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martedì 22 maggio 2012

«Molise 1860», ultimi fuochi

A distanza di oltre un anno dalla pubblicazione, si continua a parlare del libro.
Stamattina, su «Altromolise» ho letto questa recensione che ripropongo qui, per (mia) memoria.



«Il 2011 è stato l'anno della celebrazione del 150° anniversario dell'unità d'Italia.
In questa occasione sono uscite diverse pubblicazioni che hanno tutte portato un contributo di conoscenza dei fatti e degli eventi che caratterizzarono le vicende storiche preunitarie nei vari territori della penisola. Proprio un anno fa l'editore Palladino di Campobasso ha dato alle stampe “Molise 1860 – Verso l'Unità, tra rivoluzione e conservazione”, volume che contiene due interessanti saggi di Sergio Bucci e Gabriele Venditti. Tra le pubblicazioni date alle stampe su questo argomento il volume di Bucci e Venditti ha il pregio di offrire un quadro di insieme della situazione molisana nel periodo preunitario e di ricostruire, attingendo da fonti e documenti spesso d'epoca, i principali fatti bellici che videro contrapposte, in Molise, le forze reazionarie e le milizie dell'insurrezione antiborbonica. Un libro, quindi, fondamentale per avere un'idea di cosa era il Molise prima dell'Unità d'Italia e di cosa accadde in quei giorni nelle città e nelle campagne battute da uomini armati e segnate da fatti tragici. Sergio Bucci, giornalista Rai e storico con all'attivo già numerose pubblicazioni, nel suo saggio intitolato “Il crollo del Regno delle Due Sicilie nella Provincia di Campobasso. Liberali, contadini e la “questione” della terra”, riesce a ricostruire in modo efficace il contesto socio-economico della provincia campobassana e del Molise. Bucci dimostra come la scarsa partecipazione delle masse contadine ai moti rivoluzionari o addirittura la loro avversione per la prospettiva unitaria trovi il suo fondamento nei contrasti e nel malcontento derivanti dalla contrapposizione verificatasi nei decenni precedenti, quando i coloni e i braccianti ebbero come controparte i nuovi proprietari latifondisti di estrazione borghese che furono in buona parte i “liberali” che animarono il movimento risorgimentale. Bucci dà una lettura sociale ed economica delle vicende che interessarono gran parte del Molise evidenziando come fosse radicato e considerato certamente non ostile il potere dei Borbone in una terra fondamentalmente arretrata più di altre zone del Regno delle Due Sicilie. Nella ricostruzione dell'autore emergono le figure di molti liberali molisani, espressione del ceto moderato, che in diversi centri molisani danno vita ai primi tentativi insurrezionali e cercano di costruire un minimo di consenso intorno alle idee antiborboniche. Impresa difficile, per certi versi quasi impossibile. “L'arroganza, la sfrontatezza insieme all'incapacità della borghesia ad intercettare i bisogni delle masse contadine – spiega Bucci -, primo fra tutti quello della redistribuzione della terra, le incertezze sociali, ma anche la stessa anima del popolo molisano – fondamentalmente conservatrice e ancorata a difendere la dinastia borbonica, simbolo e riferimento di valori tradizionali da opporre a qualunque forma di rinnovamento e modernità – sono i motivi alla base di quelle drammatiche e sanguinose insorgenze antiliberarli che subito dopo Ariano Irpino coinvolgeranno anche il Molise”. Il secondo saggio del volume, curato da Gabriele Venditti, direttore della biblioteca comunale “Romano” di Isernia, si intitola “La reazione nella Provincia di Isernia nell'autunno 1860 tra eccidi, inganni e nuove speranze”. Venditti attinge a piene mani dagli archivi, proponendo documenti inediti e ricostruendo, attraverso le testimonianze dell'epoca, gli eventi che segnarono una delle pagine più cruente e drammatiche della lotta per l'unità d'Italia. I fatti di Isernia sono noti agli storici che ne hanno ampiamente sottolineato l'efferratezza, la crudeltà, la violenza. Come si arrivò a quei fatti sanguinosi, a quelle rappresaglie crudeli, alla difesa appassionata oltre ogni ragionevole motivazione, dei Borbone in una parte del Regno ritenuta fino ad allora marginale? Le risposte a queste domande si trovano nel contributo di Venditti, che ci restituisce con vivacità, facendocele vivere quasi in presa diretta, le vicende di quei giorni. Una serie di circostanze fecero concentrare proprio ad Isernia e nelle zone limitrofe gli sforzi e le speranze delle parti in conflitto. L'organizzazione della “resistenza” ad Isernia da parte delle forze filoborboniche, la battaglia del Macerone, combattuta – si fa per dire – a pochi chilometri da Isernia, gli scontri alle porte della città dove i garibaldini, provenienti dal medio e basso Molise e dal Beneventano, trovarono contadini, briganti e soldati ad attenderli armi in pugno, resero tutta l'area intorno ad Isernia un grande campo di battaglia dove si registrarono eccidi e torture. Venditti tratteggia i protagonisti di quei fatti, ne descrive il ruolo, talvolta le ambiguità, in alcuni casi l'assurda crudeltà, riscopre anonimi personaggi che per un giorno decisero la sorte di altre persone, ne determinarono la sopravvivenza o la morte. Dalla lettura del suo saggio emerge con chiarezza il ruolo svolto dal “popolo” nella reazione, ruolo che solo in parte è stato indotto dai “piani” e dalle strategie decise “in alto loco”. Nel popolo di Isernia e dei paesi circostanti vi era una rabbia spontanea che lo guidava e che i capi filoborbonici eccitarono ed infiammarono con estrema facilità. In appendice il volume presenta due interessanti documenti: il primo che racconta la spedizione dei volontari della colonna de Luca proveniente dall'archivio privato D'Apollonio e conservato nella biblioteca “M. Romano” di Isernia, il secondo che elenca le rappresentanze istituzionali, politiche, ecclesiastiche e militari nel 1861 in Molise.


“Molise 1860 – Verso l'Unità, tra rivoluzione e conservazione”
di Sergio Bucci e Gabriele Venditti
Palladino Editore - Campobasso 2011
Pagg. 390 – F.C.»



martedì 24 maggio 2011

«Molise 1860». Mito fondativo, cronache & omissioni

«Nel 1799 Isernia si era difesa contro i Francesi con tanto valore, che il di lei nome, al principiar del secolo, andava celebre sulle bocche europee (...) Nel 1860 Isernia ebbe a palesare tali abominevoli vergogne, che tutte quante le sue passate glorie ne rimasero spente.»
Conosciamo già l'infelice sentenza che Cletto Arrighi pronuncia su Isernia, patria del deputato Jadopi, nel 1864. Mette a confronto due date e due barricate: 1799 e 1860. Se in entrambi i casi protagonista è la popolazione isernina e antagonista un esercito invasore, diametralmente opposta è la valutazione dello storiografo, che riporta glorie al ’99 e infamie al ’60. Eppure, i due momenti presentano più affinità che divergenze.
Ai primo di gennaio del 1799, Isernia si oppose all’Esercito francese – che scendeva in città, verso Capua e Napoli, recando la liberté sulla punta delle baionette. Dopo un primo scontro al Macerone, i Francesi la assediarono e conquistarono a fatica, abbandonandosi poi alla violenza cieca della vendetta che causò 1500 morti su 7000 abitanti. L’eroismo degli isernini nell’opporsi all'invasore viene riconosciuto dagli stessi occupanti: è il generale Thiebault, nelle sue memorie pubblicate postume a Parigi nel 1894, a riconoscere agli Isernini un tardivo onore delle armi. Il 10 gennaio 1799, con la città già conquistata, i Francesi mossero all’attacco della zona delle Acque solfuree, nella quale vi erano i legittimisti isernini, guidati dal capopopolo Evangelista Santilli. I lazzari nostrani si rifugiarono sul Macerone, dove attesero tempi migliori. In città, intanto, si era già insediato il Governo provvisorio – che intestava i suoi atti «Libertà Uguaglianza – Repubblica Napoletana – Governo Provvisorio di Isernia» – col vescovo Della Peruta a dare il primo colpo di badile per piantare l'Albero della rivoluzione (quello stesso Della Peruta che passò poi, da confidente, nel partito avverso, una volta ristabilitosi il Borbone). Verso la fine di marzo giunse la notizia che i reparti francesi che presidiavano Puglie e Campania dovevano spostarsi in Lombardia. Il 2 aprile Evangelista Santilli entrò in città, riportandola sotto il giglio dei Borboni.
Nel 1860 - ma questi sono fatti noti - la notte tra il 30 settembre e il 1° di ottobre, Isernia si solleva contro il governo provvisorio instaurato in città dai pochi borghesi liberali l’ 8 settembre (il 7, Garibaldi era entrato a Napoli da dittatore). Al grido di viva Francesco e via Maria, s'inizia quel periodo di terrore conosciuto come Reazione di Isernia, con efferatezze tali che «il di lei nome disonorato fe’ il giro d’Europa (Arrighi)». Dopo aver mutato colore cinque volte in poco meno di due mesi - e aver subito saccheggi, devastazione e strage ad ogni cambio di casacca - la città, esausta, trova infelice calma sotto il pugno di ferro di Cialdini, che il 20 ottobre 1860 pone quartiere a Isernia.
A questo punto non può sfuggire la disparità di valutazione – da una parte il valore celebrato in Europa, dall’altra abominio e nefandezza. A prescindere da quale sia, storicamente, il campo giusto e quello sbagliato (e ammesso che sia individuabile), in entrambe le occasioni, la plebe di Isernia si solleva contro governi provvisori prendendo le parti di governi legittimi (in entrambi i casi, i Borboni di Napoli). I Francesi del ’99, al pari dei Piemontesi dell’ottobre 1860, vanno infatti considerati – per il moderno diritto internazionale, ma anche per le consuetudini diplomatiche dell’epoca – alla stregua di un esercito invasore: non va dimenticato che i Piemontesi entrarono nel Regno delle Due Sicilie, superando il Tronto, senza aver espresso una formale dichiarazione di guerra.
Come spiegare?
La sentenza che Arrighi esprime nel 1864, a fucili ancora caldi, può introdurre a considerare come la maggior parte dei cronisti dell’epoca - almeno quelli organici al nuovo corso sabaudo - parli della vicenda unitaria del 1860 assumendola, già contemporaneamente al suo svolgimento, come mito fondativo della nazione: l’Italia nasce per volontà di Dio e della nazione tutta. Eroi gli unitari; scarti di umanità, gli altri che militano in campo avverso. La Religione della Patria (ne parla il laico Francesco Crispi) ha il suo dogma dell'immacolata concezione: tutto, della vicenda risorgimentale, è positivo. Vengono bandite le ombre, non c’è’ campo per nefandezza e miseria umana. Fa niente se pure il garibaldino ha rubato; il bersagliere ha stuprato. Di fronte all’evidenza, la soluzione del cronista è, colpevolmente o dolosamente, omissiva: se, qua o là, i fatti velano d’ombra la gloria del Risorgimento, semplicemente, non vanno riportato in cronaca. Si assiste a narrazioni imperfette: cronisti contemporanei ai fatti, al limite anche testimoni oculari degli eventi, ricostruiscono ad usum delphini, purgano, elidono, ingigantiscono o riducono secondo le occasioni. Nel loro massimalismo padano, misconoscendo le terre di nuova conquista, i cornisti si sbagliano, approssimano, riferendo qui fatti effettivamente accaduti, ma altrove. Il luogotenente Luigi Carlo Farini, riferendo a Cavour, aumenta l’onta associata alla città collocando qui cronache irpine. A Isernia, invece, nessuno ha ucciso Carmina di Gneo che gridava dal balcone contro le giubbe rosse di Nicola de Luca.

(Considerazioni espresse con voce incerta a Oratino, il 21 maggio 2011, in occasione della presentazione del volume)

giovedì 24 marzo 2011

Molise 1860, il libro

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Livello bibliografico: Monografia
Tipo documento: Testo a stampa
Titolo: Molise 1860 : verso l'Unita tra rivoluzione e conservazione / Sergio Bucci, Gabriele Venditti ; con saggio di Francesco D'Episcopo, prefazione di Stefano Trotta, presentazione di GianCarlo Bregantini, introduzione Nicola D'Ascanio
Pubblicazione: Campobasso : Palladino, 2011
Descrizione fisica: 387 p. : ill. ; 22 cm.
Paese di pubblicazione: ITALIA
Lingua di pubblicazione: italiano
Codice del documento: IT\ICCU\MO1\0028282