giovedì 28 dicembre 2017

Dei Palazzi storici di Isernia


Articolo pubblicato su ArcheoMolise n. 30, anno IX, 
numero monografico dedicato a Isernia

Dei Palazzi storici di Isernia
Gabriele Venditti

Tragica cesura nella storia contemporanea della città di Isernia è il devastante terremoto del 26 luglio 1805, che sconvolge abitanti e abitato in misura tale che, può dirsi, esista un’Isernia precedente e una diversa città dopo di esso: come riporta il regio ispettore Giannoccoli a Ferdinando IV, che lo ha inviato nel cratere proprio perché ne riferisca, «Isernia, Maestà, non è più Isernia, e le fabbriche tutte o son cadute o stanno per cadere al suolo».
Se l’incipit è stato lasciato alla drammatica memoria del gran tremuoto è perché dei quattro, più rappresentativi, palazzi storici di Isernia – di cui qui tracceremo un profilo confidenziale – tutti, per effetto del sisma, furono o distrutti ed ex novo riedificati (il Seminario, Palazzo d’Avalos) o seriamente lesionati e, più o meno celermente, riattatti (Palazzo San Francesco) ovvero costruiti là dove il terremoto aveva fatto pulizia di precedenti, anonime fabbriche (Palazzo Jadopi).   

Progetto del 1829 «per la riduzione dell' ex convento di S. Francesco [...] in diverse officine di Amministrazioni», arch. D. Rispolimoncada (?) (ASCI, b. 14, f. 368 - rielaborazione dell'originale) 




Palazzo San Francesco
Palazzo San Francesco, ora sede del Comune, era – al tempo – un convento francescano. La tradizione cittadina –  un esempio nella breve monografia scritta dal can. Vincenzo Piccoli nella prima metà del XIX sec. –  vuole che sia stato lo stesso santo di Assisi, di passaggio per la città nel 1222, a fondarvi una chiesa intitolata a Santo Stefano, sulla quale, meno di cinquant'anni dopo, sarebbe stata eretta la chiesa di San Francesco, con annesso convento (1262 o, al più tardi, 1267). Il terremoto recò danni ingenti alla struttura: crollata per un terzo (l’ala a meridione, che dava verso il giardino) e prossima a farlo per i restanti due. C’è da dire che nessuno, all’epoca, spingeva per una celere ricostruzione: passato il Regno di Napoli dai Borbone a Gioacchino Murat, anche qui trovò applicazione il decreto imperiale del 25 aprile 1810 che stabilì la soppressione di tutti gli stabilimenti, corporazioni, congregazioni, comunità ed associazioni ecclesiastiche di qualunque natura e denominazione. Così, la proprietà del convento fu tolta, dal 1811, all’Ordine dei Frati Minori Conventuali, e nel 1812 un tale Giovanni Lemercier ne ottenne addirittura l’uso gratuito, per cinque anni, per impiantarvi una conceria. Tornati i Borbone a sedere sul trono, per l’ex convento non ci fu reintegra ai francescani. Il Concordato stipulato fra il Regno di Napoli e la S. Sede nel 1818 istituì una Commissione mista amministratrice del patrimonio ecclesiastico regolare, per occuparsi, appunto, della gestione dei beni sottratti dai miscredenti francesi alla Chiesa cattolica, e fu con atto rogato dal notaio isernino  Filippo Senerchia in data 14 giugno 1823 che il Comune di Isernia acquisì da detta Commissione, in enfiteusi perpetua, verso un canone annuo di 60 ducati, «un vasto locale, con cortile, fontana nel mezzo e giardino attaccato tutto cinto di muri; consiste esso in corridoi, sottani, mezzani e stanze superiori, porzione di detto locale alla parte del giardino già crollata, altra porzione verso la strada nuova è tutta lesionata e prossima a crollare e porzione poi verso la Città è in mediocre stato […] esso locale è appunto quello che prima era il convento de’ minori Conventuali di San Francesco di questa città (Archivio storico comunale di Isernia-ASCI, b. 14, f. 368)». Arriviamo al 1829: un documento dal titolo “Rischiarimenti relativi alla perizia del 28 feb. corrente anno per la riduzione dell’ex convento di S. Francesco, in questa città di Isernia in diverse officine di Amministrazioni” dà notizia della volontà del nuovo enfiteuta di valorizzare il bene per farne – diremmo oggi – un centro direzionale: Municipio, Sottointendenza, Ispettorato di Polizia, Tribunale e Uffici del dazio. Ma l’ingente somma necessaria allo scopo (6799 ducati) fece arenare il progetto, che era a firma di quell’architetto Domenico Rispolimoncada, Controloro de’ dazi diretti del Distretto, già abituato, peraltro, a veder naufragare le sue idee per una nuova città, come accaduto tre anni prima per la sistemazione di Piazza Mercato, con pavimentazione a losanghe e fontana centrale a quattro getti. Qualche anno più tardi, nel febbraio del 1834, l’Intendenza della Provincia di Molise stanzia fondi per urgenti riparazioni all’ex convento «ove trovasi casermata la Gendarmeria Reale», uno squadrone a cavallo (con il Regno d’Italia, ai Gendarmi si sostituirono i Carabinieri;  a questi, nel 1865, i bimbi dell’Asilo d’Infanzia). Le condizioni di Palazzo San Francesco, tuttavia, producono continue querele inoltrate dalla Sottointendenza al Comune: infiltrazioni d’acqua, solai che non reggono. La corrispondenza dura fino al 1837. Intanto, nel 1835 – come vedremo meglio parlando di Palazzo d’Avalos – l’Amministrazione comunale decise la vendita del Palazzotto, fino ad allora sede del municipio.  Si ebbe così la necessità di ricollocare la Casa comunale e si pensò, allora, all’ex convento. Da una nota datata 1840 si trae notizia, per la prima volta, di lavori necessari a sistemare l’ex convento per stabilirvi gli uffici dell’Amministrazione comunale. Sindaco, eletti e decurioni vi si impiantarono due anni più tardi, nel 1842 (quest’anno, dunque, si compie il 175° anno di Palazzo San Francesco quale sede del Comune). Insieme con gli uffici municipali, dal Palazzotto si spostò nell’ex convento anche il Teatro comunale. A ricordarcelo è Stefano Jadopi nella sua monografia municipale del 1858: descrivendo la città nelle sue luci e ombre, dice che nell’«antico soppresso Monistero de’ Conventuali si pensò di costruire un teatro, e se ne ottenne l’autorizzazione col Real Decreto del 18 Agosto 1835; ma non si diede principio ai lavori prima del 1839, lavori che rimasero sospesi nel 1845. Fu poscia proseguito nel 1847; e la decorazione si è alla fine portata a termine a spese parti­colari nell’anno 1855.» Quella del teatro comunale di Isernia è storia a sé, che meriterebbe spazio che qui non abbiamo. Va detto che venne realizzato (con i tempi e le cesure individuate da Jadopi) nel locale più ampio tra quelli che si affacciavano sul chiostro dell’antico convento e si svi­luppava, in altezza, fino al tetto. I disegni – del 1855, a firma dell’architetto Luigi de Cesare – mostrano un tipico teatro con pianta a ferro di cavallo, platea per ottanta posti e due ordini di palchi (il teatro, poi Cinema Italia, si conservò fino alla metà del Novecento). Palazzo S. Francesco ebbe per tutto l’Ottocento vocazione polifunzionale: sulla scheda consegnata dal Comune di Isernia all’agente delle Imposte relativa all’anno 1891 – si era da poco (1889) introdotta l’imposta sui fabbricati e i Comuni pagavano quanto i comuni cittadini – si legge che all’epoca il palazzo ospitava «Teatro comunale quasi sempre chiuso, Scuola, magazzino, Casa comunale e Corte d’Assise».
 

Atto sovrano di assenso all'alienazione di Palazzo d'Avalos a Ippolito Laurelli, 18 agosto 1835. (ASCI, b. 14, f. 370)


Pa­lazzo d’Avalos
Come anticipato, prima del 1835 un teatro comunale a Isernia c’era già, an­nesso all’ «antica Casa comunale» in Palazzo d’Avalos, lì da «epoca bastantemente remota», come può leg­gersi in una nota al Sottointendente del distretto di Isernia del 14 agosto 1847. Allorché venne decisa la vendita del Palazzotto a Ippolito Laurelli per 2100 ducati, con delibera del 3 marzo 1835, l’atto venne recato, via Intendente pro­vinciale, all’approvazione superiore di re Ferdi­nando II, che il 18 agosto 1835 vi appose, sì, la firma, ma «a condizione che si ergesse altra Casa e più commodo teatro».
Palazzo d’Avalos, Palazzo del Principe (come si incontra nella pianta a volo d’uccello di Giovan Battista Pacichelli del 1703 e conservato nell’uso fino a metà Ottocento) o più familiarmente ru Palazzotte, è tra i palazzi più importanti – se non il più importante – della città. Ci ricorda l’esistenza dell’effimero titolo di Principe di Isernia: quando il Viceregno decise di infeudare la fino ad allora fidelissima città regia di Isernia, la spuntò, nel 1643 Carlo Greco, duca di Montenero; ma tenne Isernia per poco e appena un anno dopo, cedendo alle pressioni della potente famiglia spagnola, la città venne ceduta (per 28.000 ducati!) a Diego d’Avalos, figlio secondogenito di Inigo III e Isabella d’Avalos, V marchesa del Vasto. Avuto il feudo, occorreva ora un titolo nobiliare adeguato, che Diego chiese alla Corona e subito ottenne: ecco il Principe di Isernia. Titolo effimero, poiché fu portato, oltre che da Diego, solo da suo figlio Cesare Michelangelo e sempre posposto ad altre e più importanti dignità che la casata ebbe, per finire poi dimenticato nella vicenda successoria che interessò l’ultimo d’Avalos, e quindi formalmente cancellato con regio Assenso del 6 aprile 1745, con il ritorno della città al Demanio. 




Quella attuale, sobriamente neoclassica, è la versione ottocentesca del palazzo, interamente ristrutturato dai Laurelli dopo – lo sappiamo –  il terremoto del 1805.
L’originale seicentesco, riferibile ai d’Avalos, era certamente ad un solo piano. Così viene riportato nella stampa della città di Giovan Battista Pacichelli che si rinviene in «Il regno di Napoli in prospettiva», del 1703: qui il “palazzo del Principe”, come indicato, ha pianta a “L”, coprendo due dei tre lati della piazza come l’attuale, ma dopo il piano nobile presenta già il solaio.
Non si conosce la data di costruzione. Atti di compravendita stipulati dal principe per acquisire case e terreni su cui edificare datano dal 1651. Certo è che quando Giovan Vincenzo Ciarlanti scrive, nel 1644, le sue «Memorie Historiche del Sannio» non c’è né palazzo, né piazza, dal momento che nella descrizione della città il primicerio isernino individua nella piazzetta davanti palazzo San Francesco (l’attuale Piazza Marconi) lo spazio più ampio aperto, dopo quello della Cattedrale, lungo il decumano cittadino; del resto, nel 1644, era appena stato vergato l’atto di vendita della città tra il duca Greco e Diego d’Avalos e un palazzo del principe era ancora da venire.
In un anonimo manoscritto che si conserva nell’Archivio d’Apollonio (presso la Biblioteca Michele Romano), intitolato Ricordo, o sia notizia sugli interessi del principe della Città d’Isernia, si legge: «D. Cesare d’Avalos, per farsi una abitazione da domiciliarci, si prese da Cittadini alcune case vicino alla ven. Chiesa della Ss.ma Annunziata di detta Città e specialmente dalla detta Chiesa due casette […] ed un giardino contiguo ad essa chiesa, per le quali casette ed orto si obbligò il succitato marchese corrispondere carlini otto l’anno, come in tutti i libri delle economie di detta Chiesa si trovano esemplati detti stabili». Non ci troviamo con le date: don Cesare è principe di Isernia dal 1697. Il Palazzotto risale probabilmente ad anni prima, edificato da don Diego, con le linee di solida grazia del palazzo marchesale di Vasto, sede del ramo maggiore del casato.



Prospetto del Seminario vescovile, di Nicola Sabbelli (tratto da Viti, Note di diplomatica ecclesiastica [....], 1972)




Palazzo del  Seminario
Il sito ospitava una chiesa altomedievale intitolata a San Paolo, che gemellava, dal lato opposto della torre campanaria (l’arco di San Pietro). Nel XIV secolo, sui ruderi di questa fu costruita la casa palazzata dei della Castagna, famiglia appartenente al notabilato cittadino: ad un Onofrio della Castagna, che aveva militato con valore nel campo aragonese durante la battaglia di Sessano (28 giugno 1442), re Alfonso concesse per gratitudine il titolo di barone in perpetuum su Sessano.




Arriviamo al 1704: Mons. Biagio Terzi, vescovo di Isernia, aveva stabilito di erigere in città un’ulteriore casa religiosa, questa volta per le Orsoline; essendo scaduto il termine temporale senza che si fosse stabilito il monastero, gli amministratori del Comune proposero e, verso l’assegnazione di 200 ducati di rendita annua, ottennero, nel 1728, con mons. Giovanni Saverio De Leoni, la fondazione del seminario diocesano sotto il titolo di San Francesco Saverio (va rilevato che, all’epoca, Isernia e Venafro erano diocesi separate e autonome; in Venafro esisteva un seminario diocesano almeno dal 1568). Fu, allo scopo, utilizzato proprio il palazzo dei signori Castagna, all’epoca, famiglia già estinta. Come altre fabbriche, anche il seminario venne seriamente danneggiato – si è detto – dal terremoto del 1805: «[…] l’è notabilissimamente patito, per cui vi occorrono delle grandissime riparazioni», annota Fortini. Nel 1827 si cominciò l’opera di riedificazione nel medesimo posto per volere del vescovo Gomez-Cardosa e condotto a termine intorno al 1842; di quegli anni è il disegno neoclassico della facciata, che si conserva nell’attualità, opera dell’architetto Nicola Sabbelli. 

Palazzo Jadopi, litografia di Wenzel, 1860


Palazzo Jadopi
Prima che in Regione Molise se ne decidesse l’acquisto per farne una sede istituzionale in città, iniziando un malaugurato, infinito restauro che lo ha spogliato del nitido basolato calcareo della corte interna per arricchirlo, beffardo contraccambio, di un’orrida corona in cemento armato, Palazzo Jadopi era tra gli edifici  più belli e rappresentativi di Isernia; e dire che rovina e sciagura il palazzo l’aveva già esperite in quell’inizio di autunno del 1860 allorché, il 4 di ottobre, fu assediato, saccheggiato e dato alle fiamme dai cafoni del partito borbonico, che dalle sue scale vanvitelliane fecero rotolare teste di garibaldini in un’orgia di sangue che fu presto risolta dal martello piemontese, sceso in città dal Macerone, il 20 ottobre 1860. La famiglia Jadopi, fino al tremuoto del 1805, aveva case nel vicolo a lato della fontana della Fraterna (oggi vico Concezione). Distrutte queste, dovendo ricostruirsene di nuova, anche per sottolineare la nuova dignità pubblica cui la famiglia era ascesa, Vincenzo Jadopi, già sindaco di Isernia scelse un terreno fuori dall’abitato storico, nell’allora periferico borgo di San Rocco, e avviò l’edificazione del grande palazzo su progetto dell’ingegner Crescenzio Pirozzi, adornato in gusto neoclassico dall’architetto Orazio Dentice. Più noto di Vincenzo fu suo figlio Stefano che continuò l’impegno pubblico, assumendo più volte la carica di sindaco, quella di consigliere distrettuale e deputato, sia a Napoli, nel 1848, che nel primo parlamento unitario di Palazzo Carignano a Torino. 




Nei giorni neri della Reazione isernina, allorché infiammò l’insorgenza filoborbonica e i pochi liberali venivano presi casa per casa, Stefano era a Napoli; fu suo figlio Francesco a pagare per procura: gli vennero cavati gli occhi nella notte del 30 settembre 1860, e dopo, essere stato rifiutato dal nonno, quel don Gennaro de Lellis campione cittadino del partito lealista, aver passato una notte in agonia al carcere dell’Annunziata e raggiunto finalmente la madre, donna Olimpia de Lellis, morirà nel pomeriggio del 1° di ottobre. Fu così che quando la folla assaltò il palazzo il 4 di ottobre, e saccheggiò corredi e stoviglie, mise fuoco ai libri della vasta biblioteca che lì si conservava pensando contenessero registrazione dei molti crediti vantati verso i concittadini, in casa non c’erano Jadopi, ma poche Giubbe Rosse che lo elessero, loro malgrado, a ultima Alamo. Davanti alle rovine fumanti del palazzo sostò anche Vittorio Emanuele II, giunto in città il 23 di ottobre. A cinque anni da quell’incendio, un livido Stefano Jadopi, ormai cittadino napoletano, si vide recapitare dal sindaco Delfini un’ordinanza di abbattimento per il palazzo che, pericolante, costituiva minaccia per la pubblica incolumità. Ne seguì un duello di carte bollate, molto italiano, che culminò nella relazione dell’ingegnere Luigi De Cesare che stabilì quali parti andassero abbattute, quali conservate. Centocinquant’anni dopo, si è tornati all’inizio: non molto diverso è l’attuale abbozzo da quel combusto scheletro dell’ottobre 1860.


Palazzo Jadopi (erroneamente indicato in didascalia come "Iadozzi") incendiato e collassato.
Illustrazione ca. 1861, tratta da periodico non noto (Archivio A. e M. Testa) 

Gli altri palazzi
Non possiamo non menzionare, seppure brevemente, altri palazzi cittadini: fabbriche notevoli, quasi tutte rinnovate nello stile neoclassico, causa – si è detto – il disastroso tremuoto del 1805.  Lungo Corso Marcelli, di fronte al Palazzo e alla Chiesa di San Francesco, si incontra nitida la facciata tardo settecentesca di Palazzo De Lellis-Petrecca, eretto grazie all’interessamento di re Ferdinando su disegno di Carlo Vanvitelli, figlio del più noto Luigi, l’architetto olandese della Reggia di Caserta. Nel 1860 il palazzo divenne sede del direttorio che resse il governo lealista nei tragici giorni della Reazione isernina (30 settembre – 20 ottobre). Vi abitava il cavaliere Gennaro De Lellis, ricevitore regio per il distretto di Isernia, legato ai Borbone da una – pur sottile – parentela, per aver fatto sposare suo figlio Francesco ad una delle tante figlie spurie di re Ferdinando II. Allorché Isernia si solleva contro il governo garibaldino, viene acclamato dal popolo minuto «come se esso fosse stato un principe reale.» Col tramonto del regno duosiciliano, mostrando una coerenza non comune tra gli ottimati, don Gennaro, seguirà Francesco II in esilio a Roma e non farà più ritorno in città. Altro esempio di architettura neoclassica è Palazzo Mancini-Belfiore, che si oppone alla Cattedrale. Pur uscendo integro dal bombardamento del 1943, che devastazione e strage aveva prodotto in tutta l’area circostante, un progetto degli anni ’50 ne propose l’abbattimento per perseguire una risistemazione funzionalista dell’area di Piazza Mercato: non se ne fece nulla e il palazzo, con la sua armoniosa facciata scandita a stucchi (falsi cantonali al primo piano; lesene doriche al secondo), è ancora tra noi. Di Palazzo Pansini-Clemente è maggiormente importante parlare di ciò che non si vede: è stato infatti costruito là dove la tradizione pone la casa del giurista Andrea d’Isernia; gli eredi, l’importante famiglia Rampini, ne fecero dono alla città, che vi edificò la Chiesa dell’Annunziata e, attiguo, un ospizio per i poveri che fu poi anche carcere. La Chiesa, già sconsacrata, si conservò fino al 1896 (si hanno ancora affreschi in un locale commerciale a piano strada). Nel 1926 si edificò l’attuale fabbrica in stile tardo umbertino. Chiudiamo questa minima rassegna con uno dei più bei palazzi cittadini, se non il più bello, Palazzo Pecori-Veneziale, edificato nel XVII secolo dai marchesi Pecori lungo l’odierna rampa Mazzini, l’antica Porta di Giove, accesso orientale alla città. Il Palazzo,  interamente in pietra, replica le linee solide dello stile rinascimentale toscano. I Pecori, probabilmente originari dell'aretino, sono attestati in città nel XVII secolo ma già estinti nell’800.


Bibliografia.
Pasquale Fortini, Delle cause de’ terremoti e loro effetti. Danni di quelli sofferti dalla città d’Isernia fino a quello de’ 26 luglio 1805, a cura di Titina Sardelli, Isernia, Marinelli, 1984;

Stefano Jadopi,  Isernia - storia edita e inedita della città, a cura di Fernando Cefalogli, Isernia,  Iannone, 2009;

Franco Valente, Isernia - origine e crescita di una città, Campobasso, Enne, 1982;



Pasquale Damiani, Palazzi e chiese della città d’Isernia, Venafro, Vitmar, 2003.

lunedì 18 dicembre 2017

«Isernia. L'altra memoria». In mostra: Il "Garrucci" di Cesare De Leonardis

Raffaele (o Raffaello) Garrucci (Napoli, 22 gennaio 1812 – Roma, 5 maggio 1885) è stato un numismatico e archeologo italiano, specializzato in storia dell’arte cristiana. Entrò nella Compagnia di Gesù all’età di 15 anni e prese i voti il 19 marzo 1853. Si dedicò allo studio delle antichità pagane e cristiane. Nel 1885 pubblicò a Roma Le monete dell’Italia antica, lo studio all’epoca più avanzato sulle antiche monete coniate in Italia.

Tra le sue 118 opere edite, figura anche La storia di Isernia raccolta dagli antichi monumenti stampata a Napoli nel 1848.


L’esemplare in mostra, di proprietà della famiglia De Leonardis, è arricchito da disegni e appunti realizzati da Cesare De Leonardis nel 1891-1892 che fotografano luoghi, monumenti e reperti archeologici allora visibili in città o rinvenuti nelle campagne di Isernia alla fine del XIX secolo.



(foto: Manuela De Leonardis)


È tra questi disegni che troviamo ritratta la facciata della Chiesa dell’Annunziata – che, sconsacrata, si conservò fino al 1896 per poi cedere superficie all’attuale palazzo Pansini; la Porta di Giobbe, aperta nel tracciato delle mura medievali, dove ora termina il vicolo che ne ha mutuato l’odonimo, e che scopriamo avere arco a tutto sesto, affiancato lateralmente da due bertesche; una vista a volo d’uccello di Palazzo S. Francesco, ritratto dal suo lato orientale, sovrastante i magnifici orti urbani che caratterizzarono la città, e indicato in didascalia come «diruto», perché ancora colpito, a fine secolo, degli effetti del terremoto del 1805.

venerdì 15 dicembre 2017

«Isernia. L'altra memoria». In mostra: Trattato di Mascalcia di Giordano Ruffo

(foto: Manuela De Leonardis)


Il Trattato di Mascalcia è opera di Giordano Ruffo di Calabria (lat. Jordanus Rufus), maniscalco dell’imperatore Federico II. 

È conosciuto per un trattato di ippiatria, vertente soprattutto sulla cura dei cavalli da adibire alla guerra. Il trattato fu commissionato dall’imperatore, che ne supervisionò la stesura, ma non fu completato se non dopo la morte di Federico II. Viene considerato il primo trattato di veterinaria dell'Europa latina, successivamente stampato in più edizioni.



Il codice in mostra
(foto: Tobia Paolone)

Ebbe molto successo e collezionò da subito versioni in volgare e in altre lingue europee (francese, inglese) oltre che in ebraico. Si conoscono 155 copie manoscritte del Trattato, di queste 47 sono in latino e 88 sono in volgare, come l’esemplare qui esposto, di proprietà della famiglia De Leonardis. 


La particolarità dell’esemplare in esposizione è nel suo essere stato vergato, nel 1489, per volontà di Mastro Bartholomeo de Centuoro de Sergne (=Isernia) per uso suo e dei suoi discendenti, probabilmente su pergamena lavorata presso le concerie locali.



(foto: Manuela De Leonardis)

giovedì 14 dicembre 2017

«Isernia. L'altra memoria». Inaugurazione mostra



Biblioteca comunale - Inaugurazione mostra
(foto: Tobia Paolone)

Assessore Sonia De Toma, Gabriele Venditti, Manuela De Leonardis
(foto: Tobia Paolone)

Sindaco Giacomo d'Apollonio
(foto: Tobia Paolone)



lunedì 20 novembre 2017

«Isernia. L'altra memoria». Comunicato stampa

ISERNIA. L’ALTRA MEMORIA
Dall’archivio privato della famiglia De Leonardis alla
Biblioteca comunale “Michele Romano”
a cura di Manuela De Leonardis e Gabriele Venditti
15 dicembre 2017 – 15 gennaio 2018
Biblioteca comunale “Michele Romano”, Isernia
inaugurazione venerdì 15 dicembre – ore 17:00


La Fontana Fraterna in una cartolina della Collezione Arturo De Leonardis

Venerdì 15 dicembre 2017, alle ore 17:00, presso la Biblioteca comunale “Michele Romano”, P.zza S. Maria 5, Isernia, alla presenza del Sindaco, dott. Giacomo d’Apollonio, e dell’Assessore con delega alla biblioteca, avv. Sonia De Toma, inaugura la mostra ISERNIA. L’ALTRA MEMORIA - Dall’archivio privato della famiglia De Leonardis alla Biblioteca comunale “Michele Romano”, curata da Manuela De Leonardis e Gabriele Venditti.

Il progetto nasce nell’ambito della donazione da parte della famiglia De Leonardis, isernina da generazioni ma residente a Roma dal 1920, di un nucleo di documenti e libri di notevole importanza per la conoscenza storica e archeologica dell’antico Sannio e per la ricostruzione topografica e urbanistica della città di Isernia, alla Biblioteca Comunale Michele Romano di Isernia / Polo SBN della Regione Molise (accettata dalla Giunta Comunale con Delibera n. 55 del 10/05/2017) che ne dovrà garantire la conservazione come da disposizioni di Legge, acquisendoli al fine di metterli a disposizione della collettività.

Le disposizioni, in forma di scrittura privata, risalgono al 1954, in seguito alla corrispondenza tra Arturo De Leonardis (Isernia 1883-Roma 1960) e Angelo Viti, allora direttore della Biblioteca di Isernia.
Come afferma Gabriele Venditti, direttore della Biblioteca comunale “Michele Romano” e co-curatore della mostra, “Gli archivi familiari possono riconsegnarci memoria che, nata come particolare, induttivamente viene a darci notizia del generale: diari, memoriali, alberi genealogici tracciati a china, lettere avvolte da nastri di velluto, ma anche fatture commerciali e pubblicità tratte da vecchi quotidiani, conservati in armadi e librerie per decenni se non per secoli, spesso lontani centinaia di chilometri dai luoghi cui si riferiscono, sono una fonte preziosissima per chi tenti una ricostruzione della storia di una comunità, di un territorio. Quando tutto sembra essere già stato detto e scritto, quando – per una città, intorno al suo passato – si ripete ovunque il trito e ritrito fatto di citazioni a ritroso dell’unica fonte nota, ecco che una frase scritta di fretta in un quaderno cambia la prospettiva, accende una luce.”

La facciata della Chiesa dell'Annunziata (non più esistente), in un disegno di Cesare De Leonardis

Nella ricostruzione dello stretto legame tra la famiglia De Leonardis (il cui palazzo era sito in Vico dei Greci n. 10) e la città di Isernia si evidenzia l’importante ruolo avuto da Cesare De Leonardis (Isernia 1840-1901), padre di Arturo, che svolse l’attività di notaio e, allo stesso tempo, appassionato di storia e archeologia, fu autore di un cospicuo numero di scritti e disegni di reperti e luoghi tra cui quelli rilegati nella pagine del libro La storia di Isernia di Raffaello Garrucci, pubblicato a Napoli nel 1848.

Una pagina del volume "La Storia di Isernia" di Raffaello Garrucci (1848)
arricchito dai disegni autografi di Cesare De Leonardis (ultimo decennio del 1800).

Nelle sale della Biblioteca comunale “Michele Romano” saranno esposti un centinaio di documenti, libri, opuscoli, disegni, fotografie e cartoline d’epoca che datano tra il XV secolo e la Grande Guerra, tra cui il codice antico di mascalcia (1489), il primo atlante geografico moderno Theatrum Orbis Terrarum di Abramo Ortelio (edizione del 1612); il libro Constitutiones Synodales Aesernienses di Michele Bologna, Episcopus Aeserniae (1693), il documento su pergamena relativo a privilegi concessi nel 1756, il manoscritto Fatti accaduti alla famiglia De Leonardis nella reazione d’Isernia del 1860, le carte da gioco napoletane dipinte da Cesare De Leonardis nel 1879, il disegno raffigurante il panorama di Isernia dal Medioevo di Cesare De Leonardis (1880-90 ca.), il manifesto dell’Illuminazione Elettrica della Città (1892), la brochure della linea ferroviaria Sulmona-Isernia inaugurata nel 1897.

Il catalogo a cura di Manuela De Leonardis e Gabriele Venditti è pubblicato da Volturnia Edizioni.

giovedì 3 agosto 2017

Isernia e Celestino, una parziale bibliografia di parte

Pronunciarsi sulla patria di Celestino è schierarsi per un partito o per l’altro; ricevere patente da cialtrone o diploma da storico. Il big match è tra Isernia vs. Sant’Angelo Limosano, ma si affacciano nuovi antagonisti: Sant’Angelo d’Alife, Sant’Angelo in Grotte, Raviscanina, Molise (nel senso del paese Molise, non del Comitatus Molisii).


«Celestino V, di Isernia, heremita». Girolamo Francini, Le cose meravigliose dell'alma città di Roma, 1595

Non intendo prendere posizione. 
Mi limito – pro domo mea – a indicare quali e diverse, in letteratura, siano le fonti che dànno Isernia come città di origine di San Pietro Celestino, o se si preferisce, papa Celestino V, Pietro da Morrone o da Majella, come variamente viene indicato l’uomo Pietro Angelerio, che fu eremita e papa nell'Italia difficile del XIII secolo. 

Guillaume de Nangis, monaco francese autore del Chronicon, compendio della storia universale dalla Creazione sino al 1300, quanto all’origine di Celestino dice «Yserniensis diocesis», che dal suo cenobio è lontana quanto la luna. 
Bartolomeo Sacchi, detto il Platina (1421-1481), più celebre come gourmet che come cronista indica nel suo «Delle vite dei Sommi Pontefici» (Roma 1474 e Venezia 1650) Isernia quale certo luogo di nascita («...fu da Isernia»). 

«S. Celestino V da Isernia». Medaglione da un'edizione tarda delle Vite di Bartolomeo Platina

Nella Vita del beatissimo padre Pietro Celestino Quinto scritta da Pietro da Aliaco (e ripresa poi da Dionigi Fabro), pubblicata a stampa in Parigi nel 1539, quanto al luogo di nascita si legge «ex Esernia (…) originem duxit». 
Nel Compendio Historico Universale, compilato da Giovanni Nicolò Doglioni (Venezia, 1622), nel dare cronotassi dei pontefici romani Celestino viene «de Isernia». 
Altro Celestino (in ambo i sensi),l’abate dei Celestini Celestino Telera (1605-1670), nelle sue Historie degli uomini illustri della congregazione dei Celestini (1649), è netto: «Nacque Pietro (…) in Isernia, città de Sanniti,benché altri quanto alla Patria, diversamente, ma senz’appoggio di vere ragioni stimassero».  


Antonio Ciccarelli, Le Vite dei Pontefici, 1587 «...elessero pontefice Pietro da Murrone de Isernia» 
Nel catalogo episcopale del  vescovo Michele Bologna (aggiunto alle sue Constitutiones sinodales, opera del 1693) si legge che sotto il vescovato di Dario, nel 1215, nacque «(…) nella città di Isernia il glorioso pontefice S. Pietro Celestino V, undecimo figlio di Angelerio d’Angelerio, cittadino d’Isernia». 
Più diplomatico Lelio Marini (Vita et Miracoli, 1630) che - colpo al cerchio, colpo alla botte - dà Esernia antica e illustre città dei sanniti patria del santo «secondo l'opinione volgare», dando alternativa per Sant'Angelo Limosano traendo «da alcuni manuscritti antichissimi».
Da ultimo, per Isernia si è pronunciato anche Ignazio Silone nel suo romanzo L'avventura d'un povero cristiano (1968).



Giacinto Gimma, Idea della Storia dell'Italia Letterata, Napoli 1723

Con Silone ci fermiamo, perché le dimensioni del blog impediscono un più lungo catalogo. 
Diamo però un'altra fonte di prova. In una pergamena che si conserva nell’Archivio Capitolare della Cattedrale di Isernia – antigrafo del XVI sec. che riproduce (e non si comprende perché se ne debba discostare) un originale del 1289, ancora esistente nel 1728 – Roberto, vescovo di Isernia, approva il 1° ottobre 1289 gli Statuti della Fraterna, corporazione di beneficenza sorta in città col vincolo per iniziativa di Pietro da Morrone, questi viene definito esplicitamente «cittadino di questa città di Isernia» (per questa, vd. Angerlo Viti, Note di diplomatica ecclesiastica).



Vincenzo D'Avino, Cenni Storici sulle Chiese arcivescovili ecc., Napoli 1848.

Inoltre, se fosse necessario introdurre prove indiziarie, andrebbe riportato che nei ricostruiti Registri angioini per l’anno 1298, può leggersi del vitalizio di 10 once d’oro annue riconosciuto da Carlo II, re di Napoli, a Nicola Angeleri, fratello di Pietro, e di quello per 5 once d’oro ciscuno riconosciuto ai nipoti  Guglielmo e Pietro, figli di un’altro fratello defunto di Pietro da Morrone, Roberto. Nel documento, Nicola, Gugliemo e Pietro Angeleri sono tutti indicati come cittadini di Isernia, città in cui la famiglia Angeleri (o Angelerio) è attestata fino al grande terremoto del 1456, che distrugge la città e ne decima la popolazione.

Illustrazione di Celestino V contenuta in Pasquale Albino, 

Biografie e ritratti degli uomini illustri della provincia di Molise, 1864 


La casa natale di S. Pietro Celestino, tradizionalmente, viene collocata presso la cd. Porta da Capo, a nord della città e a ridosso delle mura urbiche. La casa è andata distrutta con i bombardamenti alleati del 1943 e al suo posto è ora collocato il monumento a Celestino V, calco della statua del santo posta sul Colonnato di S. Pietro, in Vaticano; di contro, parrebbe che il busto di Celestino V che viene portato in processione a Isernia nella ricorrenza del 19 maggio raffiguri, per ironia della sorte, il suo più fortunato antagonista  Bonifacio VIII (questo secondo una tesi che risale ad Angelo Viti, di recente confutata da Mauro Gioielli).

giovedì 22 giugno 2017

«Isernia, paese brutto e sporco» agli occhi dello svizzero von Salis-Marschlins, 1789

Lo svizzero Carl Ulisses von Salis-Marschlins, conte del Sacro e Romano Impero, fece il suo grand tour italiano nel 1789, anno fatale per tanti altri nobili par suoi. Contrariamente ad altri giovani, ricchi aristocratici, Carl non si limitò – come tanti giapponesi – al tragitto Venezia-Firenze-Roma, ma decise di spingersi tra i leones delle Province Napoletane, viaggiando – esoticamente – tra Puglie, Lucania, Abruzzi, spesso mettendo albergo nei luoghi più isolati e derelitti. Non poteva mancare un soggiorno a Isernia, tappa affrontata nel suo viaggio da Sulmona a Napoli, di cui l’ospite – autore di un diario intitolato, appunto, Reisen in verscheidene Provinzen des Königreichs Neapel (Zurigo e Lipsia, 1793) e tradotto per la prima volta in italiano nel 1906 (Nel Regno di Napoli - Viaggi attraverso varie provincie nel 1789, Trani, 1906) – traccia questa sconfortante descrizione (pp. 265 e ss.):







«I dintorni di Castel di Sangro hanno misera apparenza: pochi campi, per lo più coltivati a gran turco, variano la eterna monotonia dei pascoli; e i pochi villaggi seminati sulle montagne aride e rocciose, raramente vestite da boscaglie non riescono a spezzare la monotonia che prosegue per 19 miglia, vale a dire la distanza che separa Castel di Sangro da Isernia.  […] Trovai numerosissimi armenti di pecore, che viaggiavano verso il Tavoliere di Puglia, e seppi che in questa parte dell’ Abruzzo la popolazione non vive che dall’allevamento e dall’ingrassamento degli ovini. […] Gli abitanti di questi borghi vivono in uno stato direi quasi selvaggio, non avendo nessuna comunicazione con i vicini ed avendo ciascuno un modo di vestire speciale, da parecchi secoli, ed assolutamente differente l’un villaggio dall’altro. […] Isernia, paese brutto e sporco di 7000 abitanti, non possiede nulla di importante, se non il tempio dei SS. Cosmo e Damiano, il quale invero, merita attenzione, non tanto per i suoi pregi  esterni e interni, quanto pel  voto singolare che vi fanno le ragazze che cercano marito […] Resta Isernia nel centro di un terreno ricco di vigneti, di grano e di alberi da frutta, fra i quali fa capolino, ogni tanto l’ulivo.»

martedì 20 giugno 2017

Il 1860 a Carpinone


Articolo pubblicato su ArcheoMolise n. 28, anno IX, 
numero monografico dedicato a Carpinone

Il 1860 a Carpinone
di Gabriele Venditti

«Pettorano, Carpinone, Isernia, meritereste che su voi non venisse più né pioggia né rugiada, fin che durerà la memoria dei nostri, ingannati e messi in caccia e uccisi pei vostri campi e pei vostri boschi!». 

Se dopo l’autunno del 1860 la pioggia ha continuato – per fortuna – a cadere su Carpinone, lo ha fatto a dispetto della maledizione scagliata dalla camicia rossa Giuseppe Cesare Abba e affidata al suo memoriale Da Quarto al Volturno, edito nel 1891. Fu grazie a simili sentenze che Carpinone, come altri centri della Reazione, si guadagnò cattiva fama agli occhi dei regnicoli e si creò a mezzo stampa il mito del cafone  – «straccioni, con sandali di pelle di capra, con feltro a tronco di cono, messi sossopra da un vescovo per riavere il Borbone e la schiavitù» (Mario) – che uccide a roncolate al grido di Viva Francesco e viva Maria!, nemico perfetto – come oggi lo jihadista – contro cui riversare l’odio, mastice unificante della nuova nazione italiana.
Cosa successe di tanto aberrante, qui da noi, in quell’ottobre del 1860? Esistono momenti in cui la Storia accelera bruscamente e paesi in cui per decenni non si è registrato nulla di rilevante vengono scossi dall’immobilità e si condensano in giorni eventi tali da qualificare un secolo intero, straordinari nel senso letterale del termine. Nel 1860, a Carpinone come altrove, si combatté una guerra civile che esplose rapida, bruciò per pochi giorni e lasciò lutti, rancore e miseria – morale e materiale – ad aggiungersi alla miseria già conosciuta. Pochi pagarono per tutti, con la morte o con condanne a vita ai lavori forzati. Dopo il diluvio, si tornò presto all’usuale torpore, al lento scorrere dei giorni.
Con Garibaldi entrato trionfalmente a Napoli il 7 di settembre 1860 e Francesco II arroccato a Gaeta, le sorti del Regno delle due Sicilie sono segnate. Anche in periferia è tutto un adeguarsi al nuovo corso. I liberali di vecchia e nuova data alzano la testa; nelle province e circondari al di qua del Volturno si mutano insegne e il tricolore del Governo provvisorio sostituisce i gigli dei Borbone. Ovunque gli ottimati, salvo le limitate estreme frange di quanti per tempo si sono già apertamente schierati, rimangono attendisti, ipocritamente aderenti al nuovo, poiché il nuovo avanza, ma pronti a riabbracciare il vecchio regime. Così, sotto la cenere di una rivoluzione rapida e, apparentemente, assimilata, cova pronto il fuoco dell’insorgenza legittimista.
C’è un’unica regìa dietro il conflagrare violento della Reazione, a Carpinone come altrove, nella notte del 30 settembre 1860. La data non è scelta a caso: si è appena prima della grande Battaglia del Volturno, del 1 di ottobre, che vede per la prima volta l’Esercito duosiciliano in chiave offensiva contro i garibaldini dell’Esercito meridionale, da troppo tempo fermi sulla linea del fronte e stanchi a dover sostenere il peso di una campagna che si trascina da un semestre. Questa stasi viene impegnata dagli strateghi di Francesco II per apprestare e tradurre in atto un articolato piano politico-militare che prevede la riorganizzazione dell’esercito, l’attacco frontale ai garibaldini per riprendere Napoli e – questa la parte che ci interessa – castigare attraverso l’insorgenza popolare i traditori che hanno alzato la bandiera del governo provvisorio in Irpinia, nel Sannio, in Molise e Abruzzo. I torbidi vengono, dunque, sollecitati da Gaeta per distrarre a Garibaldi uomini e mezzi. Ovunque si appiccano fuochi alle spalle delle Camicie rosse.
A Carpinone, l’abbrivo, il 30 settembre, segue la voce che truppe borboniche sono in rapido avvicinamento a Isernia provenienti dalla Terra di Lavoro. Verso mezzogiorno, giunge in paese una carrozza proveniente da Maddaloni, dalla quale scendono vari galantuomini, ospiti del canonico don Giuseppe Iamurri. Per strada rimane il calessiere ed è da lui probabilmente che Giovanni Tamasi, detto Pasticcio, ha la notizia dei reggimenti in marcia. Nel pomeriggio, poi, conferme vengono raccolte da quanti, spaventati, hanno lasciato Isernia e per riparare a Campobasso. A quel punto «un cupo fremito di popolo incominciò a serpeggiare per le vie di Carpinone; i liberali presentivano la procella.» (Valente)
Quella sera, al quartiere della Guardia Nazionale –  a la Croce, sotto Palazzo Iamurri – è di turno il capo sezione Gaetano Fazio, di professione notaio. Con lui, il secondo, Leonardo Di Giovanni, e pochi altri uomini: molti dei mobilitati, fiutato il pericolo, non si sono presentati. Entra, con altri sodali, Giovanni Tamasi – quello stesso del calessiere – e, con portamento da gradasso, ordina in nome di Francesco II la mobilitazione generale: tutti devono armarsi per proclamare e festeggiare il ritorno del re e fare la pelle ai galantuomini – cosa che viene prontamente eseguita, poiché chi lo segue si impadronisce dei fucili del corpo di guardia. Pasticcio dice a Fazio che il sindaco,  Gabriele Valente, lo ha fatto chiamare e nelle sue mani di contadino ha rimesso la carica; continua dicendo che ha rinunciato anche il secondo eletto, Gabriele Venditti; che da quel momento ogni contadino può andare a suo bell’agio a dividersi la Montagna e la tenuta comunale di Selvapiana. Poi minaccia: corrono tempi procellosi ed è brutto mondo, in cui ognuno può incorrere in un malanno. 


L'arresto dei briganti (via web)


Il 30 non muore nessuno: fino qui è tutto limitato a una carnascialesca, sguaiata festa di piazza. Gli atti processuali, vergati già in inchiostro sabaudo, parlano di orge invereconde e di un mastro Pietro Venditti – mastro perché ciabattino – che in quella sera e nei giorni successivi ne è il cerimoniere, giacché

«innalzato un altare in mezzo a largo Croce, esponeva alla venerazione quell’effigie, alle quali col turibolo dava l’incenso; ed onde apparisse chiaro il concetto di quei baccanali, lo stesso cerimoniere erasi provveduto di una quantità di budella d’agnello, e quelle mostrando diceva: “A canne si debbono vendere, come queste, le budella dei liberali”. E quasi non bastassero tali eccitamenti vi si aggiungeva la danza, i ribelli vi si atteggiavano a cannibali accennando a stragi e saccheggi.» (Valente)

Per inciso, mastro Pietro Venditti è l’autore della celebre lettera a Francesco II in cui, vantando l’uccisione di un tenente garibaldino, chiede al sovrano, in premio, di aver per sé e progenie la licenza da rivenditore di sale e tabacchi.
Il giorno successivo, primo di ottobre, i nuovi padroni del paese prelevano di forza l’arciprete Michelangelo Scioli scortandolo fino in chiesa; qui gli impongono la recita solenne del Te Deum per Francesco II; ne segue una processione accompagnata dalla banda, come fosse il 16 di agosto, San Rocco.

Pietro Valente p., Il 1860 a Isernia, Pettoranello e Carpinone - Notizie storiche, inedito.
Copia in manoscritto di Erminia Testa (1932), Archivio privato Venditti. - Frontespizio

Le cose cominciano a farsi sul serio solo successivamente: nella notte tra il 3 e 4 ottobre, arrivata la notizia che, finalmente, Isernia ha visto l’ingresso della compagnia di gendarmi regi comandata dal maggiore De Liguori, la Reazione carpinonese dà un nuovo giro di vite: per ordine del noto Giovanni Tamasi  viene  fatta la requisizione di armi nelle case dei galantuomini (vengono disarmati, fra gli altri, Giovanni De Simone, Emilio Di Blasio, Nicolangelo Sassi, Giacinto Carnevale, Gabriele Venditti). L’occasione è colta per altro genere di requisizioni – a casa di  Gennaro Ciccone, possidente, si involano 2000 ducati e vengono incendiate le carte di famiglia; al notaio De Simone «asportate tutte le carte dello studio, la intera libreria del valore di ducati 1800, tomoli 60 di grano». Quella stessa notte, in undici vengono arrestati – «furono strappati dai domestici lari i signori Costanzo Petrunti, Saverio De Blasio, Saverio Antenucci, Domenico Ciccone, i giovani figli di Gennaro Ciccone, Vincenzo e Federico, Francesco De Dominicis, Fiorangelo Tamasi e altri» (Valente) – che, a piedi, vengono avviati verso le carceri di Isernia, subendo lungo la via sevizie e minacce di morte. La loro prigionia dura poco: il Governatore di Molise, Nicola De Luca, giunto in città nella notte del 4 di ottobre con i suoi ottocento militi, libera tutti i detenuti; quando poi, meno di un giorno dopo, le truppe borboniche e i cafoni di Salzillo, da Venafro, riconquisteranno nuovamente la città, si uniranno alla fuga scomposta dei liberali isernini e dei garibaldini di De Luca, lungo la via degli Abruzzi, per Rionero e Castel di Sangro; chi rimane attardato, verrà raggiunto e trucidato: fra questi, i carpinonesi Saverio De Blasio, suo figlio Gaetano e Francesco Sassi.
In paese, altri liberali, scampati agli arresti 3 ottobre, provano a sottrarsi con la fuga per i campi, come fa l’ottuagenario canonico don Giuseppe Guerra, ma dopo giorni passati ad errare di tugurio in tugurio – quanto gli permettono l’età e la gotta – viene finalmente preso il 5 di ottobre e avviato in ceppi prima a Isernia, poi a Gaeta.
Fermiamoci un attimo: conosciamo meglio gli attori di questa commedia diventata dramma. Richiamiamo in scena quel don Gaetano Fazio che abbiamo conosciuto come vittima del gradasso Giovanni Tamasi. Negli atti processuali, così come da Iadopi, viene indicato come la mente occulta della reazione carpinonese: testimonianze concordanti – Fiorangelo Tamasi, Gennaro Ciccone – lo indicano, fin dalla metà di settembre, come sobillatore dei più esposti Giovanni Tamasi e Felice Valente, Zaccaria: è lui a sedurli, a parole e denaro. Altro grande accusatore di Fazio è quel Giovanni De Simone, pure lui notaio, che abbiamo già incontrato disarmato e derubato nella notte del 3 ottobre. In una sua querela al Procuratore del Re del 26 gennaio 1861 – tra le altre nefandezze grandi e piccole che riversa sul collega –  lo accusa di aver, nella notte del 4 ottobre, spedito

«corrieri in Sessano per chiamare in aiuto i saccheggiatori, gli incendiarii di quel Comune, i quali in effetti accorsero organizzati in bande armate, con tamburro, ed uniti ai Carpinonesi passarono in Isernia ove consumarono ogni maniera di misfatto.» (Valente)

Si riferisce ai sanguinosi fatti del 5 di ottobre, quando Isernia, come già visto, dopo essere stata presa dai garibaldini di De Luca (il giorno 4), fu nuovamente occupata dai lealisti e si giunse ad episodi di indicibile efferatezza che videro i carpinonesi in prima fila: Stefano Iadopi, nel descrivere, da contumace, l’incendio del suo palazzo parla di «teschi umani recisi che erano rotolati per la strada dai carpinonensi Antonio Fabrizio, Michele Martella La Vacca, e molti di Pesche». Sempre De Simone denuncia che Fazio

«fuggì da Carpinone quando gli fu scritto dal fratello che la colonna dei garibaldini, comandata da Nullo, moveva per Carpinone ed Isernia, e il popolo allorché lo vide fuggire esclamava: “Ci ha eccitati a delinquere ed ora ci lascia abbandonati e senza capo”.» (Valente)

Non sappiamo quanto di vero ci sia nella querela; quanto invece sia gonfiato per gelosia di professione. In sede processuale, Fazio venne, in ogni caso, prosciolto da ogni accusa e reintegrato tra gli ottimati, ora tutti riverginati nella fede sabauda.
Torniamo alla cronaca. Riconquistata Isernia il 5 di ottobre, l’intero distretto è saldamente in mano ai reazionari. La città in mano borbonica è una spina nel fianco di Garibaldi: da un punto di vista strategico, è necessario poter controllare la consolare che scende dall’Abruzzo per il valico del Macerone, percorso obbligato per i Piemontesi che, in quei giorni, senza dichiarazione formale di guerra, hanno superato sul Tronto il confine del Regno delle Due Sicilie e puntano al Volturno per chiudere la partita. Così il dittatore invia oltre il Matese una colonna di Camicie rosse comandate da Francesco Nullo; pochi, in realtà, per l’obiettivo prefissato, ma ha la promessa dei liberali locali che oltre tremila volontari li attendono a Boiano per marciare congiunti su Isernia. Nullo conosce numero e valore dei regolari borbonici presenti nel distretto; sottostima, invece, la forza dei cafoni che s’accompagna all’esercito duosiciliano e spesso ne costituisce l’avanguardia: quei circa mille uomini organizzati da Teodoro Salzillo che hanno svolto ruolo determinante già nell’affrontare la Colonna De Luca; per tacere, poi, dei non numerabili villani anarchici e feroci di Castelpetroso,  Carpinone, Pettorano: uomini e donne pronti a colpire di schioppo come di zappa, abili ad abbattere il nemico in livrea rossa finanche a pietrate. C’è un’efficace immagine – verosimile più che vera – che Carlo Alianello dà nel suo celebre La conquista del Sud: uomini e donne che seguono il crocifisso e mormorando preghiere scendono da Carpinone; la loro lenta teoria quasi ipnotizza i soldati di Nullo, così che quando, d’improvviso, si trasformano in orda sanguinaria che, sguainate le ronche, si abbatte sui garibaldini, li trova fermi nella sopresa, sterminandoli.
La disfatta di Nullo a Pettorano è cosa nota. Meno nota è forse la sorte dei tanti che, cercando di riconquistare la via per Boiano, cadono nella notte tra il 17 e 18 ottobre, «vittime di quei feroci ribelli che non pugnavano, ma da vili uccidevano uomini inermi e sperduti in luoghi ad essi ignoti». In questa caccia al berrettuccio rosso si distinguono particolarmente i cafoni di Carpinone. I garibaldini vengono rastrellati nelle campagne e portati in paese; qui cambia il mezzo e l’occasione, ma in ventotto vengono barbaramente uccisi. Sette Camicie rosse, prese a Macchiagodena, viaggiano sotto scorta verso Isernia. Vestono abiti borghesi e sono disarmati. Giunti a Largo Croce, vengono fermati dai cannibali di Carpinone: «Raffaele Valente, Menestrella, lanciò un colpo di pietra che ferì un garibaldino alla bocca perché alla domanda chi Viva? Rispose: Viva Garibaldi! Dal mucchio si gridò uccidiamoli, uccidiamoli tutti!» Le Guardie urbane riescono a sottrarre gli arrestati alla lapidazione. Si riavviano. Vengono inseguiti e raggiunti nelle vicinanze del cimitero da Antonio Fabrizio, Socarlo, Michelangelo Venditti, Totaro, Leonardo Palladino, Patana, Luigi Cagna, Zirocco, e uno detto Cialone, e trucidati.

«Sul luogo del misfatto, arrivò ultimo tra i cafoni Raffaele Mascieri fu Felice, Scelato, che per sfregio e spavalderia recise due teste ai corpi già resi cadaveri e sospese pei capelli alle canne dei fucili, come in trionfo, fra gli evviva e gli schiamazzi dei compagni le portò in paese, a testimoniare il bieco e feroce delitto. Le teste furono poi gittate nella fossa comune carnaria della Chiesa della Concezione.» (Valente)





Altri quattro garibaldini, sbandati, si trovano a percorrere la Chianella:

«Due di essi furono massacrati a colpi di fucile (tra gli uccisori Gaetano Minchilli, lo scarpariello); altri due si rifugiarono in casa di Leonardo Antenucci Tribazio che li tenne nascosti sotto un grosso tino, ove stettero tre giorni. Non potendo più rimanervi, furono costretti ad uscire e, attraverso il giardino di D. Emilio Petrecca volevano prendere la via della Fontanella. Scovati da Domenico Martella, Cartuccia, e Maria Malerba, Caibo, raggiunti, a colpi di scure furono uccisi e poiché coi loro movimenti, nei momenti ultimi dell’agonia, accennavano ancora ad un fil di vita, la Malerba con un grosso sasso schiacciò loro la testa. La scure operata era di Michele Tamasi fu Romualdo, Felicella, il quale la portava ancora intrisa di sangue sul braccio. Visto dall’arciprete Scioli, per spavalderia, disse che aveva fatto il suo. Ciò gli fruttò 20 anni di lavori forzati, mentre il Martella e la Malerba, autori dell’uccisione tornarono a casa risalendo la Maruccia, non furono denunciati e restarono impuniti.» (Valente)

Altri diciassette – perfido numero – vengono uccisi al Largo della Croce: «I loro corpi, evirati dalle donne, sanguinanti, maciullati, nudi, furono gettati in una fornace da calce alla contrada Neviera, a valle della carrozzabile Aquilonia.»
Un’ultima, inutile orgia di sangue. Due giorni dopo, la rotta dei lealisti sul Macerone. Vittorio Emanuele entra a Isernia come ora si entra in Aleppo. Il Regno del Sud diventa Italia.
Si è già detto: per Carpinone, dopo il diluvio, si tornò al torpore, al lento scorrere dei giorni.


Bibliografia minima.
Anonimo [ma Stefano Iadopi], La Reazione avvenuta nel distretto d'Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Napoli 1861
Alberto Mario, La Camicia Rossa, Torino, 1870.
Giuseppe Cesare Abba , Da Quarto al Volturno, Bologna, 1880.
Pietro Valente p., Il 1860 a Isernia, Pettoranello e Carpinone - Notizie storiche, inedito. Copia in manoscritto di Erminia Testa (1932), Archivio privato Venditti.
Carlo Alianello, La conquista del Sud, Milano, 1972.