martedì 20 giugno 2017

Il 1860 a Carpinone


Articolo pubblicato su ArcheoMolise n. 28, anno IX, 
numero monografico dedicato a Carpinone

Il 1860 a Carpinone
di Gabriele Venditti

«Pettorano, Carpinone, Isernia, meritereste che su voi non venisse più né pioggia né rugiada, fin che durerà la memoria dei nostri, ingannati e messi in caccia e uccisi pei vostri campi e pei vostri boschi!». 

Se dopo l’autunno del 1860 la pioggia ha continuato – per fortuna – a cadere su Carpinone, lo ha fatto a dispetto della maledizione scagliata dalla camicia rossa Giuseppe Cesare Abba e affidata al suo memoriale Da Quarto al Volturno, edito nel 1891. Fu grazie a simili sentenze che Carpinone, come altri centri della Reazione, si guadagnò cattiva fama agli occhi dei regnicoli e si creò a mezzo stampa il mito del cafone  – «straccioni, con sandali di pelle di capra, con feltro a tronco di cono, messi sossopra da un vescovo per riavere il Borbone e la schiavitù» (Mario) – che uccide a roncolate al grido di Viva Francesco e viva Maria!, nemico perfetto – come oggi lo jihadista – contro cui riversare l’odio, mastice unificante della nuova nazione italiana.
Cosa successe di tanto aberrante, qui da noi, in quell’ottobre del 1860? Esistono momenti in cui la Storia accelera bruscamente e paesi in cui per decenni non si è registrato nulla di rilevante vengono scossi dall’immobilità e si condensano in giorni eventi tali da qualificare un secolo intero, straordinari nel senso letterale del termine. Nel 1860, a Carpinone come altrove, si combatté una guerra civile che esplose rapida, bruciò per pochi giorni e lasciò lutti, rancore e miseria – morale e materiale – ad aggiungersi alla miseria già conosciuta. Pochi pagarono per tutti, con la morte o con condanne a vita ai lavori forzati. Dopo il diluvio, si tornò presto all’usuale torpore, al lento scorrere dei giorni.
Con Garibaldi entrato trionfalmente a Napoli il 7 di settembre 1860 e Francesco II arroccato a Gaeta, le sorti del Regno delle due Sicilie sono segnate. Anche in periferia è tutto un adeguarsi al nuovo corso. I liberali di vecchia e nuova data alzano la testa; nelle province e circondari al di qua del Volturno si mutano insegne e il tricolore del Governo provvisorio sostituisce i gigli dei Borbone. Ovunque gli ottimati, salvo le limitate estreme frange di quanti per tempo si sono già apertamente schierati, rimangono attendisti, ipocritamente aderenti al nuovo, poiché il nuovo avanza, ma pronti a riabbracciare il vecchio regime. Così, sotto la cenere di una rivoluzione rapida e, apparentemente, assimilata, cova pronto il fuoco dell’insorgenza legittimista.
C’è un’unica regìa dietro il conflagrare violento della Reazione, a Carpinone come altrove, nella notte del 30 settembre 1860. La data non è scelta a caso: si è appena prima della grande Battaglia del Volturno, del 1 di ottobre, che vede per la prima volta l’Esercito duosiciliano in chiave offensiva contro i garibaldini dell’Esercito meridionale, da troppo tempo fermi sulla linea del fronte e stanchi a dover sostenere il peso di una campagna che si trascina da un semestre. Questa stasi viene impegnata dagli strateghi di Francesco II per apprestare e tradurre in atto un articolato piano politico-militare che prevede la riorganizzazione dell’esercito, l’attacco frontale ai garibaldini per riprendere Napoli e – questa la parte che ci interessa – castigare attraverso l’insorgenza popolare i traditori che hanno alzato la bandiera del governo provvisorio in Irpinia, nel Sannio, in Molise e Abruzzo. I torbidi vengono, dunque, sollecitati da Gaeta per distrarre a Garibaldi uomini e mezzi. Ovunque si appiccano fuochi alle spalle delle Camicie rosse.
A Carpinone, l’abbrivo, il 30 settembre, segue la voce che truppe borboniche sono in rapido avvicinamento a Isernia provenienti dalla Terra di Lavoro. Verso mezzogiorno, giunge in paese una carrozza proveniente da Maddaloni, dalla quale scendono vari galantuomini, ospiti del canonico don Giuseppe Iamurri. Per strada rimane il calessiere ed è da lui probabilmente che Giovanni Tamasi, detto Pasticcio, ha la notizia dei reggimenti in marcia. Nel pomeriggio, poi, conferme vengono raccolte da quanti, spaventati, hanno lasciato Isernia e per riparare a Campobasso. A quel punto «un cupo fremito di popolo incominciò a serpeggiare per le vie di Carpinone; i liberali presentivano la procella.» (Valente)
Quella sera, al quartiere della Guardia Nazionale –  a la Croce, sotto Palazzo Iamurri – è di turno il capo sezione Gaetano Fazio, di professione notaio. Con lui, il secondo, Leonardo Di Giovanni, e pochi altri uomini: molti dei mobilitati, fiutato il pericolo, non si sono presentati. Entra, con altri sodali, Giovanni Tamasi – quello stesso del calessiere – e, con portamento da gradasso, ordina in nome di Francesco II la mobilitazione generale: tutti devono armarsi per proclamare e festeggiare il ritorno del re e fare la pelle ai galantuomini – cosa che viene prontamente eseguita, poiché chi lo segue si impadronisce dei fucili del corpo di guardia. Pasticcio dice a Fazio che il sindaco,  Gabriele Valente, lo ha fatto chiamare e nelle sue mani di contadino ha rimesso la carica; continua dicendo che ha rinunciato anche il secondo eletto, Gabriele Venditti; che da quel momento ogni contadino può andare a suo bell’agio a dividersi la Montagna e la tenuta comunale di Selvapiana. Poi minaccia: corrono tempi procellosi ed è brutto mondo, in cui ognuno può incorrere in un malanno


L'arresto dei briganti (via web)


Il 30 non muore nessuno: fino qui è tutto limitato a una carnascialesca, sguaiata festa di piazza. Gli atti processuali, vergati già in inchiostro sabaudo, parlano di orge invereconde e di un mastro Pietro Venditti – mastro perché ciabattino – che in quella sera e nei giorni successivi ne è il cerimoniere, giacché

«innalzato un altare in mezzo a largo Croce, esponeva alla venerazione quell’effigie, alle quali col turibolo dava l’incenso; ed onde apparisse chiaro il concetto di quei baccanali, lo stesso cerimoniere erasi provveduto di una quantità di budella d’agnello, e quelle mostrando diceva: “A canne si debbono vendere, come queste, le budella dei liberali”. E quasi non bastassero tali eccitamenti vi si aggiungeva la danza, i ribelli vi si atteggiavano a cannibali accennando a stragi e saccheggi.» (Valente)

Per inciso, mastro Pietro Venditti è l’autore della celebre lettera a Francesco II in cui, vantando l’uccisione di un tenente garibaldino, chiede al sovrano, in premio, di aver per sé e progenie la licenza da rivenditore di sale e tabacchi.
Il giorno successivo, primo di ottobre, i nuovi padroni del paese prelevano di forza l’arciprete Michelangelo Scioli scortandolo fino in chiesa; qui gli impongono la recita solenne del Te Deum per Francesco II; ne segue una processione accompagnata dalla banda, come fosse il 16 di agosto, San Rocco.

Pietro Valente p.Il 1860 a Isernia, Pettoranello e Carpinone - Notizie storiche, inedito.
Copia in manoscritto di Erminia Testa (1932), Archivio privato Venditti. - Frontespizio

Le cose cominciano a farsi sul serio solo successivamente: nella notte tra il 3 e 4 ottobre, arrivata la notizia che, finalmente, Isernia ha visto l’ingresso della compagnia di gendarmi regi comandata dal maggiore De Liguori, la Reazione carpinonese dà un nuovo giro di vite: per ordine del noto Giovanni Tamasi  viene  fatta la requisizione di armi nelle case dei galantuomini (vengono disarmati, fra gli altri, Giovanni De Simone, Emilio Di Blasio, Nicolangelo Sassi, Giacinto Carnevale, Gabriele Venditti). L’occasione è colta per altro genere di requisizioni – a casa di  Gennaro Ciccone, possidente, si involano 2000 ducati e vengono incendiate le carte di famiglia; al notaio De Simone «asportate tutte le carte dello studio, la intera libreria del valore di ducati 1800, tomoli 60 di grano». Quella stessa notte, in undici vengono arrestati – «furono strappati dai domestici lari i signori Costanzo Petrunti, Saverio De Blasio, Saverio Antenucci, Domenico Ciccone, i giovani figli di Gennaro Ciccone, Vincenzo e Federico, Francesco De Dominicis, Fiorangelo Tamasi e altri» (Valente) – che, a piedi, vengono avviati verso le carceri di Isernia, subendo lungo la via sevizie e minacce di morte. La loro prigionia dura poco: il Governatore di Molise, Nicola De Luca, giunto in città nella notte del 4 di ottobre con i suoi ottocento militi, libera tutti i detenuti; quando poi, meno di un giorno dopo, le truppe borboniche e i cafoni di Salzillo, da Venafro, riconquisteranno nuovamente la città, si uniranno alla fuga scomposta dei liberali isernini e dei garibaldini di De Luca, lungo la via degli Abruzzi, per Rionero e Castel di Sangro; chi rimane attardato, verrà raggiunto e trucidato: fra questi, i carpinonesi Saverio De Blasio, suo figlio Gaetano e Francesco Sassi.
In paese, altri liberali, scampati agli arresti 3 ottobre, provano a sottrarsi con la fuga per i campi, come fa l’ottuagenario canonico don Giuseppe Guerra, ma dopo giorni passati ad errare di tugurio in tugurio – quanto gli permettono l’età e la gotta – viene finalmente preso il 5 di ottobre e avviato in ceppi prima a Isernia, poi a Gaeta.
Fermiamoci un attimo: conosciamo meglio gli attori di questa commedia diventata dramma. Richiamiamo in scena quel don Gaetano Fazio che abbiamo conosciuto come vittima del gradasso Giovanni Tamasi. Negli atti processuali, così come da Iadopi, viene indicato come la mente occulta della reazione carpinonese: testimonianze concordanti – Fiorangelo Tamasi, Gennaro Ciccone – lo indicano, fin dalla metà di settembre, come sobillatore dei più esposti Giovanni Tamasi e Felice Valente, Zaccaria: è lui a sedurli, a parole e denaro. Altro grande accusatore di Fazio è quel Giovanni De Simone, pure lui notaio, che abbiamo già incontrato disarmato e derubato nella notte del 3 ottobre. In una sua querela al Procuratore del Re del 26 gennaio 1861 – tra le altre nefandezze grandi e piccole che riversa sul collega –  lo accusa di aver, nella notte del 4 ottobre, spedito

«corrieri in Sessano per chiamare in aiuto i saccheggiatori, gli incendiarii di quel Comune, i quali in effetti accorsero organizzati in bande armate, con tamburro, ed uniti ai Carpinonesi passarono in Isernia ove consumarono ogni maniera di misfatto.» (Valente)

Si riferisce ai sanguinosi fatti del 5 di ottobre, quando Isernia, come già visto, dopo essere stata presa dai garibaldini di De Luca (il giorno 4), fu nuovamente occupata dai lealisti e si giunse ad episodi di indicibile efferatezza che videro i carpinonesi in prima fila: Stefano Iadopi, nel descrivere, da contumace, l’incendio del suo palazzo parla di «teschi umani recisi che erano rotolati per la strada dai carpinonensi Antonio Fabrizio, Michele Martella La Vacca, e molti di Pesche». Sempre De Simone denuncia che Fazio

«fuggì da Carpinone quando gli fu scritto dal fratello che la colonna dei garibaldini, comandata da Nullo, moveva per Carpinone ed Isernia, e il popolo allorché lo vide fuggire esclamava: “Ci ha eccitati a delinquere ed ora ci lascia abbandonati e senza capo”.» (Valente)

Non sappiamo quanto di vero ci sia nella querela; quanto invece sia gonfiato per gelosia di professione. In sede processuale, Fazio venne, in ogni caso, prosciolto da ogni accusa e reintegrato tra gli ottimati, ora tutti riverginati nella fede sabauda.
Torniamo alla cronaca. Riconquistata Isernia il 5 di ottobre, l’intero distretto è saldamente in mano ai reazionari. La città in mano borbonica è una spina nel fianco di Garibaldi: da un punto di vista strategico, è necessario poter controllare la consolare che scende dall’Abruzzo per il valico del Macerone, percorso obbligato per i Piemontesi che, in quei giorni, senza dichiarazione formale di guerra, hanno superato sul Tronto il confine del Regno delle Due Sicilie e puntano al Volturno per chiudere la partita. Così il dittatore invia oltre il Matese una colonna di Camicie rosse comandate da Francesco Nullo; pochi, in realtà, per l’obiettivo prefissato, ma ha la promessa dei liberali locali che oltre tremila volontari li attendono a Boiano per marciare congiunti su Isernia. Nullo conosce numero e valore dei regolari borbonici presenti nel distretto; sottostima, invece, la forza dei cafoni che s’accompagna all’esercito duosiciliano e spesso ne costituisce l’avanguardia: quei circa mille uomini organizzati da Teodoro Salzillo che hanno svolto ruolo determinante già nell’affrontare la Colonna De Luca; per tacere, poi, dei non numerabili villani anarchici e feroci di Castelpetroso,  Carpinone, Pettorano: uomini e donne pronti a colpire di schioppo come di zappa, abili ad abbattere il nemico in livrea rossa finanche a pietrate. C’è un’efficace immagine – verosimile più che vera – che Carlo Alianello dà nel suo celebre La conquista del Sud: uomini e donne che seguono il crocifisso e mormorando preghiere scendono da Carpinone; la loro lenta teoria quasi ipnotizza i soldati di Nullo, così che quando, d’improvviso, si trasformano in orda sanguinaria che, sguainate le ronche, si abbatte sui garibaldini, li trova fermi nella sopresa, sterminandoli.
La disfatta di Nullo a Pettorano è cosa nota. Meno nota è forse la sorte dei tanti che, cercando di riconquistare la via per Boiano, cadono nella notte tra il 17 e 18 ottobre, «vittime di quei feroci ribelli che non pugnavano, ma da vili uccidevano uomini inermi e sperduti in luoghi ad essi ignoti». In questa caccia al berrettuccio rosso si distinguono particolarmente i cafoni di Carpinone. I garibaldini vengono rastrellati nelle campagne e portati in paese; qui cambia il mezzo e l’occasione, ma in ventotto vengono barbaramente uccisi. Sette Camicie rosse, prese a Macchiagodena, viaggiano sotto scorta verso Isernia. Vestono abiti borghesi e sono disarmati. Giunti a Largo Croce, vengono fermati dai cannibali di Carpinone: «Raffaele Valente, Menestrella, lanciò un colpo di pietra che ferì un garibaldino alla bocca perché alla domanda chi Viva? Rispose: Viva Garibaldi! Dal mucchio si gridò uccidiamoli, uccidiamoli tutti!» Le Guardie urbane riescono a sottrarre gli arrestati alla lapidazione. Si riavviano. Vengono inseguiti e raggiunti nelle vicinanze del cimitero da Antonio Fabrizio, Socarlo, Michelangelo Venditti, Totaro, Leonardo Palladino, Patana, Luigi Cagna, Zirocco, e uno detto Cialone, e trucidati.

«Sul luogo del misfatto, arrivò ultimo tra i cafoni Raffaele Mascieri fu Felice, Scelato, che per sfregio e spavalderia recise due teste ai corpi già resi cadaveri e sospese pei capelli alle canne dei fucili, come in trionfo, fra gli evviva e gli schiamazzi dei compagni le portò in paese, a testimoniare il bieco e feroce delitto. Le teste furono poi gittate nella fossa comune carnaria della Chiesa della Concezione(Valente)





Altri quattro garibaldini, sbandati, si trovano a percorrere la Chianella:

«Due di essi furono massacrati a colpi di fucile (tra gli uccisori Gaetano Minchilli, lo scarpariello); altri due si rifugiarono in casa di Leonardo Antenucci Tribazio che li tenne nascosti sotto un grosso tino, ove stettero tre giorni. Non potendo più rimanervi, furono costretti ad uscire e, attraverso il giardino di D. Emilio Petrecca volevano prendere la via della Fontanella. Scovati da Domenico Martella, Cartuccia, e Maria Malerba, Caibo, raggiunti, a colpi di scure furono uccisi e poiché coi loro movimenti, nei momenti ultimi dell’agonia, accennavano ancora ad un fil di vita, la Malerba con un grosso sasso schiacciò loro la testa. La scure operata era di Michele Tamasi fu Romualdo, Felicella, il quale la portava ancora intrisa di sangue sul braccio. Visto dall’arciprete Scioli, per spavalderia, disse che aveva fatto il suo. Ciò gli fruttò 20 anni di lavori forzati, mentre il Martella e la Malerba, autori dell’uccisione tornarono a casa risalendo la Maruccia, non furono denunciati e restarono impuniti(Valente)

Altri diciassette – perfido numero – vengono uccisi al Largo della Croce: «I loro corpi, evirati dalle donne, sanguinanti, maciullati, nudi, furono gettati in una fornace da calce alla contrada Neviera, a valle della carrozzabile Aquilonia.»
Un’ultima, inutile orgia di sangue. Due giorni dopo, la rotta dei lealisti sul Macerone. Vittorio Emanuele entra a Isernia come ora si entra in Aleppo. Il Regno del Sud diventa Italia.
Si è già detto: per Carpinone, dopo il diluvio, si tornò al torpore, al lento scorrere dei giorni.


Bibliografia minima.
Anonimo [ma Stefano Iadopi], La Reazione avvenuta nel distretto d'Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Napoli 1861
Alberto Mario, La Camicia Rossa, Torino, 1870.
Giuseppe Cesare Abba , Da Quarto al Volturno, Bologna, 1880.
Pietro Valente p., Il 1860 a Isernia, Pettoranello e Carpinone - Notizie storiche, inedito. Copia in manoscritto di Erminia Testa (1932), Archivio privato Venditti.
Carlo Alianello, La conquista del Sud, Milano, 1972.

mercoledì 26 aprile 2017

Ebrei a Isernia


Compendio di storia degli Ebrei nel Meridione
Comunità di ebrei nel Meridione c’erano con Roma imperiale e continuarono a esserci per tutto il Medio Evo. Come scrive Ferorelli[1] per l’area lucana e pugliese – Brin­disi, Venosa, Lavello – si hanno prove epigrafiche della «continuazione non interrotta di colonie ebraiche dall’età im­periale infino al Mille». 
«A’ tempi di Giustiniano, n’esistea gran numero in Na­poli». All’alba del Medio Evo si avevano fiorenti comu­nità in Roma, in Sicilia e Sardegna.   
Sotto i Longobardi (568-774), gli ebrei italiani vissero in pace, il che continuò con i Normanni. Come si trova in un testo politicamente scorretto di metà Ottocento…

«… comunque ostinati nell’ errore di non volere riconoscere in Cristo il Redentore del Genere Umano, e la novella alleanza, nul­ladimeno non in­contrarono presso le varie nazioni quella ostilità che suole dipendere dalla diversità di religione [2]

Il filosemitismo, anzi, caratterizzò il regno dell’illuminato Federico II di Svevia: gli ebrei furono posti sotto la diretta protezione del sovrano e parificati ai gen­tili per quanto riguarda il diritto di difesa e la possibilità di agire in giudizio; fu regolamentata la pratica del prestito di denaro, allora definita tout court usura, fissando per decreto un saggio di interesse non superiore al 10%.
Con gli Angioini il clima iniziò a cambiare. Nel 1288 il Regno di Napoli decretò per la prima volta l’espulsione per gli ebrei. Le conversioni alla vera religione venivano premiate con l’esenzione ad vitam dal pagamento delle tasse (1293). Gli ultimi Angioini mantennero un’ambiguità di fondo, tra necessità di assicurare crediti alla Corona e cristianissimo odio verso i deicidi.
È con la Corona aragonese che gli ebrei del regno go­dettero maggiori privilegi. Con Alfonso I, non a caso de­finito il Magnanimo,  e con suo figlio Ferrante (re Ferdi­nando I) che, per curare gli interessi dell’erario, promise platealmente: «li Giudei serranno sempre defisi».
A partire dal 1442, poi, un considerevole numero di ebrei sefarditi venne a vivere nell’Italia meridionale: agli ebrei antiqui regnicoli si affiancarono, ma in comunità di­stinte, quelli provenienti dalla penisola iberica.
La morte di Ferrante (25 gennaio 1494) e la notizia della prossima discesa di Carlo VIII di Francia nel Mez­zogiorno preannunciarono nuovi giorni tristi: in molti la­sciarono le località minori e si raccolsero nelle città, rite­nute più sicure. A seguito dell’espulsione degli ebrei dalla Spagna, nel 1492, e quindi dalla Sicilia e dalla Sardegna, molti ebrei si riversarono nel Regno di Napoli; ma anche qui, li colpì un primo provvedimento di espulsione nel 1504. Con l’arrivo a Napoli del viceré don Pedro de To­ledo (1532-1553) si inaugurò una politica di intolleranza che portò ad un nuovo decreto di espulsione nel 1533 e a quello, ultimo e definitivo, del 1541: dopo questa data, la presenza ebraica nel Vicereame si ridusse sensibilmente, fino a sparire; in molti si spostarono nell’Italia centrale e settentrionale; chi rimase, lo fece convertendosi, accet­tando di mimetizzarsi sotto la croce e divenendo un christiano novello.

Monogramma di Ysernia, da un atto notarile del 1221.

Yiddish Ysernia!
Per Ysernia non abbiamo prove dell’esistenza certa di ebrei stabiliti in città anteriormente al 1423. In quell’anno, Giovanna II concesse a Benedetto Angelo di Todi e a Mosè di Abramo dell’Aquila la facoltà di abitare e com­merciare in diverse località dell’area abruzzese e molisana tra cui, espressamente, Isernia[3]. Se tuttavia si considera che in contesti anche prossimi comunità ebraiche sono attestate già in altissimo Medio Evo – vd., p.es., il caso di Venafro, in cui un ebreo è denunciato come ricettatore in una vendita oggetti sacri addirittura nel 591[4] e nel 1294, fruendo del bonus fiscale della Corte angioina, 34 ebrei ac­cettano il battesimo cristiano[5] – è possibile, almeno per via analogica, retrodatarne la presenzaIn ogni caso, se anche dobbiamo limitarci a ritenerla sorta in periodo du­razziano, è certo che l’apogeo della comunità ebraica di Ysernia si ebbe nella successiva età aragonese: durante il regno di Alfonso I, la diffusione degli ebrei nel Meridione ebbe, nel complesso, una forte crescita, anche se la distri­buzione regionale fece registrare notevoli disomogeneità, legate al maggiore dinamismo economico manifestato da alcuni distretti rispetto ad altri. Nell’area regionale abruz­zese e molisana si ebbe un sensibile aumento della pre­senza ebraica: dalle 140 unità censite nel 1170 alle 500 nel 1491; numeri esigui, d’accordo, ma in asse con una realtà, quella molisana, in cui non esistevano grandi nuclei ur­bani: alla metà del XV secolo, Isernia contava circa due­mila abitanti ed era il comune più popoloso dell’intero Contado di Molise.[6]
Per spiegarci il perché di un tale sviluppo dobbiamo richiamare alla mente l’attività economica principalmente svolta dagli ebrei:

«[…] esclusi dalle arti e dai mestieri, dagli uffici pubblici e dalle armi, dalle professioni liberali e dal possesso fondiario, agli ebrei venne lasciata un’unica strada: il commercio del denaro, cioè l’attività bancaria e crediti­zia che nel medioevo veniva chiamata usura. Gli ebrei, desiderati e dete­stati, finirono per insediarsi nelle principali città italiane, ottenendo spesso in occasione della costitu­zione dei banchi, non solo vantaggi finanziari ma anche privilegi di altro tipo[7] 

Alla metà del secolo XV, le comunità centro-appenni­niche vivono un boom economico.  Nel 1447 Alfonso I impose ai pastori abruzzesi e molisani di svernare entro i confini del Regno, nel Tavoliere, dove molti dei terreni coltivati furono trasformati forzatamente in pascoli. Isti­tuì inoltre, con sede prima a Lucera e poi a Foggia, la Do­gana della mena delle pecore in Puglia e (ri)attivò l’im­portantissima rete dei tratturi che dall’Abruzzo conduce­vano alla Capitanata. Si risollevò, così, l’economia delle città interne fra L’Aquila e la Puglia: ne trassero giova­mento le attività artigianali locali, i mercati e i fori boari di Lanciano, Castel di Sangro, Campobasso, Isernia, Boiano, Agnone, Larino.
Non c’è sviluppo che possa prescindere dalla disponi­bilità di capitali. Si impiantarono, così, anche a Ysernia, banchi di prestito – come visto, monopolio degli ebrei – cui seguì la concessione di diritti di cittadinanza e resi­denza in città. Non è un caso, quindi, se in quegli stessi centri che trassero vantaggio dalle illuminate politiche di sviluppo di Alfonso il Magnanimo si ebbe uno sviluppo delle comunità ebraiche:

«I gruppi più consistenti furono attivi nelle principali città (Aquila, Sul­mona, Lanciano, Venafro, Isernia e Campobasso), ma, sotto forma di piccoli nuclei, gli Ebrei furono presenti anche in numerosi centri rurali[8]

Tutti giù per terra
Purtroppo, su una situazione di economia in decollo, s’abbattè la catastrofe. La notte del 5 dicembre 1456 una terribile scossa di terremoto causò distruzioni in un’area eccezionalmente vasta dell’Italia centro-meridionale. «Ser­gna tutta in terra e morte circha persone MCC», scrisse l’ambasciatore a Napoli Francesco Cusano in una rela­zione sul sisma inviata al duca di Milano.
Tra i 1200 morti, ci furono anche ebrei. Lo prova un documento sottoscritto dai due sindaci Giovanni d’Isernia e Jacobo Andrea de Thofanischis[9] a data 8 gen­naio 1457, citato da Turco e, per altri contenuti dello stesso che qui non interessano, da Viti[10]. L’antefatto vuole che, dopo il terremoto, dai paesi limi­trofi – ma non solo: sciacalli si ebbero tra i concittadini e, finanche, tra gli uffi­ciali regi – gente si precipitò a sac­cheggiare le case rovi­nate, asportando da quelle dei giudei anche i molti pegni che vi erano custoditi:

«[…]multi vicini nostri sub colore de aiuto sonno venute et hanno tolta e robbata multa robba et pecunie delle case ruynate et delli morti nostre et hanno portatasi la dicta robba et facta molta preda e rapina.»[11]

Tra le molte richieste al sovrano vi era l’invio in città di un com­missario regio che indagasse su eccidi e spolia­zioni, sup­plica che il re accolse con l’invio del giudice Troyle de Massa

«per far luce sui fatti, per cercare di reperire i “molti pigni che tenenvano con piena potestate” e per procedere contro “li dicti delinquenti, affinché possi ponire, carcerare, tor­mentare et debite castigare et far restituire la dicta robba a chi se appartene.» 

Altre concessioni del re Magnanimo riguardarono l’esenzione fiscale per cinque anni e l’obbligo posto agli abitanti dei centri vicini al cratere di contribuire alla rico­struzione. La città, tuttavia, non si riprese. Neanche il reale dispaccio dell’ 8 gennaio 1463, con cui re Ferdi­nando concesse al mastrogiurato de Ysernia il diritto di «bactere o far bactere certa quantità di quatrini» (il diritto di co­niare moneta), produsse effetti sulla misera economia cittadina.
Fu così che le magistrature cittadine supplicarono il sovrano perché consentisse il ritorno in città di almeno uno dei banchi di prestito esistenti prima del terremoto; ne seguì il privilegio del 1469 con il quale si dava autoriz­zazione ai cittadini di Ysernia di

«reducer et tener in dicta cita per loro comodità  uno judio di nome Guielmo Sacerdote  lo quale habia ad abitare et dimorar in quella sua vita du­rante et contrahere con la dicta Università fino a la Università et homini predicti pia­cerà er parerà».[12]

La licenza sovrana fissava anche il tasso massimo consentito per il prestito: «grana dudece per unza» e garan­tiva l’esclusiva: «et che altro judio expeto esso no possa stare».
Nel documento regio l’autorizzato non è il judìo – apostrofato con lessico più consono a denotare bestia, che si reduce e tene per comodità – ma l’Università (il Co­mune, diremmo oggi); per questo, il privilegio concede il diritto a risiedere in città al solo feneratore ebreo, per la durata della sua sola vita («…habia ad abitare et dimorar in quella sua vita durante»); tale diritto non si estende, tout court, alla famiglia e ai suoi discendenti. La licenza dà prova, tuttavia, del benvolere che la comunità riversa sull’usuraio ebreo: disporre, in città, di un banco di prestito a interessi calmierati è una risorsa.  Qui, come altrove, «gli ebrei […] costituirono un elemento prezioso per moderare le ingorde pretese dei prestatori cristiani»[13].
In ogni caso Gu[gl]ielmo Sacerdote non rimase a lungo in città se è vero – come attingiamo da altra fonte – che negli anni ‘80 del XV secolo un altro feneratore ebreo, Abramo de Daniele di Piedimonte, aveva in Isernia un banco di prestito. Vi è un atto di cessione stipulato, a morte di Abramo, da un tale Mele di mastro Moyse de Benevento, tutore dei beni e dei figli del defunto. Il banco – del valore di 800 ducati in pegni, arredi e denaro – venne ceduto in fitto ad Angelo de Gaudio di Traetto (oggi Minturno). Il contratto venne stipulato in Napoli, il 15 aprile 1483; Angelo de Gaudio, cognato del defunto Abramo, affermò che era amministratore del banco dal tempo in cui viveva il congiunto e la durata del fitto, sta­bilita in quattro anni a partire dal 1 marzo 1482, compor­tava il pagamento annuale di 120 ducati, che egli avrebbe consegnato alla fine di ogni anno in Napoli al tutore Mele.[14]


Medico giudeo, vestito secondo l'uso costantinopolitano
Incisione di Pietro Bertelli tratta da Diversarum nationum habitus., Pavia, 
apud  Alciatum Alcia et Petrum Bertellium, 1594-1596

Medicus
Non tutti gli Ebrei isernini erano nella finanza. Nel 1490 un Elia figlio di  Manuele de Perusio, di Isernia, so­stenne l’esame di abilitazione alla professione medica di­nanzi ai due commissari, fisici regi, Nardò de Antonio e Rogerio de Adamo.

«Avendo provato che “a teneris annis licteris latinis ope­ram dederat” e che “scientia ed arte fisica insudaverat  cum continuo studio” ottenne “ex regia begnignitate” e senza che si osservassero le “ordinationes collegii stu­dii neapolitani”, il “privilegium doctoratus medicine”. Col diploma egli acqui­stava il diritto di prendere il titolo di “artium et medicine doc­tor”, di portare il distintivo , di essere aggregato agli altri medici “tamquam suffi­ciens” e, al pari di questi, godere gli onori, le di­gnità, i privilegi , le immu­nità e le esenzioni accordate dalle leggi, e di curare e praticare “in scientia et arte medicine et phisice per totum regnum Sicilie eiusque provincias, ci­vitates, ter­ras, castra, casalis et loca omnia” in onore e fedeltà del re e per comodo e utilità dei sudditi»[15]

Per assicurare l’indisturbato esercizio della profes­sione al nostro Elia, nel titolo rilasciato a firma del sovrano Ferrante I si prevedeva anche una multa di mille ducati a carico di quanti avessero osato molestare il neolaureato; seguiva poi una digressione in ordine al fatto che non ap­parisse assurdo o illecito farsi curare il corpo da chi, giudìo, avesse l’anima malata dalla professione di una falsa fede.
La digressione non deve apparire chiosa superflua della licenza regia: cento anni dopo, si è di nuovo punto e a capo. Nel 1588 venne stampato, in Venezia, il vo­lume De Medico Hebreo – Enarratio Apologica, autore il fa­moso David de Pomis, con l’intento specifico di togliere di mezzo radicati pregiudizi e spiegare ai più che, in con­siderazione delle affinità di fondo tra ebrei e cristiani nell’esercizio della medicina, nulla impediva che un me­dico ebreo potesse curare con successo pazienti gentili. Durante la seconda metà del XVI secolo, la diffidenza verso i medici ebrei aveva ottenuto avalli da papi e Inqui­sizione: Paolo IV aveva vietato ai cattolici di farsi curare dai giudei; Pio IV introdusse la professione di fede per la laurea in qualsiasi materia: «non potendo impedire ai cristiani di avvicinare gli ebrei si cercava di evitare che questi ultimi potessero diventare dottori»[16]

L’arte della lana
Oltre all’arte feneratoria e all’esercizio della medicina, caratteristica attività degli ebrei era il commercio dei panni, specie usati (come testimonia l’icastica intitolazione della chiesa napoletana di San Gennaro Spogliamorti, posta nel quartiere ebraico, e utilizzata come deposito per i de­funti, che qui venivano spogliati dei loro vestiti, ceduti agli ebrei per rivenderli al mercato). 
Se ne parliamo qui è solo per un fumus: leggiamo da Turco di un ricorso del 1536 elevato alla regia Camera della Sommaria da tale Gio: Daniele di Isernia, «che aveva mandato a vendere panni alla fiera di Gaeta»[17]Daniele è nome che spinge per una connotazione se­mita del ricor­rente, e Daniele commercia in panni. Ma siamo qui nella piena suggestione, non nell’indagine sto­rica.




Vico (n. 42) e Porta di Giobe (n. 43) nella mappa di Sabelli, 1867.
Il n. 44 è "Piazza Mercato"

Isernia sì, ma dove?
Gli ebrei costituivano in ogni città una comunità chiusa, uno dei tanti corpi intermedi nei quali si articolava la società. Come del resto accadeva anche per altri gruppi nazionali residenti, gli ebrei vivevano spontaneamente riuniti in una o più strade, secondo le dimensioni della città, un quartiere spesso definito Giudecca (o nelle va­rianti GiudeaGiudaica e simili).
Si abitava nella Giudecca per una scelta, non un ob­bligo, come lo sarà poi con l’istituzione dei Ghetti (1516, per Venezia; 1555 per Roma), quartieri murati, con porte di accesso che ve­nivano chiuse e presidiate durante la notte. 
L’esistenza di una comunità, piccola o grande, si inve­rava attraverso la presenza di una sinagoga, della scuola e del campo dei giudei, il cimitero ebraico, posto fuori dalla città.
Di tutto ciò, Isernia non conserva alcuna traccia: né memoria oralmente trasmessa, né iscrizione epigrafica, né tracce nella toponomastica attuale. «Perduti nel tempo | come lacrime nella pioggia».
Dove cercare la Giudecca nell’impianto storico della città di Isernia? Contrariamente ad altre realtà vicine – vd. p. es. il locativo Giudea a Carpinone, che identifica una piazza e un vicolo davanti l’antica chiesa di San Michele o la Giudecca, intero quartiere di Civita di Bojano – a Isernia nulla si conserva. Dobbiamo affidarci a indizi: alle spalle della Cattedrale, c’è un vico Giobbe; e Porta di Giobbe era chiamata la porta – ora non più esistente – che, alla fine di questo vicolo, si apriva sulle mura urbiche dando allora verso la campagna (ora, su un piccolo ambito alle spalle del giardino vescovile). Giobbe è senz’altro nome che evoca un contesto giudaico. È personaggio biblico che si ricorda per l’eponima capacità di sopportazione, la “pazienza di Giobbe” (oggi, magari, si direbbe resilienza); il nome stesso, dall’ebraico ’Iyyōbh, va tradotto come «Colui che sopporta (l’ingiustizia degli uomini e della sorte)» e gli ebrei isernini del XV secolo, di pazienza e sopportazione devono averne avuta di molta.
In realtà, diverse sono le interpreta­zione date sulla ge­nesi dell’onomastica storica di vico Giobbe: Franco Va­lente si riferisce a Giobbe come derivato dal Giove del tempio latino del III sec. a.C., il cui ingresso si apriva proprio dove ora insiste il vicolo; Cefalogli, nel suo vo­lume sulla toponomastica cittadina, richiama invece un cognome familiare, Job (o de Jobb, come dice invece Turco[21]), portato da famiglia lì residente e che, per calco, ha dato nome al vicolo (così come è successo per tanti altri loca­tivi nel centro storico: D’Afflitto, Pace, Campagnale, Ian­notta, Ricci, Delfini ecc). Ma sempre Ce­falogli, nella stessa pagina, parla di un autografo ricevuto da Angelo Viti, primo bibliotecario della “Michele Ro­mano”, nel quale si dice testualmente:

«Il vico Giobbe trae la sua denomi­nazione non per metonimia da Giove, ma da un ghetto ebraico ivi esistente al tempo di Ferrante d’Aragona; co­munità alla quale, as­sieme agli Albanesi introdotti nel regno, aveva con­cesso larga prote­zione. […] Isernia nel secolo XV ospitò non meno di 40 famiglie ebraiche[18]

Le due ipotesi onomastiche, sebbene da Cefalogli date come alternative (cioè: Vico Giobbe dalla famiglia Job vs. Vico Giobbe da antica Giudecca) convergono verso un’univoca indicazione se si pone mente al fatto che Job è in ogni caso cognome di chiara derivazione ebraica[19][23]. La famiglia Job, o de Jobb come vuole Turco, è attestata a Isernia nel XVI secolo. Se aveva le sue case alle spalle della Cattedrale potrebbe ciò essere interpretato come se­gno di una permanenza nei luoghi che qualche anno prima avevano ospitato la Giudecca isernina. Le cose so­pravvivono agli uomini; le stesse case vengono abitate per generazioni e ben avrebbero potuto i Job, christiani no­velli dopo le espulsioni del 1541, essere rimasti a vivere lì dove qualche decennio prima si osservava lo Shabbat e si  trovavano Mezuzah appese agli usci.




[1] Nicola Ferorelli, Gli Ebrei nell’Italia Meridionale dall’età romana al Secolo XVIII, Torino 1915
[2] Francesco Paolo Volpe, Esposizione […] delle vicende degli Ebrei nel nostro reame, Napoli 1844
[3] Camillo Minieri Riccio, Studi storici fatti sopra 84  Registri Angioini dell’Archivio di Stato di Napoli, Na­poli 1876, p. 92.
[4] Nicola Ferorelli, Gli Ebrei nell’Italia Meridionale dall’età romana al Secolo XVIII, Torino 1915, p. 19
[5] Ibidem, p. 54-55
[6] Giovanni Brancaccio, Il Molise medievale e mo­derno, Napoli 2005, p. 125. Sopra i mille abitanti c’erano, nell’ordine, Morcone (1615 ab.); Campobasso (1370); Boiano (1350); Sepino (1170); Tufara (1070). 
[7] Riccardo Calimani, Storia del Ghetto di Venezia, nuova ed illustrata ediz., Milano 2000, p. 23
[8] Giovanni Brancaccio, Il Molise medievale e mo­derno, Napoli 2005, p. 123
[9] ASNA, Esecutoriale Sommaria, reg. I, p. 515.
[10] Angelo Viti, Note di diplomatica ecclesiastica sulla contea di Molise dalle fonti delle pergamene capitolari di Isernia, Napoli 1972, p. 321.
[11] Pietro Gentile,  Il terremoto del 1456 in alcuni luoghi di Terra di Lavoro, in “Archivio Storico per le Province Napoletane” 35 (1910), pp. 667-669.
[12] ASNA, Privilegiorum Sommaria, reg. 55, p. 43 e reg. 26, p. 47
[13] Nicola Ferorelli, Gli Ebrei nell’Italia Meridionale dall’età romana al Secolo XVIII, Torino 1915, p. 134
[14] ASNA, Prot. Not. Francesco Pappacoda, a.  1483, cc. 117-118.
[15] ASNA, Regia Camera Sommaria, Priv. 19, f. 190. Il documento è pressoché integralmente riportato da Nicola Ferorelli, Gli Ebrei nell’Italia Meridionale dall’età romana al Secolo XVIII, Torino 1915, p. 117
[16] Riccardo Calimani, Storia del Ghetto di Venezia, nuova ed illustrata ediz., Milano 2000, p. 97
[17] Ermanno Turco, Isernia in cinque secoli di storia, Napoli 1948, p. 81
[18] Fernando Cefalogli, Isernia. Strade, vie, vicoli, l'onomastica storica, Isernia 2000, p. 82
[19] Vd. Samuele Schaerf, I cognomi degli Ebrei d’Italia, Firenze 1925.



giovedì 9 marzo 2017

The big earthquake of 1805 according to Maceroni

Colonel Maceroni

Torniamo a parlare del grande terremoto del 1805 attraverso la testimonianza – credo, ad oggi, inedita – del colonnello di cavalleria Francis Maceroni (Manchester, 1788 -  Londra 1846), aiutante di campo di Gioacchino Murat durante le guerre napoleoniche e uomo di corte quando il francese divenne re di Napoli. Maceroni (in altre versioni, traslitterato in Macirone) è personaggio misconosciuto in Italia (tanto per dire: manca una pagina wikipedia a suo nome nella lingua di Dante); è stato soldato, diplomatico, esperto mongolfierista e inventore di una locomotiva che porta il suo nome (“Maceroni Steam Carriage”), nonché autore delle autocelebrative  «Memoirs of the life and adventures of colonel Maceroni», edite in due volumi dal quasi omonimo John Macrone in Londra, nel 1838.

Maceroni Steam Carriage


Maceroni – di pessima memoria? – anticipa al 16 luglio 1804 (anziché, sappiamo, il 25 luglio 1805) il grande sisma molisano: si trovava allora ospite di un tale Bottalin che aveva una villa a Mergellina, diving and rowing and fishing  lungo i grandi scogli lavici di capo Posillipo, quando avvertì onde anomale tra le onde e grida lontane: Terremoto! Terremoto!. Descrive poi quadri molto napoletani di gente come un fiume che esce da ogni casa e trasporta materassi e cuscini sulla spiaggia in accampamenti di fortuna o segue frati in processioni improvvisate, with tinkling bells and crying of lamentations.

Non un testimone oculare, quindi, dei rovinosi effetti che il sisma ebbe in terra di Molise: Macironi è nella capitale e non nella provincia colpita; riporta notizie riferite da altri, dai gazzettieri, mercanti e uomini di corte, ma le riporta. 
Colloca l’epicentro in Frosolone; disegna un cratere di 61 borghi tra Isernia e Jelsi, abitato da circa cinquantamila persone. Di tutti questi paesi – ci dice – solo due, San Giovanni in Galdo e Castropignano, sebbene situati ai piedi del Matese, sono rimasti privi di danni considerevoli. Intorno a seimila i morti, numeri che ripropongono il grande terremoto calabro del 1783.

Memoirs of the life and adventures of colonel Maceroni, p. 142


Particolare la manifestazione degli effetti del sisma a Isernia (pag. 142): «Questa città è estesa poco più di un miglio in lunghezza, ma come accade per Brentford o altre città inglesi , la sua ampiezza si risolve in due file di case, sui due lati del corso. Ebbene, la fila di case a est della strada è interamente crollata, quelle a ovest, invece, sono rimaste in piedi.»
Qui Maceroni pare reinterpretare in senso est-ovest la reale distribuzione dei crolli che – a giudicare dalla nota mappa di Luigi Marchese – è piuttosto da orientare in senso nord-sud, con la parte alta dell’abitato storico completamente distrutta e la parte a sud della Cattedrale a subire pochi danni dal sisma. Continua, attingendo probabilmente a Giuseppe Saverio Paoli e alla sua Memoria sul tremuoto de' 26 luglio del corrente anno 1805, edita a Napoli nel 1806: «La terra si ruppe in ogni direzione, creando qua e là vaste lacerazioni e forre. Dalle fenditure del terreno si levavano lingue di fuoco e scariche elettriche; e oltre la sommità del Monte Frosolone, una luce come fosse una rifulgente meteora fu visibile per lungo tempo. Nella mattina del giorno fatale, gli abitanti ebbero tutti a sentire una sensazione di straordinaria spossatezza, e si diffuse un fetore come di zolfo, disgustoso e malsano. Alle quattro del pomeriggio il cielo si coprì, e le nuvole si diffusero in tutte le direzioni con la velocità tipica degli uragani, sebbene nessun soffio d’ara fosse percepibile a terra. Ma al tramonto iniziò a soffiare da nord un vento furioso, che subito cessò, come se fosse stato fermato dalle profonde esplosioni che si sprigionavano sottoterra, precorritrici e accompagnatrici del terremoto.  La prima scossa fu leggera, così tanto che solo in pochi se la avvertirono. Altre vennero dopo poco  e per venti secondi si susseguirono le une alle altre con terribile violenza.» 


portfolio nell'edizione delle Memoirs

Un’ultima nota di colore chiude la narrazione del terremoto: «In un paese chiamato Guardia Regia (sic), vicino Bojano, una bella e giovane ragazza di diciannove anni chiamata Marianna di Franceschi è rimasta sepolta viva per dieci giorni e otto ore. All'inizio, si ebbero deboli speranze, ma le amorevoli cure dei suoi medici fecero il miracolo: si ebbe un pieno recupero, nel corpo e spirito, presto si sposò e nel 1807 la vidi a Napoli, madre felice di due bei bimbi».

(L'originale è qui, alle pagg. 141/143; mia è la - libera - traduzione dall'inglese)