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martedì 20 giugno 2017

Il 1860 a Carpinone


Articolo pubblicato su ArcheoMolise n. 28, anno IX, 
numero monografico dedicato a Carpinone

Il 1860 a Carpinone
di Gabriele Venditti

«Pettorano, Carpinone, Isernia, meritereste che su voi non venisse più né pioggia né rugiada, fin che durerà la memoria dei nostri, ingannati e messi in caccia e uccisi pei vostri campi e pei vostri boschi!». 

Se dopo l’autunno del 1860 la pioggia ha continuato – per fortuna – a cadere su Carpinone, lo ha fatto a dispetto della maledizione scagliata dalla camicia rossa Giuseppe Cesare Abba e affidata al suo memoriale Da Quarto al Volturno, edito nel 1891. Fu grazie a simili sentenze che Carpinone, come altri centri della Reazione, si guadagnò cattiva fama agli occhi dei regnicoli e si creò a mezzo stampa il mito del cafone  – «straccioni, con sandali di pelle di capra, con feltro a tronco di cono, messi sossopra da un vescovo per riavere il Borbone e la schiavitù» (Mario) – che uccide a roncolate al grido di Viva Francesco e viva Maria!, nemico perfetto – come oggi lo jihadista – contro cui riversare l’odio, mastice unificante della nuova nazione italiana.
Cosa successe di tanto aberrante, qui da noi, in quell’ottobre del 1860? Esistono momenti in cui la Storia accelera bruscamente e paesi in cui per decenni non si è registrato nulla di rilevante vengono scossi dall’immobilità e si condensano in giorni eventi tali da qualificare un secolo intero, straordinari nel senso letterale del termine. Nel 1860, a Carpinone come altrove, si combatté una guerra civile che esplose rapida, bruciò per pochi giorni e lasciò lutti, rancore e miseria – morale e materiale – ad aggiungersi alla miseria già conosciuta. Pochi pagarono per tutti, con la morte o con condanne a vita ai lavori forzati. Dopo il diluvio, si tornò presto all’usuale torpore, al lento scorrere dei giorni.
Con Garibaldi entrato trionfalmente a Napoli il 7 di settembre 1860 e Francesco II arroccato a Gaeta, le sorti del Regno delle due Sicilie sono segnate. Anche in periferia è tutto un adeguarsi al nuovo corso. I liberali di vecchia e nuova data alzano la testa; nelle province e circondari al di qua del Volturno si mutano insegne e il tricolore del Governo provvisorio sostituisce i gigli dei Borbone. Ovunque gli ottimati, salvo le limitate estreme frange di quanti per tempo si sono già apertamente schierati, rimangono attendisti, ipocritamente aderenti al nuovo, poiché il nuovo avanza, ma pronti a riabbracciare il vecchio regime. Così, sotto la cenere di una rivoluzione rapida e, apparentemente, assimilata, cova pronto il fuoco dell’insorgenza legittimista.
C’è un’unica regìa dietro il conflagrare violento della Reazione, a Carpinone come altrove, nella notte del 30 settembre 1860. La data non è scelta a caso: si è appena prima della grande Battaglia del Volturno, del 1 di ottobre, che vede per la prima volta l’Esercito duosiciliano in chiave offensiva contro i garibaldini dell’Esercito meridionale, da troppo tempo fermi sulla linea del fronte e stanchi a dover sostenere il peso di una campagna che si trascina da un semestre. Questa stasi viene impegnata dagli strateghi di Francesco II per apprestare e tradurre in atto un articolato piano politico-militare che prevede la riorganizzazione dell’esercito, l’attacco frontale ai garibaldini per riprendere Napoli e – questa la parte che ci interessa – castigare attraverso l’insorgenza popolare i traditori che hanno alzato la bandiera del governo provvisorio in Irpinia, nel Sannio, in Molise e Abruzzo. I torbidi vengono, dunque, sollecitati da Gaeta per distrarre a Garibaldi uomini e mezzi. Ovunque si appiccano fuochi alle spalle delle Camicie rosse.
A Carpinone, l’abbrivo, il 30 settembre, segue la voce che truppe borboniche sono in rapido avvicinamento a Isernia provenienti dalla Terra di Lavoro. Verso mezzogiorno, giunge in paese una carrozza proveniente da Maddaloni, dalla quale scendono vari galantuomini, ospiti del canonico don Giuseppe Iamurri. Per strada rimane il calessiere ed è da lui probabilmente che Giovanni Tamasi, detto Pasticcio, ha la notizia dei reggimenti in marcia. Nel pomeriggio, poi, conferme vengono raccolte da quanti, spaventati, hanno lasciato Isernia e per riparare a Campobasso. A quel punto «un cupo fremito di popolo incominciò a serpeggiare per le vie di Carpinone; i liberali presentivano la procella.» (Valente)
Quella sera, al quartiere della Guardia Nazionale –  a la Croce, sotto Palazzo Iamurri – è di turno il capo sezione Gaetano Fazio, di professione notaio. Con lui, il secondo, Leonardo Di Giovanni, e pochi altri uomini: molti dei mobilitati, fiutato il pericolo, non si sono presentati. Entra, con altri sodali, Giovanni Tamasi – quello stesso del calessiere – e, con portamento da gradasso, ordina in nome di Francesco II la mobilitazione generale: tutti devono armarsi per proclamare e festeggiare il ritorno del re e fare la pelle ai galantuomini – cosa che viene prontamente eseguita, poiché chi lo segue si impadronisce dei fucili del corpo di guardia. Pasticcio dice a Fazio che il sindaco,  Gabriele Valente, lo ha fatto chiamare e nelle sue mani di contadino ha rimesso la carica; continua dicendo che ha rinunciato anche il secondo eletto, Gabriele Venditti; che da quel momento ogni contadino può andare a suo bell’agio a dividersi la Montagna e la tenuta comunale di Selvapiana. Poi minaccia: corrono tempi procellosi ed è brutto mondo, in cui ognuno può incorrere in un malanno. 


L'arresto dei briganti (via web)


Il 30 non muore nessuno: fino qui è tutto limitato a una carnascialesca, sguaiata festa di piazza. Gli atti processuali, vergati già in inchiostro sabaudo, parlano di orge invereconde e di un mastro Pietro Venditti – mastro perché ciabattino – che in quella sera e nei giorni successivi ne è il cerimoniere, giacché

«innalzato un altare in mezzo a largo Croce, esponeva alla venerazione quell’effigie, alle quali col turibolo dava l’incenso; ed onde apparisse chiaro il concetto di quei baccanali, lo stesso cerimoniere erasi provveduto di una quantità di budella d’agnello, e quelle mostrando diceva: “A canne si debbono vendere, come queste, le budella dei liberali”. E quasi non bastassero tali eccitamenti vi si aggiungeva la danza, i ribelli vi si atteggiavano a cannibali accennando a stragi e saccheggi.» (Valente)

Per inciso, mastro Pietro Venditti è l’autore della celebre lettera a Francesco II in cui, vantando l’uccisione di un tenente garibaldino, chiede al sovrano, in premio, di aver per sé e progenie la licenza da rivenditore di sale e tabacchi.
Il giorno successivo, primo di ottobre, i nuovi padroni del paese prelevano di forza l’arciprete Michelangelo Scioli scortandolo fino in chiesa; qui gli impongono la recita solenne del Te Deum per Francesco II; ne segue una processione accompagnata dalla banda, come fosse il 16 di agosto, San Rocco.

Pietro Valente p., Il 1860 a Isernia, Pettoranello e Carpinone - Notizie storiche, inedito.
Copia in manoscritto di Erminia Testa (1932), Archivio privato Venditti. - Frontespizio

Le cose cominciano a farsi sul serio solo successivamente: nella notte tra il 3 e 4 ottobre, arrivata la notizia che, finalmente, Isernia ha visto l’ingresso della compagnia di gendarmi regi comandata dal maggiore De Liguori, la Reazione carpinonese dà un nuovo giro di vite: per ordine del noto Giovanni Tamasi  viene  fatta la requisizione di armi nelle case dei galantuomini (vengono disarmati, fra gli altri, Giovanni De Simone, Emilio Di Blasio, Nicolangelo Sassi, Giacinto Carnevale, Gabriele Venditti). L’occasione è colta per altro genere di requisizioni – a casa di  Gennaro Ciccone, possidente, si involano 2000 ducati e vengono incendiate le carte di famiglia; al notaio De Simone «asportate tutte le carte dello studio, la intera libreria del valore di ducati 1800, tomoli 60 di grano». Quella stessa notte, in undici vengono arrestati – «furono strappati dai domestici lari i signori Costanzo Petrunti, Saverio De Blasio, Saverio Antenucci, Domenico Ciccone, i giovani figli di Gennaro Ciccone, Vincenzo e Federico, Francesco De Dominicis, Fiorangelo Tamasi e altri» (Valente) – che, a piedi, vengono avviati verso le carceri di Isernia, subendo lungo la via sevizie e minacce di morte. La loro prigionia dura poco: il Governatore di Molise, Nicola De Luca, giunto in città nella notte del 4 di ottobre con i suoi ottocento militi, libera tutti i detenuti; quando poi, meno di un giorno dopo, le truppe borboniche e i cafoni di Salzillo, da Venafro, riconquisteranno nuovamente la città, si uniranno alla fuga scomposta dei liberali isernini e dei garibaldini di De Luca, lungo la via degli Abruzzi, per Rionero e Castel di Sangro; chi rimane attardato, verrà raggiunto e trucidato: fra questi, i carpinonesi Saverio De Blasio, suo figlio Gaetano e Francesco Sassi.
In paese, altri liberali, scampati agli arresti 3 ottobre, provano a sottrarsi con la fuga per i campi, come fa l’ottuagenario canonico don Giuseppe Guerra, ma dopo giorni passati ad errare di tugurio in tugurio – quanto gli permettono l’età e la gotta – viene finalmente preso il 5 di ottobre e avviato in ceppi prima a Isernia, poi a Gaeta.
Fermiamoci un attimo: conosciamo meglio gli attori di questa commedia diventata dramma. Richiamiamo in scena quel don Gaetano Fazio che abbiamo conosciuto come vittima del gradasso Giovanni Tamasi. Negli atti processuali, così come da Iadopi, viene indicato come la mente occulta della reazione carpinonese: testimonianze concordanti – Fiorangelo Tamasi, Gennaro Ciccone – lo indicano, fin dalla metà di settembre, come sobillatore dei più esposti Giovanni Tamasi e Felice Valente, Zaccaria: è lui a sedurli, a parole e denaro. Altro grande accusatore di Fazio è quel Giovanni De Simone, pure lui notaio, che abbiamo già incontrato disarmato e derubato nella notte del 3 ottobre. In una sua querela al Procuratore del Re del 26 gennaio 1861 – tra le altre nefandezze grandi e piccole che riversa sul collega –  lo accusa di aver, nella notte del 4 ottobre, spedito

«corrieri in Sessano per chiamare in aiuto i saccheggiatori, gli incendiarii di quel Comune, i quali in effetti accorsero organizzati in bande armate, con tamburro, ed uniti ai Carpinonesi passarono in Isernia ove consumarono ogni maniera di misfatto.» (Valente)

Si riferisce ai sanguinosi fatti del 5 di ottobre, quando Isernia, come già visto, dopo essere stata presa dai garibaldini di De Luca (il giorno 4), fu nuovamente occupata dai lealisti e si giunse ad episodi di indicibile efferatezza che videro i carpinonesi in prima fila: Stefano Iadopi, nel descrivere, da contumace, l’incendio del suo palazzo parla di «teschi umani recisi che erano rotolati per la strada dai carpinonensi Antonio Fabrizio, Michele Martella La Vacca, e molti di Pesche». Sempre De Simone denuncia che Fazio

«fuggì da Carpinone quando gli fu scritto dal fratello che la colonna dei garibaldini, comandata da Nullo, moveva per Carpinone ed Isernia, e il popolo allorché lo vide fuggire esclamava: “Ci ha eccitati a delinquere ed ora ci lascia abbandonati e senza capo”.» (Valente)

Non sappiamo quanto di vero ci sia nella querela; quanto invece sia gonfiato per gelosia di professione. In sede processuale, Fazio venne, in ogni caso, prosciolto da ogni accusa e reintegrato tra gli ottimati, ora tutti riverginati nella fede sabauda.
Torniamo alla cronaca. Riconquistata Isernia il 5 di ottobre, l’intero distretto è saldamente in mano ai reazionari. La città in mano borbonica è una spina nel fianco di Garibaldi: da un punto di vista strategico, è necessario poter controllare la consolare che scende dall’Abruzzo per il valico del Macerone, percorso obbligato per i Piemontesi che, in quei giorni, senza dichiarazione formale di guerra, hanno superato sul Tronto il confine del Regno delle Due Sicilie e puntano al Volturno per chiudere la partita. Così il dittatore invia oltre il Matese una colonna di Camicie rosse comandate da Francesco Nullo; pochi, in realtà, per l’obiettivo prefissato, ma ha la promessa dei liberali locali che oltre tremila volontari li attendono a Boiano per marciare congiunti su Isernia. Nullo conosce numero e valore dei regolari borbonici presenti nel distretto; sottostima, invece, la forza dei cafoni che s’accompagna all’esercito duosiciliano e spesso ne costituisce l’avanguardia: quei circa mille uomini organizzati da Teodoro Salzillo che hanno svolto ruolo determinante già nell’affrontare la Colonna De Luca; per tacere, poi, dei non numerabili villani anarchici e feroci di Castelpetroso,  Carpinone, Pettorano: uomini e donne pronti a colpire di schioppo come di zappa, abili ad abbattere il nemico in livrea rossa finanche a pietrate. C’è un’efficace immagine – verosimile più che vera – che Carlo Alianello dà nel suo celebre La conquista del Sud: uomini e donne che seguono il crocifisso e mormorando preghiere scendono da Carpinone; la loro lenta teoria quasi ipnotizza i soldati di Nullo, così che quando, d’improvviso, si trasformano in orda sanguinaria che, sguainate le ronche, si abbatte sui garibaldini, li trova fermi nella sopresa, sterminandoli.
La disfatta di Nullo a Pettorano è cosa nota. Meno nota è forse la sorte dei tanti che, cercando di riconquistare la via per Boiano, cadono nella notte tra il 17 e 18 ottobre, «vittime di quei feroci ribelli che non pugnavano, ma da vili uccidevano uomini inermi e sperduti in luoghi ad essi ignoti». In questa caccia al berrettuccio rosso si distinguono particolarmente i cafoni di Carpinone. I garibaldini vengono rastrellati nelle campagne e portati in paese; qui cambia il mezzo e l’occasione, ma in ventotto vengono barbaramente uccisi. Sette Camicie rosse, prese a Macchiagodena, viaggiano sotto scorta verso Isernia. Vestono abiti borghesi e sono disarmati. Giunti a Largo Croce, vengono fermati dai cannibali di Carpinone: «Raffaele Valente, Menestrella, lanciò un colpo di pietra che ferì un garibaldino alla bocca perché alla domanda chi Viva? Rispose: Viva Garibaldi! Dal mucchio si gridò uccidiamoli, uccidiamoli tutti!» Le Guardie urbane riescono a sottrarre gli arrestati alla lapidazione. Si riavviano. Vengono inseguiti e raggiunti nelle vicinanze del cimitero da Antonio Fabrizio, Socarlo, Michelangelo Venditti, Totaro, Leonardo Palladino, Patana, Luigi Cagna, Zirocco, e uno detto Cialone, e trucidati.

«Sul luogo del misfatto, arrivò ultimo tra i cafoni Raffaele Mascieri fu Felice, Scelato, che per sfregio e spavalderia recise due teste ai corpi già resi cadaveri e sospese pei capelli alle canne dei fucili, come in trionfo, fra gli evviva e gli schiamazzi dei compagni le portò in paese, a testimoniare il bieco e feroce delitto. Le teste furono poi gittate nella fossa comune carnaria della Chiesa della Concezione.» (Valente)





Altri quattro garibaldini, sbandati, si trovano a percorrere la Chianella:

«Due di essi furono massacrati a colpi di fucile (tra gli uccisori Gaetano Minchilli, lo scarpariello); altri due si rifugiarono in casa di Leonardo Antenucci Tribazio che li tenne nascosti sotto un grosso tino, ove stettero tre giorni. Non potendo più rimanervi, furono costretti ad uscire e, attraverso il giardino di D. Emilio Petrecca volevano prendere la via della Fontanella. Scovati da Domenico Martella, Cartuccia, e Maria Malerba, Caibo, raggiunti, a colpi di scure furono uccisi e poiché coi loro movimenti, nei momenti ultimi dell’agonia, accennavano ancora ad un fil di vita, la Malerba con un grosso sasso schiacciò loro la testa. La scure operata era di Michele Tamasi fu Romualdo, Felicella, il quale la portava ancora intrisa di sangue sul braccio. Visto dall’arciprete Scioli, per spavalderia, disse che aveva fatto il suo. Ciò gli fruttò 20 anni di lavori forzati, mentre il Martella e la Malerba, autori dell’uccisione tornarono a casa risalendo la Maruccia, non furono denunciati e restarono impuniti.» (Valente)

Altri diciassette – perfido numero – vengono uccisi al Largo della Croce: «I loro corpi, evirati dalle donne, sanguinanti, maciullati, nudi, furono gettati in una fornace da calce alla contrada Neviera, a valle della carrozzabile Aquilonia.»
Un’ultima, inutile orgia di sangue. Due giorni dopo, la rotta dei lealisti sul Macerone. Vittorio Emanuele entra a Isernia come ora si entra in Aleppo. Il Regno del Sud diventa Italia.
Si è già detto: per Carpinone, dopo il diluvio, si tornò al torpore, al lento scorrere dei giorni.


Bibliografia minima.
Anonimo [ma Stefano Iadopi], La Reazione avvenuta nel distretto d'Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Napoli 1861
Alberto Mario, La Camicia Rossa, Torino, 1870.
Giuseppe Cesare Abba , Da Quarto al Volturno, Bologna, 1880.
Pietro Valente p., Il 1860 a Isernia, Pettoranello e Carpinone - Notizie storiche, inedito. Copia in manoscritto di Erminia Testa (1932), Archivio privato Venditti.
Carlo Alianello, La conquista del Sud, Milano, 1972.

mercoledì 25 gennaio 2012

Isernia nell' «Effemeridi» di Alfonso Perrella. Parte I (1300/1500)

In quanto «Effemeridi» - lat. ephemĕris = giornaliero - l' opera di Alfonso Perrella, edita a Isernia nel 1890 per i tipi di De Matteis, riporta gli eventi notevoli della Provincia di Molise organizzati non secondo luogo o anno di accadimento, ma secondo il giorno del calendario solare. Capita, così, di trovare vicini Longobardi e Piemontesi; Celestini e Giubbe Rosse a contendersi paragrafi; Enrico d'Isernia e Stefano Jadopi compagni di pagina.
Può essere utile - può essere utile? - una prospettazione cronologica delle voci che qua e là si danno su Isernia.

23/4/1123 Con atto pubblico Guido Arcuccia, milite, di Amalfi, dimorante in Isernia, vende a Mauro, vescovo d'Isernia e di Venafro, alcuni suoi beni mobili ed immobili e ne riceve per prezzo un cavallo ed un mulo.

20/3/1182
Papa Lucio III spedisce bolla a Rainaldo, Vescovo di Isernia, con la quale dichiara mettere sotto la sua protezione quella Diocesi, e ne indica e ne descrive i luoghi che la compongono.

29/4/1199
Marcovaldo Amenuder, Siniscalco del Regno, dopo assediata Isernia, la prende e la dà al sacco commettendovi molte crudeltà.

22/3/1274
S. Pietro Celestino, a quel tempo semplice Eremita, ottiene dal Papa, in Lione di Francia, in questo giorno, lettere apostoliche a favore di varii Monasterii da lui costruiti, fra i quali quello di S. Spirito, poco meno di un miglio fuori dalla città di Isernia.

11/2/1301
Re Carlo II nomina Alferio d'Isernia, da lui tenuto in grande stima, giudice delle seconde cause delle appellazioni ne' Contadi di Provenza e Forcalquerio.


5/3/1309 Andrea d'Isernia ottiene da Re Roberto la conferma delle convenzioni riflettenti il matrimonio di sua figlia Giovanna con Roberto di Cornay primogenito di Roberto di Cornay, Vice Ammiraglio del Regno.

27/10/1344
Giovanna I ordina che si dia la necessaria provisione per le spese e nolo a Cicco d'Isernia, familiare della Regia Corte, il quale deve andare come ambasciatore al Papa per importanti negozi, e specialmente parlargli in favore di Frate Andrea da Barrea dell'Ordine di minori, Maestro della Real Cappella e molto favorito della Regina, il quale, poco dopo, in altre parole ai 28/5/1345, è nominato Vescovo di Larino.

22/1/1349 In molti luoghi, e specialmente in Isernia (...9 forti scosse di tremuoto, che si ripetono fino al 9 settembrenel quale ultimo giorno recano molti danni.

23/6/1351
Il Re di Napoli Ludovico e la Regina Giovanna assegnano once 50 d’oro annue ad Andrea figlio di Roberto primogenito di Andrea di Isernia (il vecchio) nominato Luogotenente del Gran Camerario; la qual carica cominciò ad esercitare nel dì otto maggio 1351. Il relativo Diploma indica il modo col quale detto stipendio deve essere pagato.


11/4/1352 Lodovico e Giovanna di Napoli ordinano che ad Andrea d'Isernia il giovane siano pagati due mesi di stipendio per l'ufficio di Luogotenente del Gran Camerario.

11/10/1353 E’ ucciso in Napoli da un Tedesco, Andrea d'Isernia (junior), detto II per distinguerlo dall'Avo, col quale molti pur lo confondono. Fu egli figlio di Roberto e nipote di Andrea seniore. L'assassinio fu commesso presso Porta Tetruzzola (vicino l'attuale Chiesa di S.Giuseppe) per mano di quattro sgherri Tedeschi, guidati da un tal Carlo De Gottis, milite o cavaliere, loro connazionale, cui il d'Isernia, in virtù di sentenza giudiziale,spogliato aveva di un feudo che da quegli indebitamente si possedeva; e però, il De Gottis, legatosi il filo al dito, giurò di finirlo proferendogli minaccia: «Tu colla tua sentenza a me togliesti i beni,io con le mie armi a te toglierò la vita». Questo misfatto, dice il Camera, raccapricciò tutta la città; e la Regina, compassionando l'atroce fine di sì grand'uomo, con speciale editto ordinò di procedersi severamente contro gli uccisori del d'Isernia «virum insontem et justum», di confiscare i loro beni e di demolire le loro case, come se fossero rei di lesa maestà. Il d'Isernia fu dapprima Maestro razionale, consigliere, milite, regio familiare e luogotenente del Gran Camerario, e quindi Giudice e Presidente della Regia Camera. Egli fu caro a Carlo II, a Roberto ed a Giovanna I.

17/9/1361 Innocenzo VI, mentre si trovava in Avignone, nomina Cardinale di Santa Chiesa fra Filippo De Rufinis, vescovo di Isernia.

10/6/1366 Essendo morta Maria (sorella della Regina Giovanna I) la quale aveva avuto in dote, fra le varie città, anche Isernia, la Regina medesima scrive, con dispaccio di questo giorno, che la stessa torna al demanio.

18/12/1372 Margherita e Carlo di Durazzo riconfermano alla città d'Isernia le antiche immunità e privilegi, ed altri ne aggiungono.

18/12/1389 Bonifacio IX nomina Cardinale Cristoforo dei Maroni,Vescovo di Isernia.

22/6/1442 Alfonso, re di Napoli, con forte esercito entra in Isernia per combattere Antonio Caldora, che si trova in Carpinone. In tale occasione concede moltissimi privilegi alla Città rilasciando formale diploma: «in nostris felicibus Castris contra Iserniam». Isernia, attesa la vicinanza del Caldora, era dalla parte di costui, che vi aveva posta alquanta gente d'armi. La quale, all'appressarsi del Re, stimò bene ripiegare verso Carpinone. I notabili della città uscirono incontro al Re, offrendone le chiavi. Ed il Re ebbe grande giubilo da ciò, perché Isernia poteva facilmente impedirgli il passo. Nel Diploma Alfonso spiega che per i grandi aiuti che ricevette dalla città, mentre l'esercito stava accampato in quel territorio, si dovevano a quei cittadini grazie e benefici singolari, e, perciò, riconferma tutti i privilegi conceduti dai passati Re, ed altri ne aggiunge: cioè che la città sia di perpetuo regio demanio; assolve da qualunque penai ribelli anche de crimine laesae Majestatis in primo capite, levando loro ogni infamia e facendoli abili e capaci aqualsivoglia dignità; fa immune la città, per certo tempo, di ogni fiscale pagamento, ecc.
L'anno avanti, il 1441, Re Alfonso con forte esercito erasi avviato per combattere il Caldora presso Carpinone. Giunto al Volturno, sotto Monteroduni, inviò innanzi celermente buonamano dei suoi sotto il comando di Palermo centurione,con l'incarico di piombare di notte tempo sopra Carpinone, promettendogli il suo aiuto sul fare del giorno susseguente. Il Centurione eseguì l'ordine perfettamente entrando di notte in Carpinone, che pose a sacco,ma non gliriuscì a impossessarsi del Castello, guardato e difeso da buoni armati. Avendo però inteso che Antonio Caldora tirava a quella volta dalla parte di Pescolanciano, e non vedendo comparire il re col rimanente esercito, mosso da timore e da avarizia, per non perdere tutto quello che aveva saccheggiato, con prestezza grande abbandonò il paese, retrocedendo. Il che riferito ad Alfonso,che già si avvicinava ad Isernia, fu preso da grande sdegno per essergli uscito di mano luogo così importante, ove il Caldora aveva immense ricchezze. Mandò, dunque, a rinchiudere nel Castello Janola (in S.Germano) il Centurione in pena del suo pusillanime atto, e stimò utile tornare indietro con tutto l'esercito, trattando una tregua col Caldora, che, per sicurtà, gli diede, quasi in ostaggio, ilsuo figliuolo Tristano; il quale, poco dopo, col permesso del re, dovette tornare in Carpinone, ove trovavasi malata gravemente la madre. L'anno appresso, 1442, si venne di nuovo a rottura fra il re ed Antonio.

4/2/1447 Il R. Notaio Paolo da Venafro stipula istromento, dal quale risulta l'alienazione fatta dal Capitolo d'Isernia di un terreno in contrada Pescoborrello per convertirne il prezzo alla formazione di una piccola urna di argento dorato, alla gotica, che contenesse le reliquie di S. Nicandro.

5/12/1456 Fortissimo terremoto nel Regno di Napoli, alle ore 11 di notte. Il contado di Molise resta quasi tutto sconquassato. Isernia, Venafro, Campobasso, Larino, ecc., restano rovinate.

9/2/1496 Ferdinando II concede alla città d'Isernia grazie singolari, giusto speciale privilegio in data nove febbraio, spedito da Avellino. Tra le altre, le dona il castello di Rocca Verallo (già al tempo del Ciarlanti,1640, disabitato) con tutti i suoi territori e con la giurisdizione della Balìa, Quartuccio ed altre Gabelle. Le conferma il possesso del Castello di Pesche, che molto tempo aveva pacificamente posseduto, ed in quelle guerre tenuto con buone guardie e con grande spesa, affinchè non si ribellasse a somiglianza di altre circonvicine Castella. Le concede pure il libero dominio sopra il Castello di Riporsa, il quale, per essersi ribellato contro il Re, a richiesta di Carlo Sanfromondo, era stato dagli Iserniani preso e recuperato. E perchè Berardino di Sangro, Signore di S. Angelo in Grotte, si era di nuovo ribellato, mentre la prima volta era stato ricondotto alla fedeltà dai medesimi Iserniani, lo priva di quel Castello donandolo agli anzidetti; il quale, perciò, si disse a quei tempi S.Angelo d'Isernia. Dà pure ad Isernia gli altri beni di esso Berardino, cioè S.Biase, Guasto (è una contrada di Castelpetroso) e Bottoni (era un grande feudo fra Castelpetroso,Cantalupo e Sant'Angelo in Grotte). Il Castello di Riporsa esisteva fra i tenimenti di Castelpetroso e di Pettorano, nel luogo ove il 22 Marzo1888, apparve la Madonna a due contadine. Dai Capitoli Municipali di Carpinone, redatti nel 1493, si rileva che Riporsa, a quel tempo, era paese abitato, avendo i suoi cittadini il diritto di godere "piazza franca" in Carpinone, e viceversa quelli di Carpinone in Riporsa.

15/12/1496 Federico, Re di Napoli, riconferma alla città di Isernia tuttii privilegi e le concessioni fatte dal suo antecessore Ferdinando II il 9 febbraio dello stesso anno.

giovedì 21 aprile 2011

«Mediterranean villages, an architectural journey»

Due young architects e il loro viaggio posdiploma fine anni '70 attraverso Italia, Dalmazia, Grecia e Spagna: paesi, si sa, che hanno una razza, una faccia, cotta al sole del Mediterraneo. I due sono gli House, Steven e Cathi. Venti anni dopo, diventeranno famosi, con studio affermato a San Francisco e interessi in Messico, ma all'epoca, americani quali sono, alla storia patria dell'architettura tutta d' acciaio e vetrocemento, antepongono una comprensibile fascinazione per gli abitati nostri, millenari, cristallizzati in un loro immutabile bozzolo di pietra. Fanno scatti in bianconero e schizzi a penna su taccuini che più tardi andranno a comporre Mediterranean villages, an architectural journey, volume di grosso formato edito in Australia nel 2004 da The Images Publishing Group.
Per l'Italia vengono ritratti undici paesi in tutto; di questi, tre insistono nel raggio di dieci chilometri. Spontaneo chiedersi dove si realizzi questa fortunata concentrazione di perle, nel paese che vanta il più alto numero mondiale di monumenti tutelati dall'Unesco. Si penserà d'istinto alle Cinque Terre, all'Umbria, alla Costiera amalfitana.
Fuori strada: i tre paesi contermini sono Carpinone, Pesche e Miranda. A scorrere l'indice del volume, viene quasi un brivido weird: in quale altro elenco, dopo Assisi e Siena trovereste i misconosciuti borghi molisani? In quale altro testo leggereste «We have had the pleasure of several long, lingering trips trough Italy, a living museum of art, history and architecture. Exploring the refined details of Siena, the rugged simplicity of Pesche (...)»?
A far passare l'entusiasmo, la considerazione che le foto sono di fine anni '70, e raccolgono testimonianze iconografiche di una civiltà fatta di fiat 127 e trerruote; assenza di intonaci merdicolori, alluminio, parabole e - va di moda dirlo - eolico selvaggio. Diverso effetto farebbero le foto, se fatte ora. E forse non ci sarebbero più tre paesi su undici nell'indice di Mediterranean villages.

Un'anteprima del volume è disponibile su Google Books.
In carta e ossa, invece, è qui in biblioteca.

venerdì 15 ottobre 2010

Nomi e cognomi. Carpinone 18 ottobre 1860

«Notizie fornite da testimoni presenti ai fatti.
Michele Petta fu Giuseppangelo riferisce: “I primi eccidi si consumarono il 18 ottobre, e i primi garibaldini arrestati dalle Guardie urbane di Macchiagodena in numero di sette venivano condotti in Isernia. Vestivano abiti borghesi ed erano disarmati. Appena arrivati nel Largo Croce [in Carpinone] trovarono un nucleo di gente eccitata, e Raffaele Valente, Menestrella, lanciò un colpo di pietra che ferì un garibaldino alla bocca perché alla domanda chi Viva? Rispose: Viva Garibaldi! Dal mucchio si gridò uccidiamoli, uccidiamoli tutti! Ma le Guardie urbane riuscirono a sottrarli al pericolo imminente e li avviarono per la carrozzabile verso Isernia. Però raggiunti da varii cafoni nelle vicinanze dell’attuale Camposanto, da Antonio Fabrizio, Socarlo, Michelangelo Venditti, Totaro, Leonardo Palladino, Patana, Luigi Cagna, Zirocco, ed un tal detto Cialone, furono trucidati. Sul luogo del misfatto, arrivò ultimo tra i cafoni Raffaele Mascieri fu Felice, Scelato, che per sfregio e spavalderia recise due teste ai corpi già resi cadaveri e sospese pei capelli alle canne dei fucili, come in trionfo, fra gli evviva e gli schiamazzi dei compagni le portò in paese, a testimoniare il bieco e feroce delitto. Le teste furono poi gittate nella fossa comune carnaria della Chiesa della Concezione, dove allora si seppellivano i morti. I corpi dei garibaldini furono sotterrati ai piedi di un olivo là dove erano stati trucidati. Nel 1926 il Podestà Focanti ne ordinò l’esumazione delle ossa e le fece deporre riunite in un loculo del Cimitero comunale: mancavano due teste. (…) Il Mascieri dopo 50 anni di lavori forzati, per grazia sovrana, tornò in paese e dopo 37 giorni di libertà morì, il 27 novembre 1910.
Altri quattro garibaldini, sfuggiti all’uccisione sotto Pettoranello, sbandati venivano a Carpinone. Due di essi furono massacrati a colpi di fucile (tra gli uccisori Gaetano Minchilli lo scarpariello) altri due si rifugiarono in casa di Leonardo Antenucci Tribazio che li tenne nascosti sotto un grosso tino, ove stettero tre giorni. Non potendo più rimanervi, furono costretti ad uscire e, attraverso il giardino, di D. Emilio Petrecca volevano prendere la via della Fontanella. Scovati da Domenico Martella, Cartuccia, Maria Malerba, Caibo, raggiunti, a colpi di scure furono uccisi e poiché coi loro movimenti, nei momenti ultimi dell’agonia, accennavano ancora ad un fil di vita, la Malerba con un grosso sasso schiacciò loro la testa. La scure operata era di Michele Tamasi fu Romualdo, Felicella, il quale la portava ancora intrisa di sangue sul braccio. Visto dall’arciprete Scioli, per spavalderia, disse che aveva fatto il suo. Ciò gli fruttò 20 di lavori forzati, mentre il Martella e la Malerba, autori dell’uccisione tornarono a casa risalendo la Maruccia, nion furono denunciati e restarono impuniti.
I garibaldini uccisi al Largo della Croce, presso la Taverna attuale di Giuseppe Valente, Zincone, vicino ad un albero di pioppo allora esistente, erano scampati alla catastrofe di Pettoranello e dispersi, arrestati nelle campagne in numero di diciassette venivano condotti a Isernia da M° Leone Giancola di Castelpetroso. I loro corpi, evirati dalle donne, sanguinanti, maciullati, nudi, furono gettati in una fornace da calce alla contrada Neviera, a valle della carrozzabile Aquilonia.”»
Pietro Valente, Il 1860 a Isernia, Pettoranello e Carpinone - Notizie storiche, inedito. Copia manoscritta da Erminia Testa nel 1932 (Archivio Venditti).

venerdì 3 settembre 2010

I morti nostri a Fenestrelle: Leonardo Valente, di anni 23; Francesco Conte, di anni 24.

Nella fortezza di Fenestrelle, Torino, Piemonte, vennero ospitati gli irriducibili soldati duosiciliani, i cocciuti del mancato giuramento al nuovo. Chissà perché, più che borghesi d'accademia militare me li figuro come contadini magri e ossuti, strappati alle zolle e al padrone; chissà perché più che dettato da consapevole adesione alla causa dei Borboni, il loro rifiuto ai Savoia me lo immagino dovuto all'incomprensione per una proposta veicolata in francese, o altro straniero idioma. Da quello che leggo in rete, sarebbero almeno ventimila quelli che nel decennio 1860/69 avrebbero goduto della fredda ospitalità piemontese. Non si hanno notizie certe; non si conoscono numeri e nomi per quanti finirono, da cadaveri, nella calce viva. Dissolti. Dimenticati.
In questo articolo, però, c'è qualcuno tratto all'oblio da un decesso passato per l'infermeria, dove un pignolo cappellano registrò date, nomi, provenienze. Anime da assicurare all'Altissimo. Guardo ai primi nomi, morti nel novembre 1860: Leonardo Valente, di anni 23, di Carpinosa (non esiste comune italiano con questo nome; che sia invece Carpinone, dove Valente è un cognome diffuso quanto Ferrero a Torino?); Francesco Conte, anni 24, di Isernia. Per loro, dopo l'oblio, sia assicurata memoria digitale su un sito che registra cinque contatti al giorno.

lunedì 30 agosto 2010

Un calzolajo impetra di diventar salaiuolo - Carpinone, ottobre 1860.

La supplica che Pietro Venditti - partigiano della parte sbagliata e, quindi, riparato pro tempore in Sangermano - fa ad un altro rifugiato, Francesco II, il 15 ottobre 1860, si trova citata e riportata, con minime variazioni, in più testi. Qui può leggersi quella rinvenuta in Giacomo Oddo, Il Brigantaggio o L'Italia dopo la dittatura di Garibaldi, vol. I, Milano, 1863, p. 226 (da cui è tratta anche l'immagine del brigante). L'omicidio di un tenente garibaldino varrà bene una rivendita di sale e tabacchi, o no?

« Sire! Pietro Venditti fu Giuseppe del comune di Carpinone, calzolajo, divotamente l'espone quanto appresso. Il petente, nel giorno 4 stante funzionava da capo urbano in detto comune; e con venti paesani di mia fidùcia feci arrestare undici rivoltosi, e li consegnai al tenente di gendarmeria in Isernia, nel giungere i garibaldini furono posti in libertà. Il giorno 5 corrente, amazzai un tenente garibaldino, e lo disarmai, ed il fucile con la bajonetta, per ordine del maggiore Gardi, lo consegnai al comandante d'Isernia. Il petente, a tal bravura non può più avvicinarsi alla sua famiglia, temendo di perder la vita, e rimanere la sua famiglia desolata in mezzo di una strada, di tenera età; un solo figlio potrebbe dare un tozzo di pane alla sua famiglia, ma ritrovasi al servizio della M. S. nel reggimento di artiglieria nella decimottava compagnia. La beneficenza della M. S. mi dia ordine onde poter arrestare coloro che si ritrovano latitanti, che sono rivoltosi contro la real corona, e mi limiti una forza per agire contra i medesimi. Se la clemenza della M. S. mi fa la grazia di potermi lucrare un tozzo di pane per la famiglia sarebbe la seguente: in Carpinone un venditore patentato di sale e tabacco ritrovasi arruolato coi garibaldini, e non può più far parte della M. S. il petente bramerebbe occupare un tal posto per sostenere la sua famiglia. Se la M. V. li fa la grazia. »


giovedì 26 agosto 2010

«Un cupo fremito di popolo» - La reazione del 1860 a Carpinone nelle carte del giudice mandamentale Giuseppe di Giuseppe

Relazione
del giudice Giuseppe di Giuseppe sui fatti di Carpinone nel 1860 – Alla Sezione di accusa presso la Corte di Appello di Napoli

«Appena pubblicato da Francesco II di Borbone l’atto sovrano, 29 giugno 1860, col quale chiamava in vigore lo Statuto di Re Ferdinando II del 1848, in Carpinone la voce che quello avrebbe avuto poca durata perché era stato consigliato, non da generosità di principe ma da paura, trovò disposizioni favorevoli a perversi intendimenti dei Sanfedisti. Imperocché nel seguente luglio dello stesso anno 1860 pubblicamente si vociferava che quello Statuto, ripristinato per violenza, sarebbe stato abolito, né mancava chi pubblicamente andava insinuando doversi sopprimere la Guardia Nazionale ed il novello Corpo municipale, doversi restaurare l’assolutismo, con voci e insinuazioni che nel corso di quel mese produssero popolari tumulti, i quali andarono ogni dì più che l’altro, crescendo di intensità. Nel 19 agosto dell’anno medesimo un tal Giuseppe Tamasi, girando pel paese, gridava: Viva Franceschiello! Oggi deve venire Franceschiello! Oggi vedremo se viene Franceschiello! ed alzava un faschetto di vino libando alle orgie future. Il tumulto cominciò; la Guardia Nazionale, quantunque provvista di armi, dové chiudersi nella Caserma, ove le autorità locali vennero investite e bloccate con lancio di pietre e con colpi di archibugio, per tutto il corso della notte, finché i rinchiusi non si salvarono forando un muro, “una porta murata” per riparare nella casa del canonico Iamurri. Gli eccessi si avvicendarono finché non giunsero alle proporzioni di un attentato contro il Governo sui cennati fatti dell’agosto 1860. Ma tali fatti erano forieri di quelli atroci eccidi che nei mesi posteriori insanguinarono Isernia e i circostanti municipii. La sera del 30 settembre 1860 in quella città, capoluogo di circondario scoppiò il primo grido della reazione borbonica. Nello stesso tempo un cupo fremito di popolo incominciò a serpeggiare per le vie di Carpinone, i liberali presentivano la procella. Un Giovanni Tamasi di Salvatore, con altri congiunti, aggredì il posto di Guardia Nazionale, ordinando in nome di Francesco II che tutti si armassero per proclamare e festeggiare il ritorno [del re], intimare lo sterminio ai galantuomini e le masse, poi, insorte organizzavano una rpocessione per onorare le effigie di Francesco II e Maria Sofia. Un mastro Pietro Venditti si fece in quella sera e nei giorni successivi il cerimoniere di quelle orgie invereconde, avvegnacché, innalzato un altare in mezzo a largo Croce, esponeva alla venerazione quell’effigie, alle quali col turibolo dava l’incenso; ed onde apparisse chiaro il concetto di quei baccanali, lo stesso cerimoniere erasi provveduto di una quantità di budella d’agnello, e quelle mostrando diceva: «A canne si debbono vendere, come queste, le budella dei liberali». E quasi non bastassero tali eccitamenti vi si aggiungeva la danza, i ribelli vi si atteggiavano a cannibali accennando a stragi e saccheggi.
La cosa pubblica era a discrezione degli insorti capitanati da Giovanni Tamasi e per ordine suo fu fatta la requisizione di armi nelle case dei galantuomini furono perciò disarmati, fra gli altri, i signori D. Giovanni De Simone, Emilio Di Blasio, Nicolangelo Sassi, Costanzo Petrunti, Giacinto Carnevale, D. Gabriele Venditti fu Gaetano.
Da Isernia intanto arrivavano ordini peri quali si nominava il nuovo Sindaco, il Primo Eletto, il Capo Urbano, né mancò Michele Martella Vacca che assunse le funzioni di giudice. Al disarmo dovevano seguire atti di violenza, e quelli s’iniziarono la notte del 3 ottobre, quando furono strappati dai domestici lari i signori Costanzo Petrunti, Saverio Di Blasio, Saverio Antenucci, Domenico Ciccone, i giovani figli di Gennaro Ciccone, Vincenzo e Federico, Francesco De Dominicis, Fiorangelo Tamasi e altri. Condotti alla caserma per essere spediti a Isernia deliberavansi se dovessero andarvilegati o liberi e partirono, travagliati lungo la via da sevizie, minacciati tratto tratto di morte, fino a che non furono rinchiusi nelle carceri d’Isernia ove trovarono salvezza all’arrivo del Governatore De Luca il giorno 4 del mese di ottobre. L’ottuagenario canonico signor Giuseppe Guerra, narrava con l’eloquenza d’un martire, tutta la sua lunga serie di spasmi che ebbero a soffrire, dalla sera del 4 ottobre quando, infermo di gotta fu costretto a fuggire perché requisito dai rivoltosi, errando di tugurio in tugurio, il più delle volte respinto brutalmente finché non cadde il giorno 5 negli artigli di quelle belve che il trassero in Isernia donde passò a Gaeta su di un carretto. Alle famiglie degli arrestati, si ripetevano richieste di danari e viveri e il giorno 6 fu aggredita e saccheggiata al casa del signor Gennaro Ciccone, commettendovi depredazioni d’oggetti oltre a ducati 2000 ed incendiando tutte le carte di famiglia. La reazione intanto seguiva il suo corso in Isernia con varie vicende. Caduta dopo il 5 ottobre in potere delle solfatesche borboniche il suo destino dipendeva dagli eventi delle armi. La legione condotta dall’intrepido colonnello Nullo era il 17 ottobre battuta in Pettorano dai Borbonici. I prodi del generale Garibaldi, dispersi per le campagne cercarono raggiungere i loro fratelli d’arme, ma quasi tutti caddero vittime di quei feroci ribelli che non pugnavano, ma da vili uccidevano uomini inermi e sperduti in luoghi ad essi ignoti. In quest’opera si distinsero i reazionarii di Carpinone. All’alba del 18 ottobre di posero alla caccia. Tre di essi avevano arrestati cinque garibaldini, ma sotto le mura di Carpinone due furono uccisi a colpi d’arma da fuoco, gli altri e tre furono trucidati con scure e pali. Ne giungevano altri due e ottenevano lo stesso destino. Più tardi arrivavano altri diciotto prigionieri, quattordici furono trucidati barbaramente, derubati, cacciati in un fosso; altri quattro furono salvi per l’opera di un gendarme. (Chi? Se ne ignora il nome). Più tardi giungevano altri sette garibaldini e furono tutti e sette immolati da quei feroci i quali non si arrestarono ad inferire colpi sui cadaveri. Così, con lo scempio di ventotto difensori della Patria rimaneva non estinta la fama di quei cannibali carpinonesi, ma altre vittime mancarono. »

La Corte di appello di Napoli, sezione d’accusa, nel 9 luglio del 1863, sul processo compilato dal giudice del Mandamento di Carpinone, sig. Giuseppe di Giuseppe, ben 145 individui, imputati indistintamente per distruzione del Governo costituzionale proclamato il 25 luglio 1860; di eccitamento alla guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione armandoli ed invitandoli ad armarsi, gli uno contro gli altri; di devastazione, stragi e saccheggio contro un classe di cittadini, con omicidio di 48 garibaldini, rinviava dinanzi alla Corte d’Assise di Campobasso. Gli accusati furono 84; i testimoni 177.

[Tratto da: Pietro Valente, Il 1860 a Isernia, Pettoranello e Carpinone - Notizie storiche, inedito. Copia in manoscritto di Erminia Testa [1932]; Pietro Valente (Carpinone, 3.6.1862 – 15.1.1938), più volte sindaco di Carpinone e consigliere provinciale, nel periodo a cavallo fra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, fu il promotore di iniziative e opere pubbliche, costruzione dell’acquedotto, della ferrovia, del cimitero, della fognatura, dell’impianto di illuminazione pubblica con energia elettrica. A Pietro Valente è intitolato l'edificio scolastico di Carpinone.]