Visualizzazione post con etichetta Piazza S. Angelo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Piazza S. Angelo. Mostra tutti i post

venerdì 14 agosto 2015

La «Ley line di Isernia»


Nella ortogonalità dell’impianto viario del centro storico di Isernia – di chiara matrice latina – c’è da registrare l’asimmetria di Vico Storto Castello, che interseca a 45° l’asse di Corso Marcelli. 
Non è dato sapere se l’obliquo vicolo sia da imputarsi ad una distrazione del gromatico, all’atto di fondazione della colonia di Aesernia. Certo, non c’è alcun impedimento naturale oggi leggibile – rocce, sorgente, fossi – per giustificare uno scostamento così significativo dall’impianto ortogonale. 



Probabilmente il tratto obliquo nasce con la città altomedievale, e secondo Franco Valente collegava, nell’area della città a influenza longobarda, il cuore religioso (Santa Maria delle Monache) a quello civile (il Castello, rimasto nell’onomastica cittadina) e situato proprio dalle parti dell’odierna Piazzetta S. Angelo (o, secondo altre letture, più oltre verso il Palazzotto)
Per dovere di cronaca, va anche detto che non concorde è la presenza di un castello a Isernia e che il locativo “Castello” (che marchia oggi più vicoli e anche una porta urbica) sia stato creato nell’ottocento italianizzando l’isernino “Catieglie” a sua volta dovuto a “Catellus”, probabile cognomen romano.

Rimane in ogni caso il mistero del vicolo obliquo. Se tuttavia si inquadra l’abitato basso della città nel territorio circostante appare chiaro che il vicolo storto ripete, entro le mura, un tracciato viario in linea retta, riscontrabile oltre la città, attuale e passata. 
Trovandoci in territorio di tratturi, sappiamo che sentieri e riposi precedono la costruzione degli abitati. È pertanto probabile che sia stato l’impianto urbanistico della città a doversi adeguare ad un preesistente tracciato che attraversava il sito (tra l’altro secondo un allineamento di pochi gradi discosto da quello nord-sud).
Lungo tale tracciato, tra l’altro, in città e fuori, sorgono/sorgevano una significativa teoria di chiese. Da wikipedia (ma la voce inglese è redatta decisamente meglio) leggo che «le linee temporanee o linee di prateria, note anche con il termine inglese Ley line, sono dei presunti "allineamenti" tra punti geografici di interesse, come monumenti e megaliti, ai quali vengono attribuiti da alcuni movimenti pseudoscientifici e New Age ipotetici poteri magici o spirituali.» 
Avendo avuto un passato da psicogeografo (anche se non militante), parlo allora qui semiseriamente di “Ley line di Isernia”.


La Ley line è tracciabile, con allineamento nord-sud, dalla Chiesa della Madonna del Paradiso (oltre il punto “a”, fuori mappa), per arrivare all’antica chiesa di San Giuseppe (Piazzetta s. Angelo, punto “b”), giungere alla non più leggibile San Giacomo del Tempio (“c”), proseguire per Santa Maria “delle Monache” (“d”), scendere incontrando la chiesa rupestre di S. Elmo/S.Erasmo e finire al santuario dei S.S. Cosmo e Damiano. 

La spezzata tracciata in rosso segue il percorso moderno, e deve fare i conti con barriere poste con gli anni, dal capriccio degli urbanisti, alti e bassi, che hanno modificato la città. Se si considerano solo i punti toccati, la linea tracciabile è molto più lineare. A voler essere "puntuali", si può costruire come insieme di due rette tangenti: la prima passa per i punti "a", "b", "d" e "e"; la seconda unisce "c", "e" e "f".  N.v.d. (nulla volevasi dimostrare). Si sa che a parlare di Ley lines, si gioca.
   



giovedì 11 settembre 2014

La Domus Sancti Jacobi de Ysernia. La commenda templare, giovannita e melitense ricostruita con carte d’archivio


(di Gabriele Venditti, articolo pubblicato in «ArcheoMolise», n. 20-anno VI, settembre-dicembre 2014)

La presenza in Isernia degli ordini monastico-cavallereschi è stata oggetto di un interessante articolo di Ulderico Iorillo nel precedente numero di questa rivista. Ci ricolleghiamo idealmente a quanto lì detto per trattare più diffusamente – e grazie ad un documento finora inedito – della commenda urbica di San Giacomo, vista al crepuscolo della sua storia, quando già apparteneva all’Ordine di Malta.
La commenda di San Giacomo – oggi non più esistente – è presente nella storia della città di Isernia come l’Araba Fenice, risorgendo e manifestandosi con segni certi in momenti diversi, molto distanti tra loro. Della sua prima vita, come domus templare, abbiamo traccia in un documento trecentesco che, dando riscontro certo della commenda giovannita, parla di Sancti Jacobi de Ysernia come «olim templariorum». Quasi duecento anni di storia compendiati in un rigo di inchiostro su pergamena: «una volta, tempo fa, [fu] dei Templari».
Da questo 1373 – data dell’inquistio commissionata da papa Grego­rio XI che dà notizia della San Giacomo giovannita – passiamo agli inizi del XVIII secolo: altra apparizione di San Giacomo, questa volta come stabilimento cittadino dei Ca­valieri di Mal­ta, “eredi” ultimi di quegli Ospitalieri cui fu ceduto per bolla di pontefice il patrimonio tem­plare. Nel  1708 un «Berardino Verta, sacerdote della città di Isernia, di anni quarantacinque (…) ha risposto che due sono le chiese che in questa città possiede la Comenda, una sotto il titolo di S. Giacomo [prossima] alla sua Casa, e l’altra sotto il titolo di S. Gio: fuori la città nel loco detto La Fiera e nessuna delle due tiene cura d’anime e sono in stato ottimo per il culto divino».
L’inciso è tratto da un documento finora inedito che restituisce una descrizione molto accurata della San Giacomo di età melitense, specie se messa in raffronto con l’altro testo quasi coevo e cioè quell’apprezzo fatto dal notaio Carlucci nel 1745, noto perché pubblicato integralmente da Ermanno Turco nel 1948 (pp. 75 e ss.).  Parliamo di un codice del 1708 custodito nell’Archivio centrale dell’Ordine di Malta (AOM) – presso la National Library of Malta, a La Valletta – sotto il numero 6158 e la rubrica “Miglioramenti della Commenda d’Isernia e Settefrati”. Una copia digitale del cabreo è stata donata alla biblioteca comunale “Michele Romano” da Danilo de Lellis, nel 2011, e attende ancora una trascrizione compiuta. Nella parte finora analizzata, di estremo interesse, si dà notizia dell’ispezione condotta a Isernia per disposizioni dell’allora Gran Maestro Raimondo Perellos y Roccafull, per verificarvi i «miglioramenti fatti in essa Comenda di Isernia» e certificare le spese per essi affrontate, dall’Ordine tra il marzo e il novembre del 1698.


Fotografia della prima pagina del cabreo AOM 6158 
(fotografia di Danilo de Lellis)

La visita dell’ispettore, l’«ill.mo cavaliere frà Antonio del Pezzo», non proprio tempestiva, si ebbe il giorno 12 dicembre dell’anno 1708. Ad accoglierlo, con la dovuta deferenza, c’è il cavaliere D. Fabritio de Vicariis, commendatario. All’inizio del XVIII sec., la Comenda di Isernia, intestata a San Giovanni Battista, è stata riunita amministra­tivamente a quella di Santa Croce di Settefrati, nel basso Lazio, ambedue ricadenti sotto il Priorato di Capua; i beni appartenenti alla commenda sono perciò dislocati su una vasta area, tra Molise e Lazio. Nel documento, de Vicariis viene, infatti, già indicato come «commend.e della Comenda di Isernia e Settefrati»; in atti successivi (1757 e 1761) l’intito­lazione sarà ancora più precisa, riportando: “Commenda di Isernia e Santa Croce di Settefrati”.
De Vicariis è di antica famiglia salernitana, appartenente alla nobiltà di sedile, e cavaliere dell’Ordine di Malta dal 1669. Il nome del commendatario di San Giacomo si rinviene nelle cronache della cd. Guerra di Morea, la campagna militare – svoltasi tra il 1684 e il 1699 – con cui la Repubblica di Venezia contese all’Impero Ottomano il controllo dell’Egeo sotto lo schermo di una guerra tra gli stati cristiani della Lega Santa contro il turco infedele. Bene, nel 1687 il cavaliere Fabrizio de Vicariis partecipa alla presa della fortezza di Castelnuovo, ora Herceg Novi, in Montenegro, rimanendovi ferito (Paoli, p. 593); rimessosi, nel settembre del 1690, è tra i capitani delle compagnie di cavalieri di Malta che, espugnata Malvasia, dànno l’assedio al borgo di Vallona (Dal Pozzo, p. 511). Lo ritroviamo, quindi, quindici anni dopo come amministratore dei beni dell’Ordine, nell’estrema periferia del Priorato di Capua. Anche l’ispettore, Antonio Del Pezzo, è confratello di antica famiglia appartenente al patriziato salernitano; nato nel 1677, fu ricevuto nell’Ordine il 16 Maggio 1690 e promosso al Gran Priorato di Venezia nel 1751, che reggerà fino alla morte avvenuta «verso il 1759» (Bonazzi , p. 110).
Il documento è di estremo interesse. Il notaio chiamato a dare pubblica fede alle operazioni dell’ispezione, e che redige il verbale che costituisce la prima parte del cabreo AOM 6158 segue i due cavalieri nella visita a San Giacomo riportando nel dettaglio ciò che gli stessi compiono; leggiamo, pertanto, di come l’ospite sia stato ricevuto in San Giacomo presso la «Casa palazziata che possiede la Comenda»; di come presso la porta della Chiesa che «è dirimpetto» abbiano incontrato il cappellano di quella, Urbano Ciaia, «a porgere l’acqua benedetta ad ambedue»; di come «al suono della campana si sono inginocchiati a fare alquanto oratione».
La chiesa di San Giacomo è «a un solo altare, sul quale dipinta al muro vi è l’immagine della Vergine ss.ma col suo Bambino in braccio, a mandritta quella di San Gio: Battista e a man sinistra quella di San Giacomo Apostolo, che appariscono esser state tutte ritoccate di fresco»; a seguire, sempre in affresco, «a mandritta l’imprese» – vale a dire, gli stemmi araldici – «della Sacra religione gerosolimitana e a man sinistra quelle dell’ ill.mo sig. Commend.e odierno depinte di nuovo».
Gli stessi affreschi sono quelli che quasi cinquant’anni più tardi, magari più opachi, vedrà l’altro notaio, Carlucci, nella fede pubblica che redige nel 1745 per l’inventario dei beni che s’appartengono alla «Venerabile Com­menda di San Gio: di questa Città di Isernia». Descrivendo l’interno della chiesa, Carlucci annota infatti che «è ella di gran­dezza capa­ce, così pure nell’altu­ra; nel fondo di essa vi è l’Altare con il suo quadro pittato al muro con l’Effige di Nostra Signora e Bambino Giesù nelle braccia; posta tra S. Gio: Battista a destra e S. Giacomo Apostolo a sini­stra» (Turco, pp. 75 e ss.).
È appena il caso di notare che i santi in affresco sono i medesimi cui risultano intitolate le due chiese che l’Ordine di Malta ha in città. Se si segue l’onomastica, si trae un indizio non secondario a conferma delle origine templari di San Giacomo: se San Giovanni Battista è il santo degli Ospitalieri (il cui nome completo è appunto Cavalieri dell'Ordine dell'Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme), San Giacomo Maggiore appartiene saldamente alla tradizione templare, in quanto, già in età altomedioevale, per effetto della traslazione del corpo santo in Compostella, la figura del santo apostolo, da mite pescatore, viene progressivamente a trasformarsi nell’implacabile cavaliere armato di spada che, dalla battaglia di Clavijo (23 maggio dell’844) in poi, fa sorgere il mito di Santiago (San Giacomo) Matamoros. Molti, infatti, sono i siti templari intitolati a San Giacomo, in Italia come in Europa.  
Ma torniamo alla descrizione dell’AOM 6158. Terminata la sosta del commendatario e del suo ospite presso la chiesa, entrambi proseguono nella visita, entrando nel Palazzino, «che pare recentemente rinovato». «I due sono entrati in una fila che a mandritta corrisponde a un’altra camera e a man sinistra a due altre camere con soffitto a tavolati e susseguentemente in una cocina ed un altro gabinetto tutti in buono stato e salendo uno scalandrone alli pesoli, nel primo vi è un forno e, nel secondo, luogo da tener grani.» Si rileva come in nessuna delle stanze «manchi cosa alcuna, così di porte come di finestre e ma[s]chiature e polizzia nelle mura, parimenti nei soffitti e tetti».
Proseguono nel «giardinetto in piano molto ben coltivato, e ripartito in cinque quadri et due pergolate, quattro arbori di fichi, uno di prugna, uno di amendola e due di lauro». È l’immagine di uno dei tanti horti cittadini per cui Isernia fu famosa in passato; anche oggi, per la verità, ne rimangono diversi a ridosso della cinta muraria, tra Santa Maria delle Monache, e Palazzo d’Apollonio. Un giardino particolarmente esteso è ancora presente alle spalle del civico 74 di Corso Marcelli, luogo dove insisteva in passato la commenda di San Giacomo.


Ricostruzione in pianta della Domus Sancti Jacobi de Ysernia nell’abitato di Isernia: in corrispondenza della croce templare, la chiesa; accanto la casa del commendatario con alle spalle il giardino

Va detto che l’AOM 6158 nulla dice circa l’esatta ubicazione di San Giacomo entro la città di Isernia, punto questo controverso, per effetto – come già ricordava Ulderico Iorillo – di una errata indicazione presente nella Guida all’Italia dei Templari, nella quale con approssimazione, è detto che per vedere ciò che rimane di San Giacomo occorre «raggiungere il centro storico della città e recarsi nella piazzetta di Sant’Angelo, detta oggi di San Giuseppe» (Capone, p. 321).
La Guida pare incorrere in un grossolano errore. Gli autori, che mostrano di aver letto Turco (giacchè lo portano in bibliografia), travisano le indicazioni del notaio Carlucci che lì, abbiamo visto, si trova integralmente riportato, allorché, con estrema precisione, situa San Giacomo nell’incipit del suo apprezzo: «Personalmente ci semo conferiti nel Palazzino di questa Ven.le Commen­da (...) chiamato vulgarmente S. Giacomo (…) sito dentro questa città d’I­sernia, e tra le due parroc­chie di S. Maria e S. Elena (…) il portone del quale è di rimpetto al vicolo che conduce a S. Angelo, ora S. Giuseppe.». Questo im­metteva in un «cortile non molto largo e ad un canto di questo cortile, proprio a sinistra nell’entrare, vi [era] pozzetto col jus dell’acqua, la quale riceve dalla condottiera, seu viale dell’acqua della città.»
Se San Giacomo era «di rimpetto al vicolo che conduce a S. Angelo», va oggi cercato di fronte allo sbocco su Corso Marcelli di quel Vico Storto Castello che, unico irregolare nella maglia ortogonale della città storica, collega questo a piazzetta Sant’Angelo.
A fugare ogni dubbio in ordine alla esatta ubicazione di San Giacomo interviene un atto di pubblica fede redatto il 31 agosto del 1814 dal notaio isernino Pietrantonio Nani, conservato presso l’Archivio storico comunale (asci, b. 126, fasc. 2121). L’atto contiene una dichiarazione giurata relativa all’esistenza «nella casa d’abitazione delli signori canonici don Emiddio, don Pasquale e famiglia De Baggis» di una fontana d’acqua che attinge all’acquedotto cittadino, lì chiamato «Canale maestro di questo Comune di Isernia». La parte per noi importante della dichiarazione è che la casa di abitazione dei signori De Baggis viene individuata «sita in Piazza pubblica ove dicesi la Comenda di San Giacomo d’Isernia, confinante da un lato co’ beni degli eredi de’ Signori Gonnelli, quei di Felice Buttari dall’altro».
A Isernia, il lungo decumano corrispondente all’attuale Corso Marcelli veniva tradizionalmente indicato, in tutta la sua lunghezza, come La Piazza (Cefalogli, p. 44). Specie negli atti pubblici, per definire con sufficiente precisione un indirizzo, alla Piazza veniva posposto un locativo caratteristico, come San Francesco, l’Annunziata, Sant’Elena. Nel 1814 era ancora vivo il ricordo della Commenda di San Giacomo, probabilmente distrutta dai francesi nel 1799 piuttosto che dal grande tremuoto del 1805. Così, il notaio che deve identificare in atti la proprietà De Baggis la indica, con certezza di essere compreso dai suoi contemporanei, come «sita in Piazza pubblica ove dicesi la Comenda di San Giacomo d’Isernia».
I De Baggis avevano, in Isernia, diverse proprietà: tra Santa Maria delle Monache e Sant’Elena, possedevano due palazzi, ma solo per uno di essi si ha piena corrispondenza con quanto scrive Nani: quello che aveva il suo ingresso sulla Piazza, proprio di fronte all’obliquo Vico Storto Castello. Il palazzo, infatti, confinava a nord con la proprietà Gonnelli; in più, aveva «portici, giardino, un pozzo in mezzo al cortile e dei poggi per sedere» (Damiani, p. 55). Facile pensare che «il pozzo in mezzo al cortile» e il «pozzetto col jus del­l’acqua» descritto dal notaio Carlucci siano, a settant’anni di distanza, la medesima presa d’acqua che attinge al pubblico acquedotto, specie considerando che ancora a inizio ‘800, nell’abitato, il numero di concessioni al pubblico acquedotto erano estremamente esigue; trovano corrispondenza anche il giardino urbano di questo palazzo De Baggis con il giardinetto in piano molto ben coltivato di cui parlava l’AOM 6158.


Corso Marcelli all’altezza del civico 74, 
«di rimpetto al vicolo che conduce a S. Angelo» 

Attualmente, il civico 74 di Corso Marcelli, posto «di rimpetto al vicolo che conduce a S. Angelo», presenta una stretta facciata, ripartita in due ac­cessi: con arco a sesto il primo, con architrave il secon­do. Entrando, nello stretto corridoio che porta alla rampa di scale, sulla de­stra, si nota un insolito arco in pietra, alto oltre due me­tri, ora utilizzato come con­torno, eccessivo, di una porta d’abitazione: probabile memoria fossile dell’ingresso a un corpo di fabbrica autonomo, ora inglobato, allora prospi­ciente una corte interna.
Su quello che rimane, oggi, di San Giacomo c’è molto da indagare, poco altro, forse, da scoprire.     



Bibliografia

AOM 6158; 2+108 ff.; Codex.; Paper; Outer dimensions: 275 x 195 mm.; 18th century, 1708; Miglioramenti della Commenda d’Isernia e Settefrati : 1708; Malta Series II, 6158.

ASCI, b. 126, fasc. 2121.

Bartolomeo Dal Pozzo, Historia della sacra Religione militare di S. Giovanni Gerosolimitano, Venezia, 1715

Sebastiano Paoli, Monts de Savasse, Codice diplomatico del sacro militare ordine Gerosolimitano oggi di Malta, raccolto da vari documenti di quell’archivio, per servire alla storia dello stesso ordine in Soria e illustrato con una serie cronologica de’ gran maestri, che lo governaro in quei tempi, con alcune notizie storiche, genealogiche, geografiche, ed altre osservazioni, Lucca, 1737

Francesco Bonazzi Elenco dei cavalieri del S. M. Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme ricevuti nella veneranda lingua d’Italia dalla fondazione dell’Ordine ai nostri giorni, Napoli 1897-1907

Ermanno Turco, Isernia in cinque secoli di storia, Napoli, 1948, pp. 75 e ss.

Bianca Capone, Loredana Imperio, Enzo Valentini , Guida all'Italia dei templari - Gli insediamenti templari in Italia, Roma, 1997

Pasquale Damiani, Chiese e palazzi della città di Isernia, Venafro, 2003   

Fernando Cefalogli, Isernia, Isernia, 2000

Angelo Viti, Note di diplomatica cit. ecclesiastica sulla Contea di Molise dalle fonti delle pergamene capitolari di Isernia, Napoli, 1972




lunedì 21 febbraio 2011

Una Guida che non guida - La San Giacomo templare erroneamente collocata.

Nella Guida all'Italia dei Templari, quando si parla di San Giaco­mo del Tempio di Isernia, la si colloca nella «piazzetta di Sant’Angelo, detta oggi di San Giuseppe». In assenza di fonti che attestino una precessione della com­menda lungo Vicolo Storto Castello, spostare in Sant'Angelo ciò che notar Carlucci colloca - come già detto - «di rimpetto al vicolo che condu­ce a San­t'Angelo», costi­tuisce un errore. L'inesatta localizzazione si deve, probabilmente, ad un frainten­dimento delle parole usate dal notaio, che pure il compilatore della scheda su San Giacomo mostra di aver letto, considerato che il volume di Erman­no Turco – unico a trascrivere integral­mente il cabreo notarile conservato nell'Archi­vio capitolare – viene citato nella bibliografia della Guida.
Se l'ingresso del palazzino era, nel 1745, «di rimpetto al vicolo che condu­ce a San­t'Angelo», la commenda doveva aprirsi sull'as­se viario che, allora come ora, unico at­traversa la città – sto parlando dell'attuale Corso Marcel­li – nel punto in cui si ha di fronte l'imbocco del vicolo che porta a Piazza Sant'Angelo (Vico Storto Castello).
Ulteriore prova è fornita dal riferimento al «pozzetto col jus del­l'acqua»: a rileggere la descrizione del notaio Carlucci appare evidente che la presa d'acqua posta nel cor­tile della commenda attingeva la stes­sa «dalla con­dottiera, seu viale dell'acqua della città»; ebbene, ab urbe condita, il trac­ciato dell'acquedotto, dentro la cinta muraria, segue l'anda­mento della strada principa­le, tradizionalmente identificata con il locativo Piazza e, dal 1870, Corso Marcelli. In nessun modo potrebbe ritenersi che il pozzetto vada identifi­cato con la fontana pubblica posta al centro di Piaz­zetta Sant'Angelo, che è, invece, solo della fine dell' '800,
«allorquando fra il 1893 e 1897 fu re­staurato e rifatto l'intero acque­dotto e fu allargata la rete idrica a tutte le piazze e ai vicoli interni» (F. Cefalogli).
L'errore che la Guida compie – e che taccia inevitabilmente di approssima­zione l'inte­ro contenuto della scheda – ingenera ulte­riori frainten­dimenti quando riferisce come appartenenti a San Giacomo le mura delle costru­zioni che insistono su Piazzetta San­t'Angelo. Continuando nella lettura del­la scheda, sotto la ru­brica Che cosa rimane, si sostie­ne, infatti, che «di San Giaco­mo restano ancora tratti di mura antiche sia nella piazzetta che nello strapiombo sulla strada sottostante (l'anti­ca via che scendeva da Roccaraso). Nel tratto di vecchie mura che de­limita un lato della piazzet­ta, in antico il cortile della precettoria, si può ancora vedere parte del “palazzino” dove allog­giava un elegante portale cinquecentesco»Non si comprende dove, e in che cosa, gli autori della Guida abbiano volu­to vedere e riconoscere i descritti resti del Palazzino. Chi conosce Piazza Sant’Angelo – va detto en passant che il locativo non compare nella topo­nomastica ufficiale (che vi vede solo uno slargo del Vico Storto Castello) ma certo esiste in cordibus – sa che la stessa è delimitata, oltre che dal vi­colo a oriente, nel tratto a sud, dal muro di fabbrica del­l’antica chiesa di San Giuseppe; nei rimanenti tratti a occidente e settentrione, dall’o­riginale alternarsi di vuoti e pieni delle case a schiera poste là dove tradizionalmen­te si vuole esistente il Castello longobardo. Non è dato sapere dove il com­pilatore della guida abbia visto alloggiato l’elegante portale cinquecente­sco dell’asserito palazzino. Allo stesso modo, le mura antiche viste nello strapiombo sulla strada sottostante pos­sono al più essere quelle della cinta muraria cittadina, nella ricostruzione presumibil­mente intervenuta dopo che Federico II, nel 1223, ordinasse la distruzione totale delle mura della città.
Non c'è nessuna antica via che scende da Roccaraso: la strada sottostante a piazzetta S. Angelo, via Occidentale, tangenziale ante litteram alla città, fu aperta alla metà dell'Ottocento allorché si comprese che il budello di Cor­so Marcelli – colmo per lungo tempo delle macerie del sisma del 1805 – costituiva una innaturale strozzatura.

(Foto: 1.
«di rimpetto al vicolo che condu­ce a San­t'Angelo»; 2. «(...) vicolo che condu­ce a San­t'Angelo»; 3. «piazzetta di Sant’Angelo, detta oggi di San Giuseppe». Le foto sono mie. Se le utilizzate, citate la fonte: si vive di piccole soddisfazioni.)
.