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lunedì 9 aprile 2018

«L'autunno del 1860 a Isernia» - Per l'inaugurazione della sezione "1860" del Museo Civico


(articolo pubblicato su Il Quotidiano del Molise, lunedì 9 aprile 2018, pag. 13)


Sabato scorso, 7 aprile, è stata inaugurata la sezione del Museo Civico dedicata alla Reazione dell’autunno 1860, episodio infelice ma comunque determinante per la città e la sua storia, anzi tra quelli che più l’hanno – seppure in negativo – proiettata sul fondale della Storia nazionale. Per questo, l’apertura delle due sale dedicate – grazie all’impegno del curatore dell’esposizione, Duilio Vigliotti, cui va ogni merito, e alla preziosa collaborazione del Museo internazionale delle guerre mondiali  – colma una lacuna e riconferma, in pieno, il senso di un istituzione che si vuole “Museo della Memoria”. Perché, come dice bene Octavio Paz, la memoria non è tanto ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda, che ricorda a chi verrà quello che siamo stati, come singoli o come comunità, in tempi diversi. 

(foto Massimo Palmieri)

«Nel 1860 Isernia ebbe a palesare tali abominevoli vergogne, che tutte quante le sue passate glorie ne rimasero spente. Il di lei nome disonorato fe’ il giro d’Europa, e quantunque l’opera nefanda fosse compita da pochi retrivi, pure, l’essere questi fra i primarii della terra, fe’ sì, che la colpa si spandesse sulla maggioranza de’ cittadini, che pur non era meritevole di biasimo.»
Così, pochi anni dopo, scriveva della sciagurata città d'origine del deputato Stefano Jadopi il giornalista milanese Cletto Arrighi, presentando gli eletti nel primo parlamento nazionale insediatosi a palazzo Carignano. Non una voce isolata quella di Arrighi: contro Isernia, a Torino (ma anche a Londra, dove ci fu una seduta parlamentare dedicata ai fatti di casa nostra) vennero pronunciate parole pesanti come pietre: abominio, vergogne, opera nefanda. Come è oggi, forse, per Scampia, Isernia riuscì allora ad essere luogo immediatamente evocativo di ogni male: Isernia era la bestemmia che offendeva il nuovo credo: quella Religione della Patria di cui parla il garibaldino Crispi e che aveva per ossequianti sacerdoti i tantissimi cronisti e storiografi, organici al nuovo corso sabaudo, che attraverso articoli e memoriali assunsero il compito di evangelizzare i nuovi italiani, spesso anche omettendo e mistificando dati della realtà.
Chiediamoci: cosa mai era successo, in città, di tanto rimarchevole da farne risuonare in tutta Europa il nome, circonfuso di tale triste fama?


Diciamo subito che in città, concentrati in venti terribili giorni (30 settembre/20 ottobre), si ebbero davvero incendi, devastazioni e stragi; si contarono morti in malo modo: accecati, seviziati à la bajonnette, appesi e poi evirati. Si videro teste garibaldine spiccate ai legittimi proprietari, fatte rotolare per le scale vanvitelliane di Palazzo Jadopi e poste, poi, a trofeo sotto gli archi della Fontana Fraterna. Come in un carnevale macabro, in un osceno sabba, in quei giorni di inizio autunno, in città, si ebbe una sospensione di ogni principio morale, di ogni elementare norma di umana convivenza. Con Dio dalla loro parte – garanti il vescovo Gennaro Saladino e buona parte degli ottimati cittadini – e nelle tasche le carte di libero fare sottoscritte da re Francesco in persona, i cafoni di Isernia, lungamente compressi da una vita di stenti e privazioni, esplosero il loro veleno all’indirizzo dei pochi liberali cittadini, galantuomini in finanziera e pantaloni lunghi.

Per raccontare come fu che la notte del 30 settembre 1860, a Isernia, la Reazione conflagrò improvvisa, occorre un passo indietro. Con Francesco II in malinconica clausura a Gaeta, il 7 settembre 1860, Garibaldi entra a Napoli in trionfo.  È un momento di stanchezza e le Camicie rosse, spossate dalla veloce risalita dello Stivale, si assestano lungo il Volturno e fronteggiano un esercito regio ricompattato e, per la prima volta, motivato a combattere. In questo contesto, l’8 settembre, Isernia muta bandiera e, da fedelissima città borbonica, passa al campo savoiardo. «Cittadini, Municipio, Clero, Guardia Nazionale e Autorità tutte di Isernia» scrivono al dittatore Garibaldi rendendo «consen­ziente omaggio per l’annessione al Regno italiano sotto lo scettro di Vittorio Emanuele». Ma solo pochi, tra gli isernini, possono dirsi sinceri sostenitori dell’opzione unitaria: tra di essi, certamente, don Stefano Jadopi, nominato nuovo sindaco perché di fede liberale, ma altri galantuomini scelgono la via – italianissima – dell’attendismo, alcuni; del doppio gioco altri, che firmano per Garibaldi  ma impegnano la seconda metà del mese di settembre a fare intelligenze con la corte di Gaeta, preparando la sollevazione della città.


Isernia, c’è da dire, non è un posto a caso sulla mappa. È uno snodo fondamentale, importante retrovia del fronte garibaldino. Così, far sollevare in concomitanza con la grande battaglia sul Volturno (che ci sarà infatti il 1° di ottobre), che vede, per la prima volta da Marsala l’esercito di Franceschiello finalmente mostrare i denti, assume strategicamente il senso di accendere fuochi alle spalle dei garibaldini e distrarre forze che dovrebbero servire altrove.  

Così, nella notte del 30 di settembre, armati di ronche, forconi e qualche fucile strappato alle smarrite Guardie nazionali, settecento contadini, forse anche mille, procedono come un fiume che abbia rotto gli argini e si riversa in piena lungo lo stretto budello che, ab urbe condita, attraversa Isernia correndo da nord a sud, dal Largo della Fiera fino al Convento dei Celestini, sede della Sottointendenza. La cingono d’assedio, mettono in fuga le poche camicie rosse a presidio di quell’Alamo; poi rivolgono le punte dei forconi verso palazzo De Baggis, che è di fronte, ultimo riparo dei liberali cittadini. Qui uccidono il padrone di casa; feriscono a morte il figlio ventenne di Stefano Jadopi, Francesco; il giudice mandamentale Ferdinando Boccia si salva solo perché si finge cadavere. L’orribile notte termina coi saccheggi e gli arresti arbitrari di quanti vengono riconosciuti come liberali. Il giorno dopo, 1° di ottobre, a una città che è in piazza, con le armi ancora calde in pugno, fa da contraltare un’altra città, attonita, sgomenta che inizia a nascondersi, a fuggire. 
In poco più di venti giorni, Isernia viene riconquistata e ripersa più volte e come un osso, che via via si consuma, si divide tra due cani ringhiosi. La spedizione garibaldina del neonominato governatore della provincia di Molise, Nicola De Luca, giunge a Isernia  la sera del 4 ottobre e aggiunge nuovo sangue a quello già versato. Ma la città è  libera e liberale per una sola notte: la mattina di venerdì 5 ottobre, da Venafro, ripartono i borbonici del maggiore De Liguori e si riprendono, in punta di baionetta, la città, che conserveranno fino alla Battaglia del Macerone. Intanto, il 17 ottobre, nella piana di Pettoranello, la gendarmeria borbonica e la fucileria dei cafoni nostrani chiudono a tenaglia gli smarriti garibaldini della Colonna Nullo, venuti da Bojano a riprendersi, ancora una volta, Isernia. È strage di Camicie rosse, durante e dopo la battaglia: a notte la campagna si riempie degli sbandati, che prendono a vagare senza direzione e, quando presi, subiscono sevizie e morte per decapitazione.  

Vittoria inutile, tuttavia, quella riportata a Pettorano. A Isernia non si festeggia: la città è intristita e contempla le sue macerie, non solo materiali. S’inizia a realizzare l’ineluttabilità di un destino deciso altrove, che porterà gli isernini ad essere presto sudditi di un diverso re. Vittorio Emanuele sta infatti scendendo col suo esercito a prendersi il Sud. Il 20 ottobre 1860, nella nebbia del Macerone, l’avanguardia piemontese ha facile ragione delle poco motivate forze borboniche, guidate dall’ottantenne Luigi Scotti Douglas. C’è la resa. La cavalleria sabauda entra al galoppo in città. Appena insediatosi, la sera del 20, il nuovo comandante della piazza, il generale Cialdini, telegrafa al governatore De Luca e dice: «Faccia pubblicare che fucilo tutti i paesani armati che piglio, e do quartiere soltanto alle truppe. Oggi ho già incominciato»; e non millanta: davanti al plotone di esecuzione cadono in giornata i primi dieci paesani scelti tra quelli che al Macerone gli hanno contrastato il passo.



Nessun plebiscito si inscena a Isernia per il 21 di ottobre: l’adesione al nuovo Regno viene data per scontata. Re Vittorio verrà in città di lì a due giorni. Dorme una sola notte sola, in casa di don Vincenzo Cimorelli, prima reazionario e ora campione cittadino di quel trasformismo nuova moda nazionale. Nel suo entourage annotano che Vittorio Emanuele rimanga così fortemente colpito dalla città da esclamare: «Se non fosse città italiana l’avrei trattata da re barbaro».

giovedì 13 ottobre 2011

Teodoro Salzillo e gli "altri" Mille



Settembre 1860: con Garibaldi a Napoli e la linea del fronte attestata sul Volturno, nei capoluoghi di distretto a nord del fiume, i filounitari sollevano il tricolore con lo scudo sabaudo, instaurando a macchia di leopardo governi provvisori in nome di Italia e Vittorio Emanuele. Nel giro di pochi mesi, interesse, fellonia e rassegnato fatalismo fanno crollare un regno europeo antico di secoli. La situazione è caotica ovunque: come candidamente dichiara a se stesso il suddiacono Nicola Nola, nel suo prezioso diario venafrano, non si sa a chi ubbidire. In questo contesto di insorgenza, reazione e controreazione si muovono personaggi degni della penna di Salgari. Tra di essi, certamente va annoverato il misconosciuto Teodoro Salzillo (altrove Salzilli, all’uso piemontese), capopolo, agente provocatore, primula rossa reazionaria e, al tramonto, malinconico scrittore di memorie.Sue notizie biografiche le dà Masciotta: nato a Santa Maria Uliveto (Pozzilli) il 20 febbraio del 1826, Teodoro Salzillo fu «tenuto agli studi da uno zio prete, acquistando una cultura superficiale ma varia così da essere in grado di soddisfare alla grafomania ond'era affetto». Grafomane lo è davvero se una nota bibliografica in ultima pagina del suo lavoro intitolato "Roma e le menzogne parlamentari nelle Camere de Comuni di Londra e Torino", edito nel 1863, ci dà dodici titoli tra saggi, poesia e prosa, pubblicati a quella data.Nell'anno delle rivoluzioni, il 1848, Salzillo è nelle schiere dei liberali. Dodici anni più tardi sarà invece tra i reazionari difensori dello statu quo. Non certo a parole.In quell’autunno del ’60, Salzillo, a capo di mille cafoni (gendarmi sbandati, guardie municipali non riconfermate, contadini fedeli al re e a monsignore), si muove agilmente tra Isernia e Venafro, dando battaglia alle Giubbe rosse, sostenendo ovunque serva – e con più energia degli uomini in divisa – l’esercito regolare duosiciliano nei suoi ultimi conati di resistenza allo straniero. Troviamo Salzillo e i suoi battersi alle pendici del Matese campano; a San Germano, inseguiti da Ghirelli; a Isernia contro la Colonna De Luca; a Pettorano contro Nullo e, stando a quello che si dice, sul Macerone, contro i bersaglieri. È lui stesso a ricordare le gesta di questi Mille senza giubba, dimenticati dalla Storia per aver sostenuto il re sbagliato:

«Questi volontari, parte guardie urbane e parte soldati congedati, formavano un battaglione di 1000 individui, da noi organizzato, senza il minimo concorso monetario del governo. Esso si distinse nell’occupazione di Venafro e di Fornelli; nell’attacco di Isernia con De Luca e Ghirelli; nell’attacco di Pettoranello e Carpinone col colonnello garibaldino Nulli (…). Nell’attacco al Macerone col Generale piemontese Griffini, comandante due battaglioni d’avanguardia, questi volontari mostrarono sommo valore, a già prima avevano liberato Forli da 200 garibaldini, prendendovi il procaccio con oltre a 7000 ducati, che trasportarono a Gaeta.»
Lucio Severo [ma Teodoro Salzillo], Di Gaeta e delle sue diverse vicissitudini fino all‘ultimo assedio del 1860-61, s.l. 1865, p. 13.

Con quale orgogliosa energia terrà a puntualizzare dal suo esilio romano – Salzillo segue Francesco II prima a Gaeta, poi a Roma – che contrariamente ad altri, i suoi uomini non si sono mai tirati indietro: polemizzerà per iscritto coi graduati dell’esercito regio:

«Ci reca maraviglia, osservando i rapporti del Maggiore de Liguori e di Scotti-Duclas Generale, rinvenire usurpata tutta questa gloria. Dopo la vittoria riportata su dei tre battaglioni garibaldini nel piano di Carpinone [contro Nullo], il de Liguori scriveva al Duca S.Vito: Abbiamo sostenuto un brillante fatto d‘armi. Gli domandiamo noi: e quando mai usciste da Isernia? Non vi ricorda che tra i vostri dipendenti, solo i tre sopraddetti ufficiali, [i capitani di gendarmeria Graux e Monteleone e l’alfiere de Vivo] volontariamente, con 85 gendarmi si spinsero con noi all’attacco? Non vi ricorda che tutto su di noi poggiavate? E poi, chi di noi due è stato processato? La storia Signor Maggiore, dirà: chi sostenne il brillante fatto d’armi! Il lettore sappia: che non solo il de Liguori così fece, ma tutti i Capi, i quali nascosero sempre le loro viltà sotto il coraggio dei dipendenti.»
Lucio Severo [ma Teodoro Salzillo], Di Gaeta e delle sue diverse vicissitudini fino all‘ultimo assedio del 1860-61, s.l. 1865, p. 13.

Pure, di Salzillo e dei suoi nella storia ufficiale del Risorgimento italiano non c’è menzione. È il destino degli sconfitti, certo; ma la damnatio memoriae nei confronti dei vinti del Risorgimento ha operato con maggiore energia. L’interpretazione orientata, unidirezionale e acritica, dei fatti e degli atti che hanno portato all’Unità, dall’olografia di De Amicis a salire, ha trovato d’accordo tutti: il Fascismo – che propose una continuità ideale tra Camicie rosse e Camicie nere – così come la Repubblica – non a caso, la Resistenza viene definita “Secondo Risorgimento”. Il Risorgimento era religione civile, mito fondativo del Paese, e non poteva essere messo in discussione. Gli archivi rimanevano inesplorati o lasciati all’esplorazione degli storiografi domenicali, facilmente bollabili come revisionisti e cazzari. Scrive Sergio Romano (sul Corriere della Sera del 18/05/2001):

«Il problema della “storia patria” sorge nel momento in cui gli Stati, dopo il 1848, diventano “nazionali” e adottano, uno dopo l’altro, il principio dell’educazione obbligatoria. Ai figli dell’operaio, dell’artigiano, dell’agricoltore e del bottegaio non basta impartire nozioni di lingua e di aritmetica. Occorre insegnare un catechismo civile, positivo ed entusiasmante. Occorre spiegare che la patria è sacra e che la sua storia è costellata da gloriose vittorie o immeritate sconfitte. (…) Una “buona” storia produce buoni soldati. (…) Spero che gli storici della sinistra militante non se n’abbiano a male se osservo che il loro modo di scrivere assomiglia come una goccia d’acqua a quello di molti dei loro colleghi degli anni Venti e Trenta: le stesse certezze manichee, le stesse scomuniche, la stessa inclinazione a leggere gli avvenimenti con gli occhiali dell' ideologia, nazionalista allora, marxista, proletaria e antifascista oggi.»

Torniamo a Salzillo, alle poche fonti che ce ne parlano. I contempranei di parte liberale ce lo dipingono come spia, doppiogiochista. Nei giorni immediatamente precedenti lo scoppio della Reazione di Isernia (30 settembre 1860) Salzillo prende contatti col comandante garibaldino Fanelli: da lui si fa consegnare 36 ducati con lo scopo di fare arruolamenti a Venafro, salvo poi involarsi a Teano per conferire, appunto, col maggiore borbonico De Liguori «per veder modo di fomentare una reazione in Venafro ed in Isernia». Non sappiamo quanto ci sia di consapevole pratica d'infiltrazione, quanto di lucro e personale interesse. Certo è che sceglie il partito sbagliato. La penna avvelenata di Jadopi così ce lo descrive:

«Nel giorno 2 ottobre il Salzilli recossi in Pozzilli (…) e convocato il popolo lo spinse a saccheggiare l’arbusto e il Casino de’ signori Lucenteforte, perché parteggianti pel nuovo ordine politico (…) Ne’ giorni 4 e 5 ottobre fu il Salzilli presente al saccheggio della Casa de’ signori Jadopi d’Isernia e della Sotto-Intendenza prendendone la sua parte, ed il pianoforte del Sotto-Intendente sig. Giacomo Venditti fu recato a Pozzilli in casa Salzilli, l’onde lo riprendeva il Governatore Nicola de Luca e lo restituiva al padrone dopo la venuta delle truppe Italiane. Ne’ giorni seguenti fino al 20 ottobre (…) non altro occupavasi che di recarsi di casa in casa alla requisizione di armi e munizioni ed estorquendo denaro dai più gonzi. (…) Nel giorno 22 ottobre (…) fuggì in Gaeta, e di là si rifuggiò in Roma dove ora esercita l’ufficio di arrolatore di briganti, e quando scrive alla moglie si firma col titolo di Cavaliere».
Anonimo [ma Stefano Jadopi], Reazione d‘Isernia, Il Giudizio innanzi la Corte d‘Assise ed i ricorsi in Cassazione, in Storia d‘Isernia al cadere dei Borboni nel 1860,s.l. [Italia], s.d., p. 160

Dopo le note vicende, passati piume in testa i bersaglieri per il valico del Macerone, Salzillo segue Francesco II nella sua malinconica ultima Thule. Caduta Gaeta seguirà la corte in esilio a Roma, al pari di altri campioni nostrani della causa lealista: il duca D'Alessandro, il ricevitore Gennaro De Lellis. Segue una breve parentesi a Malta, dove pubblicherà il citato "Roma" (1863), quindi di nuovo a Roma. Quando, col 1870, non avrà più senso offrirsi di spalle all'odiato nemico, tornerà a Venafro, città italiana. Qui muore il 20 giugno 1904.

[Alcune opere di Teodoro Salzillo sono integralmente presenti su Google Books: per chi voglia, qui trova il volume sull'assedio di Gaeta, pubblicato nel 1865 col nom de plume di Lucio Severo; qui invece c'è il citato "Roma (...)" e qui invece c'è il volume sull' invasione garibaldesca dello Stato Pontificio del 1867.]

martedì 4 ottobre 2011

L'Auditorium ante litteram: il Teatro comunale di Isernia (1835-1855)

La fabbrica dell’ Auditorium Città di Isernia porta a riprendere storie anche più remote dei centocinquanta anni di Unità che l’opera celebra.
Non tutti sanno che a metà Ottocento, a Isernia, in Palazzo San Francesco, funzionava un teatro da 200 posti: il Teatro comunale. A ricordarcelo è Stefano Jadopi nella
sua monografia del 1858: descrivendo la città nelle sue luci e ombre, dice che nell’«antico soppresso Monistero de’ Conventuali» – Palazzo San Francesco, – «si pensò di costruire un teatro, e se ne ottenne l’autorizzazione col Real Decreto del 18 Agosto 1835; ma non si diede principio ai lavori prima del 1839, lavori che rimasero sospesi nel 1845. Fu poscia proseguito nel 1847; e la decorazione si è alla fine portata a termine a spese particolari nell’anno 1855.»





Nell’Archivio storico comunale (b. 122, fasc. 2000) si conservano gli atti che consentono di dare polpa alle brevi note vergate da don Stefano.
Prima del 1835 un teatro comunale a Isernia c’era già, annesso all’ «antica Casa comunale» in Palazzo d’Avalos e funzionante da « epoca bastantemente remota» , come può leggersi nella nota al Sottointendente del distretto di Isernia del 14 agosto 1847. Allorché venne decisa la vendita del Palazzotto ai Laurelli, con delibera del collegio municipale del 3 marzo 1835, l’atto venne recato, via Intendente provinciale, all’approvazione superiore del sovrano, Ferdinando II, che il 18 agosto 1835 – come già sappiamo da Japopi – vi appose, sì, la firma, ma «a condizione che si ergesse altra Casa e più commodo teatro».
La nuova sede comunale, e del teatro, fu quindi individuata in Palazzo San Francesco, fabbrica versatile che nel corso della sua storia plurisecolare ha ospitato di tutto: frati, scolaresche, ladri e amministratori (amministratori ladri?). Vengono iniziati i lavori di ristrutturazione dell’immobile – acquisito al patrimonio per effetto delle leggi murattiane – spendendo i 2100 ducati ottenuti dalla vendita del Palazzotto ai Laurelli.
Il teatro viene realizzato nel locale più ampio tra quelli che si affacciano sul chiostro dell’antico convento – per capire: è dove ora sono gli uffici dell’Anagrafe – e si sviluppa, in altezza, fino al tetto (per rimanere legati all’attualità, non c’era, allora, il solaio che fa da cesura tra Anagrafe e Sala consiliare).







Da una nota del 20 settembre 1846, spedita dal Sindaco all’Intendente provinciale, con l’invito a voler concedere la «superiore approvazione all’apertura e attivazione di questo Teatro comunale», si conosce che il teatro aveva, a quella data, «palco scenico completo e platea»; mancava solo un «acconcio ordine di palchi». Eppure, come si legge in altra nota rinvenuta nel fascicolo, «nel disporsi la cessione del locale della Casa comunale e Teatro nel largo Palazzotto al sig. Ippolito Laurelli, si stabilì che rimaneva ai cittadini conservato il diritto di costruire i palchi nel nuovo teatro che andava dal sig. Laurelli a farsi in San Francesco in sostituzione dell’antico, e che la spesa sarebbe stata da realizzarsi fra i cittadini che vi avessero voluto concorrere ».

Ma, ora come allora, la spesa per cultura non è mai una priorità dei governi. Una nota del Sottointendente di Isernia al Sindaco della città, don Stefano Jadopi, del 26 ottobre 1847, rispondendo all’ennesima richiesta della municipalità, riferisce virgolettata una missiva interna dell’Intendente: «Trovandosi costì un teatro, ove vi è costantemente agito da varie comiche compagnie, e dovendo tal locale non altro che abbellirsi (…) io non incontro difficoltà che si dia mano ai lavori di ornamento, non essendo per essi applicabile la Sovrana risoluzione che vieta l’ultimazione dei teatri incominciati e non terminati in fabbriche».
Cosa si intendesse per i lavori di ornamento non è dato saperlo. Quel che è certo è che per i palchi occorre attendere il 1855. Agli atti si conserva un progetto del 1855, a firma di Luigi de Cesare, architetto tuttofare al quale in quegli anni si commissionò quasi tutto – c’era stato il terremoto del 1805 e un’intera città andava ricostruita – dal ponte Santo Spirito, al Cimitero, all’area di nuova espansione di Santa Marie delle Grazie (La Fiera, attuale Parco della Rimembranza).
Il progetto relativo al «confezionamento pei palchi, platea e palcoscenico» reca in calce l’approvazione del sindaco pro tempore, Gaetano Mancini, apposta in data 14 aprile 1855, nonché le firme dei deputati del Decurionato cittadino con delega alle opere pubbliche: Giacinto Santoro, che sarà il primo sindaco dell’Isernia italiana, nel 1861, e Alessandro de Lellis, figlio di don Gennaro e a noi noto per i fatti di reazione del 1860. Uno stato estimativo della spesa, che si rinviene nella medesima cartella, parla di trentadue travi di quercia da infiggersi nel pavimento e usarsi per l’ossatura delle tre file sovrapposte dei palchi; di tavole di pioppo «prive di scheggiatura e bene spianate con pomice» per la costruzione dei prospetti, dei pavimenti e divisori dei ventisei palchi, che andranno ai maggiorenti della città, laddove il palco centrale – a imitazione di quanto avviene al San Carlo per Ferdinando – va destinato al Sottointendente. Tutti i legni vanno finiti ad olio, «con bassi rilievi a stucco nel fondato dell’imbugna de’ parapetti». All’interno dei palchi va invece collocata carta francese. Ai palchi si accede attraverso due scalinate laterali, con ossatura in quercia, ciascuna di ventiquattro gradini. Per quanto riguarda la platea, vanno qui collocate ottanta sedie con seditoia in paglia, spalliera e braccialetti. Totale intero, ducati 725,06.

Non si muove una pialla fino alla successiva delibera del 4 settembre 1855, nella quale il Decurionato - preso atto che la vendita dei palchi tra i maggiorenti della città ha realizzato poco più di 600 ducati (in termini di promessa a pagare), e che la rimanente cifra occorrente sarà raccolta con sottoscrizione volontaria presso chi si accontenta della platea - approva i lavori e manda all’Intendente provinciale per gli ulteriori adempimenti.
L’Intendente, da Campobasso approva a sua volta i disegni di De Cesare, autorizzandone l’esecuzione a gravare «sul fondo delle equivalente offerte volontarie», con si legge in nota del 20 settembre 1855; di tre giorni successiva è la nomina che il Sottointendente fa a Achille Belfiore in qualità di cassiere del fondo che andrà a raccogliersi tra i cittadini (è il caso di ricordare che Achille Belfiore, cinque anni più tardi, sarà nominato economo anche
dell’Ospedale militare che i savoiardi apriranno in città dopo la battaglia del Macerone, 20 ottobre 1860).
Vediamo chi sono i sottoscrittori, per 30 ducati ciascuno, destinatari dei realizzandi palchi. Ecco il Gotha cittadino, nomi noti a chi abbia scorto le cronache del 1860 (per economia, omettiamo il Don davanti a tutti i nomi): Alessandro de Lellis; Francesco Cimone; il sindaco Gaetano Mancini; Vincenzo Cimorelli; Giovanni Senerchia; Achille Belfiore; Vincenzo Apollonio; Emiddio Laurelli; Giuseppe Melogli; Antonino de Sanctis; Cosmo de Baggis; Ildefonso Abeille; Francesco Pecori; Raffaele del Vecchio e Raffaele Perna (per quindici ducati ciascuno); Gaetano Jengo; Erennio e Luigi Piccoli; ecc. ecc.
De Lellis e Jengo verranno anche cooptati dal sindaco Mancini in un direttorio che seguirà i lavori. È questo comitato ristretto, nel dicembre 1855, a firmare i contratti con le maestranze: il muratore Gennaro de Matteis, il falegname Giovanni di Pilla e il decoratore Costantino Buccini.
I lavori si concludono a giugno 1856; la spesa lievita a ducati 897,29 (un aumento percentuale tutto sommato accettabile rispetto a certe nostre moderne varianti in corso d’opera). L’ultimo atto del fascicolo è la dichiarazione (1 luglio 1856) di Giovanni di Pilla, maestro d’ascia, al quale viene data la custodia del teatro «fino a tutto l’anno cinquantotto» per il compenso di dieci carlini al mese, utilissima descrizione di quello che era il complesso degli arredi fissi e mobili: «Dichiaro io qui sottoscritto di aver preso in consegna e custodia dal sindaco, D. Gaetano Mancini, il teatro di questo Comune corredato di tre mutazioni di scene, cioè bosco, città e stanza, con due bussole di tela, dieci lumi con tubi pel palcoscenico otto chinchè [uno strano piemontismo preunitario: vale “lampada a petrolio, lucerna a più di un lume”; vd. Vocabolario Piemontese-Italiano, Ponza, Torino 1830] con campane e tubi per l’interno del teatro e otto bracci d’ottone per tre ceri ognuno, otto lumi per le scene senza tubi, sette lumi pei camerini, sei lumi pe’ corridoi; lo scenario è tutto corredato di ciò che bisogna per potere agire: nello ingresso della platea vi è un portiere [illeggibile], le sedie tutte in buono stato, ed il palco ballabile con le corrispondenti filagne per sostenerlo; il machenismo pe’ lumi è anche in istato di agire, e vi sono anche le tende da covrire [illeggibile] la buca del suggeritore nelle feste da ballo, vi esiste anche il cupolino del suggeritore di tela.»






martedì 14 giugno 2011

Don Stefano va a Napoli. Isernia, 18 settembre 1860





«Isernia, 18 sett. 1860
Il Sotto Intendente del Distretto d'Isernia invita tutte le Autorità Civili e Militari di lasciar passare il nominato don Stefano Iadopi che recasi in Napoli.
G.Venditti»

mercoledì 25 agosto 2010

«Rispettosi verso le autorità Civili» - Jadopi sull'isernino tipo del 1858.

Stefano Jadopi, nel 1858, descrisse gli abitanti d'Isernia come miti e ossequiosi del potere; appena due anni dopo, i miti e i rispettosi gli uccisero un figlio e gli appiccarono fuoco al palazzo. Tutto imputabile all'ubbriachezza?
(I brani che seguono sono tratti dall'articolo monografico "Isernia" che Jadopi scrisse per la rivista napoletana Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato; monografia recentemente ripubblicata a cura di Fernando Cefalogli).

«(...) Qualità fisiche degli abitanti. Valida e robusta può dirsi la costituzione degl’ iserniani, coloriti nel vivo nel viso in grazia del clima e sua esposizione. Le donne gaie ed avvenenti, e non mancano delle
palesi (contadine) che han tipo di greca fisonomia. Entrambi i sessi si trovano disposti a qualunque forza più o meno risentita, e specialmente gli uomini, che dai primi anni si esercitano al lavoro, a mestiere di facchino acquistano una pronunziata muscolatura. In generale la capellatura è la castagna chiara-oscura, scarsa la bionda, e non sono affetti da malsanie, o malattie dominanti, tranne quelle febbri che s’avverano d’autunno, causate più dalle vicende atmosferiche di caldo, e freddo, e dalle acque interrotte di tale stagione, e per lo più in decorsi al tipo d’intermittenti, e si curano coi soliti mezzi che la medicina somministra.
Qualità morali - Rispettosi verso i vecchi, le autorità Civili ed Ecclesistiche, e de’ propri genitori coi quali convivono fino all’età abile, ma appena coniugati abbandonano il tetto paterno, e questa specie di repentina emancipazione è la causa del veder attiepidita la primitiva educazione; e tanto dimostra l’urbanità più nei vecchi, che nei giovani. Del resto ospitale per quanto le circostanze lo permettono, cedevoli ai bisogni del forastiero, senza mostrare sgarbatezza nel prestare il proprio ufizio: affaccendati al lavoro, operosissimi, e perciò dovrebbero ritenersi esclusi patimenti morali, trovandosi lontani dall’ozio, ma l’ubbriachezza che spesso invade la testa popolare gl’incita alla rissa, omicidio, furto, e questo specialmente all’epoca del ricolto de prodotti, e per vendette non mancano alle volte ricorrere alla devastazione immatura de’ medesimi, alla distruzione delle piante fruttifere ed all’incendio dei ricoveri campestri, come lo stato di un decennio ne porge chiaro argomento.»

giovedì 27 maggio 2010

Antologia della Reazione, parte II. Isernia, 4 e 5 ottobre 1860




La caccia al liberale, al grido di “viva Francesco e viva Maria”, viene praticata con profitto fino al 4 ottobre, quando

«(...) alle ore diciannove giunse una colonna di circa mille garibaldini a piedi e a cavallo, e fu attaccato fuoco circa due miglia fuori l'abitato (...) il fuoco fu proseguito sino alle ore 23 circa dentro il paese, allorché finita la munizione si dovette retrocedere ed essere in Venafro per avere forza maggiore dalle reali truppe.»
Missiva del Capo urbano Vincenzo Di Ciurcio dell'11 ottobre 1860, integralmente riportata in Anonimo [ma Stefano Jadopi], Risposte a V.M. Briamonte e F. Marulli sulla Reazione d'Isernia, Torino, 1862, p. 49.

I garibaldini sono gli 800 appiedati e i 60 cavalieri della Guardia Nazionale, provenienti da Campobasso e guidati dal Governatore di Molise, Nicola De Luca. A notte, entrano in città per ristabilire l’ordine.

«Napoli, 5 ottobre 1860, ore 10 pom.
Il Segretario generale del Governo di Molise al signor dittatore Giuseppe Garibaldi.

Vittoria completa! vittoria! dopo tre ore di fuoco siamo entrati in Isernia alle ore 23: dei nostri tre soli leggermente feriti, dei reazionari e dei gendarmiche con essi si battevano non ancora sappiamo il numero dei morti e dei feriti; però non deve essere insignificante. ho fatto numerosi arresti, tra quali i due capi del Governo provvisorio, il vescovo e il penitenziere, De Lellis, ed altri; è stata una magnifica retata; tutti niuno escluso si sono slanciati all'assalto come tanti leoni; evviva Molise! (...) »
Telegramma di Nicola De Luca al dittatore Giuseppe Garibaldi, integralmente riportato in Anonimo [ma Stefano Jadopi], Risposte a V.M. Briamonte e F. Marulli sulla Reazione d'Isernia, Torino, 1862, p. 49.

Tra i volontari di Molise, ci sono gli albanesi di Luigi Demetrio Campofreda:


«Certifico io qui sottoscritto Capo dello Stato Maggiore che il Capitano dei volontari albanesi D. Luigi Campofreda in tutti i fatti d’arme nel distretto d’Isernia, e massime il giorno 4 ottobre, si distinse per zelo, per coraggio ed abnegazione, combattendo coi suoi alle prime file, come primo penetrò nella città, che si prese per assalto. Mi piace ancora attestare per onore del vero che il suddetto Sig. Campofreda ha mostrato in quella il maggior disinteresse e decisione possibile in sostegno della gloria e libertà d’Italia.»
Diploma rilasciato dal Capo di Stato Maggiore Ghirelli in Campobasso, 20 ottobre 1860.

Degli assaliti, molti riparano a sud, verso Venafro; altri mostrano il meglio di sé: don Antonino Melogli, tornato liberale, accoglie gli occupanti facendosi trovare

«…sul davanzale di sua casa col ritratto di Garibaldi ad una mano, e coll’altra dimenando un bianco pannolino.»
Anonimo [ma Stefano Jadopi], La Reazione avvenuta nel distretto d'Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Napoli 1861, p. 32

S’inizia la controreazione: De Luca impone una tassa di guerra e procede ad arresti tra i sollevati. Ne fa le spese pure Saladino, qui dipinto come un mansueto da Giacinto de’ Sivo:

«Trovato il vescovo in chiesa ginocchione avanti al Santissimo, non gli valse l'età, la fievolezza, il carattere, l'atto, il luogo, non la presenza di Gesù sacramentato; afferratolo, strascinaronlo pe' gradini, e se nol difendeva col corpo e con le lagrime il canonico Del Vecchio, l'ammazzavano. Tratto fuori, minaccianlo di fucilazione, gli comandano dir “Viva Garibaldi”: il misero vecchio tacente sospirava. Una donnicciola, al vedere dalla fmestra quello strazio, dà un grido pietoso; e in risposta una schioppettata la figliuoletta le ferisce, lei uccide.»

(...)

«Saccheggi simiglianti in altre case. In quella del ricevitore distrettuale Gennaro De Lellis, a lui stesso drizzano i moschetti al viso, e stette vivo per favor d'alcun Nazionale. Sendo il denaro della cassa in salvo, manomisero la roba, mobili, arnesi e dispense; una cappelletta disfecero, bucherarono una tela di S. Francesco, i calici sparirono. E il De Luca gavazzava , quasi l'unità italica raffermasse col subisso delle ricche case isernine. Dove non eran ricchi, rubavano a'poveri; a chi il vestito, a chi l'anello, la caldaia o il pane. n'empievano carrette, e via per Campobasso.
Peggio la notte. Uccisioni e libidini turbarno molte casucce. La notte del primo del mese i reazionarii, cieca plebe, colpiti, s’eran vendicati di tre nemici; saccheggiarono, non stuprarono, non percossero cose sante; gli uomini di chiesa anche nemici rispettarono. La gloria di straziare in chiesa un vescovo, e saccheggiare e bruttare un paese si conseguì da un governatore co’ poteri illimitati, venuto ad alzare il re galantuomo e la morale d'Italia.»
Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Volume II, Trieste 1868, p. 284

Ma Isernia è liberale per una sola notte. Il 5 ottobre, da Venafro, partono i Regi per riprendersi la città.

«Il dì seguente il governatore spedì varii drappelli a perlustrare le campagne e la via che mena a Venafro. Ritornati verso il mezzodì riferirono che una forte colonna di Borbonici era a tre miglia da Isernia. Erano un 500 soldati di fanteria con circa 50 cavalli, molti gendarmi e contadini armati, mentre altri contadini in armi coronavano i monti che fiancheggiano la strada da Isernia a Bojano. Il governatore convocò a consiglio tutti i capitani e venne deciso di ritirarsi, soprattutto perché si difettava di munizioni ed era perduta ogni speranza di aver soccorso dal Pateras, le cui promesse non s'erano verificate. Si scelse la via degli Abruzzi per rionero e Casteldisangro per la speranza di ricongiungersi alle forze di Pateras e per impedire che la reazione negli Abruzzi si propagasse.»
La Colonna De Luca, estratto dal Giornale ufficiale di Napoli, 3 novembre 1860, in Anonimo [ma Stefano Jadopi], Risposte a V.M. Briamonte e F. Marulli sulla Reazione d'Isernia, Torino, 1862, p. 54.

Come spiega bene De’ Sivo, la Colonna borbonica, salendo da Venafro, si scinde e procede a tenaglia: i cafoni – fuoriusciti isernini e del distretto – vanno a bloccare l’uscita a nord; i regolari risalgono per la Consolare. I garibaldini che residuano in città – il grosso, con De Luca, è già in fuga verso l’Abruzzo – rimangono inermi. Segue massacro di camicie rosse, e l’avvio della contro-controreazione, con nuovi saccheggi e rapine:


«Il maggiore Sardi [altrove: Gardi] comandante i regi spiccò i volontarii dalla parte di Fornelli e Sessano, per isboccare alle Grazie sull'alto della città, a serrare 1' uscita del paese; egli avanzando sulla via consolare, giunto alla contrada Forni a un miglio dalle mura, trasse una cannonata, quasi ad avvertire il nemico. Poi entrò per la via a dritta, i soldati percotendo quanti vedevano rossi, che sbalorditi non fecero difesa. Fuggivan su, ma vista la uscita presa alle Grazie, rinculavan dentro; vagavano per le strade, ed eran colti; ad ogni sbocco percussori, e le case serrate; sforzandole venivan sugli scalini stramazzati; altri per le tetta inerpicandosi tombolava. Chi potea toccar la via di Campobasso credevasi salvo; ma scontrava gendarmi e villani, che fuggiti la vigilia, al rumore de' colpi tornavano vendicatori spietati. Queii che scortavano i carcerati, investiti da questi stessi, si sbandarono per le macchie; e in vario modo ebbero morte o prigionia. Fresco il peccato, prontissima la punizione. Certi garibaldini sorpresi nel palazzotto Jadopi, credendo reazione plebea, si difesero; onde i soldati furiosi, posto fuoco all' edifizio, il più di quelli passarono per l'arme; e i contadini seguitando inviperiti contro l'odiate mura, tra le fiamme e le ruine fecero il resto. Nella città sola fur morti da quaranta, molti feriti, e/o prigionieri ; il resto pe' campi perì o campò come il caso volle.»
Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Volume II, Trieste 1868, p. 285

L' incendio ed il saccheggio di casa Jadopi compito, altre case di liberali derubaronsi. Dirigente il cameriere del Vescovo segnava le vittime, e le case da aggredire e quali preservava, e Michele Sardi Maggiore di Guardia Reale ad incitar sempre più la plebe a tali assassini arringando da Casa Perpetua dichiarava « che Re Francesco dava per sei mesi di libertà al basso popolo di far quanto volesse» .
Anonimo [ma Stefano Jadopi], La Reazione avvenuta nel distretto d'Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Napoli 1861, p. 32

Viene ristabilito formalmente il Governo borbonico, ma le truppe di Sardi/Gardi ripiegano su Teano. Isernia rimane a sé stessa; il nuovo Sottintendente è un de Lellis, Vincenzo, che tuttavia, avveduto della fluidità della situazione nazionale, non si fa vedere in città e preferisce Venafro; il nuovo Sindaco – che parrebbe essere stato eletto contro la propria volontà – è Michelangelo Fiorda, addirittura un conosciuto avversario del cav. Gennaro, che così facendo può rarefare il suo coinvolgimento nei fatti della reazione, anche in vista del prossimo arrivo dei Piemontesi, impegnati nello Stato Pontificio, ma in discesa lungo l’Adriatico.

«Fiorda conosciuto liberale nel 1820, per 40 anni aveva avuto agio di studiare tutte le arti di casa de Lellis, che lo voleva Sindaco, e tra perché temesse compromettersi, e tra perché il governo dittatoriale vi ravvisasse il rappresentante d'Isernia reazionario, sene fuggì. Molti popolani però gli furono spediti dietro e così costretto per forza a tornare. Fu necessità al Fiorda per iscampar la vita divenir passivo nelle funzioni municipali»
Anonimo [ma Stefano Jadopi], La Reazione avvenuta nel distretto d'Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Napoli 1861, p. 40.

martedì 25 maggio 2010

Antologia della Reazione, parte I. Isernia, 30 settembre - 3 ottobre 1860


Si avvicinano gli anniversari, occorre essere preparati.
Un po’ di ripasso, allora, utile per non essere rimandati a settembre, mese fatidico.

Il 7 settembre 1860, fujutosene Franceschiello in quel di Gaeta, Garibaldi entra a Napoli e vi instaura il Governo dittatoriale, in attesa di dare tutto in mano ai Piemontesi. Il resto del mondo duosiciliano, s’adegua.
Basta un giorno e, a Isernia, si cambiano bandiere: il fresco Sottointendente Giacomo Venditti, insediatosi solo il 26 agosto, ammaina quella gigliata dei Borboni e issa lo scudo savoiardo; poi, perché sia chiaro a tutti l’avvenuto cambiamento, testimonia lo sprezzo per il regime divenuto ancient da una mezz’oretta, sputacchiando pubblicamente il Borbone effigiato sul dorso di una moneta, subito seguito da tale Raffaele Falciari che, sulla stessa moneta, buttata a terra, ci piscia. Tutto questo, in piazza. Quindi invia telegramma a Napoli, recando notizia dell’adesione della città alla causa.
Nuovo sindaco è nominato Stefano Jadopi, possidente, liberale, già deputato al parlamento di Napoli sebbene osservato speciale della polizia borbonica. Il 12 settembre la città si rivolge a Garibaldi esprimendo questi voti:

«Illustre generale e dittatore - Cittadini, Municipio, Clero, Guardia Nazionale e Autorità tutte di Isernia salutano il liberatore del Regno e rendono consenziente omaggio per l'annessione al Regno italiano sotto lo scettro di Vittorio Emanuele, onde venga compatto di forza e potere. Questi liberi sensi umilia a te Isernia tutta, Contado di Molise, coll'anima e col cuore»
(citato da Francesco Colitto, "Patriottismo e reazione nel Molise durante l'epoca garibaldina" in Almanacco del Molise 1984, p. 101)
Seguono le firme dei maggiorenti, tutti sinceri liberali: i de Lellis, i Melogli, i Cimorelli, un Cimone, un Belfiore. Quanto sia effettivo e sincero l’afflato unitario, si vedrà da lì a venti giorni, sulla punta dei forconi.
Il presidio garibaldino, a Isernia, si compone di ventidue uomini, al comando del maggiore Giovanni Filippo Ghirelli, romano, venuto in città per formare una colonna di volontari e contrastare il possibile arrivo dell'esercito borbonico dal venafrano. Altra forza armata presente è la Guardia Nazionale cittadina - milizia di autoconvocati con funzioni di controllo del territorio, passata tal quale dal servizio dei Borboni alla nuova causa: nelle posizioni di vertice i soliti noti, che tuttavia, nel settembre del 1860, cautamente di defilano.
Queste le occupazioni dei garibaldini in città, raccontate da parte avversa:
«Passando un uffiziale regio, strapparongli i bottoni della divisa; quanti reduci d'Abruzzo transitavano alla spicciolata, o incitavano a disertare o insultavano, e rubavano del bagaglio; onde questi s'andavan frementi di vendetta, e nel popolo testimone il fremito instillavano. Quei ribaldoni scorazzando sforzavano le case altrui, e stuzzicavano l'ire, acciò la gente tumultuasse, e lor desse pretesto al sacco. »Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Volume II, Trieste 1868, p. 282
Il memorialista filoborbonico così ricostruisce la genesi della Reazione in Isernia:
«Sendo pochi i garibaldini rimasti a Isernia, presero la notte del 11 settembre, sulla via, un Altopiede contadino, sospetto ladro; imputarongli il furto d'una valigia, frustaronlo, insozzaronlo, e con minacce di morte strasciaronlo pel paese; all'accorso fratello lo stesso; ambi gittarono in criminale. L'arbitrio del sospetto, e '1 soverchio della sevizia, fu astio a' popolani.
Quel dì 14, il Jadopi ch'era sindaco, prevista la reazione, tolsesi il meglio di casa, e abbandonando la cosa pubblica, in Napoli si trafugò. I garibaldini con a capo il galeotto Costantino Sarcione, saputo che il maggiore Achille De Liguoro con una mano di gendarmi moveva da Migliano su Venafro, quasi tutti a’ 27 [settembre] si partirono. Il Venditti chiamò a difesa i Nazionali, ma non li trovò; onde in carestia di uomini partiti, pensò rimutare mantello, e cercò in fretta i deposti borbonici suggelli; ma troppi testimoni v'era. I contadini carpate quante poterono arme e mazze, corsero a festeggiare i regi; e lo spaurito Venditti aprì le carceri, arringò a' delinquenti, e credé averli persuasi a difendere contro il popolo la libertà. Questi prima ubbriacati, fecero pattuglie pel buon ordine; dappoi vista folta la popolazione, svelarono i timori del sottintendente, e ad essa s'unirono.
Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Volume II, Trieste 1868, p. 283

Il 30 settembre Isernia si solleva.
Il vescovo, il feroce Saladino, presule della migliore tradizione sanfedista, millantando il prossimo arrivo dei borbonici e la palingenetica ondata che ricaccerà Garrubaldo al di là del Faro, dà il via a settecento cafoni armati che con ronche e falci percorrono, a notte, la città, da Largo Fiera fino alla Sottintendenza, nell’ex Convento dei Celestini. A guidarli
un Di Ciurcio, qualche Crudele, Corrado, quell’Altopiedi ritenuto ladro e liberato dal Venditti per errore di calcolo: nomi poco blasonati; a tirare il sasso nascondendo la mano, i soliti noti:
«…vuol la storia che notassimo come le sole abitazioni di Gennaro de Lellis , Vincenzo Cimorelli , Francesco Cimone, Achille Belfiore, Giovanni Canonico Penitenziere Giura, e quella de' fratelli Melogli venissero tutelate dagli stessi insorti.»
Anonimo [ma Stefano Jadopi], La Reazione avvenuta nel distretto d'Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Napoli 1861, p. 20
Assaltano la Sottindentenza, difesa dai pochi garibaldini del maggiore Ghirelli.
«Con un pugno di uomini il Ghirelli si mise in difesa del palazzo della Sottintendenza. E ne era tempo,perchè una massa di circa 700 contadini, al grido di viva Francesco II, assalta il posto della G.N. già chiuso, ne sfonda le porte, abbatte lo Stemma di casa Savoia, e si avanza a dar l'assalto al palazzo del Governo.
Ivi sorge un conflitto, ma i pochi Garibaldini resistono per dar tempo al Venditti di mettersi in salvo; indi, caricando alla baionetta quella massa imponente, scampano da sicuro eccidio. La città, intanto, cade nell'anarchia. Ogni casa diliberali è picchiata, chiedendo fucili e munizioni con minacce di morte.
L’osteria di Cosmo Tamburo viene investita. Gittate a terra le porte, la folla irrompe contro di quattro Guardie Nazionali di Civitanova, che vi si erano rinchiuse, le quali furono ferite e spogliate del meglio che avevano.
Si passa all'assalto della casa del Sig. Alfonso Abeille. Il portone cede sotto gli urti furibondi; l'Abeille mette in salvo i suoi giorni fuggendo sui tetti:ogni masserizia è data al sacco ed al fuoco. Si procede al sacco dell'abitazione del Signor Giuseppe Pietrantonio,il quale scampò per miracolo la vita. Con l'inoltrare della notte il tumulto cresceva in ferocia ed intensità.E grida e colpi d'archibugiate ed aggressioni ed arresti facevano chiaro che si voleva l'eccidio di quanti fossero in voce di liberali.»
Alfonso Perrella, Effemeride della Provincia di Molise, 1891, vol. II, p. 153 e ss.
Assaltano casa de Baggis.
«Avvicinavasi al suo mezzo quella notte orribile,quando il signor Cosmo De Baggis (il quale si era chiuso in casa sua in
compagnia del giudice Boccia, del giovane Francesco Jadopi, dei Signori Luigi De Baggis, Michele Martino Majola, Giuseppe Battista ed una gentildonna moglie di un garibaldino) sente ripetuti colpi di scure,che, in breve, atterrano il portone della sua abitazione. L'orda irrompe. Il De Baggis ed i suoi ospiti si restringono nella stanza da letto: il giudice Boccia e Luigi De Baggis cercano di frenare quelle furie uscendo loro incontro col simulacro della Vergine del Carmine; erano sul limitare della stanza,quando un colpo di fucile mandò in frantumi la sacra immagine, ed altre fucilate fanno cadere mortalmente Cosmo de Baggis, il Boccia e lo Iadopi.
Ai colpi di schioppo succedono quelli di scuri, e sevizie: il De Baggis muore, il Boccia è creduto morto.
Lo Iadopi, semivivo, è trasportato in una stanza contigua, ove immani sevizie lo torturano, e donde agonizzante vien portato nel carcere tra gli urli, gli scherni, i colpi di quell'orda infernale, capitanata dal contadino Vincenzo di Ciurcio.
Il Battista fu ferito di baionetta, e violentata venne la gentildonna garibaldina.»
Alfonso Perrella, Effemeride della Provincia di Molise, 1891, vol. II, p. 154
A Francesco Jadopi, figlio di Stefano, cavano gli occhi (morirà il pomeriggio del 1° ottobre: dopo aver peregrinato inutilmente per case di parenti, portato a braccio, prima di raggiungere finalmente la madre, donna Olimpia de Lellis).
Va detto, en passant, che Francesco è, a un tempo, figlio di Stefano Jadopi e nipote del cav. Gennaro de Lellis, capo occulto della reazione: ecco che a Isernia, per economie di scala, la tragedia assume toni grotteschi di farsa, in cui l'avo infierisce sul nipote per dispetto al genero.
[Per l'omicidio, tanto efferato, di Francesco Jadopi, la memorialistica antiliberale prova a dare deboli scriminanti, alibi che non reggono, va a ricercare cause remote, percorre (superandolo) il limite della calunnia e diffamazione:
«E qui mi è necessità intrattenermi un istante su Stefano Jadopi, onde fosse noto chi sia costui, e quali i motivi pei quali la plebe infuriò poi contro il figlio. (...) Pessime fra le triste passioni sono l'ambizione e la sete delle ricchezze. Stefano Jadopi lasciò dominarsi da entrambe, e divenne il nemico di sé e dei suoi, il flagello d'Isernia (...) Fu sindaco e prese a volgere a suo profitto i beni del Comune (...) Prese a dirigere le fabbriche del Seminario che il vescovo Saladino volle ricostruire dalle fondamenta, e l'appaltatore Luigi de Cesare, minacciato da lui della perdita dell'appalto, per non soggiacervi dové somministrargli materiali e mano d'opera per la costruzione del Casino. Divenuto ambizioso cominciò a far la corte e strisciare presso lo stesso vescovo Saladino, pretendendo pei di costui mezzi, la modesta carica di Sottindentente ad Isernia. Restò deluso. Venne il 1848, sperò cangiar fortuna col cangiar politica (...) divenne di botto liberale. (...)
arrivando tuttavia alla consapevolezza che
«(...) gli eccessi, i fatti nequitosi possono essere compianti, scusati non mai.»
V. M. Briamonte,
Cause, mezzi e fine della reazione d'Isernia avvenuta nel 30 settembre 1860, s.d., p. 20.
Alle accuse di Briamonte (probabile nom de plume, di un don Luigi Testa, piemontese, già gesuita e, all'epoca dei fatti, professore al Seminario di Isernia) risponderà puntuale Stefano Jadopi, col suo Risposte a V. M. Briamonte e F. Marulli sulla Reazione d'Isernia, pubblicato - anonimo - nel 1862, terzo volume di una guerra editoriale giocata, a distanza, tra anonimie e alias e che avrà altri significativi episodi.]

Tornando alla narrazione degli accadimenti, abbiamo in Vincenzo di Ciurcio, alias Pagano, contadino, una fonte di prima mano: nominato Capo urbano dai sollevati, sottoscrive come utile testa di legno una missiva a Francesco II in cui relaziona sui fatti d'Isernia:

«A Sua Sacra Real Maestà Francesco II (...) il contadino Vincenzo di Ciurcio, alias Pagano, d'Isernia fedelissima, suddito divotissimo ed attaccatissimo alla Maestà Sua (...) l'espone che egli ha mossa la popolazione e messosi alla sua testa (...) si assaltò li 30 a sera il corpo dellaGuardia Nazionale (...) Il giorno seguente, 1° ottobre la popolazione distrusse qualche individuo della Maestà sua. Furono arrestati i corrieri e le corrispondenze dei garibaldini da esso esponente,
il quale fece pure aprire il commercio dei generi per Capua, stato impedito dai detti garibaldini onde far morire di fame i regii; ripristinò gli stemmi e la bandiera borbonica; attivò il servizio urbano al numero di circa mille scelti tra i migliori pagando grana venti il giorno per ognuno di denaro tolto dalla cassache si sapeva essere stata fatta per il mantenimento del Corpo della Guardia Nazionale (...)»
Missiva del Capo urbano Vincenzo Di Ciurcio dell'11 ottobre 1860, integralmente riportata in Anonimo [ma Stefano Jadopi], Risposte a V.M. Briamonte e F. Marulli sulla Reazione d'Isernia, Torino, 1862, p. 48.


La reazione trova la sua consacrazione la sera del 3 ottobre, quando arrivano - pochini, in realtà -

«…i tanto aspettati e sollecitati gendarmi [borbonici] al numero di cento. Monsignor Saladino riuniti i ribelli nella sala episcopale diceva loro «la Madonna aver fatto il miracolo mandando i gendarmi a proteggere il movimento». E bisognava esser sicuri, ché preservate poche famiglie, le rimanenti dovevano soggiacere a carcerazione ed altro, perché erano nemici del re e della religione. In tal modo la città finalmente ebbe conferma di chi la reggesse, ed i liberali si videro a fronte non un popolare ammutinamento, ma un'organizzata, diretta e trionfante reazione.»
Anonimo [ma Stefano Jadopi], La Reazione avvenuta nel distretto d'Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Napoli 1861, p. 25

Il che, per altro, non mitiga gli eccessi: il meschino Falciari – quello della pubblica minzione sui gigli del Borbone – viene
«…catturato e, stretto fra ritorte di legno, vomitava sangue. Trascinato in sulla piazza fu martoriato, impiccato ad un lampione, e si giunse (orrore a dirsi!) a recidergli le ascose membra virili e riporgliele in bocca!»
Anonimo [ma Stefano Jadopi], La Reazione avvenuta nel distretto d'Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Napoli 1861, p. 27
[A voler riportare quel che dice Briamonte, Falciari meschino lo era davvero, e da prima che lo evirassero:
«Tristo per natura, liberale mentito, dava in vessazioni e ruberie di ogni sorta: vendeva al Municipio a caro prezzo olio, legne, paglia che non comprava con altra moneta tranne quella di promettere ai contadini di non arrestarli, avendo, come diceva, il potere di farlo: rubava gli stessi Garibaldini nella misura, nelpeso e nella somministrazione di tali generi: i reclami non temeva, di tutti si burlava»
V. M. Briamonte,
Cause, mezzi e fine della reazione d'Isernia avvenuta nel 30 settembre 1860, s.d., p. 17.]