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martedì 14 giugno 2011

Don Stefano va a Napoli. Isernia, 18 settembre 1860





«Isernia, 18 sett. 1860
Il Sotto Intendente del Distretto d'Isernia invita tutte le Autorità Civili e Militari di lasciar passare il nominato don Stefano Iadopi che recasi in Napoli.
G.Venditti»

martedì 18 gennaio 2011

martedì 19 ottobre 2010

«Antologia della Reazione» in e-book

Gli articoli sui fatti dell'autunno 1860 pubblicati in modo discontinuo su "lib[e]ri" diventano un e-book organico e polposo, liberamente scaricabile dal sito internet della biblioteca. L' «Antologia della Reazione» è il primo quaderno digitale della biblioteca Michele Romano (e speriamo non l'ultimo).

venerdì 15 ottobre 2010

Nomi e cognomi. Carpinone 18 ottobre 1860

«Notizie fornite da testimoni presenti ai fatti.
Michele Petta fu Giuseppangelo riferisce: “I primi eccidi si consumarono il 18 ottobre, e i primi garibaldini arrestati dalle Guardie urbane di Macchiagodena in numero di sette venivano condotti in Isernia. Vestivano abiti borghesi ed erano disarmati. Appena arrivati nel Largo Croce [in Carpinone] trovarono un nucleo di gente eccitata, e Raffaele Valente, Menestrella, lanciò un colpo di pietra che ferì un garibaldino alla bocca perché alla domanda chi Viva? Rispose: Viva Garibaldi! Dal mucchio si gridò uccidiamoli, uccidiamoli tutti! Ma le Guardie urbane riuscirono a sottrarli al pericolo imminente e li avviarono per la carrozzabile verso Isernia. Però raggiunti da varii cafoni nelle vicinanze dell’attuale Camposanto, da Antonio Fabrizio, Socarlo, Michelangelo Venditti, Totaro, Leonardo Palladino, Patana, Luigi Cagna, Zirocco, ed un tal detto Cialone, furono trucidati. Sul luogo del misfatto, arrivò ultimo tra i cafoni Raffaele Mascieri fu Felice, Scelato, che per sfregio e spavalderia recise due teste ai corpi già resi cadaveri e sospese pei capelli alle canne dei fucili, come in trionfo, fra gli evviva e gli schiamazzi dei compagni le portò in paese, a testimoniare il bieco e feroce delitto. Le teste furono poi gittate nella fossa comune carnaria della Chiesa della Concezione, dove allora si seppellivano i morti. I corpi dei garibaldini furono sotterrati ai piedi di un olivo là dove erano stati trucidati. Nel 1926 il Podestà Focanti ne ordinò l’esumazione delle ossa e le fece deporre riunite in un loculo del Cimitero comunale: mancavano due teste. (…) Il Mascieri dopo 50 anni di lavori forzati, per grazia sovrana, tornò in paese e dopo 37 giorni di libertà morì, il 27 novembre 1910.
Altri quattro garibaldini, sfuggiti all’uccisione sotto Pettoranello, sbandati venivano a Carpinone. Due di essi furono massacrati a colpi di fucile (tra gli uccisori Gaetano Minchilli lo scarpariello) altri due si rifugiarono in casa di Leonardo Antenucci Tribazio che li tenne nascosti sotto un grosso tino, ove stettero tre giorni. Non potendo più rimanervi, furono costretti ad uscire e, attraverso il giardino, di D. Emilio Petrecca volevano prendere la via della Fontanella. Scovati da Domenico Martella, Cartuccia, Maria Malerba, Caibo, raggiunti, a colpi di scure furono uccisi e poiché coi loro movimenti, nei momenti ultimi dell’agonia, accennavano ancora ad un fil di vita, la Malerba con un grosso sasso schiacciò loro la testa. La scure operata era di Michele Tamasi fu Romualdo, Felicella, il quale la portava ancora intrisa di sangue sul braccio. Visto dall’arciprete Scioli, per spavalderia, disse che aveva fatto il suo. Ciò gli fruttò 20 di lavori forzati, mentre il Martella e la Malerba, autori dell’uccisione tornarono a casa risalendo la Maruccia, nion furono denunciati e restarono impuniti.
I garibaldini uccisi al Largo della Croce, presso la Taverna attuale di Giuseppe Valente, Zincone, vicino ad un albero di pioppo allora esistente, erano scampati alla catastrofe di Pettoranello e dispersi, arrestati nelle campagne in numero di diciassette venivano condotti a Isernia da M° Leone Giancola di Castelpetroso. I loro corpi, evirati dalle donne, sanguinanti, maciullati, nudi, furono gettati in una fornace da calce alla contrada Neviera, a valle della carrozzabile Aquilonia.”»
Pietro Valente, Il 1860 a Isernia, Pettoranello e Carpinone - Notizie storiche, inedito. Copia manoscritta da Erminia Testa nel 1932 (Archivio Venditti).

martedì 21 settembre 2010

Lo Spedale temporaneo di Isernia «pella cura e trattamento dei militari malati e feriti delle Regie Truppe e dell'armata nemica»

Il giorno stesso della battaglia al Macerone, entrati i Piemontesi a Isernia, con efficienza tutta sabauda si prende contatto colla municipalità per l'erezione di un Ospedale temporaneo necessario alla cura dei feriti di guerra (se ne deduce che quella al Macerone non fu propriamente una scaramuccia). La scelta ricade sul convento di Santa Maria delle Grazie, alla "Fiera" (il convento dei Minori osservanti, distrutto coi bombardamenti alleati del '43 occupava pressappoco l'area in cui attualmente ha sede il Tribunale).

«Convenzione stipulata colla Commissione Municipale di Isernia pella cura e trattamento dei militari malati e feriti delle Regie Truppe e dell’armata nemica.

L’anno mille ottocento sessanta, addì ventuno del mese di ottobre in Isernia.
Sia noto che, essendo stati ricoverati nel convento dei Minori osservanti in questa città molti ammalati e feriti dei quali una parte appartenenti alle Regie Truppe ed una parte all’armata nemica (questa ultima composta di feriti raccolti sul campo ove ebbe luogo il fatto d’arme del Macerone), si rende necessario di provvedere alla loro cura ed al loro trattamento (…) il s. Commissario di Guerra sottoscritto addì venne , previ verbali concerti, alla seguente convenzione colla Commissione municipale di questa città, mediante la quale la medesima si obbliga:
1) di provvedere alla cura e trattamento dei militari ammalati e feriti delle Regie Truppe e di quelli della armata nemica attulamente ricoverati nell’ospedale temporaneoallestito nel convento dei Minori osservanti e che in esso verranno inviati e ricoverati in seguito;
2) a questo uopo la Commissione Municipale, siccome più rimanere non potranno i medici e infermieri Militari per dovere essi seguire l’Armata, dovrà provvedere anche che il servizio sanitario venga prestato dai signori Medici e Chirurghi borghesi, e tutti gli altri servizi di assistenza, polizia e cucina da infermieri pure borghesi (…)
3) i medicinali ed il vitto ai militari verranno provveduti da questo Municipio e somministrati agli ammalati a seconda delle prescrizioni dei medici e chirurghi curanti (…)
4) (…)
5) Il rimborso delle spese che il Municipio sarà per incontrare pella cura e trattamento di cui sopra, verrà fatto dall’Amministrazione M.re sulla presentazione di un conto da cui risulti: a) il nome e cognome dei militari ricoverati ed il corpo cui appartengono; b) la data dell’entrata nell’Ospedale e quella della uscita e perciò il numero delle giornate di presenza per cadaun soldato ricoverato e curato.
(…)

Fatta, letta e chiusa e sottoscritta il mese giorno ed anno sopra indicato.
Per la Commissione Municipale
Il Sindaco
Michelangelo Fiorda
Il S. Commissario di Guerra
L. Luccini (o Lunini)»
(Archivio Comunale di Isernia, busta 120, fascicolo 1957)

Il personale civile è tutto locale (medici Pietrantonio, Santoro, Formichelli e quel Domenicantonio Milano che sarà Sindaco della città e autore di una monografia inedita tra le più interessanti riguardanti Isernia). Il trattamento è, va da sé, spartano: pagliericcio, mica piumino:

«Isernia, addì 21 8bre 1860
Intendenza del 4° Gran Comando Militare
Al Signor Sindaco del Comune di Isernia

Nel mentre mi lusinga che la S.V. avrà già date le opportune disposizioni per assicurare il servizio sanitario nello Spedale temporaneo (...) debbo intanto pregarla a disporre perché domattina di buonissima ora la S.V. faccia trasportare 1000 rotoli circa di paglia nuova necessaria per aggiungere a quella già esistente che non è riconosciuta sufficiente, e per sopperire al bisogno di un maggior numero di ammalati.
d'ordine
il Commissario di guerra
Luccini»
(Archivio Comunale di Isernia, busta 120, fascicolo 1957)

Spese a carico della municipalità: no anticipo, no provvigione, astenersi perditempo. Il pagamento, a rendicontazione. Tempi? La Pubblica amministrazione è sempre stata la Pubblica amministrazione: a distanza di due anni ancora stavano a fare le pulci sul quantum, e non si era visto un soldo:

«Torino addi 13 giugno 1863
Intendenza generale dell'Esercito
Officio di Liquidazione
Al Signor Sindaco del Comune di Isernia (Molise)

Prima di addivenire alla liquidazione definitiva delle contabilitàper cura e trattamento di Militari infermi ricoverati nell'Ospedale civile di cotesta città dal 23 ottobre a tutto dicembre 1860, e nei mesi di marzo, aprile e luglio 1861, occorre a questa Intendenza generale di far conoscere alla S.V.con la qui annessa nota di osservazioni quei rilievi che si sono fattiin seguito alla disamina dei conti suddetti (...) Quanto alla retribuzione giornaliera essa si è dovuta ridurre al prezzo stabilito dalla convenzione del 21 ottobre 1861, cioé £. 1,20 per caduna giornata, essendo che in detta è compreso il vitto, medicinali e tutt'altro, né si può avere per diritto altro compenso. La spesa di sepoltura non può eccedere le £. 3, prezzo stabilito dalle norme di liquidazione, per cui si è dovuta pure ridurre quella domandata in £. 4,25 (...)».
(Archivio Comunale di Isernia, busta 120, fascicolo 1957)

lunedì 30 agosto 2010

Un calzolajo impetra di diventar salaiuolo - Carpinone, ottobre 1860.

La supplica che Pietro Venditti - partigiano della parte sbagliata e, quindi, riparato pro tempore in Sangermano - fa ad un altro rifugiato, Francesco II, il 15 ottobre 1860, si trova citata e riportata, con minime variazioni, in più testi. Qui può leggersi quella rinvenuta in Giacomo Oddo, Il Brigantaggio o L'Italia dopo la dittatura di Garibaldi, vol. I, Milano, 1863, p. 226 (da cui è tratta anche l'immagine del brigante). L'omicidio di un tenente garibaldino varrà bene una rivendita di sale e tabacchi, o no?

« Sire! Pietro Venditti fu Giuseppe del comune di Carpinone, calzolajo, divotamente l'espone quanto appresso. Il petente, nel giorno 4 stante funzionava da capo urbano in detto comune; e con venti paesani di mia fidùcia feci arrestare undici rivoltosi, e li consegnai al tenente di gendarmeria in Isernia, nel giungere i garibaldini furono posti in libertà. Il giorno 5 corrente, amazzai un tenente garibaldino, e lo disarmai, ed il fucile con la bajonetta, per ordine del maggiore Gardi, lo consegnai al comandante d'Isernia. Il petente, a tal bravura non può più avvicinarsi alla sua famiglia, temendo di perder la vita, e rimanere la sua famiglia desolata in mezzo di una strada, di tenera età; un solo figlio potrebbe dare un tozzo di pane alla sua famiglia, ma ritrovasi al servizio della M. S. nel reggimento di artiglieria nella decimottava compagnia. La beneficenza della M. S. mi dia ordine onde poter arrestare coloro che si ritrovano latitanti, che sono rivoltosi contro la real corona, e mi limiti una forza per agire contra i medesimi. Se la clemenza della M. S. mi fa la grazia di potermi lucrare un tozzo di pane per la famiglia sarebbe la seguente: in Carpinone un venditore patentato di sale e tabacco ritrovasi arruolato coi garibaldini, e non può più far parte della M. S. il petente bramerebbe occupare un tal posto per sostenere la sua famiglia. Se la M. V. li fa la grazia. »


giovedì 26 agosto 2010

«Un cupo fremito di popolo» - La reazione del 1860 a Carpinone nelle carte del giudice mandamentale Giuseppe di Giuseppe

Relazione
del giudice Giuseppe di Giuseppe sui fatti di Carpinone nel 1860 – Alla Sezione di accusa presso la Corte di Appello di Napoli

«Appena pubblicato da Francesco II di Borbone l’atto sovrano, 29 giugno 1860, col quale chiamava in vigore lo Statuto di Re Ferdinando II del 1848, in Carpinone la voce che quello avrebbe avuto poca durata perché era stato consigliato, non da generosità di principe ma da paura, trovò disposizioni favorevoli a perversi intendimenti dei Sanfedisti. Imperocché nel seguente luglio dello stesso anno 1860 pubblicamente si vociferava che quello Statuto, ripristinato per violenza, sarebbe stato abolito, né mancava chi pubblicamente andava insinuando doversi sopprimere la Guardia Nazionale ed il novello Corpo municipale, doversi restaurare l’assolutismo, con voci e insinuazioni che nel corso di quel mese produssero popolari tumulti, i quali andarono ogni dì più che l’altro, crescendo di intensità. Nel 19 agosto dell’anno medesimo un tal Giuseppe Tamasi, girando pel paese, gridava: Viva Franceschiello! Oggi deve venire Franceschiello! Oggi vedremo se viene Franceschiello! ed alzava un faschetto di vino libando alle orgie future. Il tumulto cominciò; la Guardia Nazionale, quantunque provvista di armi, dové chiudersi nella Caserma, ove le autorità locali vennero investite e bloccate con lancio di pietre e con colpi di archibugio, per tutto il corso della notte, finché i rinchiusi non si salvarono forando un muro, “una porta murata” per riparare nella casa del canonico Iamurri. Gli eccessi si avvicendarono finché non giunsero alle proporzioni di un attentato contro il Governo sui cennati fatti dell’agosto 1860. Ma tali fatti erano forieri di quelli atroci eccidi che nei mesi posteriori insanguinarono Isernia e i circostanti municipii. La sera del 30 settembre 1860 in quella città, capoluogo di circondario scoppiò il primo grido della reazione borbonica. Nello stesso tempo un cupo fremito di popolo incominciò a serpeggiare per le vie di Carpinone, i liberali presentivano la procella. Un Giovanni Tamasi di Salvatore, con altri congiunti, aggredì il posto di Guardia Nazionale, ordinando in nome di Francesco II che tutti si armassero per proclamare e festeggiare il ritorno [del re], intimare lo sterminio ai galantuomini e le masse, poi, insorte organizzavano una rpocessione per onorare le effigie di Francesco II e Maria Sofia. Un mastro Pietro Venditti si fece in quella sera e nei giorni successivi il cerimoniere di quelle orgie invereconde, avvegnacché, innalzato un altare in mezzo a largo Croce, esponeva alla venerazione quell’effigie, alle quali col turibolo dava l’incenso; ed onde apparisse chiaro il concetto di quei baccanali, lo stesso cerimoniere erasi provveduto di una quantità di budella d’agnello, e quelle mostrando diceva: «A canne si debbono vendere, come queste, le budella dei liberali». E quasi non bastassero tali eccitamenti vi si aggiungeva la danza, i ribelli vi si atteggiavano a cannibali accennando a stragi e saccheggi.
La cosa pubblica era a discrezione degli insorti capitanati da Giovanni Tamasi e per ordine suo fu fatta la requisizione di armi nelle case dei galantuomini furono perciò disarmati, fra gli altri, i signori D. Giovanni De Simone, Emilio Di Blasio, Nicolangelo Sassi, Costanzo Petrunti, Giacinto Carnevale, D. Gabriele Venditti fu Gaetano.
Da Isernia intanto arrivavano ordini peri quali si nominava il nuovo Sindaco, il Primo Eletto, il Capo Urbano, né mancò Michele Martella Vacca che assunse le funzioni di giudice. Al disarmo dovevano seguire atti di violenza, e quelli s’iniziarono la notte del 3 ottobre, quando furono strappati dai domestici lari i signori Costanzo Petrunti, Saverio Di Blasio, Saverio Antenucci, Domenico Ciccone, i giovani figli di Gennaro Ciccone, Vincenzo e Federico, Francesco De Dominicis, Fiorangelo Tamasi e altri. Condotti alla caserma per essere spediti a Isernia deliberavansi se dovessero andarvilegati o liberi e partirono, travagliati lungo la via da sevizie, minacciati tratto tratto di morte, fino a che non furono rinchiusi nelle carceri d’Isernia ove trovarono salvezza all’arrivo del Governatore De Luca il giorno 4 del mese di ottobre. L’ottuagenario canonico signor Giuseppe Guerra, narrava con l’eloquenza d’un martire, tutta la sua lunga serie di spasmi che ebbero a soffrire, dalla sera del 4 ottobre quando, infermo di gotta fu costretto a fuggire perché requisito dai rivoltosi, errando di tugurio in tugurio, il più delle volte respinto brutalmente finché non cadde il giorno 5 negli artigli di quelle belve che il trassero in Isernia donde passò a Gaeta su di un carretto. Alle famiglie degli arrestati, si ripetevano richieste di danari e viveri e il giorno 6 fu aggredita e saccheggiata al casa del signor Gennaro Ciccone, commettendovi depredazioni d’oggetti oltre a ducati 2000 ed incendiando tutte le carte di famiglia. La reazione intanto seguiva il suo corso in Isernia con varie vicende. Caduta dopo il 5 ottobre in potere delle solfatesche borboniche il suo destino dipendeva dagli eventi delle armi. La legione condotta dall’intrepido colonnello Nullo era il 17 ottobre battuta in Pettorano dai Borbonici. I prodi del generale Garibaldi, dispersi per le campagne cercarono raggiungere i loro fratelli d’arme, ma quasi tutti caddero vittime di quei feroci ribelli che non pugnavano, ma da vili uccidevano uomini inermi e sperduti in luoghi ad essi ignoti. In quest’opera si distinsero i reazionarii di Carpinone. All’alba del 18 ottobre di posero alla caccia. Tre di essi avevano arrestati cinque garibaldini, ma sotto le mura di Carpinone due furono uccisi a colpi d’arma da fuoco, gli altri e tre furono trucidati con scure e pali. Ne giungevano altri due e ottenevano lo stesso destino. Più tardi arrivavano altri diciotto prigionieri, quattordici furono trucidati barbaramente, derubati, cacciati in un fosso; altri quattro furono salvi per l’opera di un gendarme. (Chi? Se ne ignora il nome). Più tardi giungevano altri sette garibaldini e furono tutti e sette immolati da quei feroci i quali non si arrestarono ad inferire colpi sui cadaveri. Così, con lo scempio di ventotto difensori della Patria rimaneva non estinta la fama di quei cannibali carpinonesi, ma altre vittime mancarono. »

La Corte di appello di Napoli, sezione d’accusa, nel 9 luglio del 1863, sul processo compilato dal giudice del Mandamento di Carpinone, sig. Giuseppe di Giuseppe, ben 145 individui, imputati indistintamente per distruzione del Governo costituzionale proclamato il 25 luglio 1860; di eccitamento alla guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione armandoli ed invitandoli ad armarsi, gli uno contro gli altri; di devastazione, stragi e saccheggio contro un classe di cittadini, con omicidio di 48 garibaldini, rinviava dinanzi alla Corte d’Assise di Campobasso. Gli accusati furono 84; i testimoni 177.

[Tratto da: Pietro Valente, Il 1860 a Isernia, Pettoranello e Carpinone - Notizie storiche, inedito. Copia in manoscritto di Erminia Testa [1932]; Pietro Valente (Carpinone, 3.6.1862 – 15.1.1938), più volte sindaco di Carpinone e consigliere provinciale, nel periodo a cavallo fra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, fu il promotore di iniziative e opere pubbliche, costruzione dell’acquedotto, della ferrovia, del cimitero, della fognatura, dell’impianto di illuminazione pubblica con energia elettrica. A Pietro Valente è intitolato l'edificio scolastico di Carpinone.]

venerdì 13 agosto 2010

"Stato di incertezza, di palpiti e di allarme permanente". La città del gennaio 1861 nel deliberato del Consiglio municipale



«L'anno milleottocentosessantuno, il giorno otto Gennaio. In Isernia. Il Consiglio Municipale, presieduto dal Sindaco, ha nuovamente preso in considerazione l'anormale stato di incertezza, di palpiti e di allarme permanente in cui (...) trovasi questa infelice Città, e Distretto, senza aver finora ottenuto alcun mezzo efficace al prevenire novelle catastrofi (...).
E' pur troppo vero che la reazione d'Isernia, avente capo in Gaeta, perché domata e non estinta, riceve ogni giorno nuovo alimento dai proclami imcendiarii che vi pervengono, dagl'incitamenti che v'ispirano le migliaia di soldati , reduci dalle Terre Papali, e dal brigantaggio dagli Abruzzi dilatatosi sino a questo Distretto, il quale, ridondante di reazionarii fuggiaschi, già presenta per le campagne delle bande armate, che minacciano d'invadere gli abitati, e specialmente questo d'Isernia, dove in tre carceri niente affatto sicure sono ammassati circa cinquecento reazionarii del Distretto, che nelle loro mire di evasione, di vendetta e di stragge [sic] fanno assegnamento sul concorso di più migliaia di famiglie, colle quli sono in rapporto, e sulle irrompenti masse armate.
Intanto, tra la vastità di tanto pericolo ed i mezzi esistenti a vincerli o a paralizzarli intercede un abisso. Appena trecentocinquanta soldati del 5° di Linea per la custodia delle carceri, compresi una cinquantina di essi distaccati per i Comuni di Carpinone e Fornelli, quantocché qui non bisognano meno di due completi battaglioni, per averne uno disponibile a Colonna Mobile al fin di rimettere l'ordine nel Distretto, ed affrontare le bande armate!
Non avvi Brigata di Carabinieri! Non vi sono armi e munizioni per la Guardia Nazionale! Manca da un pezzo un Sotto Governatore, ed un Giudice titolare; ed infine si risente il bisogno di un funzionario di polizia sufficiente all'imperiosità delle circostanze! Insomma trovasi questa città, e questo Distretto, in tale stato di abbandono da parte del Real Governo, ed in tale condizione di pericolo da parte della sediziosa plebe , che se di vantaggio non si accorre così pronti, e valevoli i rimedii, vi saranno irredimibilmente perdute le classi liberali, e pacifiche; di cui s'insidia la proprietà, l'onore, e la vita.
Il Municipio quindi, interprete dei bisogni e delle aspirazioni di tutti i buoni cittadini, a pienezza di voti delibera che senza altro ritardo il Sindaco D. Giacinto Santoro si rechi alla Capitale per rassegnare al Consiglio di Luogotenenza tutta la serie di (...) bisogni, supplicando i Signori Consiglieri incaricati del Dicastero della Guerra e della Polizia di prontamente disporre o far disporre
1° - Che un altro Battaglione di Forze regolari sia destinato per questa Piazza, ed in numero completo vi pervenga al più presto, sia per imporvi l'ordine, sia per domare la baldanza delle bande armate (...);
2° - Che una Tenenza di Carabinieri vi sia spedita e stanziata per la tranquillità interna, e per la sicurezza dei processi;
3° - Che almeno trecento fucili con corrispondenti munizioni si mandino alla Guardia Nazionale di questa Città, prescindendo da quelle bisognevoli alle Guardie di tutto il Distretto;
4° - Perché il personale bisognevole al buon andamento del Governo Locale sia o fornito, se manchi, o corretto se erroneo;
5° - E perché si vuotino le malsicure carceri distrettuali, mandando i detenuti nelle grandi prigioni centrali in Campobasso.
Tanto si è deliberato oggi suddetto giorno colla soggiunta di rassegnarsi questo atto al Consig.re della Polizia e della Guerra perché se ne ottengano salutari ed energiche provvidenze.»
(Trascrizione del verbale di deliberazione dell'8 gennaio 1861, in Archivio Biblioteca comunale "Michele Romano", busta 1, fasc. 25).

mercoledì 28 luglio 2010

Antologia della Reazione, Parte V. Isernia 22-23 ottobre 1860

Con Cialdini a presidiare la piazza (mercato), Re Vittorio

«...la mattina del 22 [ottobre] partì per Isernia (...) dopo Ponte Zittola il viaggio non ebbe più nulla di quelle esuberanti e liete accoglienze dei giorni innanzi. I primi paesi della provincia di Campobasso erano stati teatri di reazione e di atrocità. Cialdini aveva fatto fucilare parecchi cafoni colti con armi alla mano e ne aveva dato avviso al governatore di Campobasso col neroniano telegramma “faccia pubblicare che fucilo tutt’i paesani armati che piglio, e oggi ho incominciato”.
(...) A Isernia si vedevano ancora i resti della terribile reazione, che insieme a quella di Ariano e Matera rappresentò quanto di più truce e di più iniquo fu potuto compiere in quel periodo di profondo perturbamento politico e sociale.
«Non so come io e Ricciardi, separati dal seguito del re, passammo per Isernia», ricorda il Visconti Venosta; «mi sono ancora presenti agli occhi la piazza, le rovine e gli avanzi dell’incendio; e dietro una cancellata, chiusi come belve, alcuni briganti prigionieri.»
Raffaele de Cesare, La fine di un regno, Milano 1969, p. 962.

Penne contemporanee ai fatti ricostruiscono ad usum delphini, offrendo apologetiche unilaterali in cui le atrocità vanno ascritte ad una sola parte.

«Qui è mestieri far parola delle atrocità commesse dai reazionarii del Borbone, i quali guidati dal Dougles-Scotti erano andati a far nucleo a Castel-Sangro e ad Isernia. Il re di Napoli, l'impiccolito, non potea persuadersi di dover perdere. Tolti dalle galere e dalle prigioni i malfattori aveali spediti colà, e dietro ad essi le sue truppe onde suscitassero il partito per la restaurazione. Che se le dimostrazioni benevole e i danari non bastassero, dovessero usar la forza.
Duro trovarono lo scoglio; laonde in numero di quattrocento diedersi alle rapine. Né ciò solo: attaccarono l'incendio a due casamenta e fecer macello di quanti incontrarono. Che se in mezzo a quella carnificina i garibaldini, i soldati di re Vittorio e la guardia nazionale, non fossero in tempo accorsi, tutta quella popolazione sarebbe rimasta vittima della rabbia reazionaria. Quei ribaldi mandavan le teste di quegl'innocenti a re Francesco in Gaeta, ed egli dava in premio dieci ducati per ciascheduna.
Ma gli sgherri del re di Gaeta inferocirono anche maggiormente in Isernia. Era allora Vittorio Emanuele per via da Sulmona a Castel Sangro. Ad un tratto un uomo con aria di forsennato si presenta al re d' Italia dicendo:
«Maestà! Ucciso è mio fratello dai galeotti del Borbone; due figli m'han presi che a quest'ora giaccion trafitti. Sire! questo é un pugnale ch'io tengo da qualche tempo per ficcarlo in core a Francesco. Spiacemi che ormai mi va fallita questa speranza. Maestà! prendete voi questo acciaro, e voi o Sire, vendicatemi.»
E re Vittorio dette consolanti parole all'infelice, accottò il pugnale per conservarlo con iscrupolo di religione.
Giunti pertanto i regii di Vittorio Emanuele a Isernia trovarono quella città in pianto e squallore; avvegnaché tutti lamentassero la perdita di qualcheduno dei lor più cari. Chi piangeva il padre, chi il figlio chi la fidanzata e chi la sposa, chi il fratello o la sorella, imperocché su quanti i borbonici avean potuto metter le mani altrettanti aveano barbaramennte uccisi. Molte eran le case tuttora in fiamme, molte altre poste a sacco; e quel ch'era ancor più barbaro, vedeansi masserizie di valore, arse o spezzate, per non averle seco loro potute trarre. I borboniani teneano in una Casa sette garibaldini prigionieri. Ebbene, pria della partenza furono tutti tagliati a pezzi!
Ma vuole il lettore udire una crudeltà degna dei tempi di Nerone, o di Procuste? Gli sgherri di Francesco ebbero un capo di liberali nelle lor mani. Lo uccisero: ed ecco come. Gli misero in bocca il morso d'un cavallo, e per le briglie a furia di bastonate lo fecer correre per le vie: e tanti colpi gli menarono addosso che al fine cadde morto per le percosse.»
Antonio Mugnaini, I martiri per l’Indipendenza d’Italia – Storia degli sconvolgimenti italiani dal 1815 all’annessione dell’Italia centrale al Piemonte, corredata di brevi cenni storico-biografici sulla Real Casa di Savoia, Firenze 1862, vol. III, p. 310 e ss.

Il forsennato che offre il pugnale per il regicidio viene da altri visto sulla piazza d’Isernia:

«Da Isernia erano fuggiti all’appressarsi dell’esercito italiano quasi tutti i maggiorenti. Temevano di esser chiamati responsabili degli eccidi e delle ferocie avvenute. Alcuni cercarono rifugio a Gaeta. Il re alloggiò nella casa di Vincenzo Cimorelli. Dalla folla partivano grida di dolore e di vendetta. un uomo smarrito nel volto, quasi frenetico, gridava al re che a lui era stato ucciso un fratello nella reazione; gli erano stati condotti prigionieri a Capua i nipoti; spogliato di tutto non gli rimaneva che quel pugnale e con esso aveva giurato di uccidere Francesco II. E il pugnale consegnava a Vittorio Emanuele perché facesse le sue vendette. Un ufficiale d’ordinanza prese l’arma per acquetare l’infelice. Si ricorda che Vittorio Emanuele rimanesse così fortemente colpito dallo spettacolo d’Isernia che esclamasse: «Se non fosse città italiana l’avrei trattata da re barbaro».
Raffaele de Cesare, La fine di un regno, Milano 1969, p. 963.

Da re barbaro la trattò successivamente, insieme a tutto il Sud oggetto di conquista. Ma questa è altra storia. [O, meglio, storia altra, che non s’incontra sui sussidiari e non si legge dal palco delle celebrazioni.]
A Isernia, re Vittorio dorme una notte, lascia una tabacchiera in ricordo e se ne parte lesto a incontrare Garibaldi. La città è prostrata, non pacificata, soggetta a legge di guerra. I fatti di Isernia hanno dato alla città triste fama: se

«... nel 1799 Isernia si era difesa contro i Francesi con tanto valore, che il di lei nome, al principiar del secolo, andava celebre sulle bocche europee (...) nel 1860 Isernia ebbe a palesare tali abominevoli vergogne, che tutte quante le sue passate glorie ne rimasero spente. Il di lei nome disonorato fe’ il giro d’Europa, e quantunque l’opera nefanda fosse compita da pochi retrivi, pure, l’essere questi fra i primarii della terra, fe’ si, che la colpa si spandesse sulla maggioranza de’ cittadini, che pur non era meritevole di biasimo.»
Cletto Arrighi, I 450 deputati del presente e i deputati dell’avvenire per una società di egregi uomini politici, letterati e giornalisti, Milano 1864, vol. II, p. 33.

A distanza di mesi, i morti rimanevano insepolti:

«In fondo d'Isernia v'era un' altra cosa che doveva attirare l'attenzione di ogni cristiano. Un cimitero, o meglio un recinto da un muricciuolo, in cui stava una fossa ripiena di cadaveri, e la maggior parte erano Garibaldini. Infelici! Non avendo udito il segnale di tromba che li chiamava alla ritirata, furono d’ogni parte sorpresi dai borboni e miseramente uccisi.
Dopo mesi agitava ancora il vento e bagnava la pioggia le insepolte loro ossa, quando alcuni caritatevoli del nostro battaglione gli fecero porre sulla fossa una pietra, ed un altro vi fece scolpir sopra, onde insegnarli ai posteri, le seguenti parole:

AI FIGLI
DEL PADRE GARIBALDI
DELLA MADRE ITALIA
I MILANESI
PACE
1861

Al disopra di tutti i cadaveri vi stava quello di un uomo che doveva essere sul fiore della vita: il costume che vestiva era quello del luogo. Fra tutti, il suo corpo era ancora il men disfatto. Questi, riconosciuto per un abitante di Miranda, paese poco lontano, lo rinvennero morto in prigione e levatolo, in quella fossa assieme agli altri lo calarono.»
Carlo Tedeschi, I Milanesi a Venafro, Milano, Libreria di F. Sanvito, 1861, p. 58

mercoledì 16 giugno 2010

Antologia della Reazione, parte IV. Macerone, 20 ottobre 1860

Ottobre 1860: Francesco II è un dead man walking, già condannato dal consesso internazionale; il governo immalinconisce a Gaeta; l’esercito borbonico, demotivato più che debole, è disseminato alquanto disordinatamente tra Abruzzo, Molise, l’area del Garigliano e la Terra di Lavoro, impegnato per lo più in una logorante guerra per bande. Garibaldi, da Napoli, controlla lo stivale che fu duosiciliano, nell’attesa di dare tutto al Re di Sardegna, asso-piglia-tutto.
Il 12 ottobre, dopo aver lanciato un proclama alle popolazioni meridionali, ma non una rituale dichiarazione di guerra al Borbone, Vittorio Emanuele II passa il fiume Tronto, in testa all’Armata piemontese ed entra in “Affrica”, come dice Farini. L’invasione procede come una parata: le armi rimangono fredde. La fortezza di Pescara si consegna senza opporre resistenza; quella, imprendibile, di Civitella del Tronto – che cadrà dopo Gaeta, come ultimo baluardo – viene aggirata senza problemi.
L’Armata d’occupazione delle Marche e dell’Umbria, al comando di Manfredo Fanti, ministro della Guerra e della Marina nel dicastero Cavour, avanza con due corpi d’armata: il V° C.A., con in testa il tenente generale Enrico Morozzo della Rocca; e, in avanguardia, il IV° C.A., comandato dal generale Enrico Cialdini, uno che, a partire dal puntuto pizzo, è il Risorgimento italiano fatto a icona; uno che quando

«... l' 11 settembre gli è dato finalmente di varcare il confine pontificio, lo fa dirigendo ai suoi soldati questi detti memorabili che attestano dell'energia dell'anima sua, interamente e veramente italiana: “Soldati! Vi conduco contro una masnada di briachi stranieri, che sete d'oro e vaghezza di saccheggio trasse nei nostri paesi. Combattete, disperdete inesorabilmente quei compri sicarii e, per mano vostra, sentano l'ira d'un popolo che vuole la sua nazionalità e la sua indipendenza.”
Stefano Siccoli, “Enrico Cialdini”, in Almanacco illustrato della nuova italia, Firenze 1866, p. 78.

(Più tardi, fatta l’Italia, sui nastri della corona d’alloro che gli decreterà, come senatore del Regno, la magnanima città di Torino si leggerà:

AD ENRICO CIALDINI
A Palestro — Castelfidardo — Isernia
Gaeta
Vincitore Sempre 1861.)


L’Armata, lasciatasi alle spalle le rose e viole della costa adriatica, deve

«sospingersi a lungo cammino attraverso li montuosi Abruzzi; nè più che due vie si offerivano, facile quella che risale la Val di Pescara, disagevole ed aspra l'altra che da Chieti piega a Casoli e Roccaraso, entrambe poi convergenti a Castel di Sangro alle falde della maggiore giogaja appenninica, la quale si doveva dal passo del Macerone superare per discendere ad Isernia nella valle dell'alto Volturno.»
Luigi Zini, Storia d’Italia dal 1850 al 1866, Milano 1869, p. 788.

È la Via degli Abruzzi: la stessa strada che percorsero i Francesi nel 1799, per portare la rivoluzione a Napoli; la stessa percorsa dagli Austriaci nel 1821, per chiudere il neonato Parlamento duosiciliano. Adesso viene percorsa dai Piemontesi.

«Man mano che si addentravano nella parte più interna degli Abruzzi (…) si cominciarono a scorgere i segni dei recenti scontri tra liberali e reazionari: case bruciate, campi devastati, cadaveri frettolosamente sepolti o abbandonati ai lati della strada. Tutto testimoniava della violenza di una lotta feroce che sotto il velo del conflitto ideologico, aveva i caratteri di un’esplosione di odio selvaggio tra classi sociali: i “galantuomini” o borghesi e i “cafoni” o contadini. Le popolazioni non erano più festose; ma accoglievano i piemontesi in silenzio, con il cupo sospetto di chi, avendo sopportato dure prove, non è affatto convinto che il momentaneo vincitore sia venuto a portare una pace duratura.»
Pier Giusto Jaeger, Francesco II di Borbone – L’ultimo re di Napoli, Milano 1982, p. 151.

Si avvicina il 20 ottobre, data della prima battaglia campale tra Piemontesi e Duosiciliani, al Macerone.

«18 Ottobre. Sereno. L’Avanguardia da Palena va a far tappa presso Roccaraso. La 4ª Divisione da Lama va ad accamparsi sotto Rivisondoli; la 7ª da Casoli a Palena. Il Quartier Generale è a Roccaraso. L’Avanguardia viene aumentata di una Sezione rigata della 4ª Divisione. Giunge notizia di una colonna di garibaldini disfatta dai Borbonici a Pettorano, poche miglia da Isernia.»
Diario delle operazioni del IV° Corpo d’Armata

Da parte borbonica, intanto, ci si prepara a resistere:

«Il maresciallo Luigi Scotti-Douglas, da vecchio carbonaro diventato reazionario, che si trovava con una colonna di gendarmi e volontari da lui armati a San Germano, appoggiato dai partigiani e dal clero locali, e il De Liguoro, promosso tenente colonnello per le recenti gesta, ch’era ad Isernia per tenere a freno come si è visto i liberali del paese e per fronteggiare i garibaldini, furono rinforzati, in previsione dell’invasione piemontese, dalle truppe della brigata Grenet fino a Venafro»
Tito Battaglini, Il crollo militare del Regno delle Due Sicilie, I, Dalla catastrofe siciliana al Volturno, Modena, 1938 p. 192

Scotti-Douglas compie un grossolano errore di valutazione scambia per i pochi volontari di Pateras e Fanelli – i Cacciatori del Vesuvio – l’avanguardia piemontese di Cialdini:

«Era a S. Germano il maresciallo Scotti con poche truppe; il più di volontarii e soldati raccogliticci, con carico piuttosto politico che militare, per proteggere le popolazioni contro i faziosi. Dipendevano da lui quei che ad Isernia avevano il 5 e il 16 ottobre sperperati i due corpi garibaldesi; e là s'era rimasto il maggiore De Liguoro, spiando il Pateras che si diceva scendesse d'Abruzzo co'suoi ribaldi, per punirli delle rapine. Colà recatosi anche lo Scotti non so perché, ebbe a sera del 19 notizia di grosse colonne di truppe regolari accampate nella valle Vandra, di là dal Macerone; però parecchi, asseverando fossero Piemontesi, istigavano lo Scotti a occupare la sera stessa la forte posizione del Macerone, dove si potea contrastare il passo; ma egli, duro, si stette, e lasciò il nemico v'arrivasse primo. Al mattino gli giunse da Teano il 1° di linea, minorato di due compagnie, ch'erano ad Itri; reggimento capitolato a Melazzo, poi dal Brigante a Reggio disciolto, che per alacrità di soldati accorsi volonterosi s'era ricomposto a Capua in 800 uomini col maggiore Auriemma; corpo certamente fievole di coesione, dopo tante peripezie. Adunque con questi stanchi del cammino, con poche centinaia di gendarmi, certi volontarii e due pezzi da montagna, lo Scotti il mattino del 20 mosse incontro a tutta l'oste Sarda, dicendo fosse il Pateras con la sua masnada.»
Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Volume II, Trieste 1868, p. 323

De Sivo, per ridimensionare la debacle, sottostima il numero dei borbonici, regolari e non («800 uomini (…) poche centinaia di gendarmi, certi volontarii»). In ogni caso, malgrado quello che dirà la storiografia risorgimentale – che, col fine opposto d’incensare il primo scontro tra Piemontesi e Duosiciliani, parla di seimila armati con Scotti-Douglas – il numero dei combattenti era favorevole ai Piemontesi: al Macerone, i Regi non superano le 3.000 unità (cioè due battaglioni del 1° reggimento di linea, un migliaio di gendarmi e il rimanente di cafoni); con Cialdini sono invece circa 5.000 uomini.
In avanguardia, con i bersaglieri e gli zappatori del Genio, c’è il magg. generale Paolo Griffini, lodigiano (nell’Isernia postunitaria sarà intitolata a Paolo Griffini la caserma dell’Esercito ospitata in Santa Maria delle Monache).
.
«Distaccato dal IV Corpo a vanguardia precedeva di uno alloggiamento il Generale Paolo Griffini con due battaglioni di bersaglieri, due compagnie di zappatori del Genio, due reggimenti di cavalli e quattro cannoni: al quale come nel giorno 19 giusta i computi toccasse a Rionero, che è al piede del Macerone, era ingiunto di accampare ed aspettarvi lo arrivo dello intiero Corpo, perché il Comandante Cialdini intendeva impadronirsi del passo e delle alture, e farsi forte colassù prima che li Borboniani, che si sapevano già in marcia da Venafro ad Isernia precorrendo occupassero la montagna; donda quasi da immane fortezza anco pochi facilmente potrebbero contrastare il passo ed arrestare in quelle gole tutto lo sforzo de' Sardi. La qual cosa considerando il Griffini e il pericolo dello indugio, e dall'altro il rischio di avventurarsi a disubbidienza ed a fronteggiare il nimico in maggior forza, stato alquanto sopra di sé gittossi al partito animoso; e tolti con sé li Bersaglieri e traendosi appressa le artiglierie, lasciato giù nella valle la Cavalleria e li Zappatori a guardia del ponte sul torrente della Vandra, alla prima luce fu sull'alto del giogo e vi si afforzò: e di colà speculando vide movergli incontro grossi stuoli nemici che partitisi in tre colonne accennavano ad investirlo di fronte e girarlo da' fianchi. — Seppesi di poi che duce a quelle schiere (tremila soldati di ordinanza, fanti di linea e gendarmi, forse altrettanti partigiani, con una batteria) era il Generale Douglas Scotti di Piacenza agli stipendj di Francesco lI, inviato con nome di Luogotenente del Re nelli distretti di Terra di Lavoro a sollevare que' popoli per la causa regia e fare arme (come già un tempo per l'antica fede e li gesti di Fra Diavolo, di Mammona, di Sciarpa, di Pronio e di Rodio); e così raccolte quante forze gli venisse fatto a chiudere il varco principale dello Appennino.»
Luigi Zini, Storia d’Italia dal 1850 al 1866, Milano 1869, vol. I, parte II, p. 789-790.

«I Piemontesi procedevano a grosse colonne l'una sull'altra insieme a' pochi faziosi che raggranellavano tra via; guidava l'avanguardia il generale Griffini con due battaglioni bersaglieri e due cannoni della 4a divisione. Presso al Macerone, lasciata la strada si gittò sull'alture, e vi si postò, mandando i faziosi avanti a insultare i Borboniani. Lo Scotti al veder questi divise i suoi in tre, sulla strada, e su' lati alle montagne, e gridò: «Date la caccia a quei mascalzoni». Infatti furono respinti sino alla vetta; ma là i Napolitani si sentirono improvvisamente colti da scaglie non viste, eppure procedendo baldi, già due compagnie eran per pigliare i due abbandonati cannoni, quando sbucando di dietro al monte il 3° d'infanteria Sarda, perduti alquanti uomini ebbero a piegare. In quella sopraggiungeva il Cialdini con la brigata Regina, che sulla via maestra corse alla carica, mentre prolungando l'ale accennava a circuire i nostri. Questi resistettero mezz'ora; morì il tenente Mattiello, fu ferito il tenente Giordano; ma visto aver da fare con un esercito, prima i volontarii e i gendarmi s'allontanarono, percossi dal 7° Bersaglieri, e da uno squadrone di Lancieri; e poi il resto del 1° di linea rimasto solo e circuito, e per istanchezza del cammino fatto da Teano inabile a' movimenti, ordinandolo lo Scotli, pose giù l'arme. Tutti gli altri se la svignarono pe' monti a Venafro. Restarono prigionieri da seicent'uomini, e molti uffiziali, con lo Scotti, che parve esservi ito a posta, né s'era mosso di dentro la carrozza. Il Cialdini lo mandò con un suo uffiziale a Solmona; e notò nel dispaccio ch'ei vi consentiva volentieri. Costui vecchio carbonaro, fatto nel ‘49 il reazionario inviperato, ora non so se traditore o imbecille, a scusarsi d'aver combattuto pel re, stampò una umile lettera al Cavour, vantandosi liberale. Certa gente in tutte fortune va a galla, perché vacua.»
Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Volume II, Trieste 1868, p. 287-288.

La battaglia del Macerone è conclusa. I Borbonici, in rotta, vengono inseguiti fin dentro Isernia, dove la battaglia prosegue con una carica di cavalleria.

«Il Griffini, alla testa dello squadrone dei lancieri, si lanciò irruentemente sulla strada sbaragliando il nemico e giungendo in Isernia prima dei fuggiaschi. I reparti borbonici del 1° reggimento di linea si difesero e cercarono di retrocedere combattendo su Isernia; ma circondati caddero in gran parte prigionieri, mentre gli altri, con i volontari reazionarii e gendarmi, si sbandarono su per i monti, raggiungendo poi Teano.»
Tito Battaglini, Il crollo militare del Regno delle Due Sicilie, I, Dalla catastrofe siciliana al Volturno, Modena, 1938 p. 192

«Isernia è una città traversata da una strada lunga e stretta. Il Cialdini dette ordine al capitano Montiglio di caricare con uno squadrone, che aveva ordine di prendere la piccola batteria che era in testa della colonna de' Napoletani. Questi, attoniti, non impedirono nè punto nè poco la carica, nè osarono neanche tirare contro i cavalieri. Un solo soldato osò, e fu steso morto per terra da un colpo di lancia d' un piemontese. Il Montiglio riuscì, quindi, senza perdita, a seguire l'ordine avuto. I cannoni e i cannonieri furono presi, lo Scotti fatto prigioniero, e con lui il de Liguoro e 800 soldati. Due soli contadini, colti colle armi alla mano furono fucilati. Gli altri, nel numero di 700, eran rimasti lontani dal combattimento.»
Anonimo, Della guerra d’Italia, vol. III, Rieti 1861, p. 481.

Isernia muta colore per la quarta volta in venti giorni. A sera, ospita il quartier generale dell’Armata piemontese.

«20 Ottobre. Le truppe borboniche divise in tre colonne, partite il mattino da Isernia attaccano i nostri avamposti sul Monte Macerone. Il generale Griffini fa avanzare i battaglioni bersaglieri e 4 pezzi d’artiglieria per la difesa della posizione. Il generale comandante il Corpo d’Armata giunge poco dopo nel sito alla testa della Brigata “Regina” ed ordina di prendere vivamente l’offensiva. Un battaglione del 9° è ispedito sulla sinistra e con una brillante carica mette in fuga il nemico, in pari tempo il 7° bersaglieri al centro ed il 6° bersaglieri sulla destra caricano e mettono in fuga i Borbonici; uno squadrone di Lancieri di Novara carica ed insegue il nemico sulla strada facendo molti prigionieri. Rimasero nelle mani il generale Scotti, due colonnelli, 35 uffiziali e 700 soldati, la Bandiera del 1° Reggimento di Linea “Re”, e due pezzi d’artiglieria. Il 7° battaglione bersaglieri si spinge fino al Volturno e prende posizione oltre il Ponte. Le altre truppe dell’Avanguardia si accampano presso Isernia. La 4ª Divisione dietro la città ad eccezione del 10° reggimento che con due pezzi rigati ed uno squadrone dei Lancieri di Novara prende posizione a due miglia da Isernia a cavallo della strada che tende a Venafro. La 7ª Divisione da Rivisondoli e Rocca raso va a far notte a Rionero; il Quartier Generale è a Isernia».
Diario delle operazioni del IV° Corpo d’Armata.

La sera del 20 ottobre Cialdini riunisce a Isernia il V° Corpo d’Armata; il resto dell’esercito sabaudo, quella stessa sera, è a Sulmona, insieme con Vittorio Emanuele.

«Isernia presentava, all'entrata de' Piemontesi, un aspetto di desolazione e di lutto. I Borbonici v'avevano commesso eccessi gravi.»
Anonimo, Della guerra d’Italia, vol. III, Rieti 1861, p. 481.

Altri eccessi sta per compierli Cialdini, che darà il meglio di sé da qui a qualche mese, da plenipotenziario nella lotta al brigantaggio, allorché

«...comandò una dura repressione messa in atto attraverso un sistematico ricorso ad arresti in massa, esecuzioni sommarie, distruzione di casolari e masserie, vaste azioni contro centri abitati: cannoneggiamento di Mola di Gaeta (oggi è un rione di Formia) del 17 febbraio 1861, eccidio di Casalduni e Pontelandolfo, nell'agosto 1861.»
Wikipedia, voce “Enrico Cialdini”.

«In quel suo rapporto ufficiale sulla cosiddetta "guerra al brigantaggio", Cialdini dava queste cifre per i primi mesi e per il solo Napoletano: 8 968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati; 10 604 feriti; 7 112 prigionieri; 918 case bruciate; 6 paesi interamente arsi; 2 905 famiglie perquisite; 12 chiese saccheggiate; 13 629 deportati; 1 428 comuni posti in stato d'assedio.»
Vittorio Messori, La sfida della fede. Fuori e dentro la Chiesa: la cronaca in una prospettiva cristiana, Milano 1993.

A Isernia, comunque, Cialdini mostra subito di che pasta sono fatti i Piemontesi:

«Al momento mi giunge il seguente del Generale Cialdini da Isernia: (…) Faccia pubblicare che fucilo tutti i paesani armati che piglio, e do quartiere soltanto alle truppe. Oggi ho già incominciato. Firmato: Il Generale Cialdini. Campobasso 20 ottobre ore 11,15 pomeridiane. — Trasmesso il 21 ottobre ad ore 6 antim. per linea occupata. Napoli 21 ottobre 1860.»
Dispaccio telegrafico del Governatore di Molise, Nicola De Luca, al Dittatore ed ai Ministri dello Interno e Polizia e della Guerra in Napoli, Giornale Officiale di Napoli, n. 38.

lunedì 31 maggio 2010

Antologia della Reazione, parte III. Pettorano, Ponte delle Ferraine, 17 ottobre 1860

Jadopi, da Napoli, tiene alta l’attenzione su Isernia. Non è comunque il suo intervento ad essere determinante: anche senza il suo interessamento, i giochi sono fatti, e decisi altrove. La città, in mano ai Regi, è d’inciampo alla discesa dell’esercito sabaudo di Cialdini (e Vittorio Emanuele, of course) verso Teano e Capua. Il Governo dittatoriale si muove e invia le Camicie rosse di. Francesco Nullo, bergamasco, con Garibaldi dai tempi dei Cacciatori delle Alpi.

«Il maggiore della Guardia Nazionale di Boiano Girolamo Pallotta si presentava al quartiere generale di Garibaldi in Caserta e assicurava che a Boiano erano pronti ben 3000 volontarii, che occorreva la presenza e il comando di ufficiali garibaldini, che urgeva soffocare subito la reazione per non perdere il Molise, e forse anche gli Abbruzzi; e insistette tanto da far decidere Garibaldi a mandare due battaglioni comandati da suoi ufficiali. Costoro cui fu dato l’incarico furono il col. Francesco Nullo, il magg. Vincenzo Caldesi, il cap. Emilio Zasio, il luogotenente Alberto Mario e dodici guide a cavallo comandate dal tenente Candiani. (...) Gli ufficiali e le guide di Garibaldi partirono da Caserta il 13; il 14 giunsero a Maddaloni, dove risiedevano i due battaglioni del Matese e di Sicilia a cui fu dato l’ordine di marciare alla volta di Boiano con le guide. Gli ufficiali giunsero a Campobasso il 15 ottobre e vi pernottarono.»
Pietro Valente, Il 1860 a Isernia, Pettoranello e Carpinone - Notizie storiche, inedito. Copia manoscritta da Erminia Testa nel 1932 (Archivio Venditti).

Il 16 ottobre, Nullo

«Uscì da Campobasso con tre battaglioni detti dell'Etna, della Maiella, e del Gran Sasso, un migliaio di vagabondi d'ogni paese; e s'afforzò con una radunata di camorristi d'un Girolamo Pallotta da Boiano; gli uni e gli altri buoni a rapinare»
Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Volume II, Trieste 1868, p. 285

I camorristi sono i volontari molisani e matesini (pochi, per la verità) mobilitati da Girolamo Pallotta, pro-dittatore di Bojano e la Compagnia beneventana di De Marco. Nullo conosce il numero dei Regi presenti ad Isernia; sottostima, forse, la forza dei cafoni che s’accompagna all’esercito regolare duosiciliano. Prudenza imporrebbe di attendere Cialdini, per entrare insieme in Isernia. Malgrado gli ordini formulati direttamente da Garibaldi, Nullo ha fretta.

Eppure, nella Colonna Nullo si conosceva di che pasta fosse il nemico che si andava a fronteggiare:

«…qualcuno aveva messo in giro una voce perlomeno buffa: che qualche giorno prima, a Isernia più di mille garibaldini ci avevano rimesso la pelle, e ora le loro teste mozzate, col berrettuccio rosso, servivano d’ornamento alle antiche mura della città. »
Carlo Alianello, La conquista del Sud, Milano 1972, p. 183.

Così Domizio Tagliaferri, bojanese, camicia rossa, intruppato nella Colonna parla dei fatti del 17 ottobre:

«A Boiano la nostra colonna era costituita da circa seicento uomini, con una fanfara di trentadue persone di Apice, e di altri vicini paesi. Poi fu rinforzata da circa quattrocento altri del Battaglione Campagnano, di dugento di Bentivenga, oltre un forte numero di Campobassani e provinciali. Garibaldi, tra le altre istruzioni fornite al colonnello Nullo, aveva data quella di far sosta a Boiano, e di non muovere verso Isernia, prima del 20 ottobre, affinchè il nemico si fosse trovato bloccato fra noi ed il corpo d'esercito del Generale Cialdini, marciando per la strada del Macerone. Se nonchè Nullo, improvvisamente, verso le 10 antimeridiane ci comandò di avvicinarci ad Isernia, in fretta, senza che avessimo avuto l'agio di rifocillare lo stomaco, digiuno dal giorno precedente.
Nullo derogò agli ordini ricevuti, e ci espose a quella tremenda carneficina, che la storia stìgmatizza con parole di fuoco, e da cui pochi soltanto, ed a mala pena, scampammo.
Dopo tre ore, di penoso cammino, giungemmo presso Pettoranello di Molise sulla via, che congiunge questo paesuccio alla strada nazionale dei Pentri. Quivi stanchi ci sdraiammo per terra. Alberto Mario proseguì verso Isernia. Nullo e il suo Stato maggiore penetrarono a Pettoranello. »
Domizio Tagliaferri, La spedizione di Isernia, articolo pubblicato su “La Lega del Bene”, n. 28, del giugno 1890 (Copia fotostatica del manoscritto è presso l’Archivio della Biblioteca Michele Romano).

Tra gli ufficiali garibaldini c'è Alberto Mario,l’autore de “La Camicia Rossa” (caposaldo della memorialistica garibaldina, accanto agli scritti di Cecchi e Abba).

«A Pettorano apresi, solcata dalla consolare, una gola ripidissima e alpestre di ben tredici miglia, convergente sino a Castelpetroso e quasi parallela sino a Pettorano. Poi essa spandesi in dolce vallata ove giace Isernia che si vede e si domina da Pettorano. Nullo affidò un mezzo battaglione al capitano Zasio, incaricandolo di piantarsi su Carpinone, arduo monte di prospetto a Pettorano. Collocò il maggiore all'osteria con sessanta uomini di riserva; e a me ordinò di munire coi seicento rimanenti il colle di Pettorano che protende una delle sue pendici a guisa di cuneo orrizontale verso Isernia. Ciò fatto, spiegai in catena una mezza compagnia a traverso la gola per mantenere le comunicazioni fra le due schiere.»
Alberto Mario, La Camicia Rossa, edizione digitale, p. 79.

«Così A. Mario nella “Camicia Rossa”. Però Mario ignorava che Carpinone trovasi un bel po’ distante da Pettoranello e che i colli su cui si schierò Zasio non sono affatto di confine tra i territori dei due comuni, che nel punto più breve tra loro trovasi a circa un chilometro distante in linea retta. Il cap. Zasio schierò i suoi sui colli Montano, Cacchito, Cesafatica, e forse anche ne mandò su Sierra d’Ambla che ergesi più su della Taverna, nella quale fu lasciato Caldesi, con 60 uomini di riserva. Mario fece inoltre occupare le pendici del colle ove è situato Pettoranello, pendici che digradano verso il piano, e spiegò mezza compagnia alla base del comune, di fronte alle posizioni occupate da Zasio. Le truppe furono affidate agli ufficiali dei battaglioni, e gli ufficiali di Garibaldi entrarono in Pettoranello, ove furono ospitati dalla famiglia Santoro che li rifocillò.»
Pietro Valente, Il 1860 a Isernia, Pettoranello e Carpinone - Notizie storiche, inedito. Copia manoscritta da Erminia Testa nel 1932 (Archivio Venditti).

Nullo lascia quindi le linee e ripiega su Pettoranello, all'assalto del tavolo da pranzo, in casa dei Santoro. La truppa attende sotto il sole, non senza rilevare l'assenza del colonnello e del suo Stato Maggiore. Tagliaferri appare quantomai critico sulla conduzione di Nullo:

«Verso le 2 pomeridiane, mentre ognuno si cullava in un sospirato riposo, gran numero di gente bene armata si mostrò sulle vicine alture di Castelpetroso, e fra le rocce di Pettorano.
Datosi l'allarme, io e il capitano Pietro Rampone con qualche altro corremmo al paese per avvertire il colonnello Nullo. Lo trovammo seduto al pianoforte suonando, e dopo avere ascoltato da noi, che il nemico ci era sulle spalle, rispose, in tuono burbanzoso - Sono io, che comando. Tornate ai vostri posti -. Ci guardammo stupefatti, e tornammo donde eravamo partiti, annunziando la risposta di Nullo.»
Domizio Tagliaferri, La spedizione di Isernia, giugno 1890.

I Regi avanzano lungo la Consolare. Una forza composita, di circa tremila uomini, costituita da un battaglione di fanteria, gendarmi, un mezzo squadrone di cavalleria e, disposti a ferro di cavallo, i cafoni in numero imprecisato.
Mario e tra quelli che dànno avvio allo scontro: con i suoi, carica l’avanguardia borbonica.

«Per animare i nostri con una prova segnalata di valore, Nullo mi fece raccogliere le guide e i soldati d'ordinanza. Eravamo diciotto. Indi scendemmo da Pettorano; toccata l'osteria, il maggiore e Mingon si aggiunsero al drappello. Di là al galoppo all'incontro dell'avanguardia borbonica sulla consolare. Quei di Carpinone,»

il “mezzo battaglione” di Zasio e i volontari di De Marco,

«testimoni del fatto, ci battevano le mani, e mandavano alte grida d'entusiasmo ripercosse dal contrapposto monte. Spintici in prossimità dei regi, li caricammo a briglia sciolta e li mettemmo in volta disordinati.
— Indietro, indietro! I cafoni al monte! urlarono di repente i nostri di Carpinone. Noi li udimmo, ma nondimeno proseguimmo la carica.»
Alberto Mario, La Camicia Rossa, edizione digitale, p. 79.

Compaiono, inaspettati, i cafoni, gli irregolari armati di moschetto che attaccano di lato i garibaldini, con tecnica di guerriglia:

«E per verità una vivissima e inaspettata moschetteria ci colse di fianco dalla pendice avanzata di Pettorano che io avevo guernita di duecento uomini. Nullo non sapeva persuadersi come quella importante posizione fosse stata presa senza lotta, e temendo di perdere Pettorano divisò di rifare il cammino sino alla borgata. Si accese pertanto un combattimento strano fra noi cavalieri e i cafoni che dietro agli alberi ci bersagliavano diabolicamente a pochi passi.»
Alberto Mario, La Camicia Rossa, edizione digitale, p. 79.

«Il nemico, che ci era abbastanza da presso die' principio alle fucilate. Fummo tutti, come un sol uomo, all'impiedi. Corremmo verso i cafoni e li respingemmo, quantunque si trovassero garentiti dalle nostre palle, dietro macigni di ogni dimensione, e grossi alberi. Intanto uno scalpitio di cavalli mi fece volgere, e vidi Nullo e lo Stato Maggiore al trotto, alla volta d'Isernia. Ci gridò: - avanti ragazzi! E noi andammo oltre. Giunti sul ponte senza pezzi, che trovasi dopo la prima discesa tra Pettorano ed Isernia, le fucilate al nostro indirizzo incominciarono più incalzanti di prima. Fu allora che Nullo col suo Stato Maggiore, dopo di averci ordinato di andare avanti, ed io, che gli era vicinissimo, lo sentii precisamente dire - Non vi perdete d'animo, vi recherò subito rinforzi - rifacendo la via già percorsa, lanciò al gran galoppo il suo cavallo verso Boiano, scappando ch'era un piacere! Non vedemmo più nè il Nullo, nè il De Marco, nè arrivarono i promessi rinforzi!»
Domizio Tagliaferri, La spedizione di Isernia, giugno 1890.

Gli scontri continuano, intermittenti, fino a sera. I garibaldini sono in rotta. Nullo ripara a Bojano. I Regi conquistano Pettorano.

«Salendo con crescente sospetto, in prossimità delle prime case di Pettorano arrestai un contadino che discendeva, e impugnata la rivoltella gli domandai:
- Vieni da Pettorano?
- Sissignore.
- Vi sono gli uffiziali garibaldini, quei della camicia rossa?
- No.
- Come no? Dimmi il vero o ti buco la testa con due palle.
- Signore! ci sono i gendarmi e i soldati di re Francesco che mangiano e bevono in allegrezza.
- Ma gli uffiziali e la truppa garibaldina?
- Circondati e vinti dai soldati e dai paesani, un'ora innanzi sera i cavalieri tentarono ritirarsi per laconsolare, e i fanti per i monti sulla direzione di Boiano.
Sbalordito da questo annunzio fulmineo, stetti alquanto sospeso e mi lampeggiarono alla mente inriprova gli ordini indarno aspettati, i colpi di moschetto di Pettorano, i carri di provvigione e ildrappello tagliati fuori, il silenzio, i feriti senza soccorso, l'osteria abbandonata. Poscia ripigliai:
- I cafoni, dove si diressero?
- Si accamparono sulle alture che dominano la consolare da qui a Castelpetroso.
- Sono in gran numero?
- Non saprei quanti con precisione, ma certo da due a tremila.
- Tu m'inganni ed io t'ucciderò.
Dissi e montai il cane della rivoltella; indi soggiunsi:
- Precedimi a Pettorano.
Mossi il cavallo; e il contadino a me:
- Arrestatevi, signore; v'assicuro che là trovate i gendarmi, e v'incamminate alla morte. Se volessi ingannarvi, vi direi: - andiamo.
- Ebbene, va a verificare di nuovo, io t'attenderò ai piedi della salita; giurami sull'ostia sacra che ritorneraie mi riferirai la verità; io ti regalerò due piastre.
- Giuro e vado per accontentarvi; ma i gendarmi ci sono come voi siete qui.»
Alberto Mario, La Camicia Rossa, edizione digitale, p. 81.

«Sopraggiunse la notte, ch'era freddissima, e verso la mezzanotte scorgemmo un fuoco ad un paio di chilometri di lontananza. Credemmo lo avessero acceso gli altri garibaldini, che erano con Nullo, e andarono alcuni esploratori per provvederci di munizioni e cibi, e per affrettare i promessi rinforzi! All'alba tornarono gli esploratori, e ci narrarono che quel fuoco era stato acceso dai regii, che avevano occupato Pettorano, dopo che la gran parte dei nostri era stata massacrata. Quale fu il nostro sbalordimento, il nostro dolore, la penna non sa dirlo! Dopo breve consiglio si decise di aprirci una strada verso Boiano. Giunti appena sulla strada consolare, dove la sera precedente avemmo la prima scarica del nemico, ci trovammo circondati da stuoli di gendarmeria borbonica, dalla fanteria di linea, e dai cafoni. Questi ultimi erano armati di scure, uncini, ed altre armi di forma strana, il cui nome non ho mai conosciuto. Una grandinata di fucilate ci assaliva da ogni parte. Le nostre munizioni erano completamente finite. Il numero dei nostri diminuiva, mano mano, sopraffatti dai nemici. Quanti in quel funesto giorno furono scannati, massacrati dai cafoni! quanti altri spogliati, derubati dai regii! Fu un'eccidio, fu una vera ecatombe!»
Domizio Tagliaferri, La spedizione di Isernia, giugno 1890

«(...) nella fuga, molti caddero sotto il piombo dei cafoni reazionarii di Carpinone, tra cui Mascieri Nicola fu Benedetto, [detto] Muccoluso, morto in carcere durante il processo e Jacopo Armenti di Castelpetroso, appostati dietro alberi e macigni. Così al Ponte delle Ferraine, da quei di Castelpetroso, furono uccisi i cavalli della carrozza dello Stato Maggiore; il cocchiere, l’unico che non fu denudato, il sottotenente Bettoni ferito, e altri che erano nella carrozza, Temistocle Mori, Silvio Lavagnoli e Mingon, l'ordinanza di Caldesi che seguivano a cavallo, di scorta, e fu predata una borsa con seimila ducati da tal Cifelli Nicola fu Generoso, che si vantò poi d’avere ammazzati due garibaldini con un sol colpo di fucile allora chiamato sfrattacampagna.»
Pietro Valente, Il 1860 a Isernia, Pettoranello e Carpinone - Notizie storiche, inedito. Copia manoscritta da Erminia Testa nel 1932 (Archivio Venditti).

Ecatombe, eccidio. La maledizione scagliata da Giuseppe Cesare Abba (e che ha trovato inveramento sotto altra forma che non sia la meteorologia) parla da sola:

«Pettorano, Carpinone, Isernia, meritereste che su voi non venisse più né pioggia né rugiada, fin che durerà la memoria dei nostri, ingannati e messi in caccia e uccisi pei vostri campi e pei vostri boschi!
Tornano gli avanzi della colonna di Nullo; non si regge ai loro racconti; non sanno dire che morti, morti, morti! Par loro d'avere ancora intorno l'orgia di villani, di soldati, di frati che uccidevano al grido di Viva Francesco secondo e Viva Maria.»
Giuseppe Cesare Abba, Da Quarto al Volturno, Bologna 1880.


giovedì 27 maggio 2010

Antologia della Reazione, parte II. Isernia, 4 e 5 ottobre 1860




La caccia al liberale, al grido di “viva Francesco e viva Maria”, viene praticata con profitto fino al 4 ottobre, quando

«(...) alle ore diciannove giunse una colonna di circa mille garibaldini a piedi e a cavallo, e fu attaccato fuoco circa due miglia fuori l'abitato (...) il fuoco fu proseguito sino alle ore 23 circa dentro il paese, allorché finita la munizione si dovette retrocedere ed essere in Venafro per avere forza maggiore dalle reali truppe.»
Missiva del Capo urbano Vincenzo Di Ciurcio dell'11 ottobre 1860, integralmente riportata in Anonimo [ma Stefano Jadopi], Risposte a V.M. Briamonte e F. Marulli sulla Reazione d'Isernia, Torino, 1862, p. 49.

I garibaldini sono gli 800 appiedati e i 60 cavalieri della Guardia Nazionale, provenienti da Campobasso e guidati dal Governatore di Molise, Nicola De Luca. A notte, entrano in città per ristabilire l’ordine.

«Napoli, 5 ottobre 1860, ore 10 pom.
Il Segretario generale del Governo di Molise al signor dittatore Giuseppe Garibaldi.

Vittoria completa! vittoria! dopo tre ore di fuoco siamo entrati in Isernia alle ore 23: dei nostri tre soli leggermente feriti, dei reazionari e dei gendarmiche con essi si battevano non ancora sappiamo il numero dei morti e dei feriti; però non deve essere insignificante. ho fatto numerosi arresti, tra quali i due capi del Governo provvisorio, il vescovo e il penitenziere, De Lellis, ed altri; è stata una magnifica retata; tutti niuno escluso si sono slanciati all'assalto come tanti leoni; evviva Molise! (...) »
Telegramma di Nicola De Luca al dittatore Giuseppe Garibaldi, integralmente riportato in Anonimo [ma Stefano Jadopi], Risposte a V.M. Briamonte e F. Marulli sulla Reazione d'Isernia, Torino, 1862, p. 49.

Tra i volontari di Molise, ci sono gli albanesi di Luigi Demetrio Campofreda:


«Certifico io qui sottoscritto Capo dello Stato Maggiore che il Capitano dei volontari albanesi D. Luigi Campofreda in tutti i fatti d’arme nel distretto d’Isernia, e massime il giorno 4 ottobre, si distinse per zelo, per coraggio ed abnegazione, combattendo coi suoi alle prime file, come primo penetrò nella città, che si prese per assalto. Mi piace ancora attestare per onore del vero che il suddetto Sig. Campofreda ha mostrato in quella il maggior disinteresse e decisione possibile in sostegno della gloria e libertà d’Italia.»
Diploma rilasciato dal Capo di Stato Maggiore Ghirelli in Campobasso, 20 ottobre 1860.

Degli assaliti, molti riparano a sud, verso Venafro; altri mostrano il meglio di sé: don Antonino Melogli, tornato liberale, accoglie gli occupanti facendosi trovare

«…sul davanzale di sua casa col ritratto di Garibaldi ad una mano, e coll’altra dimenando un bianco pannolino.»
Anonimo [ma Stefano Jadopi], La Reazione avvenuta nel distretto d'Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Napoli 1861, p. 32

S’inizia la controreazione: De Luca impone una tassa di guerra e procede ad arresti tra i sollevati. Ne fa le spese pure Saladino, qui dipinto come un mansueto da Giacinto de’ Sivo:

«Trovato il vescovo in chiesa ginocchione avanti al Santissimo, non gli valse l'età, la fievolezza, il carattere, l'atto, il luogo, non la presenza di Gesù sacramentato; afferratolo, strascinaronlo pe' gradini, e se nol difendeva col corpo e con le lagrime il canonico Del Vecchio, l'ammazzavano. Tratto fuori, minaccianlo di fucilazione, gli comandano dir “Viva Garibaldi”: il misero vecchio tacente sospirava. Una donnicciola, al vedere dalla fmestra quello strazio, dà un grido pietoso; e in risposta una schioppettata la figliuoletta le ferisce, lei uccide.»

(...)

«Saccheggi simiglianti in altre case. In quella del ricevitore distrettuale Gennaro De Lellis, a lui stesso drizzano i moschetti al viso, e stette vivo per favor d'alcun Nazionale. Sendo il denaro della cassa in salvo, manomisero la roba, mobili, arnesi e dispense; una cappelletta disfecero, bucherarono una tela di S. Francesco, i calici sparirono. E il De Luca gavazzava , quasi l'unità italica raffermasse col subisso delle ricche case isernine. Dove non eran ricchi, rubavano a'poveri; a chi il vestito, a chi l'anello, la caldaia o il pane. n'empievano carrette, e via per Campobasso.
Peggio la notte. Uccisioni e libidini turbarno molte casucce. La notte del primo del mese i reazionarii, cieca plebe, colpiti, s’eran vendicati di tre nemici; saccheggiarono, non stuprarono, non percossero cose sante; gli uomini di chiesa anche nemici rispettarono. La gloria di straziare in chiesa un vescovo, e saccheggiare e bruttare un paese si conseguì da un governatore co’ poteri illimitati, venuto ad alzare il re galantuomo e la morale d'Italia.»
Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Volume II, Trieste 1868, p. 284

Ma Isernia è liberale per una sola notte. Il 5 ottobre, da Venafro, partono i Regi per riprendersi la città.

«Il dì seguente il governatore spedì varii drappelli a perlustrare le campagne e la via che mena a Venafro. Ritornati verso il mezzodì riferirono che una forte colonna di Borbonici era a tre miglia da Isernia. Erano un 500 soldati di fanteria con circa 50 cavalli, molti gendarmi e contadini armati, mentre altri contadini in armi coronavano i monti che fiancheggiano la strada da Isernia a Bojano. Il governatore convocò a consiglio tutti i capitani e venne deciso di ritirarsi, soprattutto perché si difettava di munizioni ed era perduta ogni speranza di aver soccorso dal Pateras, le cui promesse non s'erano verificate. Si scelse la via degli Abruzzi per rionero e Casteldisangro per la speranza di ricongiungersi alle forze di Pateras e per impedire che la reazione negli Abruzzi si propagasse.»
La Colonna De Luca, estratto dal Giornale ufficiale di Napoli, 3 novembre 1860, in Anonimo [ma Stefano Jadopi], Risposte a V.M. Briamonte e F. Marulli sulla Reazione d'Isernia, Torino, 1862, p. 54.

Come spiega bene De’ Sivo, la Colonna borbonica, salendo da Venafro, si scinde e procede a tenaglia: i cafoni – fuoriusciti isernini e del distretto – vanno a bloccare l’uscita a nord; i regolari risalgono per la Consolare. I garibaldini che residuano in città – il grosso, con De Luca, è già in fuga verso l’Abruzzo – rimangono inermi. Segue massacro di camicie rosse, e l’avvio della contro-controreazione, con nuovi saccheggi e rapine:


«Il maggiore Sardi [altrove: Gardi] comandante i regi spiccò i volontarii dalla parte di Fornelli e Sessano, per isboccare alle Grazie sull'alto della città, a serrare 1' uscita del paese; egli avanzando sulla via consolare, giunto alla contrada Forni a un miglio dalle mura, trasse una cannonata, quasi ad avvertire il nemico. Poi entrò per la via a dritta, i soldati percotendo quanti vedevano rossi, che sbalorditi non fecero difesa. Fuggivan su, ma vista la uscita presa alle Grazie, rinculavan dentro; vagavano per le strade, ed eran colti; ad ogni sbocco percussori, e le case serrate; sforzandole venivan sugli scalini stramazzati; altri per le tetta inerpicandosi tombolava. Chi potea toccar la via di Campobasso credevasi salvo; ma scontrava gendarmi e villani, che fuggiti la vigilia, al rumore de' colpi tornavano vendicatori spietati. Queii che scortavano i carcerati, investiti da questi stessi, si sbandarono per le macchie; e in vario modo ebbero morte o prigionia. Fresco il peccato, prontissima la punizione. Certi garibaldini sorpresi nel palazzotto Jadopi, credendo reazione plebea, si difesero; onde i soldati furiosi, posto fuoco all' edifizio, il più di quelli passarono per l'arme; e i contadini seguitando inviperiti contro l'odiate mura, tra le fiamme e le ruine fecero il resto. Nella città sola fur morti da quaranta, molti feriti, e/o prigionieri ; il resto pe' campi perì o campò come il caso volle.»
Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Volume II, Trieste 1868, p. 285

L' incendio ed il saccheggio di casa Jadopi compito, altre case di liberali derubaronsi. Dirigente il cameriere del Vescovo segnava le vittime, e le case da aggredire e quali preservava, e Michele Sardi Maggiore di Guardia Reale ad incitar sempre più la plebe a tali assassini arringando da Casa Perpetua dichiarava « che Re Francesco dava per sei mesi di libertà al basso popolo di far quanto volesse» .
Anonimo [ma Stefano Jadopi], La Reazione avvenuta nel distretto d'Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Napoli 1861, p. 32

Viene ristabilito formalmente il Governo borbonico, ma le truppe di Sardi/Gardi ripiegano su Teano. Isernia rimane a sé stessa; il nuovo Sottintendente è un de Lellis, Vincenzo, che tuttavia, avveduto della fluidità della situazione nazionale, non si fa vedere in città e preferisce Venafro; il nuovo Sindaco – che parrebbe essere stato eletto contro la propria volontà – è Michelangelo Fiorda, addirittura un conosciuto avversario del cav. Gennaro, che così facendo può rarefare il suo coinvolgimento nei fatti della reazione, anche in vista del prossimo arrivo dei Piemontesi, impegnati nello Stato Pontificio, ma in discesa lungo l’Adriatico.

«Fiorda conosciuto liberale nel 1820, per 40 anni aveva avuto agio di studiare tutte le arti di casa de Lellis, che lo voleva Sindaco, e tra perché temesse compromettersi, e tra perché il governo dittatoriale vi ravvisasse il rappresentante d'Isernia reazionario, sene fuggì. Molti popolani però gli furono spediti dietro e così costretto per forza a tornare. Fu necessità al Fiorda per iscampar la vita divenir passivo nelle funzioni municipali»
Anonimo [ma Stefano Jadopi], La Reazione avvenuta nel distretto d'Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Napoli 1861, p. 40.