venerdì 3 settembre 2010

I morti nostri a Fenestrelle: Leonardo Valente, di anni 23; Francesco Conte, di anni 24.

Nella fortezza di Fenestrelle, Torino, Piemonte, vennero ospitati gli irriducibili soldati duosiciliani, i cocciuti del mancato giuramento al nuovo. Chissà perché, più che borghesi d'accademia militare me li figuro come contadini magri e ossuti, strappati alle zolle e al padrone; chissà perché più che dettato da consapevole adesione alla causa dei Borboni, il loro rifiuto ai Savoia me lo immagino dovuto all'incomprensione per una proposta veicolata in francese, o altro straniero idioma. Da quello che leggo in rete, sarebbero almeno ventimila quelli che nel decennio 1860/69 avrebbero goduto della fredda ospitalità piemontese. Non si hanno notizie certe; non si conoscono numeri e nomi per quanti finirono, da cadaveri, nella calce viva. Dissolti. Dimenticati.
In questo articolo, però, c'è qualcuno tratto all'oblio da un decesso passato per l'infermeria, dove un pignolo cappellano registrò date, nomi, provenienze. Anime da assicurare all'Altissimo. Guardo ai primi nomi, morti nel novembre 1860: Leonardo Valente, di anni 23, di Carpinosa (non esiste comune italiano con questo nome; che sia invece Carpinone, dove Valente è un cognome diffuso quanto Ferrero a Torino?); Francesco Conte, anni 24, di Isernia. Per loro, dopo l'oblio, sia assicurata memoria digitale su un sito che registra cinque contatti al giorno.

lunedì 30 agosto 2010

Un calzolajo impetra di diventar salaiuolo - Carpinone, ottobre 1860.

La supplica che Pietro Venditti - partigiano della parte sbagliata e, quindi, riparato pro tempore in Sangermano - fa ad un altro rifugiato, Francesco II, il 15 ottobre 1860, si trova citata e riportata, con minime variazioni, in più testi. Qui può leggersi quella rinvenuta in Giacomo Oddo, Il Brigantaggio o L'Italia dopo la dittatura di Garibaldi, vol. I, Milano, 1863, p. 226 (da cui è tratta anche l'immagine del brigante). L'omicidio di un tenente garibaldino varrà bene una rivendita di sale e tabacchi, o no?

« Sire! Pietro Venditti fu Giuseppe del comune di Carpinone, calzolajo, divotamente l'espone quanto appresso. Il petente, nel giorno 4 stante funzionava da capo urbano in detto comune; e con venti paesani di mia fidùcia feci arrestare undici rivoltosi, e li consegnai al tenente di gendarmeria in Isernia, nel giungere i garibaldini furono posti in libertà. Il giorno 5 corrente, amazzai un tenente garibaldino, e lo disarmai, ed il fucile con la bajonetta, per ordine del maggiore Gardi, lo consegnai al comandante d'Isernia. Il petente, a tal bravura non può più avvicinarsi alla sua famiglia, temendo di perder la vita, e rimanere la sua famiglia desolata in mezzo di una strada, di tenera età; un solo figlio potrebbe dare un tozzo di pane alla sua famiglia, ma ritrovasi al servizio della M. S. nel reggimento di artiglieria nella decimottava compagnia. La beneficenza della M. S. mi dia ordine onde poter arrestare coloro che si ritrovano latitanti, che sono rivoltosi contro la real corona, e mi limiti una forza per agire contra i medesimi. Se la clemenza della M. S. mi fa la grazia di potermi lucrare un tozzo di pane per la famiglia sarebbe la seguente: in Carpinone un venditore patentato di sale e tabacco ritrovasi arruolato coi garibaldini, e non può più far parte della M. S. il petente bramerebbe occupare un tal posto per sostenere la sua famiglia. Se la M. V. li fa la grazia. »


giovedì 26 agosto 2010

«Un cupo fremito di popolo» - La reazione del 1860 a Carpinone nelle carte del giudice mandamentale Giuseppe di Giuseppe

Relazione
del giudice Giuseppe di Giuseppe sui fatti di Carpinone nel 1860 – Alla Sezione di accusa presso la Corte di Appello di Napoli

«Appena pubblicato da Francesco II di Borbone l’atto sovrano, 29 giugno 1860, col quale chiamava in vigore lo Statuto di Re Ferdinando II del 1848, in Carpinone la voce che quello avrebbe avuto poca durata perché era stato consigliato, non da generosità di principe ma da paura, trovò disposizioni favorevoli a perversi intendimenti dei Sanfedisti. Imperocché nel seguente luglio dello stesso anno 1860 pubblicamente si vociferava che quello Statuto, ripristinato per violenza, sarebbe stato abolito, né mancava chi pubblicamente andava insinuando doversi sopprimere la Guardia Nazionale ed il novello Corpo municipale, doversi restaurare l’assolutismo, con voci e insinuazioni che nel corso di quel mese produssero popolari tumulti, i quali andarono ogni dì più che l’altro, crescendo di intensità. Nel 19 agosto dell’anno medesimo un tal Giuseppe Tamasi, girando pel paese, gridava: Viva Franceschiello! Oggi deve venire Franceschiello! Oggi vedremo se viene Franceschiello! ed alzava un faschetto di vino libando alle orgie future. Il tumulto cominciò; la Guardia Nazionale, quantunque provvista di armi, dové chiudersi nella Caserma, ove le autorità locali vennero investite e bloccate con lancio di pietre e con colpi di archibugio, per tutto il corso della notte, finché i rinchiusi non si salvarono forando un muro, “una porta murata” per riparare nella casa del canonico Iamurri. Gli eccessi si avvicendarono finché non giunsero alle proporzioni di un attentato contro il Governo sui cennati fatti dell’agosto 1860. Ma tali fatti erano forieri di quelli atroci eccidi che nei mesi posteriori insanguinarono Isernia e i circostanti municipii. La sera del 30 settembre 1860 in quella città, capoluogo di circondario scoppiò il primo grido della reazione borbonica. Nello stesso tempo un cupo fremito di popolo incominciò a serpeggiare per le vie di Carpinone, i liberali presentivano la procella. Un Giovanni Tamasi di Salvatore, con altri congiunti, aggredì il posto di Guardia Nazionale, ordinando in nome di Francesco II che tutti si armassero per proclamare e festeggiare il ritorno [del re], intimare lo sterminio ai galantuomini e le masse, poi, insorte organizzavano una rpocessione per onorare le effigie di Francesco II e Maria Sofia. Un mastro Pietro Venditti si fece in quella sera e nei giorni successivi il cerimoniere di quelle orgie invereconde, avvegnacché, innalzato un altare in mezzo a largo Croce, esponeva alla venerazione quell’effigie, alle quali col turibolo dava l’incenso; ed onde apparisse chiaro il concetto di quei baccanali, lo stesso cerimoniere erasi provveduto di una quantità di budella d’agnello, e quelle mostrando diceva: «A canne si debbono vendere, come queste, le budella dei liberali». E quasi non bastassero tali eccitamenti vi si aggiungeva la danza, i ribelli vi si atteggiavano a cannibali accennando a stragi e saccheggi.
La cosa pubblica era a discrezione degli insorti capitanati da Giovanni Tamasi e per ordine suo fu fatta la requisizione di armi nelle case dei galantuomini furono perciò disarmati, fra gli altri, i signori D. Giovanni De Simone, Emilio Di Blasio, Nicolangelo Sassi, Costanzo Petrunti, Giacinto Carnevale, D. Gabriele Venditti fu Gaetano.
Da Isernia intanto arrivavano ordini peri quali si nominava il nuovo Sindaco, il Primo Eletto, il Capo Urbano, né mancò Michele Martella Vacca che assunse le funzioni di giudice. Al disarmo dovevano seguire atti di violenza, e quelli s’iniziarono la notte del 3 ottobre, quando furono strappati dai domestici lari i signori Costanzo Petrunti, Saverio Di Blasio, Saverio Antenucci, Domenico Ciccone, i giovani figli di Gennaro Ciccone, Vincenzo e Federico, Francesco De Dominicis, Fiorangelo Tamasi e altri. Condotti alla caserma per essere spediti a Isernia deliberavansi se dovessero andarvilegati o liberi e partirono, travagliati lungo la via da sevizie, minacciati tratto tratto di morte, fino a che non furono rinchiusi nelle carceri d’Isernia ove trovarono salvezza all’arrivo del Governatore De Luca il giorno 4 del mese di ottobre. L’ottuagenario canonico signor Giuseppe Guerra, narrava con l’eloquenza d’un martire, tutta la sua lunga serie di spasmi che ebbero a soffrire, dalla sera del 4 ottobre quando, infermo di gotta fu costretto a fuggire perché requisito dai rivoltosi, errando di tugurio in tugurio, il più delle volte respinto brutalmente finché non cadde il giorno 5 negli artigli di quelle belve che il trassero in Isernia donde passò a Gaeta su di un carretto. Alle famiglie degli arrestati, si ripetevano richieste di danari e viveri e il giorno 6 fu aggredita e saccheggiata al casa del signor Gennaro Ciccone, commettendovi depredazioni d’oggetti oltre a ducati 2000 ed incendiando tutte le carte di famiglia. La reazione intanto seguiva il suo corso in Isernia con varie vicende. Caduta dopo il 5 ottobre in potere delle solfatesche borboniche il suo destino dipendeva dagli eventi delle armi. La legione condotta dall’intrepido colonnello Nullo era il 17 ottobre battuta in Pettorano dai Borbonici. I prodi del generale Garibaldi, dispersi per le campagne cercarono raggiungere i loro fratelli d’arme, ma quasi tutti caddero vittime di quei feroci ribelli che non pugnavano, ma da vili uccidevano uomini inermi e sperduti in luoghi ad essi ignoti. In quest’opera si distinsero i reazionarii di Carpinone. All’alba del 18 ottobre di posero alla caccia. Tre di essi avevano arrestati cinque garibaldini, ma sotto le mura di Carpinone due furono uccisi a colpi d’arma da fuoco, gli altri e tre furono trucidati con scure e pali. Ne giungevano altri due e ottenevano lo stesso destino. Più tardi arrivavano altri diciotto prigionieri, quattordici furono trucidati barbaramente, derubati, cacciati in un fosso; altri quattro furono salvi per l’opera di un gendarme. (Chi? Se ne ignora il nome). Più tardi giungevano altri sette garibaldini e furono tutti e sette immolati da quei feroci i quali non si arrestarono ad inferire colpi sui cadaveri. Così, con lo scempio di ventotto difensori della Patria rimaneva non estinta la fama di quei cannibali carpinonesi, ma altre vittime mancarono. »

La Corte di appello di Napoli, sezione d’accusa, nel 9 luglio del 1863, sul processo compilato dal giudice del Mandamento di Carpinone, sig. Giuseppe di Giuseppe, ben 145 individui, imputati indistintamente per distruzione del Governo costituzionale proclamato il 25 luglio 1860; di eccitamento alla guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione armandoli ed invitandoli ad armarsi, gli uno contro gli altri; di devastazione, stragi e saccheggio contro un classe di cittadini, con omicidio di 48 garibaldini, rinviava dinanzi alla Corte d’Assise di Campobasso. Gli accusati furono 84; i testimoni 177.

[Tratto da: Pietro Valente, Il 1860 a Isernia, Pettoranello e Carpinone - Notizie storiche, inedito. Copia in manoscritto di Erminia Testa [1932]; Pietro Valente (Carpinone, 3.6.1862 – 15.1.1938), più volte sindaco di Carpinone e consigliere provinciale, nel periodo a cavallo fra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, fu il promotore di iniziative e opere pubbliche, costruzione dell’acquedotto, della ferrovia, del cimitero, della fognatura, dell’impianto di illuminazione pubblica con energia elettrica. A Pietro Valente è intitolato l'edificio scolastico di Carpinone.]

mercoledì 25 agosto 2010

«Rispettosi verso le autorità Civili» - Jadopi sull'isernino tipo del 1858.

Stefano Jadopi, nel 1858, descrisse gli abitanti d'Isernia come miti e ossequiosi del potere; appena due anni dopo, i miti e i rispettosi gli uccisero un figlio e gli appiccarono fuoco al palazzo. Tutto imputabile all'ubbriachezza?
(I brani che seguono sono tratti dall'articolo monografico "Isernia" che Jadopi scrisse per la rivista napoletana Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato; monografia recentemente ripubblicata a cura di Fernando Cefalogli).

«(...) Qualità fisiche degli abitanti. Valida e robusta può dirsi la costituzione degl’ iserniani, coloriti nel vivo nel viso in grazia del clima e sua esposizione. Le donne gaie ed avvenenti, e non mancano delle
palesi (contadine) che han tipo di greca fisonomia. Entrambi i sessi si trovano disposti a qualunque forza più o meno risentita, e specialmente gli uomini, che dai primi anni si esercitano al lavoro, a mestiere di facchino acquistano una pronunziata muscolatura. In generale la capellatura è la castagna chiara-oscura, scarsa la bionda, e non sono affetti da malsanie, o malattie dominanti, tranne quelle febbri che s’avverano d’autunno, causate più dalle vicende atmosferiche di caldo, e freddo, e dalle acque interrotte di tale stagione, e per lo più in decorsi al tipo d’intermittenti, e si curano coi soliti mezzi che la medicina somministra.
Qualità morali - Rispettosi verso i vecchi, le autorità Civili ed Ecclesistiche, e de’ propri genitori coi quali convivono fino all’età abile, ma appena coniugati abbandonano il tetto paterno, e questa specie di repentina emancipazione è la causa del veder attiepidita la primitiva educazione; e tanto dimostra l’urbanità più nei vecchi, che nei giovani. Del resto ospitale per quanto le circostanze lo permettono, cedevoli ai bisogni del forastiero, senza mostrare sgarbatezza nel prestare il proprio ufizio: affaccendati al lavoro, operosissimi, e perciò dovrebbero ritenersi esclusi patimenti morali, trovandosi lontani dall’ozio, ma l’ubbriachezza che spesso invade la testa popolare gl’incita alla rissa, omicidio, furto, e questo specialmente all’epoca del ricolto de prodotti, e per vendette non mancano alle volte ricorrere alla devastazione immatura de’ medesimi, alla distruzione delle piante fruttifere ed all’incendio dei ricoveri campestri, come lo stato di un decennio ne porge chiaro argomento.»

mercoledì 18 agosto 2010

Vero, verosimile e falso sulle teste dei briganti. Isernia, 1861-1869.

Su Wikimedia Commons, fino allo scorso 5 agosto, era ospitato un file intitolato "Teste isernia.jpg": una foto di tre gabbie contenenti altrettante teste tagliate, riferite a briganti esposti ad exemplum fuori dalle mura di Isernia («teste mozzate di contadini esposte come monito dall'esercito savoiardo nei pressi di Isernia durante la campagna militare condotta per contrastare il brigantaggio nell'ex-Regno delle Due Sicilie»). Il file, caricato nel 2008, ha avuto recente smentita, e cambio d'indirizzo, quando è stato riconosciuto come ingrandimento di una foto di Giuseppe Messerotti Benvenuti riferita a decapitazioni di Boxer nella Cina del 1900 (qui la serie di scatti). La foto, per la sua icasticità, viene tuttora riportata in più siti internet accanto a quelle - forse più macabre - in cui briganti, celebri e meno celebri, posano afflosciati, tumefatti, scomposti, trofei di caccia del neonato esercito italiano. Ciò che è particolare e che, in quei forum in cui si scontrano ancora (centocinquanta anni dopo Teano e Gaeta) neoborbonici e veterosavoiardi, il falso delle teste tagliate di Isernia viene utilizzato, estensivamente, a tacciare di calunnia tutti quegli episodi di barbarie agita da italiani su italiani, bersaglieri contro donne e bambini, quasi che Boxer fossero anche i morti di Pontelandofo e Casalduni.
[Credo che centocinquanta anni siano una distanza sufficiente a inquadrare il Risorgimento nei suoi confini di guerra di conquista; mi lascio volentieri dietro sia l'inconcludente cazzeggio dei neoborbonici che vorrebbero a Napoli rinsediati gli spagnuoli, sia le zuccherose ricostruzioni deamicisiane, tutte eroici tamburini e piume di bersagliere, che, probabilmente, ci verranno ripresentate con funzione antileghista nel prossimo anno 2011.]

venerdì 13 agosto 2010

"Stato di incertezza, di palpiti e di allarme permanente". La città del gennaio 1861 nel deliberato del Consiglio municipale



«L'anno milleottocentosessantuno, il giorno otto Gennaio. In Isernia. Il Consiglio Municipale, presieduto dal Sindaco, ha nuovamente preso in considerazione l'anormale stato di incertezza, di palpiti e di allarme permanente in cui (...) trovasi questa infelice Città, e Distretto, senza aver finora ottenuto alcun mezzo efficace al prevenire novelle catastrofi (...).
E' pur troppo vero che la reazione d'Isernia, avente capo in Gaeta, perché domata e non estinta, riceve ogni giorno nuovo alimento dai proclami imcendiarii che vi pervengono, dagl'incitamenti che v'ispirano le migliaia di soldati , reduci dalle Terre Papali, e dal brigantaggio dagli Abruzzi dilatatosi sino a questo Distretto, il quale, ridondante di reazionarii fuggiaschi, già presenta per le campagne delle bande armate, che minacciano d'invadere gli abitati, e specialmente questo d'Isernia, dove in tre carceri niente affatto sicure sono ammassati circa cinquecento reazionarii del Distretto, che nelle loro mire di evasione, di vendetta e di stragge [sic] fanno assegnamento sul concorso di più migliaia di famiglie, colle quli sono in rapporto, e sulle irrompenti masse armate.
Intanto, tra la vastità di tanto pericolo ed i mezzi esistenti a vincerli o a paralizzarli intercede un abisso. Appena trecentocinquanta soldati del 5° di Linea per la custodia delle carceri, compresi una cinquantina di essi distaccati per i Comuni di Carpinone e Fornelli, quantocché qui non bisognano meno di due completi battaglioni, per averne uno disponibile a Colonna Mobile al fin di rimettere l'ordine nel Distretto, ed affrontare le bande armate!
Non avvi Brigata di Carabinieri! Non vi sono armi e munizioni per la Guardia Nazionale! Manca da un pezzo un Sotto Governatore, ed un Giudice titolare; ed infine si risente il bisogno di un funzionario di polizia sufficiente all'imperiosità delle circostanze! Insomma trovasi questa città, e questo Distretto, in tale stato di abbandono da parte del Real Governo, ed in tale condizione di pericolo da parte della sediziosa plebe , che se di vantaggio non si accorre così pronti, e valevoli i rimedii, vi saranno irredimibilmente perdute le classi liberali, e pacifiche; di cui s'insidia la proprietà, l'onore, e la vita.
Il Municipio quindi, interprete dei bisogni e delle aspirazioni di tutti i buoni cittadini, a pienezza di voti delibera che senza altro ritardo il Sindaco D. Giacinto Santoro si rechi alla Capitale per rassegnare al Consiglio di Luogotenenza tutta la serie di (...) bisogni, supplicando i Signori Consiglieri incaricati del Dicastero della Guerra e della Polizia di prontamente disporre o far disporre
1° - Che un altro Battaglione di Forze regolari sia destinato per questa Piazza, ed in numero completo vi pervenga al più presto, sia per imporvi l'ordine, sia per domare la baldanza delle bande armate (...);
2° - Che una Tenenza di Carabinieri vi sia spedita e stanziata per la tranquillità interna, e per la sicurezza dei processi;
3° - Che almeno trecento fucili con corrispondenti munizioni si mandino alla Guardia Nazionale di questa Città, prescindendo da quelle bisognevoli alle Guardie di tutto il Distretto;
4° - Perché il personale bisognevole al buon andamento del Governo Locale sia o fornito, se manchi, o corretto se erroneo;
5° - E perché si vuotino le malsicure carceri distrettuali, mandando i detenuti nelle grandi prigioni centrali in Campobasso.
Tanto si è deliberato oggi suddetto giorno colla soggiunta di rassegnarsi questo atto al Consig.re della Polizia e della Guerra perché se ne ottengano salutari ed energiche provvidenze.»
(Trascrizione del verbale di deliberazione dell'8 gennaio 1861, in Archivio Biblioteca comunale "Michele Romano", busta 1, fasc. 25).

mercoledì 28 luglio 2010

Antologia della Reazione, Parte V. Isernia 22-23 ottobre 1860

Con Cialdini a presidiare la piazza (mercato), Re Vittorio

«...la mattina del 22 [ottobre] partì per Isernia (...) dopo Ponte Zittola il viaggio non ebbe più nulla di quelle esuberanti e liete accoglienze dei giorni innanzi. I primi paesi della provincia di Campobasso erano stati teatri di reazione e di atrocità. Cialdini aveva fatto fucilare parecchi cafoni colti con armi alla mano e ne aveva dato avviso al governatore di Campobasso col neroniano telegramma “faccia pubblicare che fucilo tutt’i paesani armati che piglio, e oggi ho incominciato”.
(...) A Isernia si vedevano ancora i resti della terribile reazione, che insieme a quella di Ariano e Matera rappresentò quanto di più truce e di più iniquo fu potuto compiere in quel periodo di profondo perturbamento politico e sociale.
«Non so come io e Ricciardi, separati dal seguito del re, passammo per Isernia», ricorda il Visconti Venosta; «mi sono ancora presenti agli occhi la piazza, le rovine e gli avanzi dell’incendio; e dietro una cancellata, chiusi come belve, alcuni briganti prigionieri.»
Raffaele de Cesare, La fine di un regno, Milano 1969, p. 962.

Penne contemporanee ai fatti ricostruiscono ad usum delphini, offrendo apologetiche unilaterali in cui le atrocità vanno ascritte ad una sola parte.

«Qui è mestieri far parola delle atrocità commesse dai reazionarii del Borbone, i quali guidati dal Dougles-Scotti erano andati a far nucleo a Castel-Sangro e ad Isernia. Il re di Napoli, l'impiccolito, non potea persuadersi di dover perdere. Tolti dalle galere e dalle prigioni i malfattori aveali spediti colà, e dietro ad essi le sue truppe onde suscitassero il partito per la restaurazione. Che se le dimostrazioni benevole e i danari non bastassero, dovessero usar la forza.
Duro trovarono lo scoglio; laonde in numero di quattrocento diedersi alle rapine. Né ciò solo: attaccarono l'incendio a due casamenta e fecer macello di quanti incontrarono. Che se in mezzo a quella carnificina i garibaldini, i soldati di re Vittorio e la guardia nazionale, non fossero in tempo accorsi, tutta quella popolazione sarebbe rimasta vittima della rabbia reazionaria. Quei ribaldi mandavan le teste di quegl'innocenti a re Francesco in Gaeta, ed egli dava in premio dieci ducati per ciascheduna.
Ma gli sgherri del re di Gaeta inferocirono anche maggiormente in Isernia. Era allora Vittorio Emanuele per via da Sulmona a Castel Sangro. Ad un tratto un uomo con aria di forsennato si presenta al re d' Italia dicendo:
«Maestà! Ucciso è mio fratello dai galeotti del Borbone; due figli m'han presi che a quest'ora giaccion trafitti. Sire! questo é un pugnale ch'io tengo da qualche tempo per ficcarlo in core a Francesco. Spiacemi che ormai mi va fallita questa speranza. Maestà! prendete voi questo acciaro, e voi o Sire, vendicatemi.»
E re Vittorio dette consolanti parole all'infelice, accottò il pugnale per conservarlo con iscrupolo di religione.
Giunti pertanto i regii di Vittorio Emanuele a Isernia trovarono quella città in pianto e squallore; avvegnaché tutti lamentassero la perdita di qualcheduno dei lor più cari. Chi piangeva il padre, chi il figlio chi la fidanzata e chi la sposa, chi il fratello o la sorella, imperocché su quanti i borbonici avean potuto metter le mani altrettanti aveano barbaramennte uccisi. Molte eran le case tuttora in fiamme, molte altre poste a sacco; e quel ch'era ancor più barbaro, vedeansi masserizie di valore, arse o spezzate, per non averle seco loro potute trarre. I borboniani teneano in una Casa sette garibaldini prigionieri. Ebbene, pria della partenza furono tutti tagliati a pezzi!
Ma vuole il lettore udire una crudeltà degna dei tempi di Nerone, o di Procuste? Gli sgherri di Francesco ebbero un capo di liberali nelle lor mani. Lo uccisero: ed ecco come. Gli misero in bocca il morso d'un cavallo, e per le briglie a furia di bastonate lo fecer correre per le vie: e tanti colpi gli menarono addosso che al fine cadde morto per le percosse.»
Antonio Mugnaini, I martiri per l’Indipendenza d’Italia – Storia degli sconvolgimenti italiani dal 1815 all’annessione dell’Italia centrale al Piemonte, corredata di brevi cenni storico-biografici sulla Real Casa di Savoia, Firenze 1862, vol. III, p. 310 e ss.

Il forsennato che offre il pugnale per il regicidio viene da altri visto sulla piazza d’Isernia:

«Da Isernia erano fuggiti all’appressarsi dell’esercito italiano quasi tutti i maggiorenti. Temevano di esser chiamati responsabili degli eccidi e delle ferocie avvenute. Alcuni cercarono rifugio a Gaeta. Il re alloggiò nella casa di Vincenzo Cimorelli. Dalla folla partivano grida di dolore e di vendetta. un uomo smarrito nel volto, quasi frenetico, gridava al re che a lui era stato ucciso un fratello nella reazione; gli erano stati condotti prigionieri a Capua i nipoti; spogliato di tutto non gli rimaneva che quel pugnale e con esso aveva giurato di uccidere Francesco II. E il pugnale consegnava a Vittorio Emanuele perché facesse le sue vendette. Un ufficiale d’ordinanza prese l’arma per acquetare l’infelice. Si ricorda che Vittorio Emanuele rimanesse così fortemente colpito dallo spettacolo d’Isernia che esclamasse: «Se non fosse città italiana l’avrei trattata da re barbaro».
Raffaele de Cesare, La fine di un regno, Milano 1969, p. 963.

Da re barbaro la trattò successivamente, insieme a tutto il Sud oggetto di conquista. Ma questa è altra storia. [O, meglio, storia altra, che non s’incontra sui sussidiari e non si legge dal palco delle celebrazioni.]
A Isernia, re Vittorio dorme una notte, lascia una tabacchiera in ricordo e se ne parte lesto a incontrare Garibaldi. La città è prostrata, non pacificata, soggetta a legge di guerra. I fatti di Isernia hanno dato alla città triste fama: se

«... nel 1799 Isernia si era difesa contro i Francesi con tanto valore, che il di lei nome, al principiar del secolo, andava celebre sulle bocche europee (...) nel 1860 Isernia ebbe a palesare tali abominevoli vergogne, che tutte quante le sue passate glorie ne rimasero spente. Il di lei nome disonorato fe’ il giro d’Europa, e quantunque l’opera nefanda fosse compita da pochi retrivi, pure, l’essere questi fra i primarii della terra, fe’ si, che la colpa si spandesse sulla maggioranza de’ cittadini, che pur non era meritevole di biasimo.»
Cletto Arrighi, I 450 deputati del presente e i deputati dell’avvenire per una società di egregi uomini politici, letterati e giornalisti, Milano 1864, vol. II, p. 33.

A distanza di mesi, i morti rimanevano insepolti:

«In fondo d'Isernia v'era un' altra cosa che doveva attirare l'attenzione di ogni cristiano. Un cimitero, o meglio un recinto da un muricciuolo, in cui stava una fossa ripiena di cadaveri, e la maggior parte erano Garibaldini. Infelici! Non avendo udito il segnale di tromba che li chiamava alla ritirata, furono d’ogni parte sorpresi dai borboni e miseramente uccisi.
Dopo mesi agitava ancora il vento e bagnava la pioggia le insepolte loro ossa, quando alcuni caritatevoli del nostro battaglione gli fecero porre sulla fossa una pietra, ed un altro vi fece scolpir sopra, onde insegnarli ai posteri, le seguenti parole:

AI FIGLI
DEL PADRE GARIBALDI
DELLA MADRE ITALIA
I MILANESI
PACE
1861

Al disopra di tutti i cadaveri vi stava quello di un uomo che doveva essere sul fiore della vita: il costume che vestiva era quello del luogo. Fra tutti, il suo corpo era ancora il men disfatto. Questi, riconosciuto per un abitante di Miranda, paese poco lontano, lo rinvennero morto in prigione e levatolo, in quella fossa assieme agli altri lo calarono.»
Carlo Tedeschi, I Milanesi a Venafro, Milano, Libreria di F. Sanvito, 1861, p. 58

giovedì 1 luglio 2010

Scansafatiche. Gli Isernini agli occhi di un milanese, 1861




Carlo Tedeschi scese in Molise nel gennaio del 1861, intruppato nel contingente milanese della Guardia Nazionale. I nordici pensavano di essere venuti a cementare l'idea d'Italia, recuperando alla nazione una e indivisibile questa parte di Affrica che fu borbonica, con fanfare, parate e cene di gala; presto si chiarì che la loro era una discesa all'inferno, in un paese prostrato e non (ancora) pacificato, retto da leggi di guerra e atterrito da pogrom e esecuzioni sommarie.

«I milanesi a Venafro» - titolo che pare evocare esperienze tipo «La mia prigionia tra i cannibali» di Hans Staden, o «La vita familiare e sociale degli indiani Nambikwara» di Claude Lévi-Strauss - è il diario di quei giorni. La pagina su Isernia si apre con un abusato luogo comune; protoleghista, verrebbe da dire:




«Gli abitanti d'Isernia, di forte complessione e robustissimi, pare che abbiano sortito dalla natura le doti necessarie al lavoro faticoso; ma per loro grave danno non avendo mai saputo come la libertà costi molto sudore, e libertà che sia, non hanno mai voluto quanto dovrebbero assoggettarsi ad un giornaliero e costante lavoro. Ci conforta il pensiero che la colpa maggiore non è loro, ma del governo che ebbero, il quale, a diversità dell'Austria, che spendeva i milioni nel mantenere un'armata onde reprimere gli slanci del regno Lombardo-Veneto, trovava più conveniente senza mantenere truppa, che del resto non Io avrebbe potuto fare senza destar sospetti e malumori, mandarle invece delle granaglie e non dargli maestri: astuzia che l'Austria non potè esercitare presso i Lombardo-Veneti.»
«I milanesi a Venafro - descrizione di Carlo Tedeschi ; con aggiunta di discorso, ordini del giorno e lettere», Milano, Libreria di F. Sanvito, 1861, p. 56.

giovedì 24 giugno 2010

La privacy ai tempi del colera. Patemi d'animo, abuso del coito e onanismo. Isernini a Napoli, 1836

.



(tratto da Osservazioni cliniche sui bagni termominerali del Manganella ai Bagnuoli con notizie storiche compilate da Emmanuele Rocco, Napoli,1863)

mercoledì 16 giugno 2010

Antologia della Reazione, parte IV. Macerone, 20 ottobre 1860

Ottobre 1860: Francesco II è un dead man walking, già condannato dal consesso internazionale; il governo immalinconisce a Gaeta; l’esercito borbonico, demotivato più che debole, è disseminato alquanto disordinatamente tra Abruzzo, Molise, l’area del Garigliano e la Terra di Lavoro, impegnato per lo più in una logorante guerra per bande. Garibaldi, da Napoli, controlla lo stivale che fu duosiciliano, nell’attesa di dare tutto al Re di Sardegna, asso-piglia-tutto.
Il 12 ottobre, dopo aver lanciato un proclama alle popolazioni meridionali, ma non una rituale dichiarazione di guerra al Borbone, Vittorio Emanuele II passa il fiume Tronto, in testa all’Armata piemontese ed entra in “Affrica”, come dice Farini. L’invasione procede come una parata: le armi rimangono fredde. La fortezza di Pescara si consegna senza opporre resistenza; quella, imprendibile, di Civitella del Tronto – che cadrà dopo Gaeta, come ultimo baluardo – viene aggirata senza problemi.
L’Armata d’occupazione delle Marche e dell’Umbria, al comando di Manfredo Fanti, ministro della Guerra e della Marina nel dicastero Cavour, avanza con due corpi d’armata: il V° C.A., con in testa il tenente generale Enrico Morozzo della Rocca; e, in avanguardia, il IV° C.A., comandato dal generale Enrico Cialdini, uno che, a partire dal puntuto pizzo, è il Risorgimento italiano fatto a icona; uno che quando

«... l' 11 settembre gli è dato finalmente di varcare il confine pontificio, lo fa dirigendo ai suoi soldati questi detti memorabili che attestano dell'energia dell'anima sua, interamente e veramente italiana: “Soldati! Vi conduco contro una masnada di briachi stranieri, che sete d'oro e vaghezza di saccheggio trasse nei nostri paesi. Combattete, disperdete inesorabilmente quei compri sicarii e, per mano vostra, sentano l'ira d'un popolo che vuole la sua nazionalità e la sua indipendenza.”
Stefano Siccoli, “Enrico Cialdini”, in Almanacco illustrato della nuova italia, Firenze 1866, p. 78.

(Più tardi, fatta l’Italia, sui nastri della corona d’alloro che gli decreterà, come senatore del Regno, la magnanima città di Torino si leggerà:

AD ENRICO CIALDINI
A Palestro — Castelfidardo — Isernia
Gaeta
Vincitore Sempre 1861.)


L’Armata, lasciatasi alle spalle le rose e viole della costa adriatica, deve

«sospingersi a lungo cammino attraverso li montuosi Abruzzi; nè più che due vie si offerivano, facile quella che risale la Val di Pescara, disagevole ed aspra l'altra che da Chieti piega a Casoli e Roccaraso, entrambe poi convergenti a Castel di Sangro alle falde della maggiore giogaja appenninica, la quale si doveva dal passo del Macerone superare per discendere ad Isernia nella valle dell'alto Volturno.»
Luigi Zini, Storia d’Italia dal 1850 al 1866, Milano 1869, p. 788.

È la Via degli Abruzzi: la stessa strada che percorsero i Francesi nel 1799, per portare la rivoluzione a Napoli; la stessa percorsa dagli Austriaci nel 1821, per chiudere il neonato Parlamento duosiciliano. Adesso viene percorsa dai Piemontesi.

«Man mano che si addentravano nella parte più interna degli Abruzzi (…) si cominciarono a scorgere i segni dei recenti scontri tra liberali e reazionari: case bruciate, campi devastati, cadaveri frettolosamente sepolti o abbandonati ai lati della strada. Tutto testimoniava della violenza di una lotta feroce che sotto il velo del conflitto ideologico, aveva i caratteri di un’esplosione di odio selvaggio tra classi sociali: i “galantuomini” o borghesi e i “cafoni” o contadini. Le popolazioni non erano più festose; ma accoglievano i piemontesi in silenzio, con il cupo sospetto di chi, avendo sopportato dure prove, non è affatto convinto che il momentaneo vincitore sia venuto a portare una pace duratura.»
Pier Giusto Jaeger, Francesco II di Borbone – L’ultimo re di Napoli, Milano 1982, p. 151.

Si avvicina il 20 ottobre, data della prima battaglia campale tra Piemontesi e Duosiciliani, al Macerone.

«18 Ottobre. Sereno. L’Avanguardia da Palena va a far tappa presso Roccaraso. La 4ª Divisione da Lama va ad accamparsi sotto Rivisondoli; la 7ª da Casoli a Palena. Il Quartier Generale è a Roccaraso. L’Avanguardia viene aumentata di una Sezione rigata della 4ª Divisione. Giunge notizia di una colonna di garibaldini disfatta dai Borbonici a Pettorano, poche miglia da Isernia.»
Diario delle operazioni del IV° Corpo d’Armata

Da parte borbonica, intanto, ci si prepara a resistere:

«Il maresciallo Luigi Scotti-Douglas, da vecchio carbonaro diventato reazionario, che si trovava con una colonna di gendarmi e volontari da lui armati a San Germano, appoggiato dai partigiani e dal clero locali, e il De Liguoro, promosso tenente colonnello per le recenti gesta, ch’era ad Isernia per tenere a freno come si è visto i liberali del paese e per fronteggiare i garibaldini, furono rinforzati, in previsione dell’invasione piemontese, dalle truppe della brigata Grenet fino a Venafro»
Tito Battaglini, Il crollo militare del Regno delle Due Sicilie, I, Dalla catastrofe siciliana al Volturno, Modena, 1938 p. 192

Scotti-Douglas compie un grossolano errore di valutazione scambia per i pochi volontari di Pateras e Fanelli – i Cacciatori del Vesuvio – l’avanguardia piemontese di Cialdini:

«Era a S. Germano il maresciallo Scotti con poche truppe; il più di volontarii e soldati raccogliticci, con carico piuttosto politico che militare, per proteggere le popolazioni contro i faziosi. Dipendevano da lui quei che ad Isernia avevano il 5 e il 16 ottobre sperperati i due corpi garibaldesi; e là s'era rimasto il maggiore De Liguoro, spiando il Pateras che si diceva scendesse d'Abruzzo co'suoi ribaldi, per punirli delle rapine. Colà recatosi anche lo Scotti non so perché, ebbe a sera del 19 notizia di grosse colonne di truppe regolari accampate nella valle Vandra, di là dal Macerone; però parecchi, asseverando fossero Piemontesi, istigavano lo Scotti a occupare la sera stessa la forte posizione del Macerone, dove si potea contrastare il passo; ma egli, duro, si stette, e lasciò il nemico v'arrivasse primo. Al mattino gli giunse da Teano il 1° di linea, minorato di due compagnie, ch'erano ad Itri; reggimento capitolato a Melazzo, poi dal Brigante a Reggio disciolto, che per alacrità di soldati accorsi volonterosi s'era ricomposto a Capua in 800 uomini col maggiore Auriemma; corpo certamente fievole di coesione, dopo tante peripezie. Adunque con questi stanchi del cammino, con poche centinaia di gendarmi, certi volontarii e due pezzi da montagna, lo Scotti il mattino del 20 mosse incontro a tutta l'oste Sarda, dicendo fosse il Pateras con la sua masnada.»
Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Volume II, Trieste 1868, p. 323

De Sivo, per ridimensionare la debacle, sottostima il numero dei borbonici, regolari e non («800 uomini (…) poche centinaia di gendarmi, certi volontarii»). In ogni caso, malgrado quello che dirà la storiografia risorgimentale – che, col fine opposto d’incensare il primo scontro tra Piemontesi e Duosiciliani, parla di seimila armati con Scotti-Douglas – il numero dei combattenti era favorevole ai Piemontesi: al Macerone, i Regi non superano le 3.000 unità (cioè due battaglioni del 1° reggimento di linea, un migliaio di gendarmi e il rimanente di cafoni); con Cialdini sono invece circa 5.000 uomini.
In avanguardia, con i bersaglieri e gli zappatori del Genio, c’è il magg. generale Paolo Griffini, lodigiano (nell’Isernia postunitaria sarà intitolata a Paolo Griffini la caserma dell’Esercito ospitata in Santa Maria delle Monache).
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«Distaccato dal IV Corpo a vanguardia precedeva di uno alloggiamento il Generale Paolo Griffini con due battaglioni di bersaglieri, due compagnie di zappatori del Genio, due reggimenti di cavalli e quattro cannoni: al quale come nel giorno 19 giusta i computi toccasse a Rionero, che è al piede del Macerone, era ingiunto di accampare ed aspettarvi lo arrivo dello intiero Corpo, perché il Comandante Cialdini intendeva impadronirsi del passo e delle alture, e farsi forte colassù prima che li Borboniani, che si sapevano già in marcia da Venafro ad Isernia precorrendo occupassero la montagna; donda quasi da immane fortezza anco pochi facilmente potrebbero contrastare il passo ed arrestare in quelle gole tutto lo sforzo de' Sardi. La qual cosa considerando il Griffini e il pericolo dello indugio, e dall'altro il rischio di avventurarsi a disubbidienza ed a fronteggiare il nimico in maggior forza, stato alquanto sopra di sé gittossi al partito animoso; e tolti con sé li Bersaglieri e traendosi appressa le artiglierie, lasciato giù nella valle la Cavalleria e li Zappatori a guardia del ponte sul torrente della Vandra, alla prima luce fu sull'alto del giogo e vi si afforzò: e di colà speculando vide movergli incontro grossi stuoli nemici che partitisi in tre colonne accennavano ad investirlo di fronte e girarlo da' fianchi. — Seppesi di poi che duce a quelle schiere (tremila soldati di ordinanza, fanti di linea e gendarmi, forse altrettanti partigiani, con una batteria) era il Generale Douglas Scotti di Piacenza agli stipendj di Francesco lI, inviato con nome di Luogotenente del Re nelli distretti di Terra di Lavoro a sollevare que' popoli per la causa regia e fare arme (come già un tempo per l'antica fede e li gesti di Fra Diavolo, di Mammona, di Sciarpa, di Pronio e di Rodio); e così raccolte quante forze gli venisse fatto a chiudere il varco principale dello Appennino.»
Luigi Zini, Storia d’Italia dal 1850 al 1866, Milano 1869, vol. I, parte II, p. 789-790.

«I Piemontesi procedevano a grosse colonne l'una sull'altra insieme a' pochi faziosi che raggranellavano tra via; guidava l'avanguardia il generale Griffini con due battaglioni bersaglieri e due cannoni della 4a divisione. Presso al Macerone, lasciata la strada si gittò sull'alture, e vi si postò, mandando i faziosi avanti a insultare i Borboniani. Lo Scotti al veder questi divise i suoi in tre, sulla strada, e su' lati alle montagne, e gridò: «Date la caccia a quei mascalzoni». Infatti furono respinti sino alla vetta; ma là i Napolitani si sentirono improvvisamente colti da scaglie non viste, eppure procedendo baldi, già due compagnie eran per pigliare i due abbandonati cannoni, quando sbucando di dietro al monte il 3° d'infanteria Sarda, perduti alquanti uomini ebbero a piegare. In quella sopraggiungeva il Cialdini con la brigata Regina, che sulla via maestra corse alla carica, mentre prolungando l'ale accennava a circuire i nostri. Questi resistettero mezz'ora; morì il tenente Mattiello, fu ferito il tenente Giordano; ma visto aver da fare con un esercito, prima i volontarii e i gendarmi s'allontanarono, percossi dal 7° Bersaglieri, e da uno squadrone di Lancieri; e poi il resto del 1° di linea rimasto solo e circuito, e per istanchezza del cammino fatto da Teano inabile a' movimenti, ordinandolo lo Scotli, pose giù l'arme. Tutti gli altri se la svignarono pe' monti a Venafro. Restarono prigionieri da seicent'uomini, e molti uffiziali, con lo Scotti, che parve esservi ito a posta, né s'era mosso di dentro la carrozza. Il Cialdini lo mandò con un suo uffiziale a Solmona; e notò nel dispaccio ch'ei vi consentiva volentieri. Costui vecchio carbonaro, fatto nel ‘49 il reazionario inviperato, ora non so se traditore o imbecille, a scusarsi d'aver combattuto pel re, stampò una umile lettera al Cavour, vantandosi liberale. Certa gente in tutte fortune va a galla, perché vacua.»
Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Volume II, Trieste 1868, p. 287-288.

La battaglia del Macerone è conclusa. I Borbonici, in rotta, vengono inseguiti fin dentro Isernia, dove la battaglia prosegue con una carica di cavalleria.

«Il Griffini, alla testa dello squadrone dei lancieri, si lanciò irruentemente sulla strada sbaragliando il nemico e giungendo in Isernia prima dei fuggiaschi. I reparti borbonici del 1° reggimento di linea si difesero e cercarono di retrocedere combattendo su Isernia; ma circondati caddero in gran parte prigionieri, mentre gli altri, con i volontari reazionarii e gendarmi, si sbandarono su per i monti, raggiungendo poi Teano.»
Tito Battaglini, Il crollo militare del Regno delle Due Sicilie, I, Dalla catastrofe siciliana al Volturno, Modena, 1938 p. 192

«Isernia è una città traversata da una strada lunga e stretta. Il Cialdini dette ordine al capitano Montiglio di caricare con uno squadrone, che aveva ordine di prendere la piccola batteria che era in testa della colonna de' Napoletani. Questi, attoniti, non impedirono nè punto nè poco la carica, nè osarono neanche tirare contro i cavalieri. Un solo soldato osò, e fu steso morto per terra da un colpo di lancia d' un piemontese. Il Montiglio riuscì, quindi, senza perdita, a seguire l'ordine avuto. I cannoni e i cannonieri furono presi, lo Scotti fatto prigioniero, e con lui il de Liguoro e 800 soldati. Due soli contadini, colti colle armi alla mano furono fucilati. Gli altri, nel numero di 700, eran rimasti lontani dal combattimento.»
Anonimo, Della guerra d’Italia, vol. III, Rieti 1861, p. 481.

Isernia muta colore per la quarta volta in venti giorni. A sera, ospita il quartier generale dell’Armata piemontese.

«20 Ottobre. Le truppe borboniche divise in tre colonne, partite il mattino da Isernia attaccano i nostri avamposti sul Monte Macerone. Il generale Griffini fa avanzare i battaglioni bersaglieri e 4 pezzi d’artiglieria per la difesa della posizione. Il generale comandante il Corpo d’Armata giunge poco dopo nel sito alla testa della Brigata “Regina” ed ordina di prendere vivamente l’offensiva. Un battaglione del 9° è ispedito sulla sinistra e con una brillante carica mette in fuga il nemico, in pari tempo il 7° bersaglieri al centro ed il 6° bersaglieri sulla destra caricano e mettono in fuga i Borbonici; uno squadrone di Lancieri di Novara carica ed insegue il nemico sulla strada facendo molti prigionieri. Rimasero nelle mani il generale Scotti, due colonnelli, 35 uffiziali e 700 soldati, la Bandiera del 1° Reggimento di Linea “Re”, e due pezzi d’artiglieria. Il 7° battaglione bersaglieri si spinge fino al Volturno e prende posizione oltre il Ponte. Le altre truppe dell’Avanguardia si accampano presso Isernia. La 4ª Divisione dietro la città ad eccezione del 10° reggimento che con due pezzi rigati ed uno squadrone dei Lancieri di Novara prende posizione a due miglia da Isernia a cavallo della strada che tende a Venafro. La 7ª Divisione da Rivisondoli e Rocca raso va a far notte a Rionero; il Quartier Generale è a Isernia».
Diario delle operazioni del IV° Corpo d’Armata.

La sera del 20 ottobre Cialdini riunisce a Isernia il V° Corpo d’Armata; il resto dell’esercito sabaudo, quella stessa sera, è a Sulmona, insieme con Vittorio Emanuele.

«Isernia presentava, all'entrata de' Piemontesi, un aspetto di desolazione e di lutto. I Borbonici v'avevano commesso eccessi gravi.»
Anonimo, Della guerra d’Italia, vol. III, Rieti 1861, p. 481.

Altri eccessi sta per compierli Cialdini, che darà il meglio di sé da qui a qualche mese, da plenipotenziario nella lotta al brigantaggio, allorché

«...comandò una dura repressione messa in atto attraverso un sistematico ricorso ad arresti in massa, esecuzioni sommarie, distruzione di casolari e masserie, vaste azioni contro centri abitati: cannoneggiamento di Mola di Gaeta (oggi è un rione di Formia) del 17 febbraio 1861, eccidio di Casalduni e Pontelandolfo, nell'agosto 1861.»
Wikipedia, voce “Enrico Cialdini”.

«In quel suo rapporto ufficiale sulla cosiddetta "guerra al brigantaggio", Cialdini dava queste cifre per i primi mesi e per il solo Napoletano: 8 968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati; 10 604 feriti; 7 112 prigionieri; 918 case bruciate; 6 paesi interamente arsi; 2 905 famiglie perquisite; 12 chiese saccheggiate; 13 629 deportati; 1 428 comuni posti in stato d'assedio.»
Vittorio Messori, La sfida della fede. Fuori e dentro la Chiesa: la cronaca in una prospettiva cristiana, Milano 1993.

A Isernia, comunque, Cialdini mostra subito di che pasta sono fatti i Piemontesi:

«Al momento mi giunge il seguente del Generale Cialdini da Isernia: (…) Faccia pubblicare che fucilo tutti i paesani armati che piglio, e do quartiere soltanto alle truppe. Oggi ho già incominciato. Firmato: Il Generale Cialdini. Campobasso 20 ottobre ore 11,15 pomeridiane. — Trasmesso il 21 ottobre ad ore 6 antim. per linea occupata. Napoli 21 ottobre 1860.»
Dispaccio telegrafico del Governatore di Molise, Nicola De Luca, al Dittatore ed ai Ministri dello Interno e Polizia e della Guerra in Napoli, Giornale Officiale di Napoli, n. 38.