Il 13 marzo 1824, a soli 42 anni, moriva dopo una vita travagliata e mai felice, Maria Luisa di Spagna, ultima duchessa di Lucca, rampolla di una potente famiglia
vituperata dalla storia: i Borbone. Fecero parte delle sue radici e della sua esistenza città di straordinaria bellezza, Napoli del padre e Parma materna, Madrid sua culla, Firenze del suo primo Regno, Lucca preziosa, patria degli ultimi suoi anni, Roma che le chiuse per sempre gli occhi.
Napoleone Bonaparte mise le mani nella vita di Maria Luisa e gliela rese invivibile, amara, dura. Le diede e tolse regni, le negò ascolto, la fece prigioniera, la privò dei figli, la usò, la derise, la rese infelice. Maria Luisa lo odiò, ma resistette. E ne vide la fine. In Europa, con il Congresso di Vienna, Austria Inghilterra Prussia e Russia decidevano le sorti dei popoli.
Maria Luisa dopo tanto soffrire e peregrinare aveva in cuore il desiderio di trovare pace e regno; voleva Parma, i lucchesi volevano la Repubblica. Tuttavia propria a Lucca profuse ogni suo sforzo in un progetto politico di buongoverno ispirato alla saggezza, alla clemenza e alla prosperità della cultura e delle arti.
Nadia Verdile (Napoli, 1965)
Docente di Italiano e Storia nella scuola superiore collabora con la Fondazione Valerio per la Storia delle Donne, con la Colorado State University per il progetto Female Biography Project, con l’Enciclopedia Treccani per il Dizionario Biografico degli Italiani e con la Società per l’Enciclopedia delle donne. Membro della Società Italiana delle Storiche e della Società Italiana Storia dell’Età Moderna, è giornalista pubblicista e lavora per «Il Mattino». Prima a leggere in chiave di genere lo Statuto di San Leucio, da anni si occupa di gender studies.
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giovedì 2 gennaio 2014
«Maria Luisa - La duchessa infanta» - incontro con l'autore
martedì 12 novembre 2013
martedì 1 ottobre 2013
La fiera in un atto di ricorso del 1790
L’Archivio storico comunale, ospitato presso la
Biblioteca “Michele Romano”, per quanto sia – come le antiche cave di Lampsaco,
Atarneo e Cremaste – miniera conosciuta e già ampiamente sfruttata, offre sempre
la sorpresa di nuove vene aurifere, che si rinvengono appena dietro il
cartoncino increspato di un faldone.
In busta 3, fascicolo 67, c’è un’inedita pagina di
storia cittadina che racconta di un contrasto – tuttavia molto terreno – tra
autorità civili e religiose, consumatosi nell’Universitas isernina del 1790, sotto il regno di Ferdinando IV di
Napoli. Da una parte, i canonici del Capitolo della Cattedrale, arciprete e
primicerio in testa; dall’altra i membri del Consiglio, espressione del
notabilato cittadino. Oggetto di contesa, le taverne della Fiera di San Cosmo.
L’atto di ricorso ha data 24 settembre 1790, appena
prima dell’inizio della fiera intitolata ai Santi medici (26, 27 e 28 settembre).
Dinanzi alla Regia Corte cittadina – che agisce in città come organo della napoletana
Camera della Sommaria – compaiono «gli
attuali governanti di essa Università» per lamentare che «né devono né possono senza taccia di
malgoverno vedere con occhio indifferente» ciò che ritengono un abuso dei
canonici, perpetrato ai danni degli isernini tutti. È successo che, modificando
una consuetudine che si ripete di anno in anno, il Capitolo – da cui dipende
l’amministrazione dell’Eremo dei SS. Cosma e Damiano – ha vietato agli isernini,
in occasione della fiera, «di poter
formare extra moenia taverne amovibili a pubblica comodità del numerosissimo
popolo» che allora, come oggi, nei giorni di festa si riversa verso l’eremo.
Per avere un’idea di cosa siano le taverne oggetto di causa – sull’assunto che poco più di centocinquant’anni
siano lasso di tempo che non scalfisce il costume di un popolo, in assenza di
televisione e altri media – riportiamo ciò che scrive Franco Ciampitti
riferendosi alla sua Fiera, quella degli anni ’40 del Novecento, nella quale
isernini e forestieri «vanno e vengono in
flusso continuo dal paese all’eremo e dall’eremo al paese e affollano le
baracche di frasche dove si mangia e si beve (…) Truculenti trofei di polli e
di agnelli invitano la gente, l’aspro odore di diabolici peperoni giunge alle
nari e sveglia famelici appetiti e dai barili spilla bianco o rosso lo zampillo
del nettare e canestri di uve giungono dai campi ed enormi collane di biscotti
duri pepati s’infrangono sulle tavole»[1].
E anche in questo nuovo millennio, pur se le baracche di frasche hanno ceduto
spazio ai ridondanti porchettari autofurgonati e più rara è la scampagnata, la fiera non appare così dissimile da come
doveva essere a fine Settecento: chi ne ha esperienza sa che anche oggi il
percorso dei pellegrini verso l’eremo è scandito, nel centro storico, da un
continuo di banchi e bancarelle che si protendono, dalle botteghe, sulla strada;
vetrinette e piastre e griglie che compaiono per l’occasione fuori da bar e
alimentari; prezzi per panini pret-a-manger
che scritti a penna su coperchi di scatole di scarpe, istoriati di santini, e
ovunque il tortano, il pane ritorto del pellegrino facile da portare per via,
indossato come un manicotto.
Ma a fine Settecento, l’anatema dei canonici verso
le taverne di frasche significa qualcosa di più che togliere agli isernini il
movente di una scampagnata: i tre giorni di fiera e gli improvvisati stazzi
frascati costituiscono occasione per far quadrare i magri – se non magrissimi –
bilanci domestici di una popolazione che vive essenzialmente di povera agricoltura:
l’arrivo in città di popolo numerosissimo
consente agli isernini di mettere su taverna e vendere, nei tre giorni di
fiera, a paesani e forestieri, il misero street
food loro accessibile, pane e vino e poco di più; non certo l’olio santo o
quegli ex voto di cera tanto celebri
che turbarono nel suo britannico aplomp
sir William Hamilton e la cui vendita doveva rimanere appannaggio dei religiosi.
E infatti, davanti alla Regia Corte, gli ottimati di Isernia dichiarano che il
Capitolo, nel vietare le baracche, non è mosso da motivazioni alte, il rispetto dovuto alla santità
del luogo o un savonaroliano biasimo per pappatorie e sbornie: non si tratta di
scacciare i mercanti dal Tempio, quanto, più banalmente, di difendere i
mercanti autorizzati e imporre il monopolio anche sul cibo di strada. «Quanti scandali e quante ancarie si
commettono (…) quante frodi, quanti furti sotto l’ombra caritatevole
ecclesiastica.»
Ci soccorre, per comprendere meglio gli interessi in
gioco, l’anonimo estensore della celebre “lettera
da Isernia” presentata dal già citato Sir Hamilton al presidente della
Royal Society di Londra e resa pubblica da Richard Payne Knight, cultore di
studi priapici, laddove ci dice – con riferimento all’anno 1780 – che «la Fiera è di 50 baracche a fabbrica ed i
canonici affittano le baracche, alcune 10, altre 15, al più 20 carlini l’una;
affittano ancora per tre giorni l’osteria fatta di fabbrica ducati 20 e i
comestibili sono benedetti»[2].
Il divieto posto dai Canonici e impugnato dagli ottimati isernini riguarda,
pertanto, la difesa dell’osteria fatta di
fabbrica (cioè in muratura), unica autorizzata dal Capitolo alla rivendita
di cibo ai pellegrini, contro le improvvisate baracche di frasche degli
isernini.
A leggere fin qui, il Capitolo parrebbe aver
ragione: in fondo chi erige taverna di frasche è, a stretto rigore, un abusivo rispetto ai fittajuoli. La circostanza viene riconosciuta dagli stessi
ricorrenti: anche in precedenza i canonici ponevano il divieto ai cittadini di
erigere taverne in prossimità della Chiesa: «Negli anni addietro si enunciò che le bettole non si potessero fare nel
circuito della chiesa di San Cosmo, che è di lui (= cioè del Capitolo della
Cattedrale) grancia». Legittimamente,
dunque, il Capitolo può decidere di consentire o vietare attività nel proprio
ambito; ma nel settembre 1790 i religiosi estendono il divieto a tutti i fondi
che si trovano extra moenia, vietando
l’erezione di taverne in ognidove, anche su terreni che pertengono al Demanio o
a «varij padroni».
Si perviene, così, al fondamento giuridico del
ricorso: si eccepisce che il «preteso
diritto proibitivo» esercitato dal Capitolo della Cattedrale è prerogativa
del sovrano e perciò – agendo come agisce – «esso Rev.mo Capitolo vuol porsi superiore alle Leggi ed al Principe
istesso col voler sostenere scandalosamente e illegitimamente un diritto di monopolio (…) Sotto il felicissimo governo del nostro Re
Ferdinando IV (Dio feliciti) tal sorte di diritto sembra inverisimile al solo
sentirsi». A ragione, pertanto, si adisce la competenza dell’organo
periferico della Sommaria, collegio che svolge – tra i tanti suoi compiti –
attività giurisdizionale in tutte le cause che riguardino cause finanziarie e fiscali: il patrimonio personale del
re, l'erario pubblico, la difesa di prerogative regie verso i feudatari o, come
in questo caso, verso altri poteri periferici.
Non ci è dato sapere in che modo il giudice adito risolve
la controversia: l’Archivio storico comunale non conserva copia della sentenza: c’è da comprendere, gli incendi (1799), i
terremoti (1805), i bombardamenti e le mine dell’ultima guerra hanno decimato
il numero dei documenti conservati e ora disponibili per la consultazione; ma,
come si diceva, ancora molto è da estrarre e portare alla luce.
mercoledì 25 settembre 2013
giovedì 19 settembre 2013
Lutto
Apprendiamo ora della scomparsa di Edilio Petrocelli.
Quando si muore, e si è lasciato così tanto dietro di sé, non si muore del tutto.
Lo salutiamo ricordandone l'alto e prezioso contributo dato allo studio della storia e cultura del Molise.
Quando si muore, e si è lasciato così tanto dietro di sé, non si muore del tutto.
Lo salutiamo ricordandone l'alto e prezioso contributo dato allo studio della storia e cultura del Molise.
martedì 10 settembre 2013
Anniversari del X Settembre
Oggi è il dieci di settembre. A Isernia non è una data come tutte le altre.
Per ricordare quel che successe settanta anni fa, pubblichiamo le scansioni dell'articolo scritto da Giuseppe Caroselli, testimone oculare, come apparvero nell'opuscolo «10 Settembre 1943-1953», realizzato dall'allora amministrazione comunale per il decimo anniversario del bombardamento alleato su Isernia, «in memoria delle vittime degli eventi bellici».
Come si dice altrove, Nunca màs.
Per ricordare quel che successe settanta anni fa, pubblichiamo le scansioni dell'articolo scritto da Giuseppe Caroselli, testimone oculare, come apparvero nell'opuscolo «10 Settembre 1943-1953», realizzato dall'allora amministrazione comunale per il decimo anniversario del bombardamento alleato su Isernia, «in memoria delle vittime degli eventi bellici».
Come si dice altrove, Nunca màs.
(1a)
(1b)
(2a)
(2b)
(3a)
(3b)
(4)
martedì 23 luglio 2013
Il concittadino Benito M.
Le motivazioni per cui il Consiglio comunale d’Isernia conferì
la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini in data 20/5/1924 sono denunciate senza
remore nelle premesse dell’atto assembleare: «La proposta trae ragione dal bisogno che la nostra città sente di non
essere seconda, in tale atto di devota ammirazione, alle altre città e paesi d’Italia»;
come dire: «lo fanno gli altri… e che, noi
siamo più fessi?».
Se si va a guardare, in quel maggio del 1924 molti comuni italiani
– Termoli, per es., ci anticipa di cinque giorni, come si legge qui
– decisero di conferire la cittadinanza onoraria all’allora Presidente del Consiglio dei ministri del
Regno d'Italia e Duce del Fascismo
cav. Benito Mussolini (memento: in Italia, fare sempre attenzione ai cavalieri).
Contestualizziamo: le elezioni dell'aprile 1924 portano il Partito Nazionale Fascista ad essere partito di stragrande maggioranza nel paese, con qualcosa come il 65% dei consensi (magari più di un punto percentuale strappato con allegre bevute di olio di ricino). Appena qualche giorno dopo la ridondante delibera isernina, Giacomo Matteotti pronuncerà in Parlamento il suo discorso di denuncia delle elezioni-truffa, concludendo il suo intervento con un commiato che sarà presto inverato dalla squadraccia di Dumini, Volpi, Viola, Malacria e – nomen omen – Poveromo: «Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me».
Io non c’ero, ma temo che non doveva essere così difficile, allora, accorgersi che il Fascismo fosse Fascismo già in quella primavera del 1924.
Contestualizziamo: le elezioni dell'aprile 1924 portano il Partito Nazionale Fascista ad essere partito di stragrande maggioranza nel paese, con qualcosa come il 65% dei consensi (magari più di un punto percentuale strappato con allegre bevute di olio di ricino). Appena qualche giorno dopo la ridondante delibera isernina, Giacomo Matteotti pronuncerà in Parlamento il suo discorso di denuncia delle elezioni-truffa, concludendo il suo intervento con un commiato che sarà presto inverato dalla squadraccia di Dumini, Volpi, Viola, Malacria e – nomen omen – Poveromo: «Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me».
Io non c’ero, ma temo che non doveva essere così difficile, allora, accorgersi che il Fascismo fosse Fascismo già in quella primavera del 1924.
In ogni caso, la Deliberazione n. 47 del 20 maggio 1924 – che, fino a prova del contrario, assumo non revocata da alcuna successiva assise cittadina – recita un testo comune a tante altre pronunce di assembee civiche italiane, infarcito di Nazione, Capo, tradizione e altro lessico in orbace.
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| (ASCI, b. 219, f.4553) |
«Il Presidente
comunica l’ordine del giorno che è il seguente:
“conferimento della cittadinanza onoraria a S.E. Benito Mussolini” e
dice: Propongo che sia conferita la cittadinanza onoraria a S.E. Benito Mussolini, Presidente del Consiglio dei Ministri. La proposta trae ragione dal bisogno che la
nostra città sente di non essere seconda, in tale atto di devota ammirazione,
alle altre città e paesi d’Italia e di confermare così la dimostrazione di
fiducia che Isernia già diede, piena e solenne, al Governo Nazionale nei
recenti comizi elettorali politici; Isernia, che si costituì con le nobilissime
ed audaci schiere dei reduci dal fronte baluardo insormontabile contro la marea
bolchevica (sic) dal triste dopo
guerra, si rende preciso conto dell’aspra
fatica che il Governo Nazionale, sotto la guida ferma e sicura del suo
Capo, ha compiuto e compie per la restaurazione della vita Nazionale (sic) in conformità delle sue alte tradizioni,
della fede eroica dei morti dell’ultima guerra, dei destini che, da quelle
tradizioni e da quella fede movendo, si palesano all’orizzonte della sua
prossima storia. L’atto che io vi propongo oggi di compiere concorrerà, per la
sua parte, al rinsaldamento della unità spirituale, già uscita dal gigantesco
sacrificio della guerra a coronare il risorgimento della Patria
ED IL CONSIGLIO
Plaudendo alla
proposta e alla nobile motivazione, che il suo Presidente ne ha dato, a voti
unanimi e per acclamazione, conferisce a S.E. l’On.le Benito Mussolini la
cittadinanza onoraria di Isernia -»
In appendice, il telegramma del 30 maggio a firma di Giacomo
Acerbo, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con cui si notifica ai consiglieri
isernini che S.E. ha gradito il gesto, dando incarico « (…) di ringraziare codesto onorevole consiglio
comunale pel conferimento della cittadinanza onoraria che Egli accetta
formulando i più fervidi voti per l’avvenire di codesto comune.»
martedì 4 giugno 2013
Il ponte della Prece
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Xilografia tratta dall'opera «La Patria. Geografia dell'Italia», di Gustavo Strafforello, U.T.E.T., Torino, 1899. |
In tempi più remoti, il «dirupare taluno per
Altre volte, si rimase a livello di mera intimidazione: Stefano Jadopi - nella sua monografia pubblicata parzialmente in Il Regno delle due Sicilie descritto ed illustrato da Filippo Cirelli (vol. XIV, fasc. 1, Molise, Napoli s.d.) - riferisce che la plebe inferocita minacciò di dirupamento il recalcitrante usciere comunale Santorsola, nel luglio 1857 (ne abbiamo parlato a proposito della rivolta contro l'introduzione della tassa sul vino).
Con la costruzione del viadotto (1887/1892), intitolato al medico Antonio Cardarelli, il locativo La Prece si è esteso al ponte. Dal ponte della Prece molti, nel corso degli anni, hanno tentato o perfezionato il suicidio. Per questo, come si legge da qualche parte in rete, sei davvero di Isernia se quando senti parlare della Prece inizi a tremare più che pregare.
giovedì 30 maggio 2013
«Come eravamo una volta». Contributi per una storia fotografica della città
Un gruppo molto attivo, su facebook, è «Come eravamo una volta» (https://www.facebook.com/groups/comeeravamounavolta/).
Per chi non è pratico del social network di Zuckerberg (ma esiste davvero chi, oggi, non conosca facebook?) dirò che un gruppo facebook è una piazza virtuale in cui si entra in contatto con persone che, nella realtà della carne e ossa, possono anche non conoscersi e frequentarsi, ma che hanno nell'oggetto del gruppo un comune interesse.
In «Come eravamo una volta» l'oggetto - nobile - è la condivisione di materiali fotografici e - meno spesso - documentali riguardanti il passato, remoto e prossimo, della città di Isernia. Ciascun utente iscritto al gruppo carica - magari dopo un passaggio allo scanner domestico - i materiali di cui dispone: vecchie foto, cartoline in bianco e nero, documenti più o meno conosciuti. Ne nasce, consapevolmente o meno, una fototeca sociale, diffusa, che raccoglie brani di memoria condivisa e permette di riconoscere la città nel suo divenire e, quindi, di riconoscersene cittadini non distratti.
Accanto a foto già note, provenienti da archivi editi (tipo Trombetta o Cristicini), si trovano, a volte, testimonianze preziose che, provenendo magari da un album di famiglia, ci dicono della storia della città più di un'intera monografia.
Ne pubblico qui una rapida selezione, rimandando al gruppo - e ai suoi generosi contributori - chi abbia ulteriore curiosità.
(Le fotografie, tratte dal gruppo, sono dei legittimi proprietari; dove è certa l'attribuzione è indicata la provenienza. In caso si voglia chiederne la rimozione: direttore.bmr@comune.isernia.it)
![]() |
| (Cattedrale di S.Pietro, anni '30[?]) |
(Via Roma, 1901)
(Chiesa di S. Pietro Celestino, dopo settembre 1943)
(Via Roma,all'altezza del giardino di casa d'Apollonio)
fotografia archivio De Vito)
(Ricostruzione postbellica del Viadotto ferroviario di Santo Spirito)
(Corso Marcelli, all'altezza della Chiesa Santa Chiara, anni '50)
venerdì 19 aprile 2013
«1926, Isernia-Milano - Un giallo nella storia d'Italia»
(Il brano che segue è tratto da Riva & Viganò, 365 delitti uno al giorno, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 1998, EAN: 9788880895763)
Erminia Ferrara era la moglie di Giovanni Pettine, isernino, pioniere del cinema muto come regista, produttore e distributore; accreditata come amante, fra gli altri, del fascistissimo gerarca Roberto Farinacci - anche lui, incidentalmente, legato a Isernia per esservi nato.
Al di là della troppo facile ricostruzione che precede, le indagini che seguirono furono a dir poco approssimative: l'ingombrante presenza del segretario nazionale del Partito Nazionale Fascista incuteva timore nei questurini. Non parve loro vero poter risolvere la spinosa vicenda addossando la colpa di tutto al figlio, il non sempre compos sui Renzo Pettine, e decolorare in faida familiare quello che appare essere più plausibilmente ricostruibile come delitto politico.
Nel marzo del 1928, Renzo verrà condannato a 15 anni e finirà, poi, i suoi giorni a Isernia, dove morirà nel 1964 (la biografia di Renzo Pettine, spenti i fari della cronaca giudiziaria è tutta da ricostruire).
Nel marzo del 1928, Renzo verrà condannato a 15 anni e finirà, poi, i suoi giorni a Isernia, dove morirà nel 1964 (la biografia di Renzo Pettine, spenti i fari della cronaca giudiziaria è tutta da ricostruire).
Il "delitto di Corso Buenos Aires" rimane ancora adesso un mistero insoluto.
Ne parleremo stasera con Giuseppe Pardini, autore di una biografia su Roberto Farinacci (Giuseppe Pardini, Roberto Farinacci. Ovvero Della Rivoluzione Fascista, Firenze, Le Lettere, 2007) e con la psicologa Lucia Dragonetti.
Con Lucio de Jorio Frisari si analizzaranno i rapporti che il fatto di cronaca ebbe nella produzione di Carlo Emilio Gadda.
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