione nell'autunno 1860,  2011


giovedì 28 dicembre 2017

Dei Palazzi storici di Isernia


Articolo pubblicato su ArcheoMolise n. 30, anno IX, 
numero monografico dedicato a Isernia

Dei Palazzi storici di Isernia
Gabriele Venditti

Tragica cesura nella storia contemporanea della città di Isernia è il devastante terremoto del 26 luglio 1805, che sconvolge abitanti e abitato in misura tale che, può dirsi, esista un’Isernia precedente e una diversa città dopo di esso: come riporta il regio ispettore Giannoccoli a Ferdinando IV, che lo ha inviato nel cratere proprio perché ne riferisca, «Isernia, Maestà, non è più Isernia, e le fabbriche tutte o son cadute o stanno per cadere al suolo».
Se l’incipit è stato lasciato alla drammatica memoria del gran tremuoto è perché dei quattro, più rappresentativi, palazzi storici di Isernia – di cui qui tracceremo un profilo confidenziale – tutti, per effetto del sisma, furono o distrutti ed ex novo riedificati (il Seminario, Palazzo d’Avalos) o seriamente lesionati e, più o meno celermente, riattatti (Palazzo San Francesco) ovvero costruiti là dove il terremoto aveva fatto pulizia di precedenti, anonime fabbriche (Palazzo Jadopi).   

Progetto del 1829 «per la riduzione dell' ex convento di S. Francesco [...] in diverse officine di Amministrazioni», arch. D. Rispolimoncada (?) (ASCI, b. 14, f. 368 - rielaborazione dell'originale) 




Palazzo San Francesco
Palazzo San Francesco, ora sede del Comune, era – al tempo – un convento francescano. La tradizione cittadina –  un esempio nella breve monografia scritta dal can. Vincenzo Piccoli nella prima metà del XIX sec. –  vuole che sia stato lo stesso santo di Assisi, di passaggio per la città nel 1222, a fondarvi una chiesa intitolata a Santo Stefano, sulla quale, meno di cinquant'anni dopo, sarebbe stata eretta la chiesa di San Francesco, con annesso convento (1262 o, al più tardi, 1267). Il terremoto recò danni ingenti alla struttura: crollata per un terzo (l’ala a meridione, che dava verso il giardino) e prossima a farlo per i restanti due. C’è da dire che nessuno, all’epoca, spingeva per una celere ricostruzione: passato il Regno di Napoli dai Borbone a Gioacchino Murat, anche qui trovò applicazione il decreto imperiale del 25 aprile 1810 che stabilì la soppressione di tutti gli stabilimenti, corporazioni, congregazioni, comunità ed associazioni ecclesiastiche di qualunque natura e denominazione. Così, la proprietà del convento fu tolta, dal 1811, all’Ordine dei Frati Minori Conventuali, e nel 1812 un tale Giovanni Lemercier ne ottenne addirittura l’uso gratuito, per cinque anni, per impiantarvi una conceria. Tornati i Borbone a sedere sul trono, per l’ex convento non ci fu reintegra ai francescani. Il Concordato stipulato fra il Regno di Napoli e la S. Sede nel 1818 istituì una Commissione mista amministratrice del patrimonio ecclesiastico regolare, per occuparsi, appunto, della gestione dei beni sottratti dai miscredenti francesi alla Chiesa cattolica, e fu con atto rogato dal notaio isernino  Filippo Senerchia in data 14 giugno 1823 che il Comune di Isernia acquisì da detta Commissione, in enfiteusi perpetua, verso un canone annuo di 60 ducati, «un vasto locale, con cortile, fontana nel mezzo e giardino attaccato tutto cinto di muri; consiste esso in corridoi, sottani, mezzani e stanze superiori, porzione di detto locale alla parte del giardino già crollata, altra porzione verso la strada nuova è tutta lesionata e prossima a crollare e porzione poi verso la Città è in mediocre stato […] esso locale è appunto quello che prima era il convento de’ minori Conventuali di San Francesco di questa città (Archivio storico comunale di Isernia-ASCI, b. 14, f. 368)». Arriviamo al 1829: un documento dal titolo “Rischiarimenti relativi alla perizia del 28 feb. corrente anno per la riduzione dell’ex convento di S. Francesco, in questa città di Isernia in diverse officine di Amministrazioni” dà notizia della volontà del nuovo enfiteuta di valorizzare il bene per farne – diremmo oggi – un centro direzionale: Municipio, Sottointendenza, Ispettorato di Polizia, Tribunale e Uffici del dazio. Ma l’ingente somma necessaria allo scopo (6799 ducati) fece arenare il progetto, che era a firma di quell’architetto Domenico Rispolimoncada, Controloro de’ dazi diretti del Distretto, già abituato, peraltro, a veder naufragare le sue idee per una nuova città, come accaduto tre anni prima per la sistemazione di Piazza Mercato, con pavimentazione a losanghe e fontana centrale a quattro getti. Qualche anno più tardi, nel febbraio del 1834, l’Intendenza della Provincia di Molise stanzia fondi per urgenti riparazioni all’ex convento «ove trovasi casermata la Gendarmeria Reale», uno squadrone a cavallo (con il Regno d’Italia, ai Gendarmi si sostituirono i Carabinieri;  a questi, nel 1865, i bimbi dell’Asilo d’Infanzia). Le condizioni di Palazzo San Francesco, tuttavia, producono continue querele inoltrate dalla Sottointendenza al Comune: infiltrazioni d’acqua, solai che non reggono. La corrispondenza dura fino al 1837. Intanto, nel 1835 – come vedremo meglio parlando di Palazzo d’Avalos – l’Amministrazione comunale decise la vendita del Palazzotto, fino ad allora sede del municipio.  Si ebbe così la necessità di ricollocare la Casa comunale e si pensò, allora, all’ex convento. Da una nota datata 1840 si trae notizia, per la prima volta, di lavori necessari a sistemare l’ex convento per stabilirvi gli uffici dell’Amministrazione comunale. Sindaco, eletti e decurioni vi si impiantarono due anni più tardi, nel 1842 (quest’anno, dunque, si compie il 175° anno di Palazzo San Francesco quale sede del Comune). Insieme con gli uffici municipali, dal Palazzotto si spostò nell’ex convento anche il Teatro comunale. A ricordarcelo è Stefano Jadopi nella sua monografia municipale del 1858: descrivendo la città nelle sue luci e ombre, dice che nell’«antico soppresso Monistero de’ Conventuali si pensò di costruire un teatro, e se ne ottenne l’autorizzazione col Real Decreto del 18 Agosto 1835; ma non si diede principio ai lavori prima del 1839, lavori che rimasero sospesi nel 1845. Fu poscia proseguito nel 1847; e la decorazione si è alla fine portata a termine a spese parti­colari nell’anno 1855.» Quella del teatro comunale di Isernia è storia a sé, che meriterebbe spazio che qui non abbiamo. Va detto che venne realizzato (con i tempi e le cesure individuate da Jadopi) nel locale più ampio tra quelli che si affacciavano sul chiostro dell’antico convento e si svi­luppava, in altezza, fino al tetto. I disegni – del 1855, a firma dell’architetto Luigi de Cesare – mostrano un tipico teatro con pianta a ferro di cavallo, platea per ottanta posti e due ordini di palchi (il teatro, poi Cinema Italia, si conservò fino alla metà del Novecento). Palazzo S. Francesco ebbe per tutto l’Ottocento vocazione polifunzionale: sulla scheda consegnata dal Comune di Isernia all’agente delle Imposte relativa all’anno 1891 – si era da poco (1889) introdotta l’imposta sui fabbricati e i Comuni pagavano quanto i comuni cittadini – si legge che all’epoca il palazzo ospitava «Teatro comunale quasi sempre chiuso, Scuola, magazzino, Casa comunale e Corte d’Assise».
 

Atto sovrano di assenso all'alienazione di Palazzo d'Avalos a Ippolito Laurelli, 18 agosto 1835. (ASCI, b. 14, f. 370)


Pa­lazzo d’Avalos
Come anticipato, prima del 1835 un teatro comunale a Isernia c’era già, an­nesso all’ «antica Casa comunale» in Palazzo d’Avalos, lì da «epoca bastantemente remota», come può leg­gersi in una nota al Sottointendente del distretto di Isernia del 14 agosto 1847. Allorché venne decisa la vendita del Palazzotto a Ippolito Laurelli per 2100 ducati, con delibera del 3 marzo 1835, l’atto venne recato, via Intendente pro­vinciale, all’approvazione superiore di re Ferdi­nando II, che il 18 agosto 1835 vi appose, sì, la firma, ma «a condizione che si ergesse altra Casa e più commodo teatro».
Palazzo d’Avalos, Palazzo del Principe (come si incontra nella pianta a volo d’uccello di Giovan Battista Pacichelli del 1703 e conservato nell’uso fino a metà Ottocento) o più familiarmente ru Palazzotte, è tra i palazzi più importanti – se non il più importante – della città. Ci ricorda l’esistenza dell’effimero titolo di Principe di Isernia: quando il Viceregno decise di infeudare la fino ad allora fidelissima città regia di Isernia, la spuntò, nel 1643 Carlo Greco, duca di Montenero; ma tenne Isernia per poco e appena un anno dopo, cedendo alle pressioni della potente famiglia spagnola, la città venne ceduta (per 28.000 ducati!) a Diego d’Avalos, figlio secondogenito di Inigo III e Isabella d’Avalos, V marchesa del Vasto. Avuto il feudo, occorreva ora un titolo nobiliare adeguato, che Diego chiese alla Corona e subito ottenne: ecco il Principe di Isernia. Titolo effimero, poiché fu portato, oltre che da Diego, solo da suo figlio Cesare Michelangelo e sempre posposto ad altre e più importanti dignità che la casata ebbe, per finire poi dimenticato nella vicenda successoria che interessò l’ultimo d’Avalos, e quindi formalmente cancellato con regio Assenso del 6 aprile 1745, con il ritorno della città al Demanio. 




Quella attuale, sobriamente neoclassica, è la versione ottocentesca del palazzo, interamente ristrutturato dai Laurelli dopo – lo sappiamo –  il terremoto del 1805.
L’originale seicentesco, riferibile ai d’Avalos, era certamente ad un solo piano. Così viene riportato nella stampa della città di Giovan Battista Pacichelli che si rinviene in «Il regno di Napoli in prospettiva», del 1703: qui il “palazzo del Principe”, come indicato, ha pianta a “L”, coprendo due dei tre lati della piazza come l’attuale, ma dopo il piano nobile presenta già il solaio.
Non si conosce la data di costruzione. Atti di compravendita stipulati dal principe per acquisire case e terreni su cui edificare datano dal 1651. Certo è che quando Giovan Vincenzo Ciarlanti scrive, nel 1644, le sue «Memorie Historiche del Sannio» non c’è né palazzo, né piazza, dal momento che nella descrizione della città il primicerio isernino individua nella piazzetta davanti palazzo San Francesco (l’attuale Piazza Marconi) lo spazio più ampio aperto, dopo quello della Cattedrale, lungo il decumano cittadino; del resto, nel 1644, era appena stato vergato l’atto di vendita della città tra il duca Greco e Diego d’Avalos e un palazzo del principe era ancora da venire.
In un anonimo manoscritto che si conserva nell’Archivio d’Apollonio (presso la Biblioteca Michele Romano), intitolato Ricordo, o sia notizia sugli interessi del principe della Città d’Isernia, si legge: «D. Cesare d’Avalos, per farsi una abitazione da domiciliarci, si prese da Cittadini alcune case vicino alla ven. Chiesa della Ss.ma Annunziata di detta Città e specialmente dalla detta Chiesa due casette […] ed un giardino contiguo ad essa chiesa, per le quali casette ed orto si obbligò il succitato marchese corrispondere carlini otto l’anno, come in tutti i libri delle economie di detta Chiesa si trovano esemplati detti stabili». Non ci troviamo con le date: don Cesare è principe di Isernia dal 1697. Il Palazzotto risale probabilmente ad anni prima, edificato da don Diego, con le linee di solida grazia del palazzo marchesale di Vasto, sede del ramo maggiore del casato.



Prospetto del Seminario vescovile, di Nicola Sabbelli (tratto da Viti, Note di diplomatica ecclesiastica [....], 1972)




Palazzo del  Seminario
Il sito ospitava una chiesa altomedievale intitolata a San Paolo, che gemellava, dal lato opposto della torre campanaria (l’arco di San Pietro). Nel XIV secolo, sui ruderi di questa fu costruita la casa palazzata dei della Castagna, famiglia appartenente al notabilato cittadino: ad un Onofrio della Castagna, che aveva militato con valore nel campo aragonese durante la battaglia di Sessano (28 giugno 1442), re Alfonso concesse per gratitudine il titolo di barone in perpetuum su Sessano.




Arriviamo al 1704: Mons. Biagio Terzi, vescovo di Isernia, aveva stabilito di erigere in città un’ulteriore casa religiosa, questa volta per le Orsoline; essendo scaduto il termine temporale senza che si fosse stabilito il monastero, gli amministratori del Comune proposero e, verso l’assegnazione di 200 ducati di rendita annua, ottennero, nel 1728, con mons. Giovanni Saverio De Leoni, la fondazione del seminario diocesano sotto il titolo di San Francesco Saverio (va rilevato che, all’epoca, Isernia e Venafro erano diocesi separate e autonome; in Venafro esisteva un seminario diocesano almeno dal 1568). Fu, allo scopo, utilizzato proprio il palazzo dei signori Castagna, all’epoca, famiglia già estinta. Come altre fabbriche, anche il seminario venne seriamente danneggiato – si è detto – dal terremoto del 1805: «[…] l’è notabilissimamente patito, per cui vi occorrono delle grandissime riparazioni», annota Fortini. Nel 1827 si cominciò l’opera di riedificazione nel medesimo posto per volere del vescovo Gomez-Cardosa e condotto a termine intorno al 1842; di quegli anni è il disegno neoclassico della facciata, che si conserva nell’attualità, opera dell’architetto Nicola Sabbelli. 

Palazzo Jadopi, litografia di Wenzel, 1860


Palazzo Jadopi
Prima che in Regione Molise se ne decidesse l’acquisto per farne una sede istituzionale in città, iniziando un malaugurato, infinito restauro che lo ha spogliato del nitido basolato calcareo della corte interna per arricchirlo, beffardo contraccambio, di un’orrida corona in cemento armato, Palazzo Jadopi era tra gli edifici  più belli e rappresentativi di Isernia; e dire che rovina e sciagura il palazzo l’aveva già esperite in quell’inizio di autunno del 1860 allorché, il 4 di ottobre, fu assediato, saccheggiato e dato alle fiamme dai cafoni del partito borbonico, che dalle sue scale vanvitelliane fecero rotolare teste di garibaldini in un’orgia di sangue che fu presto risolta dal martello piemontese, sceso in città dal Macerone, il 20 ottobre 1860. La famiglia Jadopi, fino al tremuoto del 1805, aveva case nel vicolo a lato della fontana della Fraterna (oggi vico Concezione). Distrutte queste, dovendo ricostruirsene di nuova, anche per sottolineare la nuova dignità pubblica cui la famiglia era ascesa, Vincenzo Jadopi, già sindaco di Isernia scelse un terreno fuori dall’abitato storico, nell’allora periferico borgo di San Rocco, e avviò l’edificazione del grande palazzo su progetto dell’ingegner Crescenzio Pirozzi, adornato in gusto neoclassico dall’architetto Orazio Dentice. Più noto di Vincenzo fu suo figlio Stefano che continuò l’impegno pubblico, assumendo più volte la carica di sindaco, quella di consigliere distrettuale e deputato, sia a Napoli, nel 1848, che nel primo parlamento unitario di Palazzo Carignano a Torino. 




Nei giorni neri della Reazione isernina, allorché infiammò l’insorgenza filoborbonica e i pochi liberali venivano presi casa per casa, Stefano era a Napoli; fu suo figlio Francesco a pagare per procura: gli vennero cavati gli occhi nella notte del 30 settembre 1860, e dopo, essere stato rifiutato dal nonno, quel don Gennaro de Lellis campione cittadino del partito lealista, aver passato una notte in agonia al carcere dell’Annunziata e raggiunto finalmente la madre, donna Olimpia de Lellis, morirà nel pomeriggio del 1° di ottobre. Fu così che quando la folla assaltò il palazzo il 4 di ottobre, e saccheggiò corredi e stoviglie, mise fuoco ai libri della vasta biblioteca che lì si conservava pensando contenessero registrazione dei molti crediti vantati verso i concittadini, in casa non c’erano Jadopi, ma poche Giubbe Rosse che lo elessero, loro malgrado, a ultima Alamo. Davanti alle rovine fumanti del palazzo sostò anche Vittorio Emanuele II, giunto in città il 23 di ottobre. A cinque anni da quell’incendio, un livido Stefano Jadopi, ormai cittadino napoletano, si vide recapitare dal sindaco Delfini un’ordinanza di abbattimento per il palazzo che, pericolante, costituiva minaccia per la pubblica incolumità. Ne seguì un duello di carte bollate, molto italiano, che culminò nella relazione dell’ingegnere Luigi De Cesare che stabilì quali parti andassero abbattute, quali conservate. Centocinquant’anni dopo, si è tornati all’inizio: non molto diverso è l’attuale abbozzo da quel combusto scheletro dell’ottobre 1860.


Palazzo Jadopi (erroneamente indicato in didascalia come "Iadozzi") incendiato e collassato.
Illustrazione ca. 1861, tratta da periodico non noto (Archivio A. e M. Testa) 

Gli altri palazzi
Non possiamo non menzionare, seppure brevemente, altri palazzi cittadini: fabbriche notevoli, quasi tutte rinnovate nello stile neoclassico, causa – si è detto – il disastroso tremuoto del 1805.  Lungo Corso Marcelli, di fronte al Palazzo e alla Chiesa di San Francesco, si incontra nitida la facciata tardo settecentesca di Palazzo De Lellis-Petrecca, eretto grazie all’interessamento di re Ferdinando su disegno di Carlo Vanvitelli, figlio del più noto Luigi, l’architetto olandese della Reggia di Caserta. Nel 1860 il palazzo divenne sede del direttorio che resse il governo lealista nei tragici giorni della Reazione isernina (30 settembre – 20 ottobre). Vi abitava il cavaliere Gennaro De Lellis, ricevitore regio per il distretto di Isernia, legato ai Borbone da una – pur sottile – parentela, per aver fatto sposare suo figlio Francesco ad una delle tante figlie spurie di re Ferdinando II. Allorché Isernia si solleva contro il governo garibaldino, viene acclamato dal popolo minuto «come se esso fosse stato un principe reale.» Col tramonto del regno duosiciliano, mostrando una coerenza non comune tra gli ottimati, don Gennaro, seguirà Francesco II in esilio a Roma e non farà più ritorno in città. Altro esempio di architettura neoclassica è Palazzo Mancini-Belfiore, che si oppone alla Cattedrale. Pur uscendo integro dal bombardamento del 1943, che devastazione e strage aveva prodotto in tutta l’area circostante, un progetto degli anni ’50 ne propose l’abbattimento per perseguire una risistemazione funzionalista dell’area di Piazza Mercato: non se ne fece nulla e il palazzo, con la sua armoniosa facciata scandita a stucchi (falsi cantonali al primo piano; lesene doriche al secondo), è ancora tra noi. Di Palazzo Pansini-Clemente è maggiormente importante parlare di ciò che non si vede: è stato infatti costruito là dove la tradizione pone la casa del giurista Andrea d’Isernia; gli eredi, l’importante famiglia Rampini, ne fecero dono alla città, che vi edificò la Chiesa dell’Annunziata e, attiguo, un ospizio per i poveri che fu poi anche carcere. La Chiesa, già sconsacrata, si conservò fino al 1896 (si hanno ancora affreschi in un locale commerciale a piano strada). Nel 1926 si edificò l’attuale fabbrica in stile tardo umbertino. Chiudiamo questa minima rassegna con uno dei più bei palazzi cittadini, se non il più bello, Palazzo Pecori-Veneziale, edificato nel XVII secolo dai marchesi Pecori lungo l’odierna rampa Mazzini, l’antica Porta di Giove, accesso orientale alla città. Il Palazzo,  interamente in pietra, replica le linee solide dello stile rinascimentale toscano. I Pecori, probabilmente originari dell'aretino, sono attestati in città nel XVII secolo ma già estinti nell’800.


Bibliografia.
Pasquale Fortini, Delle cause de’ terremoti e loro effetti. Danni di quelli sofferti dalla città d’Isernia fino a quello de’ 26 luglio 1805, a cura di Titina Sardelli, Isernia, Marinelli, 1984;

Stefano Jadopi,  Isernia - storia edita e inedita della città, a cura di Fernando Cefalogli, Isernia,  Iannone, 2009;

Franco Valente, Isernia - origine e crescita di una città, Campobasso, Enne, 1982;



Pasquale Damiani, Palazzi e chiese della città d’Isernia, Venafro, Vitmar, 2003.

martedì 20 giugno 2017

Il 1860 a Carpinone


Articolo pubblicato su ArcheoMolise n. 28, anno IX, 
numero monografico dedicato a Carpinone

Il 1860 a Carpinone
di Gabriele Venditti

«Pettorano, Carpinone, Isernia, meritereste che su voi non venisse più né pioggia né rugiada, fin che durerà la memoria dei nostri, ingannati e messi in caccia e uccisi pei vostri campi e pei vostri boschi!». 

Se dopo l’autunno del 1860 la pioggia ha continuato – per fortuna – a cadere su Carpinone, lo ha fatto a dispetto della maledizione scagliata dalla camicia rossa Giuseppe Cesare Abba e affidata al suo memoriale Da Quarto al Volturno, edito nel 1891. Fu grazie a simili sentenze che Carpinone, come altri centri della Reazione, si guadagnò cattiva fama agli occhi dei regnicoli e si creò a mezzo stampa il mito del cafone  – «straccioni, con sandali di pelle di capra, con feltro a tronco di cono, messi sossopra da un vescovo per riavere il Borbone e la schiavitù» (Mario) – che uccide a roncolate al grido di Viva Francesco e viva Maria!, nemico perfetto – come oggi lo jihadista – contro cui riversare l’odio, mastice unificante della nuova nazione italiana.
Cosa successe di tanto aberrante, qui da noi, in quell’ottobre del 1860? Esistono momenti in cui la Storia accelera bruscamente e paesi in cui per decenni non si è registrato nulla di rilevante vengono scossi dall’immobilità e si condensano in giorni eventi tali da qualificare un secolo intero, straordinari nel senso letterale del termine. Nel 1860, a Carpinone come altrove, si combatté una guerra civile che esplose rapida, bruciò per pochi giorni e lasciò lutti, rancore e miseria – morale e materiale – ad aggiungersi alla miseria già conosciuta. Pochi pagarono per tutti, con la morte o con condanne a vita ai lavori forzati. Dopo il diluvio, si tornò presto all’usuale torpore, al lento scorrere dei giorni.
Con Garibaldi entrato trionfalmente a Napoli il 7 di settembre 1860 e Francesco II arroccato a Gaeta, le sorti del Regno delle due Sicilie sono segnate. Anche in periferia è tutto un adeguarsi al nuovo corso. I liberali di vecchia e nuova data alzano la testa; nelle province e circondari al di qua del Volturno si mutano insegne e il tricolore del Governo provvisorio sostituisce i gigli dei Borbone. Ovunque gli ottimati, salvo le limitate estreme frange di quanti per tempo si sono già apertamente schierati, rimangono attendisti, ipocritamente aderenti al nuovo, poiché il nuovo avanza, ma pronti a riabbracciare il vecchio regime. Così, sotto la cenere di una rivoluzione rapida e, apparentemente, assimilata, cova pronto il fuoco dell’insorgenza legittimista.
C’è un’unica regìa dietro il conflagrare violento della Reazione, a Carpinone come altrove, nella notte del 30 settembre 1860. La data non è scelta a caso: si è appena prima della grande Battaglia del Volturno, del 1 di ottobre, che vede per la prima volta l’Esercito duosiciliano in chiave offensiva contro i garibaldini dell’Esercito meridionale, da troppo tempo fermi sulla linea del fronte e stanchi a dover sostenere il peso di una campagna che si trascina da un semestre. Questa stasi viene impegnata dagli strateghi di Francesco II per apprestare e tradurre in atto un articolato piano politico-militare che prevede la riorganizzazione dell’esercito, l’attacco frontale ai garibaldini per riprendere Napoli e – questa la parte che ci interessa – castigare attraverso l’insorgenza popolare i traditori che hanno alzato la bandiera del governo provvisorio in Irpinia, nel Sannio, in Molise e Abruzzo. I torbidi vengono, dunque, sollecitati da Gaeta per distrarre a Garibaldi uomini e mezzi. Ovunque si appiccano fuochi alle spalle delle Camicie rosse.
A Carpinone, l’abbrivo, il 30 settembre, segue la voce che truppe borboniche sono in rapido avvicinamento a Isernia provenienti dalla Terra di Lavoro. Verso mezzogiorno, giunge in paese una carrozza proveniente da Maddaloni, dalla quale scendono vari galantuomini, ospiti del canonico don Giuseppe Iamurri. Per strada rimane il calessiere ed è da lui probabilmente che Giovanni Tamasi, detto Pasticcio, ha la notizia dei reggimenti in marcia. Nel pomeriggio, poi, conferme vengono raccolte da quanti, spaventati, hanno lasciato Isernia e per riparare a Campobasso. A quel punto «un cupo fremito di popolo incominciò a serpeggiare per le vie di Carpinone; i liberali presentivano la procella.» (Valente)
Quella sera, al quartiere della Guardia Nazionale –  a la Croce, sotto Palazzo Iamurri – è di turno il capo sezione Gaetano Fazio, di professione notaio. Con lui, il secondo, Leonardo Di Giovanni, e pochi altri uomini: molti dei mobilitati, fiutato il pericolo, non si sono presentati. Entra, con altri sodali, Giovanni Tamasi – quello stesso del calessiere – e, con portamento da gradasso, ordina in nome di Francesco II la mobilitazione generale: tutti devono armarsi per proclamare e festeggiare il ritorno del re e fare la pelle ai galantuomini – cosa che viene prontamente eseguita, poiché chi lo segue si impadronisce dei fucili del corpo di guardia. Pasticcio dice a Fazio che il sindaco,  Gabriele Valente, lo ha fatto chiamare e nelle sue mani di contadino ha rimesso la carica; continua dicendo che ha rinunciato anche il secondo eletto, Gabriele Venditti; che da quel momento ogni contadino può andare a suo bell’agio a dividersi la Montagna e la tenuta comunale di Selvapiana. Poi minaccia: corrono tempi procellosi ed è brutto mondo, in cui ognuno può incorrere in un malanno. 


L'arresto dei briganti (via web)


Il 30 non muore nessuno: fino qui è tutto limitato a una carnascialesca, sguaiata festa di piazza. Gli atti processuali, vergati già in inchiostro sabaudo, parlano di orge invereconde e di un mastro Pietro Venditti – mastro perché ciabattino – che in quella sera e nei giorni successivi ne è il cerimoniere, giacché

«innalzato un altare in mezzo a largo Croce, esponeva alla venerazione quell’effigie, alle quali col turibolo dava l’incenso; ed onde apparisse chiaro il concetto di quei baccanali, lo stesso cerimoniere erasi provveduto di una quantità di budella d’agnello, e quelle mostrando diceva: “A canne si debbono vendere, come queste, le budella dei liberali”. E quasi non bastassero tali eccitamenti vi si aggiungeva la danza, i ribelli vi si atteggiavano a cannibali accennando a stragi e saccheggi.» (Valente)

Per inciso, mastro Pietro Venditti è l’autore della celebre lettera a Francesco II in cui, vantando l’uccisione di un tenente garibaldino, chiede al sovrano, in premio, di aver per sé e progenie la licenza da rivenditore di sale e tabacchi.
Il giorno successivo, primo di ottobre, i nuovi padroni del paese prelevano di forza l’arciprete Michelangelo Scioli scortandolo fino in chiesa; qui gli impongono la recita solenne del Te Deum per Francesco II; ne segue una processione accompagnata dalla banda, come fosse il 16 di agosto, San Rocco.

Pietro Valente p., Il 1860 a Isernia, Pettoranello e Carpinone - Notizie storiche, inedito.
Copia in manoscritto di Erminia Testa (1932), Archivio privato Venditti. - Frontespizio

Le cose cominciano a farsi sul serio solo successivamente: nella notte tra il 3 e 4 ottobre, arrivata la notizia che, finalmente, Isernia ha visto l’ingresso della compagnia di gendarmi regi comandata dal maggiore De Liguori, la Reazione carpinonese dà un nuovo giro di vite: per ordine del noto Giovanni Tamasi  viene  fatta la requisizione di armi nelle case dei galantuomini (vengono disarmati, fra gli altri, Giovanni De Simone, Emilio Di Blasio, Nicolangelo Sassi, Giacinto Carnevale, Gabriele Venditti). L’occasione è colta per altro genere di requisizioni – a casa di  Gennaro Ciccone, possidente, si involano 2000 ducati e vengono incendiate le carte di famiglia; al notaio De Simone «asportate tutte le carte dello studio, la intera libreria del valore di ducati 1800, tomoli 60 di grano». Quella stessa notte, in undici vengono arrestati – «furono strappati dai domestici lari i signori Costanzo Petrunti, Saverio De Blasio, Saverio Antenucci, Domenico Ciccone, i giovani figli di Gennaro Ciccone, Vincenzo e Federico, Francesco De Dominicis, Fiorangelo Tamasi e altri» (Valente) – che, a piedi, vengono avviati verso le carceri di Isernia, subendo lungo la via sevizie e minacce di morte. La loro prigionia dura poco: il Governatore di Molise, Nicola De Luca, giunto in città nella notte del 4 di ottobre con i suoi ottocento militi, libera tutti i detenuti; quando poi, meno di un giorno dopo, le truppe borboniche e i cafoni di Salzillo, da Venafro, riconquisteranno nuovamente la città, si uniranno alla fuga scomposta dei liberali isernini e dei garibaldini di De Luca, lungo la via degli Abruzzi, per Rionero e Castel di Sangro; chi rimane attardato, verrà raggiunto e trucidato: fra questi, i carpinonesi Saverio De Blasio, suo figlio Gaetano e Francesco Sassi.
In paese, altri liberali, scampati agli arresti 3 ottobre, provano a sottrarsi con la fuga per i campi, come fa l’ottuagenario canonico don Giuseppe Guerra, ma dopo giorni passati ad errare di tugurio in tugurio – quanto gli permettono l’età e la gotta – viene finalmente preso il 5 di ottobre e avviato in ceppi prima a Isernia, poi a Gaeta.
Fermiamoci un attimo: conosciamo meglio gli attori di questa commedia diventata dramma. Richiamiamo in scena quel don Gaetano Fazio che abbiamo conosciuto come vittima del gradasso Giovanni Tamasi. Negli atti processuali, così come da Iadopi, viene indicato come la mente occulta della reazione carpinonese: testimonianze concordanti – Fiorangelo Tamasi, Gennaro Ciccone – lo indicano, fin dalla metà di settembre, come sobillatore dei più esposti Giovanni Tamasi e Felice Valente, Zaccaria: è lui a sedurli, a parole e denaro. Altro grande accusatore di Fazio è quel Giovanni De Simone, pure lui notaio, che abbiamo già incontrato disarmato e derubato nella notte del 3 ottobre. In una sua querela al Procuratore del Re del 26 gennaio 1861 – tra le altre nefandezze grandi e piccole che riversa sul collega –  lo accusa di aver, nella notte del 4 ottobre, spedito

«corrieri in Sessano per chiamare in aiuto i saccheggiatori, gli incendiarii di quel Comune, i quali in effetti accorsero organizzati in bande armate, con tamburro, ed uniti ai Carpinonesi passarono in Isernia ove consumarono ogni maniera di misfatto.» (Valente)

Si riferisce ai sanguinosi fatti del 5 di ottobre, quando Isernia, come già visto, dopo essere stata presa dai garibaldini di De Luca (il giorno 4), fu nuovamente occupata dai lealisti e si giunse ad episodi di indicibile efferatezza che videro i carpinonesi in prima fila: Stefano Iadopi, nel descrivere, da contumace, l’incendio del suo palazzo parla di «teschi umani recisi che erano rotolati per la strada dai carpinonensi Antonio Fabrizio, Michele Martella La Vacca, e molti di Pesche». Sempre De Simone denuncia che Fazio

«fuggì da Carpinone quando gli fu scritto dal fratello che la colonna dei garibaldini, comandata da Nullo, moveva per Carpinone ed Isernia, e il popolo allorché lo vide fuggire esclamava: “Ci ha eccitati a delinquere ed ora ci lascia abbandonati e senza capo”.» (Valente)

Non sappiamo quanto di vero ci sia nella querela; quanto invece sia gonfiato per gelosia di professione. In sede processuale, Fazio venne, in ogni caso, prosciolto da ogni accusa e reintegrato tra gli ottimati, ora tutti riverginati nella fede sabauda.
Torniamo alla cronaca. Riconquistata Isernia il 5 di ottobre, l’intero distretto è saldamente in mano ai reazionari. La città in mano borbonica è una spina nel fianco di Garibaldi: da un punto di vista strategico, è necessario poter controllare la consolare che scende dall’Abruzzo per il valico del Macerone, percorso obbligato per i Piemontesi che, in quei giorni, senza dichiarazione formale di guerra, hanno superato sul Tronto il confine del Regno delle Due Sicilie e puntano al Volturno per chiudere la partita. Così il dittatore invia oltre il Matese una colonna di Camicie rosse comandate da Francesco Nullo; pochi, in realtà, per l’obiettivo prefissato, ma ha la promessa dei liberali locali che oltre tremila volontari li attendono a Boiano per marciare congiunti su Isernia. Nullo conosce numero e valore dei regolari borbonici presenti nel distretto; sottostima, invece, la forza dei cafoni che s’accompagna all’esercito duosiciliano e spesso ne costituisce l’avanguardia: quei circa mille uomini organizzati da Teodoro Salzillo che hanno svolto ruolo determinante già nell’affrontare la Colonna De Luca; per tacere, poi, dei non numerabili villani anarchici e feroci di Castelpetroso,  Carpinone, Pettorano: uomini e donne pronti a colpire di schioppo come di zappa, abili ad abbattere il nemico in livrea rossa finanche a pietrate. C’è un’efficace immagine – verosimile più che vera – che Carlo Alianello dà nel suo celebre La conquista del Sud: uomini e donne che seguono il crocifisso e mormorando preghiere scendono da Carpinone; la loro lenta teoria quasi ipnotizza i soldati di Nullo, così che quando, d’improvviso, si trasformano in orda sanguinaria che, sguainate le ronche, si abbatte sui garibaldini, li trova fermi nella sopresa, sterminandoli.
La disfatta di Nullo a Pettorano è cosa nota. Meno nota è forse la sorte dei tanti che, cercando di riconquistare la via per Boiano, cadono nella notte tra il 17 e 18 ottobre, «vittime di quei feroci ribelli che non pugnavano, ma da vili uccidevano uomini inermi e sperduti in luoghi ad essi ignoti». In questa caccia al berrettuccio rosso si distinguono particolarmente i cafoni di Carpinone. I garibaldini vengono rastrellati nelle campagne e portati in paese; qui cambia il mezzo e l’occasione, ma in ventotto vengono barbaramente uccisi. Sette Camicie rosse, prese a Macchiagodena, viaggiano sotto scorta verso Isernia. Vestono abiti borghesi e sono disarmati. Giunti a Largo Croce, vengono fermati dai cannibali di Carpinone: «Raffaele Valente, Menestrella, lanciò un colpo di pietra che ferì un garibaldino alla bocca perché alla domanda chi Viva? Rispose: Viva Garibaldi! Dal mucchio si gridò uccidiamoli, uccidiamoli tutti!» Le Guardie urbane riescono a sottrarre gli arrestati alla lapidazione. Si riavviano. Vengono inseguiti e raggiunti nelle vicinanze del cimitero da Antonio Fabrizio, Socarlo, Michelangelo Venditti, Totaro, Leonardo Palladino, Patana, Luigi Cagna, Zirocco, e uno detto Cialone, e trucidati.

«Sul luogo del misfatto, arrivò ultimo tra i cafoni Raffaele Mascieri fu Felice, Scelato, che per sfregio e spavalderia recise due teste ai corpi già resi cadaveri e sospese pei capelli alle canne dei fucili, come in trionfo, fra gli evviva e gli schiamazzi dei compagni le portò in paese, a testimoniare il bieco e feroce delitto. Le teste furono poi gittate nella fossa comune carnaria della Chiesa della Concezione.» (Valente)





Altri quattro garibaldini, sbandati, si trovano a percorrere la Chianella:

«Due di essi furono massacrati a colpi di fucile (tra gli uccisori Gaetano Minchilli, lo scarpariello); altri due si rifugiarono in casa di Leonardo Antenucci Tribazio che li tenne nascosti sotto un grosso tino, ove stettero tre giorni. Non potendo più rimanervi, furono costretti ad uscire e, attraverso il giardino di D. Emilio Petrecca volevano prendere la via della Fontanella. Scovati da Domenico Martella, Cartuccia, e Maria Malerba, Caibo, raggiunti, a colpi di scure furono uccisi e poiché coi loro movimenti, nei momenti ultimi dell’agonia, accennavano ancora ad un fil di vita, la Malerba con un grosso sasso schiacciò loro la testa. La scure operata era di Michele Tamasi fu Romualdo, Felicella, il quale la portava ancora intrisa di sangue sul braccio. Visto dall’arciprete Scioli, per spavalderia, disse che aveva fatto il suo. Ciò gli fruttò 20 anni di lavori forzati, mentre il Martella e la Malerba, autori dell’uccisione tornarono a casa risalendo la Maruccia, non furono denunciati e restarono impuniti.» (Valente)

Altri diciassette – perfido numero – vengono uccisi al Largo della Croce: «I loro corpi, evirati dalle donne, sanguinanti, maciullati, nudi, furono gettati in una fornace da calce alla contrada Neviera, a valle della carrozzabile Aquilonia.»
Un’ultima, inutile orgia di sangue. Due giorni dopo, la rotta dei lealisti sul Macerone. Vittorio Emanuele entra a Isernia come ora si entra in Aleppo. Il Regno del Sud diventa Italia.
Si è già detto: per Carpinone, dopo il diluvio, si tornò al torpore, al lento scorrere dei giorni.


Bibliografia minima.
Anonimo [ma Stefano Iadopi], La Reazione avvenuta nel distretto d'Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Napoli 1861
Alberto Mario, La Camicia Rossa, Torino, 1870.
Giuseppe Cesare Abba , Da Quarto al Volturno, Bologna, 1880.
Pietro Valente p., Il 1860 a Isernia, Pettoranello e Carpinone - Notizie storiche, inedito. Copia in manoscritto di Erminia Testa (1932), Archivio privato Venditti.
Carlo Alianello, La conquista del Sud, Milano, 1972.