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giovedì 15 febbraio 2018

Di come Isernia perse il suo obelisco

Veduta della Piazza d'Isernia (da Il regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato ovvero descrizione topografica, storica, monumentale, industriale, artistica, economica e commerciale delle provincie poste al di qua e al di là del Faro, e di ogni singolo paese di esse, Napoli 1852-1859, a cura di Filippo Cirelli. Stabilimento tipografico Tiberio Pansini)


«Quanto cambia il volto di una città nel corso dei secoli? Consideriamo Isernia, devastata – fermandoci all’ultimo millennio – da almeno quattro terribili terremoti e provata dal fuoco di eserciti antichi e moderni, i Francesi del 1799, i Piemontesi del 1860, gli Alleati del 1943; per non parlare di nemici meno eclatanti ma altrettanto perniciosi, nel loro continuo, silenzioso operare da tarlo: il cemento selvaggio, l’incuria, l’ignoranza di chi non distingue tra antico e vecchio. Continue trasformazioni, che non sempre – o quasi mai – procedono lungo la linea che porta verso la bellezza, l’armonia.» 

L’immodesta autocitazione che precede – tratta dalla presentazione che ho scritto per il catalogo della mostra «ISERNIA. L’ALTRA MEMORIA - Dall’archivio privato della famiglia De Leonardis alla Biblioteca comunale “Michele Romano”» – mi pare adatta a introdurre il tema, specie nella parte in cui rimarca che le grandi trasformazioni che intervengono a modificare il volto della città sono spesso il risultato di microinterventi – il rifacimento di una pavimentazione, l’apertura di un varco – più che di epocali catastrofi.

L'obelisco in una fotografia di fine '800

La descrizione di De Leonardis
Che io sappia, l’obelisco di Piazza Mercato –  o Largo San Pietro, come allora altrimenti si chiamava, mutuando il nome dall’intitolazione della Cattedrale – è rappresentato in due sole immagini: una stampa di metà Ottocento, più volte riquadrata e modificata, e una sgranata fotografia dell’ultimo decennio del secolo.
Nella stampa, (meno nella fotografia) la piazza viene rappresentata, al centro, con fontana e obelisco. Dal punto di osservazione scelto – spalle a via Marcelli e faccia alle Mainarde – sembrerebbe quasi che fontana e obelisco, schiacciati nella prospettiva, costituiscano un tutt’uno e che l’obelisco si erga dal centro della vasca. In realtà, l’obelisco era distante dalla fonte almeno una decina di metri e ne nascondeva il castelletto di carico dell’acqua, necessario in quanto la fontana prevedeva non soltanto, a livello di terra, quattro getti tratti dalla bocca di altrettanti leoni in pietra, ma anche una vasca centrale con, alla sommità, uno zampillo.  

Posso affermarlo con sufficiente sicurezza perché la descrizione puntuale di come fossero fontana e obelisco nel momento in cui vennero rimossi è data in un autografo del notaio Cesare De Leonardis (contenuto nell’appendice dell’ormai noto libro del Garrucci) che conviene riportare qui integralmente:

«Da l 15 al 31 marzo 1896 furono abbattute per deliberazione del Municipio di Isernia: 1. La fontana in pietra di forma circolare sita nel Largo S. Pietro e propriamente innanzi al Cortile del Palazzo Vescovile, le cui acque si versavano a getto per la bocca di quattro leoni di pietra scolpiti, giacenti e situati a croce, nel cui centro si innalzava una vasca circolare, anche in pietra, con un rilievo in mezzo a guisa di pigna da cui scaturiva dell'acqua a zampilli.2. Il Castelletto a guisa di piramide a pochi metri discosto da detta fontana da cui derivavano le acque della fontana istessa. Esso Castelletto era di mattoni a piatto, lato da terra circa metri dieci, con base in pietra viva alta circa metri tre ornata di cornice della stessa pietra ed all'apice una palla sostenuta da una pietra di forma quadrata ai cui lati leggevasi: 1° lato A.R.C. 1832; 2° lato AESERNIA; 3° lato FERDINANDO II; 4° lato D.D.D.La stessa palla sosteneva all'apice un giglio, del pari scolpito in pietra, appartenente allo stemma dei sovrani Borboni. Nella facciata di essa piramide, verso la Piazza di S. Pietro, erano incastrate, alla base, una leggenda, o dedica, all'ex sovrano Borbone, scolpita in marmo, ed alla metà dell'altezza di essa piramide lo stemma di Isernia come qui riprodotto. Tale costruzione rimontava ad oltre mezzo secolo e non è fuori proposito far osservare che tanto la leggenda che il giglio di sopra descritti furono abbattuti e distrutti nelle vicende della rivoluzione del 1860 contro l'abolita Dinastia borbonica. »        

Cesare De Leonardis, pagina autografa (1890 ca.)


Cesare De Leonardis (1840-1901), appassionato di storia e archeologia, è autore di schizzi e disegni, molti a colori,  che restituiscono vivida l’immagine di luoghi, monumenti e reperti archeologici allora visibili in città o rinvenuti nelle sue campagne. Oltre alla descrizione sopra riportata, in appendice al Garrucci c’è un suo disegno in controprospettiva, che ribalta il punto di vista sulla piazza e colloca idealmente l’osservatore su un pallone aerostatico fermo sul vallone della Precia, che guardi a ovest verso la Cattedrale. Qui l’obelisco si erge, coprendo la fontana, la Cattedrale e il resto, monopolizzando la scena. Posto sulla sua sommità, un giglio (segno della dinastia dei Borbone, incredibilmente rimasto anche oltre il settembre 1860), non una croce, come si direbbe a guardare l’immagine in stampa e fotografia.

Cesare De Leonardis, disegno di Largo del Mercato (1890 ca.)


1832, Dono dedit dedicavit
Stando alla descrizione del notaio, il giglio sovrasta una sfera posto a sua volta su un cubo di pietra. Sui suoi quattro lati, si legge l’intitolazione a re Bomba. Il 1832 corrisponde al secondo anno di regno di Ferdinando II di Borbone (1830 – 1859). Nel settembre di quell’anno vi è notizia di una visita compiuta dal sovrano negli Abbruzzi; non si ha certezza del passaggio per Isernia, tuttavia fonti d’archivio riportate da Enza Zullo nel suo articolo dal titolo Le trasformazioni urbanistiche di Isernia nella prima metà dell'Ottocento (Almanacco del Molise, 2001) riferiscono che l’obelisco fu eretto «per eternare la memoria del felicissimo passaggio per questa Città di Sua Maestà Ferdinando Secondo Nostro Signore». L’acronimo D.D.D. sulla quarta faccia del cubo sta appunto per Dono dedit dedicavit, cioè diede e dedicò come dono.

«Nelle intenzioni, i lavori alla fontana e al suo obelisco sarebbero dovuti terminare prima dell’arrivo ad Isernia del re, ma in realtà il sovrano non vide né l’una e né l’altra: l’obelisco fu terminato alla fine del 1832, mentre la fontana vera e propria fu terminata solo nel 1847 (Zullo, op. cit.)»

La descrizione del manufatto data da Cesare De Leonardis differisce alquanto dai disegni progettuali che – conservati all’Archivio di Stato di Campobasso, fondo Intendenza di Molise, b. 551, f. 27 – sono stati pubblicati sempre da Enza Zullo a corredo dell’articolo citato. Mancherebbe infatti l’area perimetrale, di circa 4,30 metri per lato, che, nelle intenzioni del progettista, avrebbe dovuto contornare il basamento in pietra dell’obelisco, avendo termine in quattro cippi cui si ancoravano cancellate in ferro. Nei disegni di De Leonardis (e, vedremo, nel progetto della piazza redatto dall’ingegner Carelli, del 1888) il basamento si presentava nudo, senza ulteriori elementi architettonici.

 
Il prospetto dell'obelisco (Archivio Storico di Campobasso, fondo Intendenza, b. 551, f. 27) pubblicato in Enza Zullo, La cattedrale di Isernia | il monumento-simbolo della città: origini, distruzioni e restauri attraverso i secoli, 
Venafro, 1996
1896, Tabula rasa
Obelisco e fontana occuparono il centro della piazza per tutta la seconda metà del secolo XIX, e vennero rimosse – probabilmente per una cattiva valutazione degli amministratori dell’epoca – allorché si rese necessaria una ridefinizione dell’area e la realizzazione del raccordo della piazza con la nuova strada provinciale sottostante (via Occidentale), attraverso la realizzazione della rampa nel sito in cui insiste ancora oggi. Il progetto dei lavori (conservato nell’Archivio storico del Comune di Isernia) porta la data del 1888 e la firma dell’ingegnere Giovanni Carelli. Nella relazione allegata si legge:

«Scopo del presente progetto è quello di costruire una rampa rotabile di accesso dalla nuova strada provinciale di 1a serie n. 14 alla piazza del Duomo, che è pure la principale del paese; nonché sistemare la detta piazza, ampliandola con un piazzale sporgente sulla strada suddetta e regolarizzando pure l’antica via mulattiera da una parte e, dall’altra, aggiungendo una breve rampa scorciatoia per pedoni e bestie da soma. Si demolirebbe pure il castello di carico dell’acqua a forma di obelisco e la fontana che ingombrano la detta piazza e da venire altrove costruite all’attuazione della nuova conduttura, in modo da rendere libero l’accesso e la circolazione alle vetture su di essa»

Obelisco e fontana ingombravano la piazza e dovevano essere demoliti. Facile l’ironia: quante migliaia di carrozze, barocci e landò dovevano transitare ogni giorno davanti alla Cattedrale, fermandosi ai semafori a candela e ingolfando il centro città? Così tante da non consentire la permanenza dei due manufatti? A vedere il progetto, e il minimo ingombro della sagoma di obelisco e fontana (il quadrato e il cerchio centralmente allineati, quasi ideali spartitraffico) appare davvero difficile sostenere che essi ingombravano la piazza.
Erano anni in cui si preferiva la tabula rasa all’ horror vacui e si faceva il vuoto anche sotto l’Arco di San Pietro, rimuovendo i due sarcofagi romani che erano lì da sempre (1892).

Progetto dell'ing. Giovanni Carelli, 1888 (ASCI)


Il provvisorio definitivo
Una deliberazione del 1897, la n. 40, adottata dalla Giunta municipale in data venerdì 11 giugno (ASCI b. 100, f. 1371), e avente ad oggetto “Fontanina alla Piazza Andrea d’Isernia”, ci racconta ciò che avvenne una volta evirata la città del suo obelisco. Tolti i dieci metri di svettante, priapica potenza, ci si accontentò – provvisoriamente – di un fontanino a due getti.

«…dovendo si sia pure in via provvisoria impiantare una fontanina nella piazza stessa, la quale non può continuare a rimanerne sprovvista pei bisogni dell’intero rione, ed anche per la gente che accorre nei mercati che ivi si tengono … delibera lo impianto provvisorio di una fontanina metallica a due getti alla parte esterna della piazza suddetta verso la rampa omonima … rimane incaricato il fontaniere Di Nezza di acquistare a Napoli la fontanina da collocarsi e di collocarla nel punto che sarà designato dall’assessore signor Viti.»

Ma anche allora, come per l’attualità, il provvisorio tese al definitivo e si rimase in situazione di cantiere, fino alla sistemazione definitiva della Piazza intervenuta nel 1906-1907.
Non sappiamo con certezza se il fontaniere comunale riuscì a vedere Napoli per l’acquisto del fontanino. Da altra fonte documentale, sembrerebbe di no. Per approfondire, dobbiamo parlare di leoni.   

I Quattro Leoni nel chiostro di Palazzo San Francesco (1910 ca.)


Hic sunt leones
Una fotografia dei primi anni del secolo (il XX, occorre specificarlo?) vede i quattro leoni della fontana ricollocati, sempre disposti a croce, nel chiostro di Palazzo San Francesco. Sembrerebbe, dunque, che tolti da Piazza Mercato abbiano avuto subito più asciutta collocazione nella sede del Municipio.
Ma un documento d’archivio (ASCI b. 100, f. 1371) ci illumina casualmente di un’ulteriore, intermedia collocazione per due di loro: prima di essere ricomposti in San Francesco, una coppia di leoni rimase in piazza Andrea d’Isernia, posti ai lati della proprietà Belfiore, fino alla definitiva sistemazione della piazza del 1906-1907. La notizia si trova in una nota a data 1912 relativa ad una vertenza insorta per un diritto di presa d’acqua tra la signora Carolina Belfiore, maritata Fiore Properzi, estensore della lettera, e il Comune di Isernia. Quando ancora c’era l’antica fontana, i Belfiore – che avevano palazzo sulla piazza e proprietà nel declivio verso il fiume – avevano acquistato, dal Comune, con regolare contratto stipulato in data 17 dicembre 1835, il diritto di utilizzare l’acqua di rifiuto della fontana pubblica per alimentare i giardini di loro proprietà. Prima della definitiva sistemazione dell’area (lavori compiuti nel 1906-1907)
           
«… in linea provvisoria furono piazzati due dei Leoni che stavano alla demolita fontana agli angoli dei due fabbricati di proprietà Belfiore, nella detta piazza, che erogavano i 20 millimetri d’acqua assegnati e che andavano ad irrigare i giardini della reclamante. Il ricasco di una delle due fontanine, essendo mal costruita la fognatura, inondava la sottostante cantina e il sottoscritto, ad evitare tale danno, fece ammaccare il tubo di piombo da quel lato, rimanendo così il solo Leone dall’altro lato, che dava la metà dell’acqua …»


Il leone alla Biblioteca comunale

Nel 1912, la coppia di leoni, a Piazza Mercato non c’era già più.
In tempi più recenti furono tolti pure dal chiostro di Palazzo San Francesco e, a coppie, separati: due, dove ancora si trovano oggi, all’ingresso sud della Villa comunale, a recuperare il loro antico ruolo; altri due vennero posti  a Santa Maria delle Monache, in biblioteca, a guardia della scala in pietra che fino al 1980 costituiva l’accesso alla Biblioteca civica “Michele Romano”. Dopo la ristrutturazione degli anni ‘80-’90 – la biblioteca riaprì nel 1994, con diverso ingresso e nuova scala – la coppia di leoni finì, mogia, nel magazzino dei manufatti lapidei, in Soprintendenza, dove, spero, ancora si trovano.


[Interrogando il web, scopro che a Vallo della Lucania (SA) c'è una fontana gemella, non a caso chiamata Fontana dei Quattro Leoni, realizzata nel 1849. La fontana di Vallo è praticamente identica: quattro sfingi poste a croce, vasca, pigna e zampillo. ] 



giovedì 28 dicembre 2017

Dei Palazzi storici di Isernia


Articolo pubblicato su ArcheoMolise n. 30, anno IX, 
numero monografico dedicato a Isernia

Dei Palazzi storici di Isernia
Gabriele Venditti

Tragica cesura nella storia contemporanea della città di Isernia è il devastante terremoto del 26 luglio 1805, che sconvolge abitanti e abitato in misura tale che, può dirsi, esista un’Isernia precedente e una diversa città dopo di esso: come riporta il regio ispettore Giannoccoli a Ferdinando IV, che lo ha inviato nel cratere proprio perché ne riferisca, «Isernia, Maestà, non è più Isernia, e le fabbriche tutte o son cadute o stanno per cadere al suolo».
Se l’incipit è stato lasciato alla drammatica memoria del gran tremuoto è perché dei quattro, più rappresentativi, palazzi storici di Isernia – di cui qui tracceremo un profilo confidenziale – tutti, per effetto del sisma, furono o distrutti ed ex novo riedificati (il Seminario, Palazzo d’Avalos) o seriamente lesionati e, più o meno celermente, riattatti (Palazzo San Francesco) ovvero costruiti là dove il terremoto aveva fatto pulizia di precedenti, anonime fabbriche (Palazzo Jadopi).   

Progetto del 1829 «per la riduzione dell' ex convento di S. Francesco [...] in diverse officine di Amministrazioni», arch. D. Rispolimoncada (?) (ASCI, b. 14, f. 368 - rielaborazione dell'originale) 




Palazzo San Francesco
Palazzo San Francesco, ora sede del Comune, era – al tempo – un convento francescano. La tradizione cittadina –  un esempio nella breve monografia scritta dal can. Vincenzo Piccoli nella prima metà del XIX sec. –  vuole che sia stato lo stesso santo di Assisi, di passaggio per la città nel 1222, a fondarvi una chiesa intitolata a Santo Stefano, sulla quale, meno di cinquant'anni dopo, sarebbe stata eretta la chiesa di San Francesco, con annesso convento (1262 o, al più tardi, 1267). Il terremoto recò danni ingenti alla struttura: crollata per un terzo (l’ala a meridione, che dava verso il giardino) e prossima a farlo per i restanti due. C’è da dire che nessuno, all’epoca, spingeva per una celere ricostruzione: passato il Regno di Napoli dai Borbone a Gioacchino Murat, anche qui trovò applicazione il decreto imperiale del 25 aprile 1810 che stabilì la soppressione di tutti gli stabilimenti, corporazioni, congregazioni, comunità ed associazioni ecclesiastiche di qualunque natura e denominazione. Così, la proprietà del convento fu tolta, dal 1811, all’Ordine dei Frati Minori Conventuali, e nel 1812 un tale Giovanni Lemercier ne ottenne addirittura l’uso gratuito, per cinque anni, per impiantarvi una conceria. Tornati i Borbone a sedere sul trono, per l’ex convento non ci fu reintegra ai francescani. Il Concordato stipulato fra il Regno di Napoli e la S. Sede nel 1818 istituì una Commissione mista amministratrice del patrimonio ecclesiastico regolare, per occuparsi, appunto, della gestione dei beni sottratti dai miscredenti francesi alla Chiesa cattolica, e fu con atto rogato dal notaio isernino  Filippo Senerchia in data 14 giugno 1823 che il Comune di Isernia acquisì da detta Commissione, in enfiteusi perpetua, verso un canone annuo di 60 ducati, «un vasto locale, con cortile, fontana nel mezzo e giardino attaccato tutto cinto di muri; consiste esso in corridoi, sottani, mezzani e stanze superiori, porzione di detto locale alla parte del giardino già crollata, altra porzione verso la strada nuova è tutta lesionata e prossima a crollare e porzione poi verso la Città è in mediocre stato […] esso locale è appunto quello che prima era il convento de’ minori Conventuali di San Francesco di questa città (Archivio storico comunale di Isernia-ASCI, b. 14, f. 368)». Arriviamo al 1829: un documento dal titolo “Rischiarimenti relativi alla perizia del 28 feb. corrente anno per la riduzione dell’ex convento di S. Francesco, in questa città di Isernia in diverse officine di Amministrazioni” dà notizia della volontà del nuovo enfiteuta di valorizzare il bene per farne – diremmo oggi – un centro direzionale: Municipio, Sottointendenza, Ispettorato di Polizia, Tribunale e Uffici del dazio. Ma l’ingente somma necessaria allo scopo (6799 ducati) fece arenare il progetto, che era a firma di quell’architetto Domenico Rispolimoncada, Controloro de’ dazi diretti del Distretto, già abituato, peraltro, a veder naufragare le sue idee per una nuova città, come accaduto tre anni prima per la sistemazione di Piazza Mercato, con pavimentazione a losanghe e fontana centrale a quattro getti. Qualche anno più tardi, nel febbraio del 1834, l’Intendenza della Provincia di Molise stanzia fondi per urgenti riparazioni all’ex convento «ove trovasi casermata la Gendarmeria Reale», uno squadrone a cavallo (con il Regno d’Italia, ai Gendarmi si sostituirono i Carabinieri;  a questi, nel 1865, i bimbi dell’Asilo d’Infanzia). Le condizioni di Palazzo San Francesco, tuttavia, producono continue querele inoltrate dalla Sottointendenza al Comune: infiltrazioni d’acqua, solai che non reggono. La corrispondenza dura fino al 1837. Intanto, nel 1835 – come vedremo meglio parlando di Palazzo d’Avalos – l’Amministrazione comunale decise la vendita del Palazzotto, fino ad allora sede del municipio.  Si ebbe così la necessità di ricollocare la Casa comunale e si pensò, allora, all’ex convento. Da una nota datata 1840 si trae notizia, per la prima volta, di lavori necessari a sistemare l’ex convento per stabilirvi gli uffici dell’Amministrazione comunale. Sindaco, eletti e decurioni vi si impiantarono due anni più tardi, nel 1842 (quest’anno, dunque, si compie il 175° anno di Palazzo San Francesco quale sede del Comune). Insieme con gli uffici municipali, dal Palazzotto si spostò nell’ex convento anche il Teatro comunale. A ricordarcelo è Stefano Jadopi nella sua monografia municipale del 1858: descrivendo la città nelle sue luci e ombre, dice che nell’«antico soppresso Monistero de’ Conventuali si pensò di costruire un teatro, e se ne ottenne l’autorizzazione col Real Decreto del 18 Agosto 1835; ma non si diede principio ai lavori prima del 1839, lavori che rimasero sospesi nel 1845. Fu poscia proseguito nel 1847; e la decorazione si è alla fine portata a termine a spese parti­colari nell’anno 1855.» Quella del teatro comunale di Isernia è storia a sé, che meriterebbe spazio che qui non abbiamo. Va detto che venne realizzato (con i tempi e le cesure individuate da Jadopi) nel locale più ampio tra quelli che si affacciavano sul chiostro dell’antico convento e si svi­luppava, in altezza, fino al tetto. I disegni – del 1855, a firma dell’architetto Luigi de Cesare – mostrano un tipico teatro con pianta a ferro di cavallo, platea per ottanta posti e due ordini di palchi (il teatro, poi Cinema Italia, si conservò fino alla metà del Novecento). Palazzo S. Francesco ebbe per tutto l’Ottocento vocazione polifunzionale: sulla scheda consegnata dal Comune di Isernia all’agente delle Imposte relativa all’anno 1891 – si era da poco (1889) introdotta l’imposta sui fabbricati e i Comuni pagavano quanto i comuni cittadini – si legge che all’epoca il palazzo ospitava «Teatro comunale quasi sempre chiuso, Scuola, magazzino, Casa comunale e Corte d’Assise».
 

Atto sovrano di assenso all'alienazione di Palazzo d'Avalos a Ippolito Laurelli, 18 agosto 1835. (ASCI, b. 14, f. 370)


Pa­lazzo d’Avalos
Come anticipato, prima del 1835 un teatro comunale a Isernia c’era già, an­nesso all’ «antica Casa comunale» in Palazzo d’Avalos, lì da «epoca bastantemente remota», come può leg­gersi in una nota al Sottointendente del distretto di Isernia del 14 agosto 1847. Allorché venne decisa la vendita del Palazzotto a Ippolito Laurelli per 2100 ducati, con delibera del 3 marzo 1835, l’atto venne recato, via Intendente pro­vinciale, all’approvazione superiore di re Ferdi­nando II, che il 18 agosto 1835 vi appose, sì, la firma, ma «a condizione che si ergesse altra Casa e più commodo teatro».
Palazzo d’Avalos, Palazzo del Principe (come si incontra nella pianta a volo d’uccello di Giovan Battista Pacichelli del 1703 e conservato nell’uso fino a metà Ottocento) o più familiarmente ru Palazzotte, è tra i palazzi più importanti – se non il più importante – della città. Ci ricorda l’esistenza dell’effimero titolo di Principe di Isernia: quando il Viceregno decise di infeudare la fino ad allora fidelissima città regia di Isernia, la spuntò, nel 1643 Carlo Greco, duca di Montenero; ma tenne Isernia per poco e appena un anno dopo, cedendo alle pressioni della potente famiglia spagnola, la città venne ceduta (per 28.000 ducati!) a Diego d’Avalos, figlio secondogenito di Inigo III e Isabella d’Avalos, V marchesa del Vasto. Avuto il feudo, occorreva ora un titolo nobiliare adeguato, che Diego chiese alla Corona e subito ottenne: ecco il Principe di Isernia. Titolo effimero, poiché fu portato, oltre che da Diego, solo da suo figlio Cesare Michelangelo e sempre posposto ad altre e più importanti dignità che la casata ebbe, per finire poi dimenticato nella vicenda successoria che interessò l’ultimo d’Avalos, e quindi formalmente cancellato con regio Assenso del 6 aprile 1745, con il ritorno della città al Demanio. 




Quella attuale, sobriamente neoclassica, è la versione ottocentesca del palazzo, interamente ristrutturato dai Laurelli dopo – lo sappiamo –  il terremoto del 1805.
L’originale seicentesco, riferibile ai d’Avalos, era certamente ad un solo piano. Così viene riportato nella stampa della città di Giovan Battista Pacichelli che si rinviene in «Il regno di Napoli in prospettiva», del 1703: qui il “palazzo del Principe”, come indicato, ha pianta a “L”, coprendo due dei tre lati della piazza come l’attuale, ma dopo il piano nobile presenta già il solaio.
Non si conosce la data di costruzione. Atti di compravendita stipulati dal principe per acquisire case e terreni su cui edificare datano dal 1651. Certo è che quando Giovan Vincenzo Ciarlanti scrive, nel 1644, le sue «Memorie Historiche del Sannio» non c’è né palazzo, né piazza, dal momento che nella descrizione della città il primicerio isernino individua nella piazzetta davanti palazzo San Francesco (l’attuale Piazza Marconi) lo spazio più ampio aperto, dopo quello della Cattedrale, lungo il decumano cittadino; del resto, nel 1644, era appena stato vergato l’atto di vendita della città tra il duca Greco e Diego d’Avalos e un palazzo del principe era ancora da venire.
In un anonimo manoscritto che si conserva nell’Archivio d’Apollonio (presso la Biblioteca Michele Romano), intitolato Ricordo, o sia notizia sugli interessi del principe della Città d’Isernia, si legge: «D. Cesare d’Avalos, per farsi una abitazione da domiciliarci, si prese da Cittadini alcune case vicino alla ven. Chiesa della Ss.ma Annunziata di detta Città e specialmente dalla detta Chiesa due casette […] ed un giardino contiguo ad essa chiesa, per le quali casette ed orto si obbligò il succitato marchese corrispondere carlini otto l’anno, come in tutti i libri delle economie di detta Chiesa si trovano esemplati detti stabili». Non ci troviamo con le date: don Cesare è principe di Isernia dal 1697. Il Palazzotto risale probabilmente ad anni prima, edificato da don Diego, con le linee di solida grazia del palazzo marchesale di Vasto, sede del ramo maggiore del casato.



Prospetto del Seminario vescovile, di Nicola Sabbelli (tratto da Viti, Note di diplomatica ecclesiastica [....], 1972)




Palazzo del  Seminario
Il sito ospitava una chiesa altomedievale intitolata a San Paolo, che gemellava, dal lato opposto della torre campanaria (l’arco di San Pietro). Nel XIV secolo, sui ruderi di questa fu costruita la casa palazzata dei della Castagna, famiglia appartenente al notabilato cittadino: ad un Onofrio della Castagna, che aveva militato con valore nel campo aragonese durante la battaglia di Sessano (28 giugno 1442), re Alfonso concesse per gratitudine il titolo di barone in perpetuum su Sessano.




Arriviamo al 1704: Mons. Biagio Terzi, vescovo di Isernia, aveva stabilito di erigere in città un’ulteriore casa religiosa, questa volta per le Orsoline; essendo scaduto il termine temporale senza che si fosse stabilito il monastero, gli amministratori del Comune proposero e, verso l’assegnazione di 200 ducati di rendita annua, ottennero, nel 1728, con mons. Giovanni Saverio De Leoni, la fondazione del seminario diocesano sotto il titolo di San Francesco Saverio (va rilevato che, all’epoca, Isernia e Venafro erano diocesi separate e autonome; in Venafro esisteva un seminario diocesano almeno dal 1568). Fu, allo scopo, utilizzato proprio il palazzo dei signori Castagna, all’epoca, famiglia già estinta. Come altre fabbriche, anche il seminario venne seriamente danneggiato – si è detto – dal terremoto del 1805: «[…] l’è notabilissimamente patito, per cui vi occorrono delle grandissime riparazioni», annota Fortini. Nel 1827 si cominciò l’opera di riedificazione nel medesimo posto per volere del vescovo Gomez-Cardosa e condotto a termine intorno al 1842; di quegli anni è il disegno neoclassico della facciata, che si conserva nell’attualità, opera dell’architetto Nicola Sabbelli. 

Palazzo Jadopi, litografia di Wenzel, 1860


Palazzo Jadopi
Prima che in Regione Molise se ne decidesse l’acquisto per farne una sede istituzionale in città, iniziando un malaugurato, infinito restauro che lo ha spogliato del nitido basolato calcareo della corte interna per arricchirlo, beffardo contraccambio, di un’orrida corona in cemento armato, Palazzo Jadopi era tra gli edifici  più belli e rappresentativi di Isernia; e dire che rovina e sciagura il palazzo l’aveva già esperite in quell’inizio di autunno del 1860 allorché, il 4 di ottobre, fu assediato, saccheggiato e dato alle fiamme dai cafoni del partito borbonico, che dalle sue scale vanvitelliane fecero rotolare teste di garibaldini in un’orgia di sangue che fu presto risolta dal martello piemontese, sceso in città dal Macerone, il 20 ottobre 1860. La famiglia Jadopi, fino al tremuoto del 1805, aveva case nel vicolo a lato della fontana della Fraterna (oggi vico Concezione). Distrutte queste, dovendo ricostruirsene di nuova, anche per sottolineare la nuova dignità pubblica cui la famiglia era ascesa, Vincenzo Jadopi, già sindaco di Isernia scelse un terreno fuori dall’abitato storico, nell’allora periferico borgo di San Rocco, e avviò l’edificazione del grande palazzo su progetto dell’ingegner Crescenzio Pirozzi, adornato in gusto neoclassico dall’architetto Orazio Dentice. Più noto di Vincenzo fu suo figlio Stefano che continuò l’impegno pubblico, assumendo più volte la carica di sindaco, quella di consigliere distrettuale e deputato, sia a Napoli, nel 1848, che nel primo parlamento unitario di Palazzo Carignano a Torino. 




Nei giorni neri della Reazione isernina, allorché infiammò l’insorgenza filoborbonica e i pochi liberali venivano presi casa per casa, Stefano era a Napoli; fu suo figlio Francesco a pagare per procura: gli vennero cavati gli occhi nella notte del 30 settembre 1860, e dopo, essere stato rifiutato dal nonno, quel don Gennaro de Lellis campione cittadino del partito lealista, aver passato una notte in agonia al carcere dell’Annunziata e raggiunto finalmente la madre, donna Olimpia de Lellis, morirà nel pomeriggio del 1° di ottobre. Fu così che quando la folla assaltò il palazzo il 4 di ottobre, e saccheggiò corredi e stoviglie, mise fuoco ai libri della vasta biblioteca che lì si conservava pensando contenessero registrazione dei molti crediti vantati verso i concittadini, in casa non c’erano Jadopi, ma poche Giubbe Rosse che lo elessero, loro malgrado, a ultima Alamo. Davanti alle rovine fumanti del palazzo sostò anche Vittorio Emanuele II, giunto in città il 23 di ottobre. A cinque anni da quell’incendio, un livido Stefano Jadopi, ormai cittadino napoletano, si vide recapitare dal sindaco Delfini un’ordinanza di abbattimento per il palazzo che, pericolante, costituiva minaccia per la pubblica incolumità. Ne seguì un duello di carte bollate, molto italiano, che culminò nella relazione dell’ingegnere Luigi De Cesare che stabilì quali parti andassero abbattute, quali conservate. Centocinquant’anni dopo, si è tornati all’inizio: non molto diverso è l’attuale abbozzo da quel combusto scheletro dell’ottobre 1860.


Palazzo Jadopi (erroneamente indicato in didascalia come "Iadozzi") incendiato e collassato.
Illustrazione ca. 1861, tratta da periodico non noto (Archivio A. e M. Testa) 

Gli altri palazzi
Non possiamo non menzionare, seppure brevemente, altri palazzi cittadini: fabbriche notevoli, quasi tutte rinnovate nello stile neoclassico, causa – si è detto – il disastroso tremuoto del 1805.  Lungo Corso Marcelli, di fronte al Palazzo e alla Chiesa di San Francesco, si incontra nitida la facciata tardo settecentesca di Palazzo De Lellis-Petrecca, eretto grazie all’interessamento di re Ferdinando su disegno di Carlo Vanvitelli, figlio del più noto Luigi, l’architetto olandese della Reggia di Caserta. Nel 1860 il palazzo divenne sede del direttorio che resse il governo lealista nei tragici giorni della Reazione isernina (30 settembre – 20 ottobre). Vi abitava il cavaliere Gennaro De Lellis, ricevitore regio per il distretto di Isernia, legato ai Borbone da una – pur sottile – parentela, per aver fatto sposare suo figlio Francesco ad una delle tante figlie spurie di re Ferdinando II. Allorché Isernia si solleva contro il governo garibaldino, viene acclamato dal popolo minuto «come se esso fosse stato un principe reale.» Col tramonto del regno duosiciliano, mostrando una coerenza non comune tra gli ottimati, don Gennaro, seguirà Francesco II in esilio a Roma e non farà più ritorno in città. Altro esempio di architettura neoclassica è Palazzo Mancini-Belfiore, che si oppone alla Cattedrale. Pur uscendo integro dal bombardamento del 1943, che devastazione e strage aveva prodotto in tutta l’area circostante, un progetto degli anni ’50 ne propose l’abbattimento per perseguire una risistemazione funzionalista dell’area di Piazza Mercato: non se ne fece nulla e il palazzo, con la sua armoniosa facciata scandita a stucchi (falsi cantonali al primo piano; lesene doriche al secondo), è ancora tra noi. Di Palazzo Pansini-Clemente è maggiormente importante parlare di ciò che non si vede: è stato infatti costruito là dove la tradizione pone la casa del giurista Andrea d’Isernia; gli eredi, l’importante famiglia Rampini, ne fecero dono alla città, che vi edificò la Chiesa dell’Annunziata e, attiguo, un ospizio per i poveri che fu poi anche carcere. La Chiesa, già sconsacrata, si conservò fino al 1896 (si hanno ancora affreschi in un locale commerciale a piano strada). Nel 1926 si edificò l’attuale fabbrica in stile tardo umbertino. Chiudiamo questa minima rassegna con uno dei più bei palazzi cittadini, se non il più bello, Palazzo Pecori-Veneziale, edificato nel XVII secolo dai marchesi Pecori lungo l’odierna rampa Mazzini, l’antica Porta di Giove, accesso orientale alla città. Il Palazzo,  interamente in pietra, replica le linee solide dello stile rinascimentale toscano. I Pecori, probabilmente originari dell'aretino, sono attestati in città nel XVII secolo ma già estinti nell’800.


Bibliografia.
Pasquale Fortini, Delle cause de’ terremoti e loro effetti. Danni di quelli sofferti dalla città d’Isernia fino a quello de’ 26 luglio 1805, a cura di Titina Sardelli, Isernia, Marinelli, 1984;

Stefano Jadopi,  Isernia - storia edita e inedita della città, a cura di Fernando Cefalogli, Isernia,  Iannone, 2009;

Franco Valente, Isernia - origine e crescita di una città, Campobasso, Enne, 1982;



Pasquale Damiani, Palazzi e chiese della città d’Isernia, Venafro, Vitmar, 2003.

lunedì 18 dicembre 2017

«Isernia. L'altra memoria». In mostra: Il "Garrucci" di Cesare De Leonardis

Raffaele (o Raffaello) Garrucci (Napoli, 22 gennaio 1812 – Roma, 5 maggio 1885) è stato un numismatico e archeologo italiano, specializzato in storia dell’arte cristiana. Entrò nella Compagnia di Gesù all’età di 15 anni e prese i voti il 19 marzo 1853. Si dedicò allo studio delle antichità pagane e cristiane. Nel 1885 pubblicò a Roma Le monete dell’Italia antica, lo studio all’epoca più avanzato sulle antiche monete coniate in Italia.

Tra le sue 118 opere edite, figura anche La storia di Isernia raccolta dagli antichi monumenti stampata a Napoli nel 1848.


L’esemplare in mostra, di proprietà della famiglia De Leonardis, è arricchito da disegni e appunti realizzati da Cesare De Leonardis nel 1891-1892 che fotografano luoghi, monumenti e reperti archeologici allora visibili in città o rinvenuti nelle campagne di Isernia alla fine del XIX secolo.



(foto: Manuela De Leonardis)


È tra questi disegni che troviamo ritratta la facciata della Chiesa dell’Annunziata – che, sconsacrata, si conservò fino al 1896 per poi cedere superficie all’attuale palazzo Pansini; la Porta di Giobbe, aperta nel tracciato delle mura medievali, dove ora termina il vicolo che ne ha mutuato l’odonimo, e che scopriamo avere arco a tutto sesto, affiancato lateralmente da due bertesche; una vista a volo d’uccello di Palazzo S. Francesco, ritratto dal suo lato orientale, sovrastante i magnifici orti urbani che caratterizzarono la città, e indicato in didascalia come «diruto», perché ancora colpito, a fine secolo, degli effetti del terremoto del 1805.

martedì 4 ottobre 2011

L'Auditorium ante litteram: il Teatro comunale di Isernia (1835-1855)

La fabbrica dell’ Auditorium Città di Isernia porta a riprendere storie anche più remote dei centocinquanta anni di Unità che l’opera celebra.
Non tutti sanno che a metà Ottocento, a Isernia, in Palazzo San Francesco, funzionava un teatro da 200 posti: il Teatro comunale. A ricordarcelo è Stefano Jadopi nella
sua monografia del 1858: descrivendo la città nelle sue luci e ombre, dice che nell’«antico soppresso Monistero de’ Conventuali» – Palazzo San Francesco, – «si pensò di costruire un teatro, e se ne ottenne l’autorizzazione col Real Decreto del 18 Agosto 1835; ma non si diede principio ai lavori prima del 1839, lavori che rimasero sospesi nel 1845. Fu poscia proseguito nel 1847; e la decorazione si è alla fine portata a termine a spese particolari nell’anno 1855.»





Nell’Archivio storico comunale (b. 122, fasc. 2000) si conservano gli atti che consentono di dare polpa alle brevi note vergate da don Stefano.
Prima del 1835 un teatro comunale a Isernia c’era già, annesso all’ «antica Casa comunale» in Palazzo d’Avalos e funzionante da « epoca bastantemente remota» , come può leggersi nella nota al Sottointendente del distretto di Isernia del 14 agosto 1847. Allorché venne decisa la vendita del Palazzotto ai Laurelli, con delibera del collegio municipale del 3 marzo 1835, l’atto venne recato, via Intendente provinciale, all’approvazione superiore del sovrano, Ferdinando II, che il 18 agosto 1835 – come già sappiamo da Japopi – vi appose, sì, la firma, ma «a condizione che si ergesse altra Casa e più commodo teatro».
La nuova sede comunale, e del teatro, fu quindi individuata in Palazzo San Francesco, fabbrica versatile che nel corso della sua storia plurisecolare ha ospitato di tutto: frati, scolaresche, ladri e amministratori (amministratori ladri?). Vengono iniziati i lavori di ristrutturazione dell’immobile – acquisito al patrimonio per effetto delle leggi murattiane – spendendo i 2100 ducati ottenuti dalla vendita del Palazzotto ai Laurelli.
Il teatro viene realizzato nel locale più ampio tra quelli che si affacciano sul chiostro dell’antico convento – per capire: è dove ora sono gli uffici dell’Anagrafe – e si sviluppa, in altezza, fino al tetto (per rimanere legati all’attualità, non c’era, allora, il solaio che fa da cesura tra Anagrafe e Sala consiliare).







Da una nota del 20 settembre 1846, spedita dal Sindaco all’Intendente provinciale, con l’invito a voler concedere la «superiore approvazione all’apertura e attivazione di questo Teatro comunale», si conosce che il teatro aveva, a quella data, «palco scenico completo e platea»; mancava solo un «acconcio ordine di palchi». Eppure, come si legge in altra nota rinvenuta nel fascicolo, «nel disporsi la cessione del locale della Casa comunale e Teatro nel largo Palazzotto al sig. Ippolito Laurelli, si stabilì che rimaneva ai cittadini conservato il diritto di costruire i palchi nel nuovo teatro che andava dal sig. Laurelli a farsi in San Francesco in sostituzione dell’antico, e che la spesa sarebbe stata da realizzarsi fra i cittadini che vi avessero voluto concorrere ».

Ma, ora come allora, la spesa per cultura non è mai una priorità dei governi. Una nota del Sottointendente di Isernia al Sindaco della città, don Stefano Jadopi, del 26 ottobre 1847, rispondendo all’ennesima richiesta della municipalità, riferisce virgolettata una missiva interna dell’Intendente: «Trovandosi costì un teatro, ove vi è costantemente agito da varie comiche compagnie, e dovendo tal locale non altro che abbellirsi (…) io non incontro difficoltà che si dia mano ai lavori di ornamento, non essendo per essi applicabile la Sovrana risoluzione che vieta l’ultimazione dei teatri incominciati e non terminati in fabbriche».
Cosa si intendesse per i lavori di ornamento non è dato saperlo. Quel che è certo è che per i palchi occorre attendere il 1855. Agli atti si conserva un progetto del 1855, a firma di Luigi de Cesare, architetto tuttofare al quale in quegli anni si commissionò quasi tutto – c’era stato il terremoto del 1805 e un’intera città andava ricostruita – dal ponte Santo Spirito, al Cimitero, all’area di nuova espansione di Santa Marie delle Grazie (La Fiera, attuale Parco della Rimembranza).
Il progetto relativo al «confezionamento pei palchi, platea e palcoscenico» reca in calce l’approvazione del sindaco pro tempore, Gaetano Mancini, apposta in data 14 aprile 1855, nonché le firme dei deputati del Decurionato cittadino con delega alle opere pubbliche: Giacinto Santoro, che sarà il primo sindaco dell’Isernia italiana, nel 1861, e Alessandro de Lellis, figlio di don Gennaro e a noi noto per i fatti di reazione del 1860. Uno stato estimativo della spesa, che si rinviene nella medesima cartella, parla di trentadue travi di quercia da infiggersi nel pavimento e usarsi per l’ossatura delle tre file sovrapposte dei palchi; di tavole di pioppo «prive di scheggiatura e bene spianate con pomice» per la costruzione dei prospetti, dei pavimenti e divisori dei ventisei palchi, che andranno ai maggiorenti della città, laddove il palco centrale – a imitazione di quanto avviene al San Carlo per Ferdinando – va destinato al Sottointendente. Tutti i legni vanno finiti ad olio, «con bassi rilievi a stucco nel fondato dell’imbugna de’ parapetti». All’interno dei palchi va invece collocata carta francese. Ai palchi si accede attraverso due scalinate laterali, con ossatura in quercia, ciascuna di ventiquattro gradini. Per quanto riguarda la platea, vanno qui collocate ottanta sedie con seditoia in paglia, spalliera e braccialetti. Totale intero, ducati 725,06.

Non si muove una pialla fino alla successiva delibera del 4 settembre 1855, nella quale il Decurionato - preso atto che la vendita dei palchi tra i maggiorenti della città ha realizzato poco più di 600 ducati (in termini di promessa a pagare), e che la rimanente cifra occorrente sarà raccolta con sottoscrizione volontaria presso chi si accontenta della platea - approva i lavori e manda all’Intendente provinciale per gli ulteriori adempimenti.
L’Intendente, da Campobasso approva a sua volta i disegni di De Cesare, autorizzandone l’esecuzione a gravare «sul fondo delle equivalente offerte volontarie», con si legge in nota del 20 settembre 1855; di tre giorni successiva è la nomina che il Sottointendente fa a Achille Belfiore in qualità di cassiere del fondo che andrà a raccogliersi tra i cittadini (è il caso di ricordare che Achille Belfiore, cinque anni più tardi, sarà nominato economo anche
dell’Ospedale militare che i savoiardi apriranno in città dopo la battaglia del Macerone, 20 ottobre 1860).
Vediamo chi sono i sottoscrittori, per 30 ducati ciascuno, destinatari dei realizzandi palchi. Ecco il Gotha cittadino, nomi noti a chi abbia scorto le cronache del 1860 (per economia, omettiamo il Don davanti a tutti i nomi): Alessandro de Lellis; Francesco Cimone; il sindaco Gaetano Mancini; Vincenzo Cimorelli; Giovanni Senerchia; Achille Belfiore; Vincenzo Apollonio; Emiddio Laurelli; Giuseppe Melogli; Antonino de Sanctis; Cosmo de Baggis; Ildefonso Abeille; Francesco Pecori; Raffaele del Vecchio e Raffaele Perna (per quindici ducati ciascuno); Gaetano Jengo; Erennio e Luigi Piccoli; ecc. ecc.
De Lellis e Jengo verranno anche cooptati dal sindaco Mancini in un direttorio che seguirà i lavori. È questo comitato ristretto, nel dicembre 1855, a firmare i contratti con le maestranze: il muratore Gennaro de Matteis, il falegname Giovanni di Pilla e il decoratore Costantino Buccini.
I lavori si concludono a giugno 1856; la spesa lievita a ducati 897,29 (un aumento percentuale tutto sommato accettabile rispetto a certe nostre moderne varianti in corso d’opera). L’ultimo atto del fascicolo è la dichiarazione (1 luglio 1856) di Giovanni di Pilla, maestro d’ascia, al quale viene data la custodia del teatro «fino a tutto l’anno cinquantotto» per il compenso di dieci carlini al mese, utilissima descrizione di quello che era il complesso degli arredi fissi e mobili: «Dichiaro io qui sottoscritto di aver preso in consegna e custodia dal sindaco, D. Gaetano Mancini, il teatro di questo Comune corredato di tre mutazioni di scene, cioè bosco, città e stanza, con due bussole di tela, dieci lumi con tubi pel palcoscenico otto chinchè [uno strano piemontismo preunitario: vale “lampada a petrolio, lucerna a più di un lume”; vd. Vocabolario Piemontese-Italiano, Ponza, Torino 1830] con campane e tubi per l’interno del teatro e otto bracci d’ottone per tre ceri ognuno, otto lumi per le scene senza tubi, sette lumi pei camerini, sei lumi pe’ corridoi; lo scenario è tutto corredato di ciò che bisogna per potere agire: nello ingresso della platea vi è un portiere [illeggibile], le sedie tutte in buono stato, ed il palco ballabile con le corrispondenti filagne per sostenerlo; il machenismo pe’ lumi è anche in istato di agire, e vi sono anche le tende da covrire [illeggibile] la buca del suggeritore nelle feste da ballo, vi esiste anche il cupolino del suggeritore di tela.»






martedì 20 settembre 2011

San Francesco vs. Sant'Antonio


Palazzo San Francesco, ora sede del Comune, era - facile intuirlo - un convento francescano, con annessa chiesa.
La tradizione cittadina - un esempio nella breve monografia inedita scritta dal can. Vincenzo Piccoli nella prima metà del XIX sec. - vuole che sia stato lo stesso santo di Assisi, di passaggio per la città nel 1222, a fondarvi una chiesa intitolata a Santo Stefano, sulla quale, meno di cinquant'anni dopo, sarebbe stata eretta la chiesa di San Francesco, con annesso convento (1262 o, al più tardi, 1267).
Particolare, nella chiesa attuale, è la cappella intitolata a Sant'Antonio da Padova, detta tradizionalmente Cappellone perché di dimensioni non inferiori alla fabbrica principale (nell'immagine, la cappella è quella che taglia longitudinalmente il corpo della chiesa, quasi uno sproporzionato, e monco, transetto).
Come testimoniato dal testo che segue (presente in originale nell'Archivio storico comunale, presso questa biblioteca), la Cappella di Sant'Antonio esiste con questa intitolazione almeno dal 1400.


«Faccio fede io Regio Notar Luca Colambassi di questa Città di Isernia, qualm. avendomi il m. Rev. P. Luigi Mastrojacovo attual Guardiano del Convento di S. Fran. de’ min: Conventuali della medesima città esibito un libro in cui sono registrate tutte le scritture che si contengono nel quinto volume, appartenenti al Conto sud.to, nello stesso libro, principiando dal foglio primo, per infino al quarto, vi è copia in forma valida di istrom. della concessione che i PP. dell’istesso convento fecero a i confratelli della Confraternita di S. Antonio da Padova, del luogo, seu Cappella, dove poner si dovea esso Santo; e fra gli altri patti e condizioni apposte in d. istromento stipulato sotto il dì primo di marzo dell’anno mille e quattrocento, precedente assenso del P.Provinciale di quel tempo, ed anche come Commissario del Ministro generale, vi sono i seg.

Item, che lo Priore di d.a Confratanza debba sempre essere delli detti ordini di S.Fran.co, et eseguire e perseverare la d.a confratanza sempre nella detta Cappella, secondo le debite ammonizioni dello d.o Priore, il quale da tutti si debba onorare e servire, come è convenevole, e tutto secondo lo tenore, e continenzia delli Capitoli dell’osservanza delli d.i Confrati, dico Confrati.

Altro patto nel corpo dell’istromento. Ben vero d.i Confrati non possono in nullo tempo intrare, e uscire alla d.a Cappella in altra porta che in le porte consuete e debite della Chiesa di S. Franc.

Siccome tutto ciò appare dalla citata copia in forma valida d’istrom. alla quale mi riporto, ed in fede richiesto, ho segnato.

Isernia, li 27 agosto 1781

N. Luca Colambassi»