martedì 19 giugno 2012

Franco Ciampitti, Novantesimo minuto. Il primo romanzo italiano sul gioco del calcio

Pochi – credo davvero pochi – sanno che il primo romanzo in lingua italiana sul gioco del calcio è stato scritto da un misconosciuto avvocato isernino e pubblicato da “La Gazzetta dello Sport” nel 1932, anno X dell’Era Fascista e secondo del Quinquennio d’oro juventino, mesi prima che Umberto Saba pensasse alla palla maculata per le sue cinque poesie e quasi mezzo secolo avanti a quell’Azzurro Tenebra (1977) di Giovanni Arpino che la rete troppo frettolosamente accredita di un primato  che – fino a querela di falso – spetta a Franco Ciampitti col suo Novantesimo minuto [1].



  
Libro e moschetto, calcio e fischietto. Il contesto

Non più bizzarro passatempo per seminaristi inglesi[2], nei primissimi anni ‘30, il calcio parlato e giocato è già passione matura del popolo italiano: il campionato 1929-30 è il primo a disputarsi col Girone unico nazionale (la Serie A, per come la conosciamo ora), più organico alla sensibilità fascista di unità della patria rispetto alle precedenti formule divisionali che tracciavano una discriminante Gotica tra le élite del calcio settentrionale e le arrangiate schiere romano-napoletane. Il Fascismo è già entrato prepotente – qui come altrove – nel mondo del calcio. Nel 1927, per sterilizzare inopportune rivalità stracittadine, promuove la reductio ad unum tra società  presenti nella stessa città. Nascono così, per fusione, club moderni – la Fiorentina, la Roma – e fossili come l’Ambrosiana, vincitrice di quel primo campionato unitario. Resistono, invece, i due club torinesi, protagonisti, nel 1928, del primo scandalo del calcio italiano – altro sintomo della raggiunta maturità. È l’affaire  Allemandi, terzino della Juventus avvicinato da emissari granata per assicurare il risultato nel derby; scandalo modesto, quasi ingenuo se visto, in prospettiva, dagli anni di Calciopoli e a scoppio ritardato [3], intervenuto cioè quando si stava già giocando il campionato successivo. Ne seguì una pilotatissima inquisizione federale per mano di Leandro Arpinati, a un tempo presidente Federcalcio e podestà di Bologna, guarda caso squadra seconda classificata, con conseguente revoca dello scudetto assegnato al Torino.

Il rapporto tra calcio e Fascismo è, come visto, molto stretto. Il Regime, in questo lungimirante, mostra di aver ben compreso che la fascinazione popolare per il calcio, per lo sport in generale, può, deve essere usata come collante del consenso e, per altri versi, controllabile valvola di sfogo del conflitto sociale. Allora come ora, il calcio è oppio dei popoli, acquavite dello spirito. Si punta all’identificazione, anche subliminale. Sulle maglie attillate dei campioni, accanto al tricolore sabaudo che si dà alla squadra vincitrice del campionato – lo scudetto – compare immancabile il fascio littorio. La cosa funziona anche con altri sport. Nel bene come nel male, il regime s’identifica con i suoi figli sudati. I Mussolini boys alle Olimpiadi californiane del ’32. Vietato pubblicare in patria il gigante Carnera abbattuto al suolo.  

Serve, a questo punto, una mitopoiesi. In quegli anni in orbace sono molti gli intellettuali che rispondono alle sollecitazioni del Regime a impegnarsi fascisticamente a creare letteratura sportiva. Lo sport deve farsi verbo; si devono conciliare gli opposti, dopo che il Futurismo – unica avanguardia culturale autenticamente italiana del ‘900 – ha celebrato il guizzo d’atleta e il muscolo sudato come antitetici al piagato sedere degli intellettuali e predicato – non senza un’intima contraddizione, avendolo fatto su carta – il predominio della ginnastica sul libro [4]. Del resto, nello stesso anno in cui Ciampitti pubblica il suo romanzo breve, Benedetto Croce riconferma l’impossibilità della sintesi, dolendosi di come la diffusione del demone sportivo tra le masse abbia costituto, nella seconda metà del secolo decimonono, un falso ideale capace di distruggere ogni fine cultura [5].  

Così, tutta una serie di cronisti sportivi e scrittori laureati si impegna in uno stretto giro di anni a confezionare opere a tema, romanzi, poemi, e i gazzettieri ci riescono, in genere, meglio degli accademici. Sono gli anni in cui si pubblica Re Pallone (Bologna, 1933) romanzo di Bruno Roghi, direttore della Gazzetta prima e del Corriere dello Sport-Stadio poi; in cui un magistrato piemontese, Romolo Moizo, dà alle stampe la biografia futurista di un pallone di cuoio (Hansa Scrum, Milano, 1935). Prima di loro, c’era stato Osvaldo Giacomi (1931) con Storie di forti: due fratelli fiorentini, pugile l’uno, centravanti l’altro. Per tacere delle altre opere di narrativa che, in quegli stessi dinamici anni, vengono scritte sul mondo dell’automobilismo, dell’ippica, della boxe [6]. Anche le liriche che Umberto Saba dedica agli alabardati della sua Triestina sono della partita: c’è anche il suo di autografo sulla copertina azzurra della Prima antologia degli scrittori sportivi, curata dal nostro Ciampitti insieme all’abruzzese Giovanni Titta Rosa – altro esule adriatico nella Milano dell’editoria – e uscita per i tipi dell’editore Carabba nel 1934. 

«La Milano degli anni trenta» – ricorda Ciampitti in un dattiloscritto fortuitamente edito [7] – «mi aveva avvicinato ad uno scrittore di chiara fama, ad un critico competente e onesto: Giovanni Titta Rosa. Egli dirigeva allora l’attività della Casa Carabba (…), abitava in un appartamento pieno di luce in via della Spiga, dove mi invitò a pranzo molto spesso per aver modo di parlare con me. Fu lui a propormi di affiancarlo nella compilazione (…) della “Prima antologia degli scrittori sportivi”. Lavorammo intensamente ed il libro arrivò presto nelle librerie con un’originale copertina: esso ebbe buon successo di pubblico e di polemiche. Se gli ambienti letterari dedicarono un certo interesse all’antologia, quelli sportivi scoprirono che non ero il solo a raccontare i fatti di un mondo così entusiasmante e passionale. Il volume presentava ventidue nomi di narratori e di poeti tutti già affermati. A me però era toccato un primato particolare.»
Il primato cui accenna Ciampitti è di aver vinto, da principiante assoluto nel 1931, la prima edizione del concorso nazionale indetto dalla F.I.G.C., con giuria presieduta da Massimo Bontempelli. Il romanzo breve, che sarà poi pubblicato come Novantesimo minuto dalle edizioni della “Gazzetta dello Sport”, era stato presentato al certame col titolo più ermetico di Io cammino e arriverò. «Era stata una della federazioni del C.O.N.I. a bandire la competizione letteraria, destinata nelle previsioni della vigilia ad un autore di chiara fama. Non mi conosceva nessuno; nessuno poteva pensare a me

  

Il mio nome è Nessuno. Chi è Ciampitti

Questo signor nessuno nasce nel 1903 a Isernia – allora come ora, punto sulla mappa, luogo di ossimori: città a sud del nord, e a nord del sud, al centro della Penisola ma   periferica; perfetta per dare i natali a ignoti. Il padre di Franco è Giovanni Ciampitti, avvocato liberale e massone, poi deputato costituente per la Democrazia cristiana e senatore nella prima legislatura della Repubblica, tanto noto da meritarsi una voce biografica su Wikipedia. Dopo il liceo – al Fascitelli è allievo di Michele Romano – si iscrive a Giurisprudenza a Napoli, dove – come side project della carriera forense cui è irrimediabilmente destinato per calco paterno e che gli darà da vivere nel dopoguerra – approccia da avventizio il mondo delle redazioni sportive, fino alla stabile collaborazione, da cronista, nel “Mezzogiorno Sportivo” di Felice Scandone, celebre per aver cantato l’epifania del “Ciuccio fa’ tu” sulle curve partenopee. «Scavalcai ogni tirocinio quando egli scoprì che ero presuntuoso e disinvolto. I lettori non volevano resoconti aridi di tecnica e di dati, preferivano conoscere avvenimenti raccontati e vissuti come gli altri fatti della vita

Quando  le due colonne di cronaca iniziano a stargli strette, l’urgenza di «raccontare la gente» [8] si esprimerà a pagine. C’è tuttavia piena continuità tra il giornalista e il narratore: la novità portata da Ciampitti è trasfondere l’ambiente di panchine e spogliatoi frequentati per mestiere sulla pagina del romanzo. Dove gli accademici suoi contemporanei falliscono la prova perché relegano lo sport a un’occasione, un fondale su cui proiettare vicende da romanzo d’appendice e i cronisti-cronisti, di contro, non riescono a decollare dalla piattezza dell’arbitro severo e del granitico terzino, Ciampitti prova una terza via narrativa, una via «tutta sua, solitaria, che consiste nell’intrecciare e fondere insieme le ragioni umane dei suoi personaggi con la rappresentazione del loro impegno nella realtà sportiva». [9]
«[Gli] argomenti più congeniali ebbero carattere sportivo: e fu un’autentica fortuna. I primi decenni del secolo, mentre vedevano notevolissimi sviluppi dello sport, lasciarono indifferenti o quasi il mondo degli scrittori; un tale divario facilitò l’inizio della mia attività di narratore. (…) Quando la gente vide nelle librerie il mio primo romanzo forse cominciò a pensare che la narrativa italiana si era accorta finalmente dell’importanza di un giuoco che abbisognava soltanto di un pallone per scatenare entusiasmi

Si arriva, così, alla stesura del romanzo breve, che sarà poi Novantesimo minuto. Come già detto, l’opera prima di Ciampitti vince il Concorso nazionale indetto dalla F.I.G.C.;  l’ambitissimo premio è fissato a diecimila lire e, soprattutto, la possibilità di seguire come embedded journalist la Nazionale italiana di Vittorio Pozzo nel biennio successivo, epifanico della conquista della Coppa Rimet ai Campionati mondiali di Roma, del 1934.
Ciampitti è raggiante, è il treno che passa una sola volta nella vita, e lui l’ha preso.  «Avrei collezionato, come spettatore, un buon numero di divertenti avventure e di appassionanti confronti, in compagnia di comitive dei più celebrati giuocatori e dei più qualificati tecnici sportivi, senza contare i viaggi, soggiorni, eventi di altissimo interesse». Per di più – e qui viene fuori l’anima molisana – tutto questo «senza spendere un soldo di tasca mia». 
L’ingresso nel circo azzurro, tuttavia non è dei più facili. I soggiorni in ritiro sono reclusioni in alpeggio, dove il massimo del divertimento è cantare Ta pum: Pozzo è stato tenente degli alpini nella Grande guerra, fascista di regime, non di rivoluzione  – il che significa «uno che apprezza i treni in orario ma non sopporta gli squadrismi» [10], né la goliardia del s’è mangiato, s’è bevuto e s’è scopato[11] . Ciampitti è un outsider, per di più meridionale in una compagine che – a parte il romano  Ferraris e i molti oriundi latinoamericani – vede gli altri nati oltre la linea del Po. Ci sarebbe per la verità pure un abruzzese, Mario Pizziolo, che però preferisce dirsi fiorentino; a rivelare la cosa è proprio il giornalista: «Che nella Nazionale azzurra Pozzo avesse ficcato un abruzzese, non lo sapeva nessuno, ma a Capodanno sono giunti tanti telegrammi da Pescara, che Pizziolo ha dovuto confessare. Altro che Toscana! Pizziolo è dell’Abruzzo forte e gentile[12] 
Il giornalista embedded ha accesso a tutte le indiscrezioni. «Presero a considerarmi amico e io feci del mio meglio per confermarli nella loro opinione. Nei servizi giornalistici che curavo, le loro previsioni, le loro confidenze mi fornirono sempre primizie interessanti ed agevolarono costantemente il mio lavoro».

Per tutti gli anni ’30, Ciampitti scrive di sport, da giornalista e novelliere.  Il suo secondo romanzo – Cerchi, edito da Carabba nel 1934 – sebbene mediocre, e più vicino al feuilleton, sarà scelto a rappresentare la narrativa italiana alle Olimpiadi di Berlino del 1936, quelle di Goebbels e Leni Riefensthal, che  Ciampitti incontrerà annotandone «la semplicità [del] sorriso, che ai lineamenti marcati dà un’espressione di luminosa dolcezza» [13]. Gli appunti presi nel suo soggiorno berlinese daranno vita a Campioni del mondo, una raccolta di idealtipi d’atleta che, pur vincendo il Premio San Remo per la narrativa sportiva nel 1940, rimarrà inedita, come orfano di editore rimarrà anche lo scomodo La rete bianca, del 1940, in cui si racconta, sì, di automobilismo e Mille Miglia intrecciandone però le vicende a sanatori e malattia di mente. La rete bianca – che è quella che separa i sani dai malati, nell’Ospedale psichiatrico di Cogoleto – riceverà il secondo piazzamento al concorso letterario indetto da “Il Popolo di Brescia”, dovendo cedere il primo perché, sostanzialmente, non allineato ai dettami del Min.Cul.Pop. Cotronei, a capo della giuria, dirà nella motivazione del premio: «Franco Ciampitti ha offerto un romanzo denso e originale, ma non ha letizia né luce. Si tratta di un’avventura dolorosa [in cui] le ferneticazioni, i patimenti, gli incubi le illuminazioni improvvise affermano le doti dello scrittore, ma dicono anche che il suo sport è più nero che roseo; certamente non fonte di ottimismo e di dinamismo.»


Novantesimo minuto. La solitudine del terzino sinistro

Inorganico all’idea fascista di sport – come «fatto di agonismo e militarismo, di azionismo e spettacolarità massificata» [14] – è, se si vuole, anche Novantesimo minuto, romanzo del disagio interiore e della solitudine che affligge il calciatore di terza linea chiamato a giocare contro la sua squadra, contro la sua città, sotto gli occhi della sua ex.
Nel calcio d’antan, il terzino è un killer ruminante asservito al catenaccio che pascola sulla trequarti in attesa di frangere altrui tibie e peroni. Osserva il Codice Rocco (Nereo, non Alfredo): «Colpisci tutto quello che si muove a pelo d’erba. Se è il pallone, pazienza».  Mario, invece, protagonista del romanzo di Ciampitti, che ci coinvolge nel suo monologo interiore à la Schnitzler – come rileva Bontempelli nell’introduzione alle due edizioni italiane, 1932 e 1960  [15] – è un terzino sui generis, malinconico e deponente. Mario è un proletario romano non pasoliniano, che il calcio ha elevato a certa fama nazionale, sebbene transeunte, e che dopo aver giocato con successo nella Fortitudo [16], dopo essere diventato intimo del presidente Vandelli e dei suoi figli – Walter, giocatore mediocre che deve al cognome il suo posto in squadra; e Marta, che con lui amoreggia, gioca al gatto e al topo, lo illude fino a determinarne l’imbarazzante richiesta di matrimonio, platealmente rifiutata – viene scaricato a un club milanese, la Juventus [17], e deportato in quella metropoli del Nord. Questo e altro lo si apprende come antefatto, poiché il romanzo – in questo molto moderno – si svolge tutto in una domenica capitolina di campionato, dalle otto alle sedici e quarantacinque.


Novanta minuti in uno solo (sinossi & florilegio)

Mario si sveglia nella cattività dell’albergo, dove divide la stanza con Lewis, il mister, fermamente deciso a non scendere in campo contro i suoi, quelli della Fortitudo, Vandelli padre e figli.

«– Chi lo ha rotto?
L’allenatore che sta rovistando nella valigia ha tirato fuori dalla guaina di cuoio lo specchio che è rotto. Mi stringo nelle spalle, chè non so nulla e resto muto. Ecco un cattivo presagio!
 – No, mister, io non voglio giuocare oggi.
Lewis rimette piano l’oggetto al suo posto, si volge a guardarmi e viene verso di me. Sono in piedi presso il vano della finestra e per darmi un contegno guardo gli alberi del giardino fatti più verdi dal sole già alto.
Sento la mano di lui sulla mia spalla, così come mi par di sentire su di me il suo sguardo.
– Mario…
Lewis mi chiama per nome quando deve dirmi una cosa importante.
Parla, parla, amico, quando avrai finito, ti ripeterò la mia decisione, ti annunzierò di nuovo che non voglio giuocare.»

Se deciderà di giocare sarà solo dopo aver visto i giornali del mattino, sui quali legge un’intervista all’ex presidente in cui viene chiamato con disprezzo “il fabbro di San Lorenzo”. Sul punto, Mario ha i nervi scoperti: sente ancora aperta la ferita del rifiuto di Marta, dovuta proprio alle sue origini proletarie.   
Alle quindici è negli spogliatoi. Ciampitti ci riporta la fotografia di un atleta di altro secolo.

«Sulle calze metto i parastinchi, poi i calzettoni e poi le cavigliere. Prima di calzare le scarpe, muovo il piede in modo che si adatti bene nella stretta elastica delle cavigliere. Quindi mi metto le scarpe e cammino un poco prima di legarle con la fettuccia bianca, che passa negli occhielli e gira sotto la pianta due o tre volte, prima di essere annodata intorno alla caviglia. Uso sotto la maglia dai colori sociali una canottiera di lana bianca e niente altro. Dopo aver messo il sospensorio, infilo il calzoncino che un elastico mi assicura alla vita. Ho bisogno di ravviarmi i capelli prima di stringere attorno al capo un fazzoletto bianco, che lego dietro l’occipite. Così la mia toeletta di gioco è completa.»

Entrano in campo. Mario incrocia lo sguardo di Vandelli figlio, che gli era amico fraterno, e ora è idolo polemico. La scena viene costruita efficacemente, procedendo dall’interno verso l’esterno, con un rapido ribaltamento nel finale, in cui si sterilizza l’odio di Mario nell’ipocrisia decoubertininana della stretta di mano e scambio dei gagliardetti.

«Qualche stretta di mano viene scambiata, e l’arbitro chiama i capitani: due nomi detti con rapidità, nel silenzio che d’improvviso si è fatto: il mio e quello di Vandelli.
Fo un passo e sono davanti al capitano della Fortitudo. Mi sembra di essere solo, assolutamente solo, di fronte a Walter Vandelli. L’arbitro, i compagni, la folla sono spariti d’incanto, lasciandoci soli col nostro insanabile odio. (…)
Odio te e tuo padre che un giorno mi mise alla porta, mi scacciò come un cane e gridava il disprezzo per me, ch’ero un fabbro.
Odio. Odio anche quella tua cattiva sorella , che sembrava bruciasse d’amore ed invece preparava una beffa, che sapeva tanto baciare e poi, una sera, rideva chiamandomi pazzo.
Ecco… ora… io… e…
Ma che vuole quest’arbitro?
Ci ha messo le braccia sulle spalle e ci avvicina.
Io non ho ascoltato le parole che diceva in principio, ma ora le sento, le intendo. Egli dice che lo sport è un campo fatto per gli uomini leali. Per incontrarsi su quel campo, bisogna dimenticare i rancori. Distruggere ogni ruggine e battersi a viso aperto, serenamente.»

Alle quindici e quindici, il calcio di inizio. Comincia la partita, decisiva per le sorti del campionato. Lo stile narrativo è asciutto, mimetico di una radiocronaca.

«Castellani tocca la palla e la lascia a Benelli. Un colpo di tallone la manda indietro a Bianchi. Il mediano attende da fermo Munegati e poi allunga a Viotti, che fugge lungo la linea, pressato da Fanelli.»

Siamo a metà del romanzo. Le cento pagine che seguiranno, sono tutte per la partita: si alternano monologo interiore e descrizione puntuale delle concitate fasi di gioco, in chiasmo.
Mario tocca la sua prima palla. Contro di lui – infame, venduto – bordate di fischi, che «entrano in testa, dànno fastidio, ma non mi turbano»; e però è distratto, lascia che il gioco si svolga lontano dai suoi piede, dalla sua testa. Cerca Marta sugli spalti, là dove l’ha sempre vista salutarlo durante altri incontri, ma non c’è.

«Lonati ferma Vandelli e mi lascia il pallone sul quale piomba Guarnisi. Ma gli rubo il tempo (…) allungo a Faldi, che dribbla il mediano e fila lungo la linea…
Può darsi che…
Marta…
È qui… vicinissima, appoggiata alla rete di ferro che cinge il campo… è qui… l’ho vista, l’ho riconosciuta. Io lo sapevo che sarebbe venuta , che non poteva mancare… la guardo: ha un sorriso sprezzante che dà più fredda luce al suo viso. (…) Ma è bella… Dio!, com’è bella!... Io la guardo e…
      – Mario! Mario!
Dove? Dove? Qui? Lì?
Ma dov’è il pallone?... Ah! Carpi… Ma Carpi è fermo e Guarnisi è passato. 
Ma perché Cardeni non para Munegati…»
La Fortitudo va in rete. Colpa di Mario, della sua distrazione. Si riprende, cerca il riscatto: doppiamente ferito nell’orgoglio, dà il massimo, spinge, suda; sa di giocare sotto gli occhi di Lewis, dei suoi compagni di squadra, soprattutto sotto quelli, freddi, di Marta. L’odiata, amata Marta. 
Nulla da fare: il primo tempo si chiude sotto di un gol.
Nella ripresa, la Juventus ottiene subito il pareggio.

«L’incontro ritorna sulla linea di partenza, riprende tutta la sua incertezza».

Il riscatto passa per la presa di coscienza di ciò che si è.

«… che si sappia che io mi sono battuto come una belva, che si dica che se abbiamo segnato e se segneremo ancora si deve a me. Infatti nessun uomo dell’attacco ha dovuto ripiegare per difendere e la nostra mediana sovlge quasi esclusivamente un indiavolato lavoro di sostegno: sono otto uomini schierati in permanenza di fronte alla rete romana (…).
Ecco: Lewis ci ha detto di insistere con le finte a sinistra ma di manovrare a destra le azioni risolutive… e va bene… ma … bisogna attaccare, attaccare, non dare respiro all’avversario (…) Tutto questo è stato possibile, sarà possibile perché io sto a metà campo.
Bisogna aver fatto del foot-ball per sapere che cosa significhi un terzino a metà campo. Vuol dire dare del coraggio ai propri compagni, dell’avvilimento agli avversari, costringere questi a lavorare con precipitazione, con orgasmo (…)
Ma per questo lavoro il terzino deve essere di classe, perché ogni tanto sboccia da periodi siffatti uno spunto, uno scatto, una folata che può essere pericolosa per la sua porta. È in questi casi che brilla la classe del terzino: la prontezza dell’istinto, la tempestività dello scatto, la velocità degli spostamenti, la caparbietà dell’uomo, la calma sul pallone, la sicurezza nel dribbling, la potenza dei rimandi, l’astuzia nei passaggi, lo sconcertante lavorìo delle finte, tutto occorre in un uomo che giuochi in terza linea. E se ne hanno di soddisfazioni a fare il terzino: siamo due soltanto e gli attaccanti sono cinque.»

Tanto premere porta al risultato. Si arriva al gol del vantaggio – «Faldi, Faldi vieni, ti voglio baciare…» –  ma la stanchezza inizia a mordere lo stomaco, si fa saliva acre nella bocca, schiuma da cavallo sfiancato. Dalla panchina si avvicina Lewis, e dà a Mario qualcosa (droghe? Nel mondo del calcio? Suvvia…).

«Ma che cosa ho bevuto?
Il dolore è finito ed anche la stanchezza scompare. Rifluisce nei muscoli attossicati dalla fatica un vigore nuovo. Respiro. Non ho più l’affanno: respiro e mi sembra di essere leggero, fresco, come quando sono uscito dal sottopassaggio. La tua medicina mi ha risotrato , si direbbe tu mi abbia fatto rinascere…
Ma cosa ho bevuto?»

Ore sedici e quarantacinque. Incontro, e romanzo, volgono al termine. Resta da battere un calcio d’angolo.

«Corner, ecco il pericolo, ecco l’insidia.
(…)
Siamo pronti. Carpi ha messo il pallone nell’angolo e attende il fischio dell’arbitro. Intorno si è fatto silenzio: la folla si è ammutolita di colpo. Si direbbe che preghi. Anche noi siamo muti, pronti alla difesa, guardinghi, coi visi trasformati dalla fatica e dall’impegno. Per i romani, questa si può considerare l’ultima carta da giuocare. Per noi rappresenta l’ulltimo ostacolo da superare.
(…)
Il tiro è scoccato, vedo la palla ingrandirsi, arrivare… levatevi… è mia…
(…)
Scatto, mi scompongo nella disperata, rabbiosa, violenta folata e sono sul pallone, arrivo e un ultimo balzo…arrivano… in tre… anch’essi arrivano… vogliono la palla… la pa…
Ahi!... Mamma mia… le gambe!
Per carità, per carità fate piano… Ahi!...Sì, è la sinistra… la gamba… sinistra… ahi! Non la toccate… non toccate il ginocchio… non toccate la caviglia… Signor Paredi… mister Lewis… dite che facciano piano… ma chi è che mi fa male?... ma chi è che mi tocca?... In nome di Dio… lasciatemi stare… una barella? E per chi?»

Niente da fare, ginocchio e caviglia rotti. Fine della carriera professionistica e fine del romanzo.


Il primo romanzo in lingua italiana sul gioco del calcio

Noventesimo minuto, si è detto, dà al suo autore certa notorietà, e fino all’entrata in guerra dell’Italia, fino alla caduta del Fascismo, Ciampitti sarà impegnato più o meno intensamente con l’editoria. Il diritti del romanzo vengono ceduti per edizioni in Germania, Olanda, Romania (dove verrà ristampato fino a tutti gli anni ’40), Polonia, Cecoslovacchia, Spagna, e contatti vengono presi anche per un edizione nel florido mercato anglosassone. Peccato che non se ne farà nulla, così come, alla lunga, timida deve essere stata pure la risposta del mercato italiano, se è vero che è datata giugno 1934 una nota della «Gazzetta dello Sport» che invita Ciampitti al riacquisto dell’invenduto – 1900 esemplari, per £. 2,00 a copia  – nella migliore tradizione, anche ventura, dell’editoria italiana in cui è l’autore il primo limone da spremere [18].
Negli anni ‘60, con Ciampitti tornato mansueto nell’alveo della provincia e impegnato in incarichi di sottogoverno democristiano (sarà presidente dell’Ente Provinciale per il Turismo di Campobasso)[19], Novantesimo minuto tornerà a fare fuoco di paglia per i tipi della Vito Bianco Editore, presentato nelle rare veline pubblicitarie come “il drammatico romanzo di un giocatore indeciso”.





Note al testo.

[1] Franco Ciampitti, Novantesimo minuto - Romanzo vincitore del primo premio nel concorso Nazionale bandito dalla F. I. G. C., prefazione di s. E. Massimo Bontempelli, Milano (La Gazzetta Dello Sport Edit. Tip.) 1932.
[2]«Italia piccola e triste, carica di monumenti in redingote, nella cui capitale il gioco del calcio, italianissimo, dovevano essere i primi a giocarlo, con gran fuga di bambinaie e contravvenzioni di guardie municipali, i seminaristi inglesi, nei prati di Villa Borghese». (Orio Vergani, prefazione a Vita al sole, antologia di racconti di
Emilio De Martino, Milano, 1929).
[3] Marco Sappino (a cura di), Dizionario del calcio italiano, Milano 2000, p. 1669.
[4] Programma politico futurista (pubblicato su Lacerba, 15 ottobre, 1913).
[5] Benedetto Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, Bari 1932, pp.298-303.
[6] Un esempio si ha in Io povero negro, di Orio Vergani, edito da Treves, Milano, nel 1927 e che racconta la vera storia di Battling Siki, boxeur senegalese, e dell’opportunità che gli è offerta di stendere al tappeto il campione del mondo Georges Charpentier (Rocky Balboa non si è inventato nulla).  
[7] Per questo e per gli altri corsivi senza indicazione di nota che seguono nel testo, vd. Giambattista Faralli, Franco Ciampitti, Isernia 1998, pp. 22 e ss..
[8] Giuseppe Caroselli, Franco Ciampitti – La memoria, la pagina, Campobasso 1990, p. 76: «Su un cartoncino giallo (…) trovo vergata dalla sua mano ferma (…) questa bellissima e compiuta definizione del suo lungo cammino attraverso i sentieri della narrativa: “la vocazione essenziale: raccontare la gente»
[9] Giuseppe Caroselli, Op. cit., p. 39.
[10] Giorgio Bocca. Pozzo, Meazza e Piola. L'Italia a misura d'uomo. «La Repubblica», 7 luglio 2006.
[11] Cito il gerarca toscano di Film d'amore e d'anarchia ovvero: stamattina alle 10, in via dei Fiori, nella nota casa di tolleranza… (Lina Wertmuller, 1973) interpretato magistralmente da Eros Pagni: «Bella giornata, perdio:  S'è mangiato, s'è bevuto, s'è riso... S'è ruttato, s'è scopato, scorreggiato... s'è cahato... Occosa vuoi di più, eh? Iè la domenica ideale».
[12] Franco Ciampitti, Con la carovana azzurra a Bologna, «Mezzogiorno Sportivo», gennaio 1933.
[13] Giuseppe Caroselli, Franco Ciampitti – La memoria, la pagina, Campobasso 1990, p. 116.
[14] Giambattista Faralli, Franco Ciampitti, Isernia 1998, p. 55.
[15] C’è nel prefatore l’aristocratico distacco del letterato verso il giornalista sportivo: «Ciampitti ha avuto l’audacia d’inquadrare in una tecnica monolighista alla Schnitzler (“La signorina Elsa”, ma son certo che non la conosce) (…) quel supremo raggiungimento di sanità e azione e equilibrio che è lo sport, e specialmente uno sport ultragonistico e collettivo quale il giouco del calcio».
[16] Una squadra di questo nome c’è stata davvero a Roma negli anni ’20 del Novecento,  ma nel romanzo credo stia come nome di fantasia.
[17] Anche in questo caso, un club milanese chiamato Juventus è esistito davvero, ma credo che, come per l’antagonista Fortitudo, Ciampitti abbia voluto usare un nome di fantasia.
[18] Giambattista Faralli, Franco Ciampitti, Isernia 1998, p. 48, in nota 18.
[19] Non può tuttavia tacersi l’ottima prova narrativa de Il Tratturo, Napoli, 1968 su tematiche completamente diverse, di riscoperta del primitivo mondo dei pastori transumanti.


martedì 12 giugno 2012

Isernia, settembre 1943. Una testimonianza arrivata via email

Pochi giorni fa ho trovato nella casella di posta elettronica della biblioteca la preziosa testimonianza che - con il permesso dell'autore, Enzo Visaggio - decido di rendere pubblica. È presto per anniversari - nel 2013 saranno settanta gli anni che separano le macerie morali dell'attualità da quelle reali del settembre 1943 - tuttavia la conservazione della memoria è esercizio che necessita di allenamento costante, non soltanto a scadenze fisse.
Per rispondere a una domanda che si trova nella lettera, le missioni di bombardamento su Isernia furono diverse e non soltanto nella giornata del 10 settembre, importante perché prima, ma non unica. Gli Alleati colpirono la città nei giorni 10, 11, 12 e 16 settembre, e da ultimo, trovandola tragicamente deserta, il 15 ottobre.Una bibliografia elementare sui fatti che ci occupano non può non partire dal volume di Giuseppe Caroselli (12° uragano su Isernia, Roma 1968), per passare alle testimonianze raccolte da Pasquale Damiani nel suo Il bombardamento di Isernia (Isernia, 1993); il catalogo della mostra  La seconda guerra mondiale e i bombardamenti del 1943 nelle carte del Tribunale di Isernia, a cura dell'Archivio di Stato
di Isernia (Isernia, 2007); il volume collettaneo edito da Iannone e curato dal prof. Cerchia, Il Molise e la guerra totale (Isernia, 2012).




«Sono un vecchio napoletano di 85 anni ed abito da più di quindici  a Tolentino ma nella mia vita di lavoro (dal 43 al 96) ho toccato differenti parti d'Italia. Avendo  mio padre avuto due sorelle a Campobasso, l'una sposata Guacci e l'altra Ciaccia, trascorrevo buona parte delle vacanze scolastiche estive presso i miei zii, in felice compagnia con i cugini. Mio padre, che era rimasto vedovo dopo meno di dieci anni di matrimonio, sposò in seconde nozze nel 40 una Gigliani, allora residente a Napoli con la famiglia ma originaria di Agnone; il padre era stato orefice, ed una sorella era sposata ad Isernia, se non ricordo male, in Ruggiero.
Quando nel 42 i bombardamenti a Napoli cominciarono ad intensificarsi, la mia matrigna col figlioletto di meno di due anni sfollò ad Isernia insieme a sua madre ed alla famiglia del fratello, avvocato Armando. prendendo alloggio in due diversi appartamenti ma rimanendo in contatto. Io frattanto, con la chiusura a tempo indeterminato delle scuole di Napoli fin dal Natale di quell'anno, ero tornato a Campobasso. L'11 settembre del 43, un mio zio, Gianbattista Ciaccia, ingegnere del Genio Civile, essendo pervenuta la notizia del bombardamento di Isernia, vi si recò col l'intenzione di fare una ricognizione dei danni supponendoli quantificabili. Sapendo dei miei parenti, mi avvertì ed io andai con lui. Naturalmente, avvicinatici al piazzale anteriore della vecchia stazione ferroviaria (esiste ancora?) ci dovemmo arrestare per l'impraticabilità della strada. Ci lasciammo subito perché io cercavo qualcuno che mi desse informazioni su dove ritrovare i miei parenti, mentre lui  si dovette ben presto arrendere di fronte alla enormità delle rovine. Ritrovati, non senza difficoltà i parenti, tutti fortunatamente illesi, stavamo percorrendo la vecchia statale che scorre lungo il lato ovest della città, quando, era verso mezzogiorno, il mio orecchio già avvezzo avvertì l'avvicinarsi della formazione aerea. Lanciai l'allarme e tutti  ci appiattimmo a terra in attesa delle nuove bombe. Che arrivarono nel giro di meno di un minuto ed io riuscii a vederle ancora in cielo cadere come tante gocce d'inchiostro schizzate via da altrettante stilografiche (allora si usavano e lo schizzo spesso si verificava quando la penna smetteva di scrivere e  la si scuoteva come si è fatto fino a poco tempo fa col termometro a mercurio prima di infilarlo sotto l'ascella).




Mi permetto queste spiegazioni perché ritengo Ella sia giovane e non conosca i vecchi arnesi di un tempo.
Riepilogando: ci accampammo in basso in un pagliaio ben oltre la periferia sud (di allora) della città e, se non ricordo male, ci fu ancora, nei giorni successivi, almeno un' altra incursione.  Erano formazioni di  24, ma forse 36, quadrimotori che arrivavano da sud ovest ad una quota  intorno ai 3000 metri e, avendo come obbiettivi sia la strada che correva ad ovest, sia la ferrovia che stringeva da est a meno di un chilometro l'una dalla altra, riuscivano più che altro a colpire al centro cioè sull'abitato. Per quanto riguarda i miei parenti,  mio zio, non so come, avverti qualcuno ad Agnone che venne dopo circa una settimana con un traino equino su cui montò tutta la famiglia Gigliani con le poche masserizie recuperate riportandoli, non so dopo quante ore o giorni, al paesello natio, dove poi, nell'inverno, ebbero nuove vicissitudini.
Io, percorsi a piedi la statale per alcuni chilometri  e alla stazione di Pettoranello trovai miracolosamente un treno che dopo alcune ore partì per Campobasso, quasi vuoto e la raggiunse come Dio volle prima di sera.
Ora la mia perplessità è la seguente: su internet trovo una serie di notizie sul " bombardamento di Isernia eseguito il 10 settembre 1943" come se di azioni di quel tipo ve ne fosse stata una sola. Mentre io invece ricordo sicuramente quello del giorno successivo che peraltro fece allontanare definitivamente quei cittadini rimasti sul posto, magari con la speranza di essere lasciati in pace per poter salvare qualche familiare rimasto ancora vivo sotto le macerie.
Da quel pomeriggio le rovine di Isernia si accrebbero ma soprattutto rimasero deserte come un vecchio cimitero abbandonato anche se i morti che si si sono poi contati  sicuramente non lo erano ancora tutti. Dopo il secondo, ve ne fu almeno un'altro, se la memoria non mi inganna.



Le ho scritto questa lunga lettera, che spero non l'abbia annoiata, perché credo che debba esistere almeno un testo ben documentato che raccolga le notizie certe su quelle tragiche giornate che videro distrutta una città e più che decimata la sua popolazione senza che in quei tristi tempi se ne fosse potuto diffondere lo scandalo. (...)»

(fotografie: Isernia, 1944. Imperial War Museum, Lambeth Road, London)

martedì 5 giugno 2012

«Fútbologia». Il calcio fa bene non soltanto alle ossa.


Su Carmilla on line si parla di Aesernia Calcio.
Se ne parla per lanciare «Fútbologia», festival internazionale e internazionalista per ripensare il calcio. 
Facciamo rimbalzare qui la palla, per i nostri sei lettori quotidiani.



ZZ III
di Christiano "Christo" Presutti


Ricorreva il terzo anniversario della fine della guerra.
Tre anni esatti dalla firma del trattato di pace mondiale di Berna. In ogni città erano celebrazioni e sommosse, messe cantate e masse suonate.
Sempre in quel giorno si concludeva la prima edizione del campionato continentale di Lega Grande Europa.
Era il giorno numero 171, correva l’anno 62 Dopo Breivik.
Una partita da giocare, tre squadre in testa alla classifica con gli stessi punti: Sa Zoventude Nuova Cagliari, Das Kapital Duisburg e Aesernia Calcio.
A Podgorica, fuori dallo stadio, si contavano otto morti.
Dentro lo stadio, sotto i riflettori, l’Aesernia Calcio incontrava i Montenegro Killers, la squadra locale in lotta per la retrocessione. Da sempre, da tutti, considerati avversari mortali in casa.
Già da molto tempo prima che la partita fosse iniziata, i tifosi del Montenegro scagliavano bulloni e mazze di ferro contro l’acciaio della panchina blindata degli ospiti. Zdeněk Zeman III, con tipica espressione imperturbabile, sembrava ignorare quel frastuono.
Lo sguardo monocolo fissava il campo da gioco blu cobalto, il volto era illuminato dal basso dai riflessi delle strisce laterali al neon. L’occhio destro era coperto da una benda nera per celare il vuoto lasciato dalla guerra, aveva il collo immobile e non voltava mai la testa. In effetti l’unico movimento del corpo era quello dell’occhio sinistro, che seguiva ora la palla, ora i giocatori, a volte altro, nel vuoto, i suoi pensieri al tempo stesso lì e altrove.
La sirena del calcio d’inizio risuonò marziale a coprire il chiasso dello stadio. I cinquanta arbitri in tenuta antisommossa sfoderarono i manganelli e la partita ebbe inizio.
A quel punto Zeman III portò lentamente la mano alla bocca e mosse appena le labbra. Aveva acceso la prima delle sue Lucky psichiche senza filtro e sbuffò via una nuvola di niente dalla bocca semichiusa.
Io, molto più anziano di lui, sedevo sull’altra panchina.
L’ultima partita – ancora una – alla guida dei miei Killers.
Il gioco non catturava la mia attenzione. I giocatori giocavano, gli arbitri menavano, io continuavo a fissare il mio avversario. Nel farlo, scorrevo a mente le foto, i libri, i disegni, i ritagli: tutti i reperti vintage da collezione che riguardavano il suo celebre antenato e che conservavo da anni. Non permettevo a nessuno di toccarli. A chi mi chiedeva di vederli, a chi voleva saperne qualcosa, semplicemente li raccontavo, li elencavo a memoria, con attenzione ai particolari.
All’inizio, quando avevo preso a farlo, pensavo che potesse servire a qualcosa. Nessuno mi aveva mai dato retta.
Oramai, per quanto perseverassi in questo mio rituale, esso avveniva nella tipica inerzia delle cose che, quando si è avanti con la vita, si continuano a fare anche se si è smesso di crederci da tempo, come andare in chiesa senza avere più religione, come scopare una donna che non si desidera più, come insegnare calcio quando il calcio – quello che tu pensi debba essere il calcio – non esiste più da tempo. Cenere.
Da lì a poche ore sarei morto. A partita finita sarebbero stati i miei stessi giocatori a uccidermi nello spogliatoio. Questo avrebbe permesso loro di presentare una vendetta consumata e, in questo modo, salvarsi la vita dai tifosi inferociti per la retrocessione.
Io lo sapevo, gli sarei andato incontro, glielo avrei lasciato fare. In verità speravo che i miei giocatori trovassero la salvezza e io la mia salvazione.
Ma il buio era sceso da prima della guerra.
Nessuno, in realtà, si sarebbe più salvato.

martedì 22 maggio 2012

«Molise 1860», ultimi fuochi

A distanza di oltre un anno dalla pubblicazione, si continua a parlare del libro.
Stamattina, su «Altromolise» ho letto questa recensione che ripropongo qui, per (mia) memoria.



«Il 2011 è stato l'anno della celebrazione del 150° anniversario dell'unità d'Italia.
In questa occasione sono uscite diverse pubblicazioni che hanno tutte portato un contributo di conoscenza dei fatti e degli eventi che caratterizzarono le vicende storiche preunitarie nei vari territori della penisola. Proprio un anno fa l'editore Palladino di Campobasso ha dato alle stampe “Molise 1860 – Verso l'Unità, tra rivoluzione e conservazione”, volume che contiene due interessanti saggi di Sergio Bucci e Gabriele Venditti. Tra le pubblicazioni date alle stampe su questo argomento il volume di Bucci e Venditti ha il pregio di offrire un quadro di insieme della situazione molisana nel periodo preunitario e di ricostruire, attingendo da fonti e documenti spesso d'epoca, i principali fatti bellici che videro contrapposte, in Molise, le forze reazionarie e le milizie dell'insurrezione antiborbonica. Un libro, quindi, fondamentale per avere un'idea di cosa era il Molise prima dell'Unità d'Italia e di cosa accadde in quei giorni nelle città e nelle campagne battute da uomini armati e segnate da fatti tragici. Sergio Bucci, giornalista Rai e storico con all'attivo già numerose pubblicazioni, nel suo saggio intitolato “Il crollo del Regno delle Due Sicilie nella Provincia di Campobasso. Liberali, contadini e la “questione” della terra”, riesce a ricostruire in modo efficace il contesto socio-economico della provincia campobassana e del Molise. Bucci dimostra come la scarsa partecipazione delle masse contadine ai moti rivoluzionari o addirittura la loro avversione per la prospettiva unitaria trovi il suo fondamento nei contrasti e nel malcontento derivanti dalla contrapposizione verificatasi nei decenni precedenti, quando i coloni e i braccianti ebbero come controparte i nuovi proprietari latifondisti di estrazione borghese che furono in buona parte i “liberali” che animarono il movimento risorgimentale. Bucci dà una lettura sociale ed economica delle vicende che interessarono gran parte del Molise evidenziando come fosse radicato e considerato certamente non ostile il potere dei Borbone in una terra fondamentalmente arretrata più di altre zone del Regno delle Due Sicilie. Nella ricostruzione dell'autore emergono le figure di molti liberali molisani, espressione del ceto moderato, che in diversi centri molisani danno vita ai primi tentativi insurrezionali e cercano di costruire un minimo di consenso intorno alle idee antiborboniche. Impresa difficile, per certi versi quasi impossibile. “L'arroganza, la sfrontatezza insieme all'incapacità della borghesia ad intercettare i bisogni delle masse contadine – spiega Bucci -, primo fra tutti quello della redistribuzione della terra, le incertezze sociali, ma anche la stessa anima del popolo molisano – fondamentalmente conservatrice e ancorata a difendere la dinastia borbonica, simbolo e riferimento di valori tradizionali da opporre a qualunque forma di rinnovamento e modernità – sono i motivi alla base di quelle drammatiche e sanguinose insorgenze antiliberarli che subito dopo Ariano Irpino coinvolgeranno anche il Molise”. Il secondo saggio del volume, curato da Gabriele Venditti, direttore della biblioteca comunale “Romano” di Isernia, si intitola “La reazione nella Provincia di Isernia nell'autunno 1860 tra eccidi, inganni e nuove speranze”. Venditti attinge a piene mani dagli archivi, proponendo documenti inediti e ricostruendo, attraverso le testimonianze dell'epoca, gli eventi che segnarono una delle pagine più cruente e drammatiche della lotta per l'unità d'Italia. I fatti di Isernia sono noti agli storici che ne hanno ampiamente sottolineato l'efferratezza, la crudeltà, la violenza. Come si arrivò a quei fatti sanguinosi, a quelle rappresaglie crudeli, alla difesa appassionata oltre ogni ragionevole motivazione, dei Borbone in una parte del Regno ritenuta fino ad allora marginale? Le risposte a queste domande si trovano nel contributo di Venditti, che ci restituisce con vivacità, facendocele vivere quasi in presa diretta, le vicende di quei giorni. Una serie di circostanze fecero concentrare proprio ad Isernia e nelle zone limitrofe gli sforzi e le speranze delle parti in conflitto. L'organizzazione della “resistenza” ad Isernia da parte delle forze filoborboniche, la battaglia del Macerone, combattuta – si fa per dire – a pochi chilometri da Isernia, gli scontri alle porte della città dove i garibaldini, provenienti dal medio e basso Molise e dal Beneventano, trovarono contadini, briganti e soldati ad attenderli armi in pugno, resero tutta l'area intorno ad Isernia un grande campo di battaglia dove si registrarono eccidi e torture. Venditti tratteggia i protagonisti di quei fatti, ne descrive il ruolo, talvolta le ambiguità, in alcuni casi l'assurda crudeltà, riscopre anonimi personaggi che per un giorno decisero la sorte di altre persone, ne determinarono la sopravvivenza o la morte. Dalla lettura del suo saggio emerge con chiarezza il ruolo svolto dal “popolo” nella reazione, ruolo che solo in parte è stato indotto dai “piani” e dalle strategie decise “in alto loco”. Nel popolo di Isernia e dei paesi circostanti vi era una rabbia spontanea che lo guidava e che i capi filoborbonici eccitarono ed infiammarono con estrema facilità. In appendice il volume presenta due interessanti documenti: il primo che racconta la spedizione dei volontari della colonna de Luca proveniente dall'archivio privato D'Apollonio e conservato nella biblioteca “M. Romano” di Isernia, il secondo che elenca le rappresentanze istituzionali, politiche, ecclesiastiche e militari nel 1861 in Molise.


“Molise 1860 – Verso l'Unità, tra rivoluzione e conservazione”
di Sergio Bucci e Gabriele Venditti
Palladino Editore - Campobasso 2011
Pagg. 390 – F.C.»



martedì 24 aprile 2012

Figli dispersi

Quello che vedete sopra è il lotto 144 dell'asta n. 9 che verrà battuta venerdì 28 aprile p.v. in quel di Firenze, presso Gonnelli. Il volume raccoglie due opere di Felice Fontana: «Dei moti dell'iride» e «Nuove osservazioni sopra i globetti rossi del sangue», stampate in Lucca presso Jacopo Giusti, nel 1765.

Particolare è che il volume reca, chiaramente leggibili, quelli che il sito della casa d'aste definisce un po' frettolosamente «timbri di antiche biblioteche al frontespizio». L'antica biblioteca è la Michele Romano di Isernia, qui nella sua declinazione di «Biblioteca "Michele Romano" del Liceo Ginnasio O.Fascitelli - Fondo Municipale».

Va fatta un po' di storia: la biblioteca civica di Isernia nacque nel 1870 come biblioteca del Ginnasio cittadino, ma fu connotata come "biblioteca municipale", dunque non (solo) scolastica. Negli anni '30 del Novecento fu ricollocata nella sua sede attuale, in Santa Maria delle Monache. Col settembre del 1943, la biblioteca - che doveva ospitare un fondo antico di rilievo - fu minata dalla Wehrmacht in ritirata e subì rovina, danni e perdite gravissime di documenti. Ma il libro che a Firenze si mette all'asta - e che, se ci fossero soldi, andrebbe riacquistato al patrimonio di questa biblioteca - non è probabilmente una vittima di guerra. Considerando i timbri che vi si leggono in frontespizio - quello ovale del "fondo municipale" e quello tondo del "Regio Ginnasio O.Fascitelli" - e quelli che invece non ci sono - quello scudato con aspide e scettro, con la scritta "Biblioteca civica e Archivio" - la sparizione al patrimonio della biblioteca dovrebbe essere avvenuta negli anni precedenti al 1934, data del trasferimento del fondo municipale in Santa Maria delle Monache. Quel numero progressivo di ingresso - 2121 - imposto col pennino non trova riscontro nell'inventario che abbiamo qui in biblioteca, che risale al dopoguerra e venne confezionato da Angelo Viti.
Il libro, allora, già si era involato.

Ho scritto una email alla casa d'aste in cui chiedo informazioni circa la provenienza. Ho informato che non esistono denunce di furto, e senz'altro vi è stato possesso indisturbato per un ventennio. Conclusione: chi acquisterà il volume - che parte dalla base d'asta di 900 euro - ne sarà legittimamente proprietario. Certo, i timbri sul frontespizio testimonieranno, finché dura l'inchiostro, di quel peccato originale consumatosi - ritengo - quasi cento anni fa.




mercoledì 14 marzo 2012

martedì 6 marzo 2012

Lorenzo Giustiniani. La voce «Isernia» del Dizionario Geografico-Ragionato del Regno di Napoli (1805)

«ISERNIA. Città Regia, e vescovile in Contado di Molise,suffraganea di Capua, non molto lungi dal Volturno tra Bojano, e Venafro. Ella è tra i gradi 41, 40 di latitudine, e 38, 30 di longitudine, o 39 di long. e 41, 15 di latitudine. Da Campobasso trovasi distante miglia 24, e da Napoli 54. Nell’antichità si appartenne al Sannio, e fu una delle sette città principali, ch’ebbero i Sanniti. I Greci la scrivono Esernina, e Aisernia. Nelle iscrizioni latine anche è scritta col dittongo AESERN., [1] e così presso tutti gli autori latini. [2] I suoi abitatori furon detti da Livio [3] Aesernini e da Plinio[4] scritti Esernini, forse con errore, giacché nelle monete pur leggesi coll’AE. Quindi a ragione gli eruditi stimano un errore scriverla Isernia , e non già Esernia; ma non ho voluto allontanarmi dall’uso comune del Regno, come ella viene pronunciata e scritta da tutti.
L’origine di questa città si è del tutto smarrita nella lunghezza de’ secoli; ond’è cosa certamente assai ridicola assegnare l’epoca di un secolo in circa dopo il diluvio, e 2240 anni prima della nostra Era. Basterà il dire di ritrovarsene memoria presso gli antichi scrittori, in modo da farci concepire essere stata città ragguardevole ne’ vecchi tempi. Si ha notizia, che gli Esernini furono sempre in somma amicizia co’ Romani, il che diede occasione, che la loro padria fosse stata distrutta dagli Sanniti istessi. Scrive Velleio Patercolo, che nel principio della prima guerra Punica vi fu dedotta una colonia:
et initio primo belli Punici Firmum et Castrum Colonis occupata; et post annum Aesernia; e posteriormente ve ne furono dedotte ancor delle altre. Leggiamopresso l’epitomatore di Livio: [5] Aesernia et Alba coloniae ab Italicis obsessae sunt. In Frontino [6] si ha poi: Aesernia colonia deducta lege Iulia ….. Ager ejus limitibus Augusteis est adsignatus. Sotto Nerone ve ne fu altra: Aesernia oppidum muro ductum iussu Neronis deductum. [7]
Dall’esservisi ritrovate delle monete di argento, da una parte colla nave, colla leggenda da sopra LEP. ANT. AVG. E al di sotto: III. VIR. R.P.C., e dall’altra parte poi tre lance, e a’ due lati due mezze lune falcate, e sopra di esse tre cerchi l’un sopra l’altro, in mezzo un’aquila avendo tre saette, e sotto LEGIO V, credesi a tutta ragione esservi stata stabilita la legione V. Avvisa Strabone [8] che delle due città de’ Sanniti, Isernia, ed Allife, la prima era stata già rovinata nella guerra Punica. Sappiamo da Appiano Alessandrino, [9] che nella guerra Sociale, o Italica, gli Esernini furono considerati come cittadini Romani. Il suo cittadino Gio: Vincenzo Ciarlanti [10] la vuole otto volte distrutta, cinque cioè da guerre, e tre da terremoti. Nell’847 fu spiantata dal terremoto. Scrive il Frezza [11]: Isernia
una ex septem urbibus a fundamentis fere tota coruerit. Il Sigonio [12] anche lo avvisa: Aesernia pene tota procubit; e Gontoulas finalmente: [13] Aesernia tota Samnitum scilicet oppidum procubuerit; e Scipione Ammirati [14] ancora. Nel dì 9 settembre del 1349 si rovinò altra volta per cagione di terremoto. Il suddivisato Gio: Vincenzo Ciarlanti [15] trascrive a tal proposito una memoria dell’archivio di quella cattedrale. Nel 1456 a 5 dicembre verso le ore 11, e poi a’ 30 dello stesso mese ad ore 16, accaddero due altri terremoti, che tralle molte città e terre, le quali rimasero del tutto abbattute, vi fu anche quella della nostra Isernia. Queste orribili scosse di terra furon dapprima descritte da S. Antonino, da me altre volte citato nel corso della mia opera, ed indi dal Summonte [16], dal Gazzella [17], da Tommaso Costo [18] e prima dal Colennucci ancora [19].
Gl’Isernini diedero soccorso a’ Romani nella guerra con Annibale, e quindi vennero molto lodati, e ringraziati dal Senato, nel 540. Negli anni 582 il Console Emilio Paolo portò seco il soccorso di cavalieri Isernini nella spedizione contro la Macedonia [20].
Nella citata guerra Italia, presso Isernia Vezio Catone Italo disfece l’esercito di Sesto Cesare console, il quale si salvò colla fuga. In Isernia furono rinchiusi Lucio Scipione, Lucio Acilio, e Marco Marcello Isernino, e la città assediata da Vezio [21].
Tornò di nuovo Sesto Cesare con molta forza, e dato un animoso assalto, e fatta una grande uccisione degl’Italici fu proclamato da’ soldati romani Imperadore. Vi esiste questa bella iscrizione a destra del portone vescovile in pessimo stato.

GENI DEIVI IVLI
PARENTIS PATRIAE
QVEM SENATVS
POPULUSQVE
ROMANVS IN
DEORVM NVM.
RETTVLIT.

Non liberò la città dall’assedio, la quale dopo più mesi di resistenza capitolò con Vezio Catone essendo solo riuscito a Lucio Scipione, e a Lucio Accidio fuggir travestiti, e ritenuto Marco Marcello per ostaggio. Venuta Isernia in potere degl’Italici fu molto fortificata, e l’elessero per città comune di tutta la lega, e per sede della lor guerra sotto il comando di Pompeo
Silone [22]. Non piacendo intanto a’ Romani che in Isernia tenessero gl’Italici la loro sede, con forte esercito vi tornarono, e gliela tolsero con averla poi fortificata, lasciandovi un numeroso presidio. Fu di nuovo assediata dagl’Italici, e dopo di essersi lunga pezza sostenuta, il Senato vi mandò Silla con XXIV coorti di soldati a liberarla.
Oltre delle rovine recatele dalle guerre dell’alta antichità, pur ne’ mezzi tempi fu altre volte quasi distrutta da’ nemici. Sappiamo da Paolo Diacono [23] che nel 642, o 667, questa città insieme con Bojano per essere divenute del tutto deserte furon date ad abitare ad Alzecone duca de’ Bulgari da Romualdo duca di Benevento in Castaldato. Sappiamo ancora, che Landenulfo uno de’ suoi conti la riedificò per essere stata devastata nell’880 da’ Saraceni sotto il comando di Saugdan [24] insieme con Telese, Alife, Sepino, Bojano, e Venafro. Altri dicono nell’847.
Si ha dall’anonimo Cassinese che fosse stata riedificata nell’XI secolo, e nel 1199 si dice saccheggiata da Marcovaldo conte di Molise. Nell’anno 1222, e non già 1223, furono diroccate le sue mura, e quasi per metà anche incendiata. Così avvisa Riccardo di Sangermano [25]: Serniae moenia diruuntur, cujus civitatis fere medietas igne comburitur. Nell’anno poi 1229 Venafro ed Isernia si diedero all’Imperatore Federico II: Venafrum et Isernia per nuncios se sibi reddunt, scrive lo stesso sincrono autore. [26]
Non ostante ch’ella avesse sofferti tanti devastamenti, pur tuttavolta non mutò mai l’antico suo sito. Appena però rimangono alcuni vestigi delle sue grandezze. Evvi un acquedotto della lunghezza di circa un miglio, di larghezza palmi 4, e di altezza 8, con nove spiragli, il più profondo palmi 96, e il più basso palmi 54, tagliato nel vivo sasso, veramente di una meravigliosa struttura; ignorasi però dagli eruditi il tempo e l’autore di questo lavoro, perché niun monumento vi han ritrovato, che lo indicasse.
Vi si sono ritrovate molte iscrizioni, le quali non riporterò perché altri già prima ne
fece elenco al numero di XXXI, [27] e ch’erano state ancor riportate dal Grutero, dal
Capaccio, dal Ciarlanti, [28] e dal Muratori.
Sono celebri i suoi Conti ne’ tempi di mezzo. Si dice che da un diploma di Papa Giovanni IV del 639 [29] fu confermato a Landinolfo figlio di Landolfo de Greca, e di Gemma Conti d’Isernia il jus in plebem S. Marie di detta città. Di sopra fu accennato che nel 667 fu data ad Alzecone duca de’Bulgari. Landenulfo fu pure Conte della stessa città, che la riedificò, come già fu detto. Si trovano poi altri suoi Conti, come Landulfo figlio di Landenulfo. Un altro Landolfo detto Greco [30] figlio del Conte Landenulfo, che viveva nel 981, [31] e similmente Landolfo, Laidolfo, e Laodenolfo. Il Re Carlo II d’Angiò diede questa città in feudo a Raimondo Berengario nato suo
insieme con Eboli, Atri, Viesti, Montesantangelo, Procina, Alessina, Vairano col pantano prope Alessinam, Albanella, Rocca de Aspro, Lanrino, Corneto, ed Aquaria. [32]
Ad Ottone di Tucziaco gli furono donati Castra Muri, Casali Aspri, et Albani in Basilicata; terram Ebuli, Isernie. [33] Leggo che il conte di Ebuli Regis filius tenea ex domo patris: Isernia per ann. unc. 200. Nuceriam per ann. unc. 150. Marum et Albanum per ann. unc. 180: Ripam Candidam per ann. unc. 50. S. Felicem per ann. unc. 120. Surrentum per ann. unc. 100. et Castrum Maris de Stabia per ann. unc. 400. [34] Fu poi data alla moglie di Carlo Illustre da Roberto nel 1316 Dominus Federicus Rex Alemaniae affinis noster carissimus pro maritaggio spettabilis mulieris nostri Caroli Ducis Calabriae promisit in dote et pro dote sue sororis ejusdem marcarum argenti quadraginta millia, marca qualibet aureis quatuor computata Joanni de Aquablanca I. c. p. et Pontio de Cabanile nunciis procuratoribus et Consiliariis dicti
Ducis, pro cujus dotis restitutione obligatae fuerunt jure pignoris Surrentum, Castrum Maris de Stabia, Castrum Nucerie Christianorum,Ebulum, et Iserniam.[35]
Per la di lei morte nel 1366 divenne altra volta di Regio demanio. Da Giovanna I nel 1371 fu conceduta a Carlo di Durazzo prima di maritarsi con Margherita sua nipote. Fu conceduta ancora a Giacomo de Marzano sotto Ladislao. [36] Nel 1428 essendo questa città anche di Regio demanio la Regina Giovanna II concedè a quella università la gabella della bagliva col peso soltanto di pagare ogni anno a Clemente ed Agostino Spagnolo suoi nappieri, e loro eredi e successori, once XI, mancando detti eredi corrispondersi alla Regia Corte, colla podestà di poter fare la fiera franca ogni settimana, il che fu poi confermato da Alfonso nel 1443. [37]
Nel 1475 essendosi conchiuso il matrimonio tra Ferrante I e Giovanna Infanta d’Aragona colla dote di 100.000 fiorini, il Re le donò per la sua camera varie città. E tra queste quella d’Isernia.
Nel 1519 fu data in iscambio a Guglielmo Croy per la baronia di Rocca-Guglielma, con patto però, che se la vendesse più di ducati 15.000, l’avanzo si fosse dato alla Regia Corte, ma l’università si oppose a tale concessione stante il privilegio lor conceduto di Regio demanio, [38] e quindi al detto Croy fu data Macchia, [39] che in alcuni notamenti è detta Massa. Questa città ottenne da tempo in tempo da’ nostri Sovrani diversi privilegi, ed esenzioni [40] che da’ Quinternioni potrà ognun rilevare. Ella possedé il castello delle Pesche, l’altro appellato Riporta, e quello di Santangelo in Grotte. Possedé la sua università altre tenute feudali. Nel 1568 trovasi tassata nel cedolare per lo feudo di Riporsi 4-12-10 Pro feudo Saxae 6-3. Nel 1606 a 8 giugno fu spedita significatoria all’università d’Isernia per lo rilevio dovuto nel 1605, che si pagava ogni 15 anni per
lo feudo di Sassa da essa università. [41] Nel 1632 vendé col patto di ricomprare al Dottor Giuseppe Zampirri il feudo di Rocca Veraldo per ducati 3.500 da pagarsi alla Regia Corte per causa delli ducati 6.000, che doveva pagare, onde conservarsi il Regio demanio, [42] e per la stessa causa vendé ancora il feudo detto li Porri a Girolamo Recchia per ducati 2.500. [43]
La cattedra vescovile in Isernia si vuole antichissima, [44] ed in oggi la sua diocesi comprende i seguenti paesi: Carpinone, Castelpizzuto, Castelromano, Castelsanvincenzo, Fossaceca, Forli, Gallo, Longano, Monteroduni, Macchia, Miranda, Roccasicura, Santagapito e Sessano. Il vescovo possiede il feudo Romana. La situazione d’Isernia è su di una collina tra il Matese da oriente, e il monte Azzo, o Arso da occidente, avendo ne’ suoi lati due fiumi, uno che nasce sopra Sessano, e l’altro verso Miranda, parte di cui s’imbocca nell’accennato acquidotto. Un tempo formava un lago nella sua foce, in oggi reso a coltura. Le acque di questo fiume animano una cartiera, sei valchiere, e molti molini, e servono ancora all’inaffiamento de’ territorj.
I prodotti consistono in frumento, olio, vino, ortaggi da provvedere i paesi circonvicini, ed ogni sorta di frutta. Nel fiume che appellano Cavaliere, vi si pescano delle trote, anguille, squami, barbi ec. Non vi manca la caccia di lepri, volpi, lupi, e di specie di più pennuti, secondo le stagioni.
Gl’Isernini ascendono al presente a circa 7.000. La tassa de’ fuochi del 1532 fu di 563, del 1545 di 226, del 1561 di 610, del 1595 di 800, del 1648 di …, e del 1669 di 440. Oltre dell’agricoltura, esercitano benanche la pastorizia. Vi si lavorano, pannilani, ma rozzi, vi si fanno tele di lino, e di canape senza alcuna particolarità. Vi sono le concerie di pelli. Le carte pergamene, che si lavorano in questa città sono le migliori del Regno, e un tempo più che in oggi erano davvero di una grande
perfezione, siccome appare da’ codici prima e dopo l’invenzione della stampa. Vi sono le fabbriche ancora di vasi di creta per cucina, e di mattoni, e tegole per edificj. Vi si lavora il rame, e la ramiera è della mensa.
Quegli abitanti sono bastantemente commercianti. E’ celebre il loro mercato, che faceasi in ogni mercoledì, e giovedì, e di vettovaglie, animali, e specialmente dimajali dal mese di novembre in avanti. Vi si celebrano cinque fiere, cioè 19 maggio, 29 giugno, 13 agosto, 21 settembre, e 27 settembre. Tralle industrie vi è quella ancora delle api, il cui prodotto di mele, e di cera, vendesi in diverse città del Regno, e specialmente in Aversa, Capua, Napoli ecc.
Verso Miranda alla distanza di miglia 2 e ¼ vi sorge un’acqua minerale, tralle molte, ch’è sulfurea, della quale fan molto uso que’ naturali per liberarsi da talune loro indisposizioni. Mi fu detto essersi ritrovata la seguente iscrizione: [45]

Q. FVSIVS Q. P. BAL.
C. ANTRACIVS C. F. IIII.VIR.Q.
D. S.S. BALNEVM REF. CVR.
C. ANTRACIVS. C. F. PROBAVIT.

Molti illustri uomini ha dato al mondo questa città in tutt’i tempi, in armi, e in lettere, de’ quali però non è mia intenzione di qui partitamente parlare. Mi restringerò soltanto a’ seguenti: Andrea d’Isernia, Onorato Fascitelli, e Gio: Vincenzo Ciarlanti. Il primo fu certamente uno de’ più distinti giureconsulti, che vantasse il mondo per quei tempi. Il Sig. Galanti nella sua Descrizione del Contado di Molise stampata nel 1781 dice, [46] che vanno errati coloro, che credono avere avuto il cognome Rampino, che fu una famiglia diversa; ma non seppe additarci affatto veruno monumento. Dice dippiù ch’era nato nel 1240, il che non è vero affatto, per le ragioni da me addotte nel lungo articolo, che ne distesi nelle Memorie degli Scrittori Legali, alle quali rimando
il leggitore, [47] ma verso il 1220; e morì poi il 5 luglio del 1316. Il secondo vi nacque nel 1502, e dopo di avere avuto a maestro Pomponio Gaurico, entrò nell’ordine de’ Benedettini, fu poi creato Vescovo dell’Isola, ed intervenne nel Concilio di Trento. Finalmente avendo rinunciata la sua Chiesa morì in Roma nel 1564. Le sue poesie, per attestato di tutt’i dotti sono d’annoverarsi tralle migliori di quelle del suo tempo. Si ha molta obbligazione al Sig. Meola dell’edizione, che fece delle cose di questo illustre Cassinese edite ed inedite coll’esatta vita premessa alla
medesima, nel 1776, in 8. Gian-Vincenzo Ciarlanti pur natio di questa città scrisse: Memorie istoriche del Sannio stampate nel 1644 in fogl., le quali somministrano moltissimi buoni lumi per
la storia dell’età di mezzo, ed è degno di commendazione, dico coll’erudito Francescantonio Sorìa quando non vi ha altri, che abbia scritto del Sannio meglio di lui. Il Rogadei, [48] e il Sig. Galanti [49] lo notano di abbaglio, e di poca critica, annoverandolo tragli scrittori mediocri. Io mi contenterei però che i rimanenti storici del Regno di Napoli fossero mediocri come il Ciarlanti.»


1 Vedi Grutero pag. 570. n. 10.
2 In Silio Italico lib. 8. v. 567. pur si legge:
Et quos aut Rufrae, aut quos Aesernia quoque
Obscura incultis Herdonia misit ab agris.
3 Livio lib. 27. cap. 16. lib. 10. cap. 31. Ager Aeserninus.
4 Plinio lib. 3. cap.12.
5 Epitom. Livii lib. 16. et lib. 72.
6 Frontino de Coloniis.
7 Vedi lo stesso Frontino, e Panvinio.
8 Strabone lib. V.
10 Memorie storiche del Sannio lib. I. cap 14..
11 De subfeud. Lib. I. Pag. 74.
12 De Regn. Italic.
13 Histor.d.. ann. prof. dec. 5. saecul. 9.
14 Istoria de’ duchi dii Benevento d. ann..
15 Lib. 4. cap. 28. della citata sua opera..
16 Part. 3. lib. 5. p. 211.
17 Nella Vita del Re Alfonso d’Aragona.
18 Apolog. istoric. lib. 3.
19 Compend. istoric. lib. 6..
20 Livio dec. 4. lib. 4. Equitum normam Placentinam, ot Aeserninum.
21 Vedi Saltellio Eneid. 4. lib. 3.9 De bello civili lib. I
22 Diodoro Siculo lib. 3. Livio lib. 72. cap. 73.
23 Lib. 5. cap.11. o 29. Chrn. Volturn. p. 405.
24 Historic. XC. Monach. occisor. in Monaster. S. Vincentii ad Volturnum. E’ presso l’Ughelli nell’Italia Sacra.
25 Nel suo Chronic. d . an.. pag. 205. tom. IV. Della Raccolta del Pelliccia stampata dal Perger.
26 Cit. Chronic. d.. an.. pag. 226. dell’additato tom. IV.
27 Vedi Galanti, Descriz. del Contad.o dii Molise, t. I. pag. 61. seg.
28 Ciarlanti, Memor. del Sannio, cit. lib. I. cap. 14. pag.33.
29 Questo diploma scritto in corteccia d’albore si conserva nell’ Archiv. Vaticano.
30 Trojano Spinelli nel suo Saggio pag. 42. not. (10) cita: in lapide turris Campanariae Eccles. S. Mariae monialium
Iserniae. Quel Landolfo sarà quello stesso, che molto valea nel Greco. Vedi Muratori, Nov. Thesau. Inscript. T. IV pag.
[n. n.] MDCCCXCVII.
31 Chronic. Volturn. pag. 470.
32 Regest. 1303. lit. D. fol. 71.a t. et fol. 76 a t.
33 Regest. 1308. et 9. C: fol . 22.
34 Regest. 1309. lit. A. fol. 15. a . t.
35 Regest. 1316. B fol. 321. a t..
36 Regest. 1390. A. f. 9.
37 Quint. 00. fol. 4.
38 Quint. 47. fol. 210. Quint. 42. fol. 212.
39 Quint. 19. fol. 173..
40 Quint. 16. fol. 705.
41 In Sig. Relev. 39. fol. 7.
42 Quint. 86. fol. 1.
43 Quint. 86. fol. 3.
44 Vedi Ughelli nell’ Ital. Sacr. tom. VI.
45 E’ portata anche dal Muratori, Nov. Thes. Inscript. p. 476. n. 6. con qualche diversità.
46 Tom. 1. pag. 60. in. not.
47 Tom. 2. pag. 161 a 168.
48 Dritto pubbl. Nap. Pag. 101.
49 Cit. t. 1 della Descriz. del Contado di Molise peg. 60. E nel Supplem. agli Elem.della Stor. Antic. e moder. di
Millot e Condillac t. 4 pag. 201.

martedì 21 febbraio 2012

Isernia nell' «Effemeridi» di Alfonso Perrella. Parte II (XVI sec.)


14/9/1514 Con speciale Diploma, Giovanna II concede a varie distinte famiglie d'Isernia una parte dell'acqua che viene dall'antico acquedotto,costruito a tempo dei romani,per particolare uso delle loro case magnatizie.

5/3/1515 Bolla di Papa Leone X,con la quale si nomina Vescovo della Cava Pietro Sanfelice, figlio di Giacomo d'Isernia, il quale ultimo fu tenuto in molta stima dai Re Aragonesi, di cui fu Consigliere.

16/3/1517 Massimo Corvino,Vescovo d'Isernia, pronuncia il Discorso di Chiusura nell'ultima Sessione del Concilio Lateranense, in Roma.

14/3/1519 Pietro Sanfelice (d'Isernia) Vescovo di Cava, fin dal 5/3/1515 ottiene dal Papa Leone X Bolla con la quale si accoglie rinuncia fatta nella anzidetta qualità di Vescovo, rimanendogli il titolo e la metà delle entrate vita sua durante,e subentrandogli nella sede il nipote Giovan Tommaso, figlio di Antonio Sanfelice suo fratello, nato pure in Isernia. Giovan Tommaso fu prelato di grande autorità e di stima tale che fu due volte Commissario generale del sacro Concilio di Trento sotto Paolo III e Pio IV Sommi Pontefici.
Oltre vescovo di Cava fu pure Governatore di Perugia e Preside dell'Umbria sotto il detto Paolo III. Si adoperò in quei Governi con tanta prudenza e soddisfazione che la città di Perugia,dopo alcuni anni, e mentre egli viveva, a sua perpetua gloria gli eresse, avanti la Chiesa di S .Lorenzo, la seguente iscrizione:

Ioh. Thomae Sanfelicio
Episcopo Cavensi, Perusiae, Umbriaeque
Sub Paolo III Pontif. Max.
Presidi dignissimo
Binus Signorellus et Collegium XI viri
Erigendum curaverunt.

L'aggregarono, inoltre, con tutta la sua famiglia, alla loro nobiltà. Nel 1550 rinunciò al vescovado di Cava,dopo 31 anni di governo, e da Papa Giulio III ottenne che, in sua vece, vi fosse nominato Scipione Sanfelice, suo nipote, riserbandosi un'annua pensione di ducati 400. Tornato la seconda volta nel Concilio di Trento, gli avvenne, per sua sventura, quanto segue. In una delle sedute preparatorie (anno 1545) egli, innanzi a buon numero di Vescovi, ArciVescovi e Cardinali, volle sostenere che la giustificazione dell'anima è dovuta alla sola fede in Gesù Cristo, contro il parere degli altri, i quali, invece, dicevano che la fede, senza le opere buone, serve a niente. Jannettino,Vescovo di Chirone, voltosi ai Vescovi di Batiano e di Rieti, disse: «il sentimento del Vescovo di Cava non può avere origine che da ignoranza o da sfrontatezza.» Tommaso, senza intendere tali ingiuriose parole, pure dai gesti comprendendo ciò che contro di lui erasi detto, si appressò, tutto furore e sdegno, a Jannettino interrogandolo: «Che è quello che proferisti ?» E l'altro: «Io sostengo che il tuo parere non può derivare che da ignoranza o da sfrontatezza.» «Come» - replicò Tommaso - «io sfacciato ed ignorante?» «Sei tale», soggiunse il Vescovo di Chirone, «se non ritratti ciò che poc'anzi hai affermato.» In breve dalle parole si venne ai fatti; e l'adirato Tommaso, dimenticando la dignità di cui era rivestito, non che il rispetto dovuto al luogo ed alle persone, si slanciò su di Jannettino percuotendolo con pugni e calci. A gran fatica gli altri vescovi potettero separarli, e, riunendo nel medesimo giorno un'assemblea, dichiararono colpito di scomunica l'ardente Tommaso, e, perciò, fu mandato in carcere in Roma, nel Castel S.Angelo, dove, a parere del Panvino, stette molto tempo. Questo fatto lo privò di altri maggiori dignità, che non sarebbero a lui mancate per la sua grande dottrina e valore. Liberato dal carcere, fu rimesso sotto Pio IV nell'Ufficio di Commissario Generale, e l'esercitò fino ala fine del Concilio. Tornato dopo in Isernia si diede a vita riposata, ed in questa sua quiete si occupò di abbellire la Città per quanto potè, essendo egli anche assai buono architetto. Fece lastricare con mattoni le principali strade, rimuovere alcune fontane e porte collocandole in altri luoghi, e altre opere fece fare utili al Comune e al privato.
Desiderando che nella sua famiglia non mancassero mai uomini virtuosi e dotti, lasciò un legato di ducati 15 al mese a favore di ciascuno dei discendenti di suo fratello Giovanni Vincenzo, di suo nipote Giovan Battista, e di suo zio Francesco, con la condizione, però, di dover applicarsi allo studio di una qualunque scienza.
Finalmente, dopo che ebbe dimorato diversi anni in Isernia, fu chiamato dalla città di Napoli nel 1567, la quale lo mandò per suo ambasciatore a Papa Pio V. Trasferito poi al Vescovado di Venosa, ivi restò sino alla sua morte. Così il Ciarlanti. Stimo utile aggiungere che la famiglia Sanfelice venne da Marsiglia nel Regno di Napoli al tempo dei Normanni. Giacomo Sanfelice fu tenuto in molta stima dai Re Aragonesi, dai quali fu ammesso nel loro supremo Consiglio Collaterale, e nel 1490 fu nominato anche Scrivano di Razione. Giacomo, fratello del vescovo Giovan Tommaso, fu soldato di gran valore, e, dopo molti carichi militari, degnamente sostenuti, giunse ad essere Colonnello d'esercito. La famiglia Sanfelice stabilì il suo domicilio in Isernia fin dai tempi di Alfonso I, ed ora una piazza della città ne conserva il nome.

16/3/1521 Morta nel 1518 la Regina Giovanna IV, feudataria d'Isernia, la città rientrò al Regio Demanio; ma, poco dopo, l'Imperatore Carlo V la concedette a Guglielmo de Croy, Marchese d'Arescot. Avendo reclamato i cittadini per l’osservanza dei loro privilegi, ottennero che la loro patria si conservasse demaniale, e ne ebbero speciale diploma, dato da Vormazia ai 16 marzo 1521.

14/5/1536 Onorato Fascitelli, monaco cassinese, nato in Isernia nel 1502, scrive da Montecalvo una lettera al celebre letterato, suo amico, Pietro Aretino, nella quale dice che, invece di venire a Venezia (ove era stato per qualche anno) gli era necessario andare a Milano per tentare la sua sorte.
[In nota:
Onorato Fascitelli (scrive il Tosto) non solo fu peritissimo nella lingua del Lazio, ma conobbe ed adoperò felicemente nei suoi versi tutte quelle grazie e quella eleganza, che distingue tra gli scrittori dell'aureo secolo di Augusto la poetica di Tibullo e di Properzio. Nacque in Isernia nel 1502 da Marco e Margherita Caracciolo. All'età di 17 anni trasse a Montecassino per rendersi monaco, ed applicò l'animo con molto studio alle latine e greche lettere. Poi venne in voce di uomo dottissimo di quelle, e fu anche molto riputato per conoscenze di sacre discipline. Fu in grande stima di papa Giulio III, che lo nominò Vescovo d'Isola in Calabria. Egli resse lodevolmente questa Chiesa per 11 anni, a capo dei quali si dimise per prepararsi alla morte, che lo colse a Roma nel 1564.
Scrisse il Fascitelli: «De Gestis Alphonsi D'Avali marchionis Vasti», opera scritta in verso eroico, che il Mari e l'Ughelli chiamano «insigne»; cinque «Elogi» in vario metro (premessi alle «Vite» scritte dal Giovio) di Francesco Arsillo, di Carlo Magno, di Farinata degli Uberti, degli uomini famosi per lettere e di quelli famosi per armi; ed altri versi che videro la luce in Padova pei tipi del Cominio, nel 1719, con le opere del Sannazzaro e dell'Altilio. Tutte le sue poesie si leggono nel libro compilato dal Ghero: «Deliciae poetarum Italorum» (Padova 1719). Dai versi pubblicati sufficientemente ci è dato argomentare con quanto magistero e quanto intendimento egli avesse usato delle latine lettere nel verso. Della qual cosa rendono bella testimonianza le lodi che di lui fecero il Crescimbeni, il Quadrio, il Ruscelli ed altri scrittori, e quell'amicizia con cui i più chiari ingegni del suo tempo si unirono a lui,come il Bembo, Della Casa, Seripando, Giovio, Pier Vittori e da altri. (...)
Il Fascitelli, non pago di aver cantato le virtù degli uomini illustri nelle armi e nelle lettere, volle anche dilettarsi col verseggiare sulla bellezza e su gli occhi di alcune donne, come pure su gli arguti motti di qualche fanciulla (rilevandosi ciò dalle seguenti composizioni: In sabellam Romanam puellam lepidissimam - De Liviae Columnae romanae oculis - Ad Aspasium malum poetam, ecc.) (...).
Padre di Onorato fu Marco, il quale come uomo di grandi meriti, godette della stima di Re Ferdinando I, che lo creò Cavaliere e Fiscale del Regio patrimonio in Puglia. Egli con le sue rendite aiutò grandemente la edificazione della Chiesa e del Convento di Santa Maria delle Grazie, che la Città di Isernia eresse per i Frati Osservanti; nella quale Chiesa fondò pure una cappella per la sua famiglia, ove venne seppellito nell'anno in cui morì, 1517.