lunedì 5 dicembre 2016
giovedì 8 settembre 2016
Isernia e i terremoti. Storia di una relazione pericolosa
Tra i molti primati che abbiamo noi
che viviamo all’ombra dell’Arco di San Pietro vi è quello di insistere su una
delle aree a maggior pericolosità sismica d’Italia (e dunque, ça va
sans dire, d’Europa).
Se scartiamo le scosse d’importazione – nate fuori mappa
e venute qui a far danni – sono due i sistemi di faglie che ciclicamente si
attivano intorno a noi: uno è quello delle Aquae Iuliae (cd.
AIFS), che sega diagonalmente il venafrano (direzione NE-SW) fino al Matese
campano; l’altro (cd. NMFS) è quello che interessa (con lo stesso andamento NE-SW)
la pianura di Bojano e l’isernino. Quando periodicamente entrano in crisi, si
scatena l’inferno: alla faglia del Nord Matese possono essere attribuiti
i terremoti distruttivi del 1456 e del 1805, mentre a quella delle Aquae
Iuliae il terremoto del 1349 e, probabilmente, anche quelli del 346 e
dell’847.
Già: più volte il terremoto ha distrutto Isernia; uno
stesso numero di volte Isernia è stata ricostruita, uscendone non ogni volta
migliore della precedente.
Avere memoria di ciò che è stato pare serva a non ripetere
– come un criceto idiota nella sua ruota – gli errori del passato. Coi
terremoti, questo è più difficile. Nell’astrazione di un mondo perfetto, o
anche solo in Giappone, si risolverebbe tutto cancellando gli abitati storici
dalle fondamenta, sostituendoli con edifici sismicamente isolati. Ma qui, come
per altre realtà appenniniche, queste soluzioni appaiono, appunto, una beffarda
astrazione.
Il nostro centro storico, malgrado gli interventi di
ripristino effettuati sui tanti immobili resi inagibili dal terremoto del
1984 (l’ultimo serio terremoto che ci ha colpiti), presenta ancora situazioni
che – almeno all’occhio profano di chi scrive – solo per miracolo potrebbero
reggere a una scossa, chessò, di magnitudo 6.0 (come quella che un paio di
settimane fa ha fatto scempio di Amatrice, Accumoli e Pescara del
Tronto).
Viviamo under the volcano, con spesse
fette di prosciutto sugli occhi e un santino di santa Barbara nel
portafogli.
Raccolgo qui di seguito notizie intorno ai più forti tremuoti che,
endogeni o esogeni al Molise, hanno tragicamente inciso sul volto della città e
sulle spalle della gente che l’ha abitata; faccio questo con ovvio intento apotropaico:
evoco il male per allontanarlo (mi metterei addosso anche pelli di animali e
danzerei intorno ad un totem se servisse a qualcosa).
I due sistemi di faglia AIFS e NMFS, con gli epicentri dei terremoti che
hanno generato nel corso degli anni
(elaborazione grafica: Paolo Galli;
in Paolo Galli, Il fascino discreto dell'Archeosismologia, ArcheoMolise, gennaio/marzo 2010)
Partiamo dall’ 847, mese di giugno. Terremoti, ce
ne sono stati anche in precedenza, ma di questo abbiamo notizie vergate in un
codice (la Chronica Sancti Benedicti): dunque, a stretto rigore, è
il primo terremoto storico in area molisana. Probabile
epicentro, l’Alta valle del Volturno o il venafrano (la famigerata faglia
delle Aquae Iuliae). Leone Ostiense, citato da Ciarlanti,
riferisce che, per effetto del sisma, Isernia fere tota a fundamentis
corrueret; ne viene distrutto l’impianto romano della città, conservatosi
fino a quel momento. Gli isernini, non potendo rimuovere le macerie, le
spianarono e cominciarono a ricostruire su queste (ecco spiegato perché, p.
es., i resti dei templi sotto la Cattedrale si trovano a circa tre metri di
profondità dall’attuale piano stradale).
Passiamo al 948. Il terremoto viene riportato da Giovan
Battista Ricci nella sua Cronaca sui Vescovi di Isernia (manoscritto
in Archivio d’Apollonio) allorché si riporta che il vescovo Lando perì per
causa del sisma, rimanendo sepolto sotto le macerie della Cattedrale.
Interpolazione: tra il 948 e il 1120, terremoti lievi e
meno lievi negli anni sono registrati per gli anni 981, 990, 1095 e 1117.
Passiamo al 1120: il 10 di novembre un violento terremoto
ha epicentro nell’Alto Volturno. Il Chronicon
riferisce danni a Vandra, in cui si ebbe chiesa crollata e «gente non poca
uccisa».
Interpolazione: A
detta di Baratta e Perrella, la terra trema negli anni 1125, 1134, 1135, 1139,
1140, 1158, 1180, 1198, 1216, 1223, 1227, 1231, 1248, 1273 e 1279
Passiamo al terremoto del 4 settembre 1293, con epicentro
in area matesina. Massimi danni a Bojano e Isernia. Probabilmente è a questo che
si riferisce l’appunto contenuto nei Registri Angioini per l’anno 1294 secondo
il quale, per i molti danni subiti dalla città, re Carlo concesse agli isernini
il condono della terza parte delle tasse[1]. (vd. Mandato di
Carlo II d’Angiò al giustiziere di Contado di Molise per la riduzione della
terza parte delle collette a favore dell’Università di Isernia, 17 agosto 1294,
Archivio di Stato di Napoli, Ufficio della Ricostruzione Angioina, Notamenti e
repertori vari, arm. 1b).
Interpolazione: Perrella riferisce di episodi sismici
non traumatici per gli anni 1309 e 1348.
Due sono i terremoti riportati per l’anno 1349: il 22
gennaio 1349, notte di san Vincenzo, fuit unua terremotus multum magnus.
Epicentro – secondo il Catalogue of Strong Eartquakes in Italy –
fu Isernia. Effetti stimati nel V-VI grado Mercalli.
Si replicò, col botto, il 9 settembre: questa volta
con epicentro nell’area venafrana, lungo la faglia delle Aquae Juliae.
Magnitudo stimata in 6.8 Richter.
A Isernia cadde distrutta la Cattedrale e quasi tutti
gli edifici tra cui le case di Andrea d’Isernia e di Alferio (secondo quanto
si legge in una pergamena conservata nell’Archivio capitolare e trascritta da d’Apollonio).
A detta di Gio:Vincenzo Ciarlanti (ma
ci pare eccessivo) fu terremoto «terribilissimo che sentir si fece non nell’Italia
solo, ma anche in Germania e nell’Ungaria»
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Isosisme del «Gran terremoto napoletano» del 1456 (tratto da POSTPISCHL, Atlas of isoseismal maps of Italian earthquakes, 1985) |
Veniamo al 5 dicembre 1456. Definito Gran
terremoto napoletano, perché esteso in tutto il Regno, fu uno dei terremoti
più forti mai registrati in Italia (magnitudo 7.0). Epicentro: l’area di Isernia,
probabilmente la faglia NMFS. Fu sentito con intensità pari al grado X in
più punti distanti, tra l’Abruzzo e l’Irpinia – ma si arrivò ad avvertirlo
anche in Toscana e Sicilia. Probabilmente, si attivarono in sequenza più faglie
appenniniche. Lo sciame sismico durò per diversi anni con alcune forti scosse
che continuarono a flagellare il Centro-Sud d’Italia. È stato stimato che le
vittime del terremoto furono, complessivamente, tra le 20.000 e le 30.000.
Baratta, per Isernia, riporta distruzione pressoché totale
e cita un bilancio di circa 1200 morti. Figliuolo aumenta le
vittime a 1500, su una popolazione complessiva di 2035 persone (407 fuochi),
quasi il 75%.
Nelle sue Memorie Historiche, Ciarlanti
racconta di un altro vescovo (questa volta a nome Giacomo Montaquila) morto
sotto le pietre della Cattedrale. Crollò anche parte della torre campanaria (l’Arco
di S. Pietro). Siccome non ci facciamo mancare niente, al terremoto seguì un
incendio che divampò in sei punti distinti della città, come riportato in
altra pergamena sempre conservata nell’Archivio Capitolare e riportata da d’Apollonio.
Una curiosità: il grande terremoto del 1456 è avvenuto
“in nocte S. Barbarae” (tra il 4 e il 5 dicembre, appunto) e, per
tradizione isernina, Santa Barbara protegge dai terremoti. Le due cose,
tuttavia, non sono collegate. Pare infatti, che il patronato antisismico della
santa (che infatti, a Isernia, si porta in processione il 6 giugno) sia nato
in occasione del diverso terremoto del 6 giugno 1882 (D’Apollonio).
Interpolazione: Perrella, nella sua Effemeride,
annota terremoti per gli anni 1561 e 1627. Danni diversi, ma siamo lontani
dalla potenza sprigionatasi nel gran terremoto napoletano.
Saltiamo all’anno 1688; altro tremuoto caduto in giugno,
questa volta il giorno 5. L’epicentro è esterno al limes regionale
(Sannio beneventano), ma i danni per Isernia sono consistenti. Vi è notizia,
tuttavia, di una sola vittima: Alfonso Perrella nella sua Memoria
storica sul tremuoto del 5 giugno 1688 (1883) riferisce che ne Libro
dei defunti presso la Cattedrale, da lui consultato, sotto la rubrica del 5
giugno si legge: «è morta Francesca, figlia di Benedetto Ferritto quando fu
questo gran tremuoto, che morse sotto le pietre. Parrocchia di S. Giovanni, sepolta
alla ss. Fraternità.»
Questa volta il vescovo, quel Michele da Bologna autore delle Constitutiones Synodales Aesernienses (1693), non perisce nel crollo della Chiesa
cattedrale, che pure subì danni, insieme con la torre campanaria. Nel 1692
ordina lavori di ristrutturazione del tempio, così come del palazzo vescovile;
per il restauro dell’Arco di San Pietro si aspettò invece fino al 1719.
Del 3 novembre 1706 è il cd. Terremoto della
Maiella. «Gran tremuoto negli Abruzzi che rovina molti paesi» (Perrella). La prima scossa si verificò
alle 13.00 del 3 novembre (stima in 6.8 Richter). Complessivamente le vittime
furono circa 2.400. Sulmona fu devastata.
La seconda scossa avvenne alle 3.00 del 4 novembre:
questa volta l’epicentro si spostò un po’ più a sud e diminuì anche l’intensità,
ma comunque fu anch’essa distruttiva: quelle località dove la prima scossa
aveva provocato già danni gravi, ruinarono
totalmente o parzialmente a causa di questa seconda scossa. Le zone
maggiormente colpite furono intorno alla Maiella e quelle lungo il versante
chietino del Morrone.
A Isernia gli effetti furono nell’ordine dell’ VIII
grado della Scala Mercalli: crollò l’interno della chiesa di San Francesco e
rimase inagibile il convento di S. Maria delle Monache.
Interpolazione: Perrella registra terremoti in
Molise negli anni 1779 (eruzione esplosiva del Vesuvio, le cui ceneri arrivano
a piovere fin su Isernia), 1788 e 1794.
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Isosisme del «Terremoto di Baranello», 1805 (tratto da POSTPISCHL, Atlas of isoseismal maps of Italian earthquakes, 1985) |
Ultimo terremoto distruttivo che la città ricordi, quello
del 26 luglio 1805 (cd. terremoto di S. Anna) è sisma che colpisce
gran parte dell’Italia centro-meridionale. Le vittime furono complessivamente
5573 e i feriti 1583. L’epicentro viene localizzato nella zona del Matese. Gabriele
Pepe, nel suo Ragguaglio del 1806, lo
indica in Frosolone, probabilmente perché il centro subisce danni fortissimi
e vede morti i ¾ della popolazione. L’Atlante di Postpischl riporta invece
come epicentro Baranello. Comunque sia, epicentro molisanissimo.
Già dal 25 luglio vi erano stati fenomeni precursori e
scosse sismiche di bassa intensità. Intorno alle 2:00 del 26, avvenne la scossa
maggiore stimata in oltre 6 gradi della scala Richter, che durò ben 45 secondi.
Fu devastazione e strage. In quello che siamo abituati a definire cratere,
scrive Pietro Colletta nella sua Storia del Reame di Napoli (1834),
«…sorgevano sessant’una città o terre, albergo a quarantamila o più
abitatori; e di tanto numero due sole città, San Giovanni in Galdo e
Castropignano, benché fondate alle falde del Matese, restarono in piedi.»
Gabriele Pepe scrive che la mattina del 27 luglio gli
ottimati di Isernia informarono già il Re con una missiva: «Ieri sera 26
dell’andante luglio verso le due e mezza della notte cadde tutta la città dal
tremuoto, a tal che buona parte dei cittadini sotterrati vivi dalla rovina ebbe
a pigliar ricovero nell’aperta campagna... Isernia, Maestà, non è più Isernia,
e le fabbriche tutte o son cadute o stanno per cadere al suolo». Ferdinando
(IV di Borbone) invia nella Provincia devastata l’avvocato fiscale
Giannoccoli, per tracciare un primo bilancio dei danni e avviare la
riscostruzione, che si avvierà sotto Gioacchino Murat. Il 2 agosto 1805, il
magistrato annota mestamente: «Isernia ha sofferto la perdita di circa 2000
anime; ed una sola decima parte delle fabbriche esiste in piedi. (…) Questa
città non ha che una sola strada nel mezzo ed una serie di edifizi
lateralmente... Il tremuoto rovinò una metà della Città solamente, e
propriamente quella che si eleva verso l’oriente, ossia la più prossima agli
Appennini.» Per vero, la Carta topografica della Città di Isernia
quasi tutta devastata dall’avvenuto terremoto del 26 luglio corrente anno 1805 (del
cartografo reale Luigi Marchese, pubblicata da Enza Zullo nel 2009) dà, nel
forte contrasto del rosa e nero, una diversa distribuzione dei danni, con
enfasi piuttosto in senso nord-sud e non est-ovest, come dice Giannoccoli.
Altra importantissima fonte documentale è il manoscritto dell’avvocato
Pasquale Fortini, nostro concittadino e testimone oculare del sisma,
pubblicato a stampa, a cura di Titina Sardelli, nel 1984: dà una precisa
descrizione delle distruzioni subite dalla città, vicolo per violo, casa per
casa. Risalendo la Piazza in direzione sud-nord, l’intensità
dei danni cresce via via: da palazzi lesi «in
picciolissima parte», come quello del notaio de Baggis, si arriva – oltre
l’Arco di San Pietro, a constatare che «dal punto del suddetto campanile
tirando in su verso gli Abruzzi, tutto quas’il resto della Città, che ne
formava la maggior parte, l’è un ammasso di pietre, vedendosi solamente alcuni
spezzoni di mura tutte fracassate, le quali maggiormente feriscono gli occhi dell’osservatore».
Caddero la chiesa e il convento di S. Croce, la chiesa della Concezione, la chiesa
e il monastero di S. Chiara, il convento di S. Maria delle Grazie e la Cattedrale
di S. Pietro Apostolo. Fortini indica in 488 i cittadini e in 30 i frastieri morti per effetto del sisma.
Il numero è vicino a quello di 600 che don Antonio Mattei trasse dai registri
obituari della Cattedrale. «I cadaveri vennero sepolti, almeno in gran
parte, nel baglio del rione Codacchio».
Come ha scritto Mauro Gioielli, il terremoto di S. Anna
«provocò migliaia di morti, fece crollare innumerevoli edifici, sconvolse
ampie aree geografiche; ma soprattutto incise profondamente nei sopravvissuti,
segnati nell’anima e negli affetti, in tutto ciò che riguardava la sfera
collettiva e personale. Per molti paesi, quel terremoto fu il “disordine
esiziale”, il cháos che rese necessaria la riorganizzazione
vitale.»
Interpolazione: Dopo il terremoto del 1805 la città assume
una nuova faccia. Si fa presto, tuttavia, a dimenticare di vivere sulla
schiena di un animale solo addormentato. La situazione edilizia dell’Isernia
all’avvio del secolo la traccia l’avv. Ernesto Maiorino nell’assise
comunale del 25 gennaio 1915, all’indomani di un altro spaventoso terremoto,
quello che distrusse Avezzano: «La situazione di questa città a ridosso di
una lunga ma strettissima collina (…) per anni ha impedito che lo sviluppo
edilizio potesse avvenire in una forma razionale. Con il progresso del tempo,
si è avvertito il bisogno sempre crescente di nuovi locali per abitazioni (…)
Che è accaduto? Nessuno avendo pensato a favorire l’ampliamento della città
verso l’altipiano che circonda la stazione ferroviaria, l’abitato, non potendosi
estendere in larghezza per difetto di spazio, è cresciuto in altezza. E
così sono sorti tutti quei castelletti di tre e anche quattro piani che si
vedono nelle vie e nei vicoli, vie e vicoli per la stessa ragione
strettissimi. Oltre a ciò, si è costruito senza alcuna precauzione edilizia,
con buona muratura, è vero, ma facendosi un deplorevole abuso di volte e di
archi, di mensole sporgenti e di costruzioni assai pesanti anche nei piani più
alti delle case. Sintetizzando (…) in una zona sismica principale come questa
si è tollerata la costruzione di una città, per giunta sulle rovine ammonitrici
del 1805, senza nessuna di quelle più elementari garenzie che le norme di
edilizia asismica insegnano da molto tempo.»
Dal 1805 in poi, si registrano scosse negli anni 1806,
1807, 1811, 1812, 1825, 1831, 1841, 1849, 1853, 1856, 1861, 1873, 1874 e 1875
(tutte debitamente registrate da Perrella nella sua Effemeride)
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| Terremoto di Isernia, 1914. Telegramma di Salandra, Presidente del Consiglio dei Ministri, al sen. Falconi (ASCI) |
Il 6 giugno 1882 si registrò una violenta scossa di
terremoto – 5.3 Richter – con durata di 5-6 secondi, nelle prime ore del
mattino. L’epicentro venne individuato nel versante sud-occidentale del
Matese. Alla scossa principale seguirono repliche nello stesso
giorno e nei giorni seguenti (7 e 8 giugno), con epicentro a Isernia,
Montecassino, Venafro, Piedimonte d’Alife e Cantalupo nel Sannio.
Malgrado la forte intensità, il terremoto causò
soltanto due vittime (un vecchio fu colpito da una pietra caduta dal campanile
della chiesa di Pettorano e un mugnaio fu ucciso dal crollo di un mulino nella
campagna di Monteroduni).
A Isernia, restò seriamente danneggiata la Sottoprefettura
(l’ex convento dei Padri Cappuccini), Santa Maria delle Monache («il
quartiere dei soldati») e molte case riportarono lesioni.
Come detto già, «dopo questo triste evento, per
voto, ad Isernia il 6 giugno di celebra la festa di Santa Barbara (D’Apollonio)»
Il Novecento si presentò subito tremando. La scossa (magnitudo
5.2) avvenne il 31 luglio 1901, intorno a mezzogiorno, con epicentro nell’area
dei Monti della Meta (intorno a Sora). Per Isernia, non si conoscono testimonianze,
ma Cancani in Notizie sui terremoti osservati in Italia durante l’anno
1901, pubblicato in appendice al "Bollettino della Società Sismologica
Italiana") parlò, per la città, di effetti del VI grado della
scala Mercalli (= leggere lesioni negli edifici), e riferisce di un boato che
accompagnò la scossa.
Il 19 dicembre 1914 (un mese prima
del terribile terremoto marsicano) viene registrata, per Isernia, un forte
scossa (della quale tuttavia non vi è menzione nel Catalogue of Strong Earthquakes in Italy, 461 B.C. - 1997).
Fonti d’archivio (tra cui ASCI, b.
170 – f. 3418) danno notizia di uno sciame sismico – probabilmente con epicentro
locale – tra il mese di ottobre e dicembre 1914, con l’evento più significativo
alle ore 4:57 del 19 dicembre.
Una relazione del 29 dicembre 1914 a
firma dell’ing. Giuseppe Viti, tecnico comunale – documento allegato alla
Delibera del C.C. n. 2/2015 – riferisce che «tutte le case indistintamente
sono rimaste depreziate da lesioni nuove, di diversa entità, verificatesi sia
nei muri esterni che interni (…) Dove ho riscontrato qualche dubbio di lontano
pericolo per le lesioni subite, per le quali il fabbricato non potrebbe
resistere ad ulteriori scosse, ho consigliato agli inquilini di starsene
lontani, finché non termini questo stato di movimento sismico. Per altre case
ho provveduto a far puntellare qualche punto di esse dove il pericolo potrebbe
manifestarsi per la gravità delle lesioni stesse.»
Da Roma furono inviati vagoni
ferroviari per il ricovero degli sfollati, e somme di denaro per i primi interventi.
Del terremoto isernino si discusse
alla Camera nella tornata del 18 marzo 1915, allorché si rispose ad una interrogazione
del deputato isernino Cimorelli così formulata: «per sapere con quali
criteri fu negata la concessione della moratoria per un paio di mesi alla
città di Isernia, mentre il ceto dei commercianti versa in gravissimo dissesto
a causa del terremoto, che tormenta quella città dal dicembre 1914.»
Allo sciame indigeno del dicembre
1914, seguì drammatico il terribile terremoto di Avezzano (magnitudo
7.0!) del 13 gennaio 1915, che abbatté la Marsica e parte del
Lazio meridionale causando 30.519 morti; altri 3000 vanno registrati nei
mesi successivi come vittime indirette del sisma: tutta l’area fu
interessata da una eccezionale ondata di freddo, caratterizzata da intense
nevicate e incessanti piogge che aumentarono il disagio delle popolazioni e
contribuirono ad aggravare i danni agli edifici.
A Isernia, gli effetti furono del VI-VII grado: la
scossa causò lesioni nelle abitazioni, nelle scuole, nelle chiese. Il terremoto
del 13 gennaio 1915 peggiorò notevolmente le condizioni statiche degli edifici
della città già danneggiati dalla scossa del 19 dicembre 1914, che ne aveva
reso diversi inabitabili: nella chiesa dell’Immacolata Concezione crollò una
volta; nell’edifico dell’Orfanotrofio Vescovile, nel palazzo Vescovile e nel
Seminario i danni furono notevolmente aggravati.
A Largo Fiera gli sfollati trovarono ricovero in 15 baraccamenti
provvisori, costruiti dal Genio Civile. Le baracche rimasero abitate fino all’agosto
1916, allorché un’ordinanza sindacale impose lo sgombero degli ultimi residenti,
«inquantoché essendo le baracche sfornite di latrine e di scoli luridi, gli
abitanti di esse spandono i loro escrementi sulla pubblica via con grave danno
delle decenza e della salute pubblica» (ASCI,
b. 170 – f. 3418).
Replica dieci anni più tardi. Il cd. Terremoto
del Molise Occidentale: 24 settembre 1925, alle ore 14:33.
Epicentro ad Acquaviva d’Isernia e intensità fino all’ VIII grado della scala
Mercalli, in zona epicentrale. Molti i danni: ad Acquaviva la scossa causò
fenditure gravi in tutte le abitazioni e il crollo parziale di alcune case;
a Isernia caddero comignoli e rimasero gravemente lesionate alcune abitazioni;
a San Pietro Avellana crollò la volta della cupola della chiesa e riportarono
lesioni moltissime case, fra cui alcune in modo grave; a Roccasicura caddero
diversi comignoli e rimasero lesionate molte case. Fortunatamente, non ci
furono vittime. La scossa fu intensa, accompagnata da un rombo, e durò (solo) 6
secondi. La sequenza sismica si protrasse fino al 7 di ottobre.
Bendandi, in un articolo su "Il Resto del Carlino"
del 29 settembre 1925, segnalò la particolare propagazione della scossa in
direzione nord, verso Avezzano, dove fu fortemente avvertita malgrado si fosse
così lontano dall’epicentro; sempre secondo il famoso pseudoscienziato, questo
terremoto originava dalla stessa faglia che aveva scatenato il terremoto del
1805.
Il Terremoto
Irpino del 23 luglio 1930 (che in zona epicentrale, fu – al solito –
distruttivo causando oltre 1000 morti), a Isernia venne avvertito con effetti
del III-IV grado, sensibilmente minori di quelli del successivo terremoto del
1980.
Del 1933 è il Terremoto
della Maiella. La scossa distruttiva avvenne il 26 settembre, all’alba; fu preceduta da
altre due scosse minori. Complessivamente ci furono 12 morti. Nonostante i
numerosi crolli, il numero delle vittime fu contenuto proprio perché la maggior
parte della popolazione aveva abbandonato le case per le scosse premonitrici.
Per Isernia, mancano descrizioni. Nel Bollettino sismico, curato da Cavasino
(1935), l’intensità della scossa fu valutata di effetti pari V grado della
scala Mercalli (caduta di oggetti).
Stiamo sereni – si fa per dire: in mezzo cade una
Guerra mondiale, e per noi un bombardamento altrettanto distruttivo – per
trent’anni.
Nel 1962, altro terremoto in Irpinia, epicentro:
Ariano Irpino (AV): la prima scossa fu sentita il 21 agosto intorno alle
18:00. Dopo un paio d’ore ci furono due scosse violentissime, avvenute a 10
minuti di distanza l’una dall’altra. Questa volta, due soltanto le vittime.
A Isernia, furono riferiti effetti intorno al V grado
Mercalli.
Da qui, in poi, per me è storia contemporanea. Il devastante terremoto irpino del 1980, che
altrove produsse 2.914 morti, 8.848 feriti e 280.000 sfollati, a Isernia venne sensibilmente
avvertito (io c’ero, avevo 8 anni, e lo ricordo perfettamente).
Spavento, ma nessun serio danno. A rimanere lesionato
(e inagibile) è il solo Palazzo San Francesco.
Altro epicentro quattro anni dopo. Per Isernia, l’ultimo
terremoto cui va la memoria, quando si parla di terremoto.
Due le scosse, con epicentro i Monti della Meta (San
Donato Val di Comino, appena oltre il confine regionale): il 7 maggio 1984
(alle ore 19:50, magnitudo 5.9) e l’11 maggio (ore 12:41, magnitudo 5.0).
Sette, complessivamente, i morti. Crolli di intere abitazioni – per fortuna
senza vittime – si ebbero a Colli a Volturno (300 senzatetto), Acquaviva e
Pizzone.
A Isernia «la
popolazione, in preda al panico, si è riversata fuori dal centro abitato. A
tarda notte, la Protezione civile traccia un primo, parziale bilancio: i
feriti, in tutto, sarebbero una quarantina, di cui alcuni in gravi condizioni.»
[la Repubblica, edizione dell’ 8/5/1984].
Oltre cinquecento abitanti del centro storico rimasero
senza tetto; i danni maggiori si ebbero qui, nella parte antica, dove
risultarono lesionati e inagibili il 70% degli edifici. A dire dell’ANSA
(Notiziario italiano del 9/5/1984) la scossa causò la caduta della croce di
bronzo posta in cima alla cattedrale dopo la ricostruzione del 1815.
Si ebbero 20 casi di crolli parziali di tetti e solai.
Altri abbattimenti furono stabiliti con ordinanza ed eseguiti in via
precauzionale. I senzatetto finirono in due roulottopoli alle Piane e a San
Lazzaro, dove molti poi rimasero a vivere negli appartamenti di nuova
costruzione. Per effetto del sisma, il centro storico venne pressoché abbandonato.
Corso Marcelli, il Mercato e le altre piazze vennero puntellate con travi di
legno, che rimasero per anni. La vasta ristrutturazione edilizia (sulla cui
bontà, il tempo sarà giudice) ha riempito il centro storico di pesanti tetti in
cemento armato, reti elettrosaldate e intonaco le facciate prima in pietra
(per un raffronto, vd. le molte e belle fotografie presisma pubblicate da
Valente in Nascita e crescita di una città). Gli interventi di miglioramento
antisismico degli edifici sono ben documentati nel volume di Ramunno, allora
responsabile dell’ufficio tecnico comunale.
Il prossimo?
[Bibliografia: oltre all’imprescindibile Ciarlanti. le Effemeridi di Perrella e il libro su Isernia di Mattei, che riteniamo troppo noti per darne i riferimenti bibliografici, sono stati consultati: BARATTA, I terremoti d'Italia: Saggio di storia, geografia e bibliografia sismica italiana, 1901; D’APOLLONIO – DAMIANI, Cronotassi dei terremoti in Isernia e nel resto del Molise (346 – 1986), 1991; ESPOSITO, LAURELLI, PORFIDO, Il terremoto del 26 luglio 1805. Lo scenario dei danni nella città di Isernia, 1992; PEPE, Ragguaglio istorico-fisico del tremuoto accaduto nel Regno di Napoli la sera del 26 luglio 1805, 1806; FORTINI, Delle cause de' terremoti e loro effetti. Danni di quelli sofferti dalla citta d'Isernia fino a quello de' 26 luglio 1805, 1984; AA.VV., Architettura e terremoto in Molise : atti del convegno del 2 luglio 2005 : "Il Molise, il terremoto e la festa di S. Anna" / a cura di Enza Zullo, 2009; Figliuolo, Il terremoto del 1456, 1988; RAMUNNO Isernia, il terremoto, un’esperienza, 1987; POSTPISCHL, Atlas of isoseismal maps of Italian earthquakes, 1985; GIOIELLI, La festa di Sant’Anna ed altri aspetti della cultura etnica jelsese, (nel volume Jelsi. Storia e tradizioni di una comunità), 2005 - sitografia: http://storing.ingv.it/cfti4med/localities/058385.html]
giovedì 30 giugno 2016
Postfazione per «Manoscritto inedito sulla chiesa vescovile di Isernia | anno 1843 | del canonico Vincenzo Piccoli arciprete, 1° dignità del Capitolo di Isernia»
sabato 25 giugno 2016
«Copia di un libro antiquissimo intitolato alla maestà delo sig. Re Ferrante Primo de Aragona. Delle cose accadute in Italia. Incominciando dalli anni di dopo Sei cento e cinque insino all’anno Mille cento e due. Quale libro stato trovato dall’ill.mo signore duca d’Andria»
![]() |
| (per scaricare il file in versione .pdf, clic sull'immagine) |
L’antico manoscritto qui integralmente scansionato è conservato nell’Archivio familiare d’Apollonio,
ospitato presso la biblioteca. In esso un calligrafo ha vergato la «Copia di un libro antiquissimo intitolato
alla maestà delo sig. Re Ferrante Primo de Aragona |Delle cose accadute in
Italia. Incominciando dalli anni di dopo Sei cento e cinque insino all’annoo
Mille cento e due | Quale libro stato trovato dall’ill.mo signore duca d’Andria».
Altra, più grossolana mano, ha aggiunto: «In
questo quintano si contiene la seg. antica Cronaca. Un Registro di n[otar]
Dionigi di Sarno | Un altro di n[otar] Rugiero Pappasogna |Nobili del Sedile di
Montagna».
Il manoscritto è opera
eterogenea: la prima parte – quella che comincia per «In questo anno 605 morse S. Gregorio Papa» e finisce (al verso del
foglio 7; pag. 15 della scansione) con la notizia «in questo anno 1102 nel mese di 9mbre morse Stefano abbate di Matera […]»
ha per autore – come scritto dalla
stessa mano dell’ignoto copista – la cronaca di Lupo Protospata, come provato
dal canonico teatino – ma napoletano di adozione – Antonio Caracciolo
(1565-1642), che ne pubblicò un’edizione a stampa nel 1626 (intitolata Antiqui chronologi quatuor Herempertus
Langobardus Lupus Protospata Anonymus Cassinensis Falco Beneuentanus cum
appendicibus historicis. Ab his variae exterarum gentium in Neapolitanum Regnum
irruptiones, praelia, ... veridico stylo describuntur. Nunc primùm è MM.SS.
codicibus aspiciunt lucem, opera, ac studio Antonii Caraccioli […]), per i
tipi dello stampatore napoletano Lazzaro Scoriggio.
Voce "Lupo Protospata" in Jean Baptist Ladvocat, Dizionario Storico Portatile, Volume 3, 1759 |
Lupo Protospata, era un dignitario
bizantino vissuto in Puglia nel XI secolo;
compose il Chronicon rerum in regno
Neapolitano gestarum, raccogliendo
quanto di importante – a suo giudizio – era accaduto nel Regno di Napoli tra
l’855 e il 1102.
Degli Annales Lupi Protospatharii , sempre nell’intervallo temporale
860-1102, esiste una volgarizzazione secentesca
di Colanello Pacca – cioè Niccolò Anello Pacca/Nicolaus Anellus Pacca Neapolitanus, medico, poeta, professore di
filosofia, nato a Napoli e vissuto nel XVI secolo – che integra la cronaca di
Lupo con i cd. Annales Barenses (che
coprono, appunto, l’intervallo temporale 605-1043). Gli Annales Barenses, di anonimo cronista, si trovano integralmente
versati nell’opera di Ludovico Antonio Muratori, Antiquitates Italiae medi aevi, vol. I (1738). Un’edizione critica
del testo degli «Annales Barenses» e degli «Annales Lupi Protospatharii» è
stata di recente curata da W. J. Churchill come tesi di dottorato per
l’Università di Toronto: tutto il suo lavoro (in lingua inglese) è disponibile in rete qui.
Come può trarsi dal confronto tra
il testo latino degli Annales (riportato in Muratori e – on line – da
Churchill) e il testo volgarizzato leggibile nel nostro manoscritto, le due
fonti – ovviamente per le parti presenti in entrambe, posto che il manoscritto
riduce e seleziona il testo latino – coincidono: «Anno DCV [605] Obitus sancti Gregorii Papae. Phocas regnavit annis
VIII.» e «In questo anno 605 morse S. Gregorio Papa et (sic) regnò anni otto»
(omette la notizia su Foca, imperatore bizantino); «Anno DCCLXXXII [782] Hoc anno
Carolus rex celebravit sanctum Pascha in Roma et baptizatus est Pipinus filius
ejus ab Adriano Papa.» e «In questo anno 782 Carlone celebrò la Santa Pasqua in
Roma e Pipino suo figliolo fu battezzato da papa Adriano». Ecc.
La parte che epitoma gli Annales suddetti occupa i primi sette
fogli del manoscritto (su un totale di 19).
Il foglio 8 si apre con la dichiarazione
che «il presente libro dedicato alla maestà del Re Ferrante Primo era nel
principio del volume delli giornali di Giuliano Passaro». Giuliano Passaro (o
Passero) è il cronista autore dei Giornali, opera cronistica che copre gli anni 1189-1531 (un’edizione a stampa è Giuliano Passero, Cittadino Napoletano, o
sia prima pubblicazione in istampa che delle storie in forma di giornali, le
quali sotto nome di questo autore finora erano andate manoscritte […], per
i tipi di Vincenzo Orfino, Napoli 1785). Segue asserendo che «di questi et
altri manoscritti se ne fa mentione nel principio delli giornali di Gregorio
Rosso, stampati in Napoli l’anno 1635». (vd. Historia delle cose di Napoli, sotto l'imperio di Carlo Quinto.
Cominciando dall'anno 1526. per insino all'anno 1537. Scritta per modo di giornali
da Gregorio Rosso autor di quei medesimi tempi, Napoli presso Gio.
Domenico Montanaro, 1635)
| Frontespizio dell'opera Giuliano Passero, cittadino napoletano, edizione del 1635 |
Si danno notizie sui vescovi
presenti nel Regno («in questo Riame sono
episcopi 133 nelli quali ci sono dieciotto Archiepiscopi et di più quattro
Archiepiscopi hanno perso lo titolo»). Segue poi, un cenno a «Li matrimonij fatti per li re di questo
Riame nelli tempi passati, et le dote hanno date sopra li maritagi».
Nel verso del foglio 8 (e fino al
verso del 9) c’è il «Notamento avuto da
una charta de Innocentio Landulfo con le sottoscritte memorie» (notizie
relative agli anni 1434-1553). Innocenzo Landolfo è altro cronista di storia
napoletana, autore dei Diarii (tra le fonti utilizzate da Gregorio Rosso).
Al foglio 10 comincia la Farza de Messer Iacovo Sannazaro
rappresentata avanti il Sig. Duca di Calabria in la festa fatta alli 4 di Marzo
1492 in la Sala dello Castiello de
Capuana per la vittoria delli SSri Re et Regina de Castiglia havuta del regno
di Granata alli 2 di Gennaro del medesimo anno (fino al recto del foglio
13).
A metà del recto del foglio 13,
dopo un’interruzione di pagina, viene data notizia della morte per impiccagione
di Cola Giovanni Monte e di suo nipote Giulio (1531); viene trascritto il «cartiello»
con cui furono accompagnati.
Al verso del foglio 13 viene data
la Notizia sull’incoronazione di Re Alfonso II d'Aragona. «Alla coronazione di re Alfonso d’Aragona venne qua in Napoli per la via
de Appruzzo don Goffredo de Borgia, figlio de Papa Alessandro sesto». Segue
notizia in ordine alle «Cavallerizze di Re Ferrante Primo d'Aragona»; ai
«Medici (e Auditori) di Re Ferrante Primo a tempo che morse».
Al verso del foglio 14 (con fine
al recto del 16) si trascrive il «Notamento di tutto quello si contiene in uno
Protocollo di Notar Dionisio di Sarno, Gentil' huomo del seggio di Montagna,
fatto in tempo di Re Ladislao et Papa
Martino V».
| Notizia della Cronica di Ruggiero Pappainsogna in Giovanni Antonio Summonte, Dell' Historia della città, e regno di Napoli, 1675 |
Al verso del 16 comincia la
cronaca del notaio Ruggiero Pappainsogna («Archivio
di Notar Ruggiero Pappainsogna, nobile del seggio di Montagna»), con la
formula «In Nomine Domini (…)» e poi,
venendo al contenuto, «In pace atque Triumpho intravit Rex Ladislaus Neapolim»,
proseguendo fino alla fine del manoscritto, al verso del foglio 19.
Opera eterogenea, si diceva, che
trae dalla cronachistica del Regno di Sicilia e, poi, di Napoli. Un originale? Qui
è l’aspetto particolare del nostro manoscritto, che risulta, per larga parte, avere
eguale contenuto di altro codice, appartenuto al marchese Alessandro Gregorio Capponi (1683-1746), e poi confluito – a morte del suo proprietario – nella
Biblioteca Vaticana. C’è una descrizione
del corpus dei cd. Codici Capponiani pubblicata nel 1897 da Giuseppe Salvo
Cozzo (“I Codici Capponiani della Biblioteca Vaticana”); sotto il n. 73 si descrive un manoscritto «del sec.
XVIII, m. 0,204 X 0,135, di car. 97 num., oltre
due carte bianche in principio e due in fine non num.» che ha – salvo per
i Diari di Silvestro Guarino d'Aversa e gli Annali di Matteo Spinello da
Giovenazzo, che riempiono le pagine successive al foglio 38 – medesimo contenuto del nostro manoscritto.
| Descrizione del manoscritto 73 (inizio) nel volume «I Codici Capponiani della Biblioteca Vaticana» |
C’è un originale e una copia? Due
copie di un medesimo originale? Affascinante, in ogni caso, che nell’Archivio
di famiglia dei d’Apollonio si rinvenga un manoscritto che ha un gemello dizigote
nella Biblioteca Vaticana.
martedì 17 maggio 2016
«Mamozio, chi era costui?»
A Isernia, le quattro statue togate sotto l’Arco di San Pietro sono tradizionalmente chiamate «mamozie» (o, come variante, «mamuozie»). Per derivazione, «mamozie» è (o era, prima della koiné) epiteto col quale indicare un fantoccio, un pupazzone, quindi una persona che ne ricorda le fattezze (testa sproporzionata, sgraziata, incedere ciondolante da metronomo a fine corsa). Per ulteriore traslato, «mamozie» è il fesso, la persona lenta a comprendere, quello che altri lessici definiscono con l’accrescitivo dell’organo genitale maschile.
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(da CRUDELE, Come ze rice a Sergnia, Isernia 2006) |
Perché Mamozio? Nel Lessico Etimologico Abruzzese (LEA), Roma, Edizioni dell'Ateneo, 1985, la voce viene riportata a «mammocce», adattamento fonetico dialettale della voce italiana «bamboccio», ma convince di più la derivazione puteolana, legata al rinvenimento di una statua:
«Nel 1704 a Pozzuoli, durante gli scavi per l'edificazione della chiesa di san Giuseppe, fu ritrovata una statua acefala attribuita al console romano Lolliano Mavorzio. Come d'uso all'epoca, il capo mancante fu reintegrato, ma da una testa sproporzionatamente piccola rispetto al corpo che conferiva alla statua un'aria imbambolata.Il nome Mavortio fu distorto dai puteolani in Mamozio, che ha assunto da allora il significato di persona stupida e sciocca.» (fonte: wikipedia; anche il resto dell’articolo è gustoso e si può leggere qui)
Questa versione convince di più anche per la comune sorte di statue acefale cui la crudele pietà popolare ha imposto nuova e sgraziata testa. A Pozzuoli come a Isernia. Nessuna specifica volontà iconoclasta: nelle statue, collo e polsi sono le parti più sottili e fragili e subiscono più facilmente l’ingiuria del tempo, rompendosi. Dei quattuorviri dell’Arco di San Pietro, tutti originariamente decollati, in tempi lontani hanno imposto una nuova testa – e una di esse, quella della figura muliebre del lato est, sarebbe di periodo medievale e non classico (ne parla Valente qui, riferendo la nuova testa ad ignoto artista federiciano); uno, il togato lato nord, la nuova testa l’ha persa per una seconda volta, decapitato recidivo.
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(foto via web, di inizio secolo: il mamozio lato nord aveva ancora la sua testa) |
Così pure a Ponza chiamano «mamozio» una statua romana rinvenuta nel 1700, la cui testa, decapitata nel 1809 da un soldato francese, ricollocata nel 1844, opera di uno scultore locale, andò persa per sempre: «In una via parallela alla strada litoranea, si conserva, murata su di un moderno piedistallo, una statua marmorea funeraria, acefala e priva di basamento, nota, dalla tradizione locale, con il nome di Mamozio.» (G. M. De Rossi, Ponza, Palmarola, Zannone, Roma 1993)
Isernia, Pozzuoli, Ponza. Tre fanno collegio. Se avessimo svolto un esperimentino di scienze alle scuole medie e dovessimo concludere, a questo punto scriveremmo l’equazione «statua che fu acefala, con nuova testa = mamozio».
giovedì 14 aprile 2016
martedì 22 marzo 2016
Siamo tutti bulgari. Alzecone e i suoi nel Sannio del VII secolo.
Fino alla
scoperta dell’agricoltura, nessuno nasceva e moriva nella stessa porzione di
Terra, tutti costretti a muoversi per mangiare; ma anche dopo che si capì come
avere un spiga partendo da un chicco, molti popoli hanno continuato a
transumare per sorte o costume, entrando a casa d’altri con le buone o le
cattive, miscelando sangue e geni. Migrare humanum est.
Scrivo
questo non per commentare gli inutili muri che ancora si vogliono erigere a distanza
di mille e cinquecento anni dalla dimostrazione della permeabilità del limes romano, ma sull’onda emotiva di
una recente visita a Montecassino; tra le tante suggestioni raccolte, mi sono
ricordato del brano di Paolo Diacono in cui si dice che siamo tutti – noi che
viviamo qui, tra Sepino, Bojano e Isernia – un po’ bulgari (e poi un po’
saraceni, normanni, spagnoli…).
Paolo, monaco cassinense, scrive la sua Historia Langobardorum nel
triennio 787/789. Il brano in cui parla di bulgari è questo:
«In questi tempi, un capo bulgaro di nome Alzecone avendo lasciato
il suo Paese per cause che non conosciamo entrò pacificamente in Italia insieme
ai suoi e si presentò dal re Grimoaldo promettendogli di essergli fedele vassallo
se questi gli avesse concesso un qualche territorio tra i suoi. Così il re lo
inviò da suo figlio Romualdo, duca di Benevento, con l’ordine di concedergli
terra in cui abitare con tutto il suo popolo. Romualdo lo accolse e, ben
felice, gli assegnò un vasto territorio, che allora era disabitato, vale a dire
quello ricompreso tra Sepino, Boiano, Isernia e altri paesi vicini, ordinando
che Alzecone, mutando titolo alla propria dignità, da capo delle sue
genti divenisse gastaldo del re. Così che ancora oggi, in quelle terre, sebbene
abbiano adottato lingua e costumi latini conservano ancora in
uso le loro tradizioni e cultura.»[1]
Paolo
racconta di fatti risalenti a oltre cento anni prima. Questo Alzecone (Alzeco,
Altzek, Alcek o come si voglia chiamarlo) era un capo militare bulgaro – vuole
la leggenda, uno dei cinque figli del khan Kubrat, Grande Bulgaro, quando la Bulgaria era in Ucraina. Per sfuggire a lotte
intestine apertesi per la successione al padre, Alzecone migrò con tutto il
suo clan verso la Germania prima (dove i Franchi di re Dagoberto gli offrirono
un pogrom a sorpresa) e, con gli scampati, pare meno di mille, finalmente in
Italia dove si rivolse – come ci dice Paolo – al re longobardo Grimoaldo
(662-671).
Questo
Grimoaldo si era da poco insediato sul trono pavese, avendolo strappato a
Godeperto. La cosa è un po’ complicata: era successo che alla morte di Ariperto
(661) il Regno longobardo venisse diviso tra i suoi due figli, Pertarito e
Godeperto, come fosse stato un campo di fave, ognuno a governarsi la sua
porzione, uno a Milano, l’altro a Pavia. Ma i due, ovviamente, volevano rubarsi
l’uno le fave dell’altro e ricostituire la Longobardia maior sotto
un solo re. Della cosa approfittò il duca di Benevento, Grimoaldo appunto, cognato
terrone dei due litiganti, che lasciò il ducato al figlio Romualdo e partì con
le truppe a conquistarsi un regno.
Così,
quando Grimoaldo manda Alzecone da Romualdo con l’ordine di concedergli terre
da abitare, conosce perfettamente la situazione dei territori ai piedi del
Matese e di buon animo ne vede un ripopolamento per mano bulgara. Il vantaggio
è reciproco: il duca di Benevento guadagna un fedele vassallo – e infatti, di
lì a poco, lo utilizza militarmente contro i Bizantini di Puglia – e i Bulgari
trovano finalmente casa tra Boiano e Isernia. È da sottolineare che la
concessione di terre viene preceduta dal mutamento di dignità: Alzecone viene
nominato gastaldo, che, nell’organizzazione del ducato di Benevento, equivale
a vassallo che amministri una porzione di territorio per conto del duca
(nella Longobardia maior, invece, il gastaldo è funzionario di
nomina regia – come sarà il giustiziere con gli Svevi – posto a controllare,
in funzione di contenimento, il potere territoriale dei duchi; in altri termini
il rapporto che intercorre tra il rex longobardorum e i molti
duchi del regno è, nei ducati di Spoleto e Benevento, esattamente lo stesso
che intercorre tra i due duchi e i loro gastaldi).
Ora, a
Alzecone vengono dati territori che usque ad illud tempus deserta
erant . Tuttavia, parlare di terre disabitate appare eccessivo. Paolo
Diacono usa certo un espediente retorico per indicare civitas che
rispetto al periodo classico risultano ora scarsamente popolate, ma non
deserte. Anche perché i mille bulgari a seguito di Alzecone difficilmente
avrebbero potuto ripopolare da soli il gastaldato.
Non dico
nulla di nuovo: lo sosteneva già Giovan Vincenzo Ciarlanti nel suo Memorie
Historiche del Sannio: «è qui da notarsi che non si debba intendere che
fossero tutti dishabitati, ma gli giudicasse per tali a paragone dei tempi
passati».
C’è stata
dunque sovrapposizione e integrazione tra vecchi e nuovi abitanti, pacifica o
meno non è dato saperlo. In ogni caso, stupra o iustae
nuptiae, ci sarà stata miscela di sangue, piccoli protobulgaro-sanniti,
àvaro-isernini avranno percorso ciabattando il selciato malmesso del cardo maximus ora intitolato ai
Marcelli.
Già, quale
Isernia trovarono i bulgari di Alzecone? Si conoscono le caratteristiche
generali della città altomedievale nel contesto dell’Italia meridionale – e
per questo riferibili a grosse linee anche agli abitati di Isernia e Boiano
che città lo erano state già con Roma. Queste caratteristiche vanno riassunte
nello scadimento qualitativo, rispetto agli insediamenti di età romana, degli
edifici privati, per i quali si registra la quasi totale sostituzione del legno
alla muratura, con la conseguenza della riduzione della volumetria e dell’alzato;
nell’abbandono degli spazi ed edifici pubblici, che spesso modificano la loro
originaria destinazione e, se diruti, subiscono la spoliazione dei componenti
architettonici per riutilizzi privati; nella “pervasività” dell’elemento
“campagna” all’interno dello spazio urbano (orti e terreni incolti a fare
cesura dell’abitato) e la conseguente creazione di più aggregati
coesistenti nello spazio urbano originariamente occupato dalla città romana e
individuato dal perimetro murario; collegato a questo, la diffusione delle
aree di sepoltura all’interno dei centri abitati.[2]
Certo i
Bulgari fermarono qui il loro lungo peregrinare. Abitarono case di legno, ma
case. Umberto Eco nel Pendolo parlava
di Urbanistica nomadica come disciplina universitaria dell’impossibile.
Qui ci andiamo vicino.
Tutto
quello che sappiamo dei Bulgari molisani è per la penna di Paolo Diacono.
Potrebbe trattarsi anche di uno scherzo.
No.
Negli anni ‘80
del secolo scorso, in una località chiamata Vicenne, nella pianura di Campochiaro,
(dunque tra Sepino e Bojano) vennero ritrovate numerose sepolture di cavalieri
con cavallo, all’uso asiatico.
Come scrive Bruno Genito, la necropoli di Vicenne
«rappresenta un unicum culturale, ad un tempo “asiatico” e “nomadico” caratterizzato dalla presenza di numerose tombe con cavallo che rimandano ad analoghe forme di sepolture rinvenute proprio tra i popoli nomadi delle steppe Eurasiatiche (…) Non esistono molte informazioni storiografiche relative all’epoca altomedioevale nell’area del rinvenimento della necropoli di Vicenne con la sola eccezione del famoso passo di Paolo Diacono relativo alle truppe Bulgare di Alzecone arrivate nella piana di Sepino, Bojano e Isernia».[3]
Siamo tutti mistisangue, meticci.
È così, fuori di dubbio.
[1] Paulus Diaconus, Historia Langobardorum, a cura di L. Bethmann - G. Waitz, in Mon. Germ. Hist., Script. rer. Lang. et Italic. saec. VI-IX, I, Hannoverae
1878, p. 154. «Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine,
incertum quam ob causam, a sua gente digressus, Italiam pacifice introiens, cum
omni sui ducatus exercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in
eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum
dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit.
Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eisdem spatiosa ad habitandum loca,
quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Saepinum,
Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque
Alzeconem, mutato dignitatis nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui
usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur,
linguae tamen propriae usum minime amiserunt». La traduzione è mia.
[2] vd. Gian Pietro Brogiolo, Sauro Gelichi, La città nell’alto medioevo italiano,
Bari, 2007
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