giovedì 21 aprile 2011

«Mediterranean villages, an architectural journey»

Due young architects e il loro viaggio posdiploma fine anni '70 attraverso Italia, Dalmazia, Grecia e Spagna: paesi, si sa, che hanno una razza, una faccia, cotta al sole del Mediterraneo. I due sono gli House, Steven e Cathi. Venti anni dopo, diventeranno famosi, con studio affermato a San Francisco e interessi in Messico, ma all'epoca, americani quali sono, alla storia patria dell'architettura tutta d' acciaio e vetrocemento, antepongono una comprensibile fascinazione per gli abitati nostri, millenari, cristallizzati in un loro immutabile bozzolo di pietra. Fanno scatti in bianconero e schizzi a penna su taccuini che più tardi andranno a comporre Mediterranean villages, an architectural journey, volume di grosso formato edito in Australia nel 2004 da The Images Publishing Group.
Per l'Italia vengono ritratti undici paesi in tutto; di questi, tre insistono nel raggio di dieci chilometri. Spontaneo chiedersi dove si realizzi questa fortunata concentrazione di perle, nel paese che vanta il più alto numero mondiale di monumenti tutelati dall'Unesco. Si penserà d'istinto alle Cinque Terre, all'Umbria, alla Costiera amalfitana.
Fuori strada: i tre paesi contermini sono Carpinone, Pesche e Miranda. A scorrere l'indice del volume, viene quasi un brivido weird: in quale altro elenco, dopo Assisi e Siena trovereste i misconosciuti borghi molisani? In quale altro testo leggereste «We have had the pleasure of several long, lingering trips trough Italy, a living museum of art, history and architecture. Exploring the refined details of Siena, the rugged simplicity of Pesche (...)»?
A far passare l'entusiasmo, la considerazione che le foto sono di fine anni '70, e raccolgono testimonianze iconografiche di una civiltà fatta di fiat 127 e trerruote; assenza di intonaci merdicolori, alluminio, parabole e - va di moda dirlo - eolico selvaggio. Diverso effetto farebbero le foto, se fatte ora. E forse non ci sarebbero più tre paesi su undici nell'indice di Mediterranean villages.

Un'anteprima del volume è disponibile su Google Books.
In carta e ossa, invece, è qui in biblioteca.

giovedì 14 aprile 2011

«Il Risorgimento a Isernia», un'introduzione

Si presenta oggi il volume «Il Risorgimento a Isernia», frutto dell'attività di ricerca degli alunni delle classi terze della Scuola secondaria di primo livello (once upon a time, semplicemente "media") "Andrea d'Isernia". Riporto qui quello che ho scritto per l'introduzione.

«Come direttore della Biblioteca comunale “Michele Romano” sono stato coinvolto da principio nell’encomiabile progetto che ha portato alla stampa di questo volume. Ho partecipato a più incontri con le classi, a scuola, vissuti da parte mia con una punta di comprensibile emozione: tornavo nelle stesse aule che avevo frequentato da studente, e questa volta in cattedra, come mio padre, professore d’italiano all’ “Andrea d’Isernia” per quasi trent’anni. Un certo imbarazzo nel salire sulla pedana: la Reazione di Isernia era materia che coltivavo da poco tempo. Sostenendomi sui documenti, testimonianze, carte d’archivio, ho raccontato ai ragazzi il succo di letture recenti, fatte per mia – prima ancora che per loro – curiosità, trovando estremamente singolare quanto accaduto a Isernia in quell’autunno di centocinquanta anni fa, così denso di avvenimenti e tanto significativi da alzarne il rilievo dal livello della povera storia patria a quello della Storia tout court. Felicemente sorpreso dall’attenzione che accompagnava le mie parole, ho rilevato nei ragazzi un interesse autentico, non – o, almeno, non soltanto – finalizzato al credito spendibile per lo scrutinio di fine anno.
I documenti, le testimonianze, le carte d’archivio sono quelli tratti in massima parte dalla Biblioteca: la “Michele Romano” è il luogo di conservazione della memoria storica cittadina, questo per antonomasia; ha tra i suoi compiti istituzionali la raccolta, l’organizzazione e la diffusione di tutte le informazioni relative al territorio e alla sua storia e assolve tale funzione rendendo fruibili al pubblico le sue ricche collezioni documentali: oltre ad avere una sezione bibliografica sul Molise pressoché completa, la Biblioteca è sede dell’Archivio storico comunale e ospita il rilevante Archivio privato della famiglia d’Apollonio. Per limitarci al 1860, qui si conservano le carte della famiglia Jadopi, con la corrispondenza originale tra don Stefano e il Comitato unitario di Napoli, così come i vari autografi che il liberale isernino inviò nell’affannosa ricerca dei suoi congiunti, riparati a Roma; La Colonna De Luca, il resoconto critico – vero atto di accusa di personaggi altrove sempre e solo incensati – di un anonimo protagonista della spedizione che il Governatore di Molise mosse verso la città insorta; la copia del diario di Domizio Tagliaferri, garibaldino molisano, scampato agli eccidi che investirono le Camicie rosse della Colonna Nullo; gli atti istitutivi dell’Ospedale militare in Santa Maria delle Grazie, che ospitò i feriti del Macerone, e tutto il successivo carteggio tra il municipio e la nuova, più lontana capitale.
Da custode del tesoro so, però, che questi fogli hanno davvero un valore – diverso da quello meramente antiquario – solo se letti; e quando a mostrarsi interessato a queste carte, quando a chiedere di aprire l’archivio è il ragazzo di scuola media, e la sua curiosità sincera, c’è in chi scioglie i nodi del faldone un motivo di maggiore soddisfazione.
I documenti vanno letti, compresi, confrontati con l’attualità. Se il racconto raccapricciante di teste infitte su pali separa nettamente la nostra esperienza quotidiana da quegli anni, spingendo il 1860 verso la cruenza di certo oleografico Medioevo, una delibera del Consiglio municipale del gennaio 1861 può sorprenderci mostrando quanto poca sia stata, in altre direzioni, la distanza percorsa in un secolo e mezzo. Vanno letti, annusati, guardati in controluce. Mai come per la storia del Risorgimento italiano – e della Reazione avvenuta in Isernia nell’autunno del 1860 – è opportuno confrontarsi con le fonti. Quegli anni (e quei giorni) ci sono stati raccontati sempre secondo il consolidato schema adottato dalla storiografia dei vincitori, che vuole tutto il male confinato nel campo duosiciliano di cafoni e gendarmi; tutto il bene – puri ideali e atti d’eroismo – nel campo italiano di liberali e garibaldini. Più di un manuale scolastico continua ad alimentare la favola bella delle mille Camicie rosse che da sole sgretolano un regno straniero. Le fonti mostrano una realtà più complessa. Già i contemporanei – i citati Tagliaferri, l’Anonimo de La Colonna De Luca – ci parlano di un Risorgimento frastagliato, dove accanto a eroismi e ideale di patria, coesistono malafede, incapacità, vigliaccherie e bassezze morali. Credo faccia bene anche al giubileo laico del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia non riperpetuare luoghi comuni, retorica e edulcorazioni alla De Amicis. Del resto, alimentare il pensiero critico, in ragazzi di tredici, quattordici anni, stimolandone la capacità di interpretazione e ricostruzione della realtà nella sua complessità, ritengo debba essere uno degli obiettivi principali della scuola (non soltanto) media. »

martedì 29 marzo 2011

Giocchino Toma «pittore del grigio» nelle carceri d'Isernia

Giocchino Toma, salentino di Galatina, viene definito da Wikipedia «pittore italiano, tra i maggiori dell'Ottocento napoletano e tra i più originali del suo tempo in Italia.» La sua vita d'infelice - orfano, povero, romeo - impregnò «la sua opera di tristezza, tanto che la critica ufficiale dell'epoca lo definì il pittore del grigio». Qui ne parliamo perché sfiorò - ahilui! - l'Isernia del 1860 vestendo la camicia rossa dei volontari della Legione del Matese, intruppati nella Colonna Nullo, sfiorando la morte per mano di cafone e guadagnandosi un soggiorno premio nelle carceri cittadine di Santa Maria delle Grazie.

I fatti andarono così: giovane antiborbonico nella Napoli del Re Bomba, viene arrestato e confinato con pennelli e tavolozza a San Gregorio Matese dove entra in contatto con Beniamino Caso, patriota. Quando i tempi sono maturi, s'immatricola ventiquattrenne nella Legione del Matese, partecipando a tutti i fatti d'arme dell'estate 1860. Giunto ottobre, quando Nullo prova a liberare Isernia dai regi di De Liguori, la Legione accompagna il bergamasco fino a Pettoranello. Qui il sottotenente pittore del grigio se la vede nera: per salvarsi dalla fucileria borbonica si getta in un orrido e viene dato per morto (tanto che la sua ordinanza, riparata a Campobasso coi resti della spedizione, organizzarà una colletta tra i commilitoni per le onoranze funebri). Toma, invece, col far della notte, riesce dal fosso e si perde per la campagna controllata dai cafoni. Arriva fino a Castelpizzuto dove un gruppo di contadini lo ferma, lo riconosce per garibaldino dal rosso della camicia che pure spunta da una giubba bianca che ha indossato per freddo più che per paura, e lo porta prigioniero a Roccamandolfi.


«Mi fecero alla fine fermar in mezzo alla piazza. tutto quel popolaccio mi si fece d'intorno, caricandomi d'insulti e di parolacce; ma, ormai io non mi accorgevo neppure di quanto mi accadeva d'intorno e, digiuno com'ero da due giorni, non reggendomi più per la fame, chiesi che mi dessero un pezzo di pane. Un di loro per tutta risposta mi rise in faccia (...)» (Gioacchino Toma, Ricordi di un orfano. Autobiografia, Atripalda 2008, p. 87.)


Malconcio, Toma ha comunque salva la vita (e non è poco per chi vesta il rosso nelle campagne intorno a Isernia, il 18 ottobre 1860). Viene infine affidato ai gendarmi e portato a Isernia, nel carcere dell'Annunziata.


«Quand' io vi entrai v'eran già una decina di garibaldini feriti» - tra cui, sappiamo, Domizio Tagliaferri - «ed uno di essi, col cranio crivellato e con gli occhi fuori dalle orbite, già quasi agonizzante.»


Toma rimarrà prigioniero fino alla sera del 20 ottobre, quando Cialdini e le sue penne nere arriveranno a far quartiere in città. L'esperienza del cercere isernino lo segnerà tanto e sarà d'ispirazione per una delle sue tele più famose, quella Roma o Morte del 1863 (Lecce, Museo civico) recentemente esposta a Palazzo Braschi, a Roma, nella mostra celebrativa Il Risorgimento a colori: pittori, patrioti e patrioti pittori nella Roma del XIX secolo. Nel quadro, ci sono quattro garibaldini colti nel forzato riposo della galera. Uno di essi traccia sul muro « O roma o Morte, Viva Garibaldi.»


Val la pena ricordare che Alberto Mario, a Campobasso, a teatro, la sera del 20 ottobre, verrà quasi alle mani con De Luca che troncò d'imperio l'esecuzione dell'inno a Garibaldi nell'intermezzo dell'opera, opponendo agli scampati di Nullo il successo del sabaudo Cialdini al Macerone. Da allora in poi si doveva gridare non più viva Garibaldi, ma viva il Re Galantuomo.


giovedì 24 marzo 2011

Molise 1860, il libro

.







Livello bibliografico: Monografia
Tipo documento: Testo a stampa
Titolo: Molise 1860 : verso l'Unita tra rivoluzione e conservazione / Sergio Bucci, Gabriele Venditti ; con saggio di Francesco D'Episcopo, prefazione di Stefano Trotta, presentazione di GianCarlo Bregantini, introduzione Nicola D'Ascanio
Pubblicazione: Campobasso : Palladino, 2011
Descrizione fisica: 387 p. : ill. ; 22 cm.
Paese di pubblicazione: ITALIA
Lingua di pubblicazione: italiano
Codice del documento: IT\ICCU\MO1\0028282

lunedì 21 marzo 2011

Le teste tagliate di Isernia. Storia di un refuso che non cambia le cose

(Noto che gran parte degli accessi a questo sito, negli ultimi giorni, si concentrano intorno alle chiavi di ricerca "teste tagliate", "briganti teste" etc. Ne avevo già scritto, ma è l'occasione per riprendere l'argomento e darne più compiuta trattazione.)

Su Wikimedia Commons – l’archivio digitale di immagini, suoni e altri contenuti multimediali disponibili con licenza di libero uso all’indirizzo http://commons.wikimedia.org/wiki/Main_Page – era ospitato un file dal titolo «teste isernia.jpg»: una fotografia sgranata, in bianco e nero, ritraente tre gabbie contenenti altrettante teste tagliate, lì apoditticamente riferite a briganti esposti ad exemplum fuori dalle mura della città di Isernia. La descrizione che accompagnava l’immagine digitale, infatti, testualmente recitava: «Teste mozzate di contadini esposte come monito dall'esercito savoiardo nei pressi di Isernia durante la campagna militare condotta per contrastare il brigantaggio nell'ex-Regno delle Due Sicilie». Non vi era alcuna indicazione autoriale, né riferimenti certi di date: soltanto il nickname dell’internauta che lo aveva caricato e reso fruibile ai tanti siti e weblog che ne hanno amplificato la diffusione.

Procedendo a ritroso, inseguendo i rimandi contenuti in pagine personali, forum e blog, la primigenia attribuzione delle teste tagliate ai briganti di Isernia si deve, con qualche probabilità, al catalogo della mostra iconografica “Briganti & partigiani”, edito da Campania Bella, Napoli, nel 1997: qui, infatti, compare con data certa l’associazione tra le tre teste dei meschini decapitati e la città pentra che tanto drammatici avvenimenti vide consumarsi nell’autunno del 1860.

Ma davvero la foto che ci occupa ritrae isernini? Già l’accennata povertà di dati circa il chi, e il quando, doveva spingere per una più critica valutazione del documento fotografico; e ad essere un minimo critici, improbabile doveva essere la presenza di camera e treppiede nelle campagne isernine in età di dagherrotipi. Così, autorevolmente, lo storico Lucio Villari aveva dichiarato l’immagine delle tre teste in gabbia certamente falsa nella sua attribuzione al contesto italiano e risorgimentale (nell’opera Il Risorgimento. Storia, documenti, testimonianze, Roma 2007). E infatti, seppure con un ritardo di almeno due anni dalla sua pubblicazione, l’immagine delle teste tagliate, nel suo riferirsi a Isernia, ha avuto plateale smentita anche nel contesto Wiki, allorché si è riconosciuto in essa piuttosto un ingrandimento di una foto relativa a decapitazioni di Boxer nella Cina del 1900. Dal 5 agosto 2010, infatti, il nuovo titolo identificativo dell’immagine digitale in Wikimedia Commons è «boxer_heads_china.jpg» e la didascalia vede la riformulazione «Teste mozzate di contadini esposte come monito durante la rivolta dei Boxer in Cina. Dettaglio.» Sempre contadini, dunque; sempre decapitati e esposti come monito, ma nelle campagne cinesi del 1900 e non in quelle molisane del 1860. In più, c’è finalmente un autore dello scatto, identificato nel modenese Giuseppe Messerotti Benvenuti, classe 1870.

La storia è particolarmente affascinante (almeno per me) e merita una sosta. Messerotti Benvenuti, tenente di sanità con l’hobby della fotografia, faceva parte del Corpo di spedizione italiano inviato in Oriente nell’agosto del 1900 per sedare la rivolta nazionalista dei Boxer – oggi si parlerebbe, con ipocrisia, di operazione di peace keeping. La missione italiana restò in Cina a lungo, e l’impegno internazionale venne retribuito dal Celeste Impero con la Concessione commerciale di Tientsin, conservata dall’Italia fino alla II Guerra Mondiale. Per vincere la monotonia del suo ospedaletto da campo a cinque letti, il giovane tenente scriveva lunghe lettere a casa, accompagnate da foto fatte in libera uscita. Grazie agli scatti della sua Kodak, Messerotti Benvenuti portava all’Italia umbertina immagini di un continente lontano, immerso ancora in brume medioevali e percepito come quintessenza dell’esotismo come fosse davvero abitato da sciapodi o retto dal Prete Gianni. Tutt’altro che vicina, la Cina. Per capire l’approssimazione dei comandi militari, basti pensare che quando si dovette pensare all’equipaggiamento delle truppe italiane in partenza, le si vestì con zuccotti e sahariane, misconoscendo che nei luoghi di destinazione la temperatura poteva arrivare anche ai 20° sottozero (su queste vicende, si può leggere l’articolo di G. Fattori, La guerra dei boxers, in «Storia illustrata», n. 154, settembre 1970).

Lettere e fotografie di Messerotti Benvenuti sono pubblicate nel volume “Giuseppe Messerotti Benvenuti: un italiano nella Cina dei Boxer”, catalogo della mostra organizzata a Modena dalla Fondazione Panini nel 2000. Tra di esse, compare una serie di scatti che hanno ad oggetto la cruenta decapitazione dei boxer; la raccolta delle teste spiccate in gabbie di bambù e la successiva infissione delle gabbie su un tripode (la macabra sequenza si trova disponibile all’indirizzo http://turandot.ish-lyon.cnrs.fr/Bibliography.php?ID=57).

A guardarle, non residuano dubbi circa l’identità tra le teste di Isernia e le teste cinesi. Ma pure se appare ormai assodato che la foto incriminata nulla a che fare con i cafoni di Isernia, il danno è fatto: per la sua forza espressiva – e per l’essere royalty free – l’immagine è stata utilizzata in molti siti internet, come pure in qualche opera a stampa, e posta accanto a quelle – forse addirittura più efferate – in cui briganti, celebri e meno celebri, posano afflosciati, tumefatti, scomposti, come macabri trofei di caccia del neonato Regio esercito, rimpallando a ogni uso l’idea che a Isernia, all’indomani dell’arrivo dei Piemontesi in città (23 ottobre 1860) o, forse, nei primi anni del Regno d’Italia e delle drammatiche campagne militari contro il brigantaggio, si sia fatto macabro scempio delle teste dei fucilati.

Sia chiaro: nel 1860, i Piemontesi, a Isernia come altrove, si sono comportati coi mezzi spicci di un esercito di conquista e esecuzioni sommarie, stupri e vittime collaterali del conflitto, sono state all’ordine del giorno. Il museo degli orrori dello pseudoscienziato Cesare Lombroso richiedeva teste di briganti da analizzare fisiognomicamente e c’è in rete la raccapricciante corrispondenza tra ufficiali italiani – siamo ormai nel 1869 – circa la testa imbalsamata del brigante Palma fatta mettere in un vaso di cristallo ripieno di spirito. La scoperta di un falso non elide le responsabilità accertate di Cialdini e soci.

Ciò che è particolare è che, in quei forum in rete in cui si scontrano ancora (centocinquanta anni dopo Teano e Gaeta) neoborbonici e veterosavoiardi, il falso delle teste tagliate di Isernia viene utilizzato, estensivamente, da questi ultimi a tacciare di calunnia tutti quegli episodi di barbarie agita da italiani su italiani, bersaglieri contro donne e bambini, come se Boxer fossero anche gli 8968 fucilati dei primi mesi di guerra al brigantaggio, o che ribelli cinesi abitassero gli interi paesi di Pontelandolfo e Casalduni, oggetto di una decimazione recata con metodo scientifico, ottanta anni prima di Marzabotto. È tempo per inquadrare criticamente il processo di unificazione nazionale attribuendogli connotati di guerra di conquista e, tragicamente, di guerra civile. Occorre portare luce sui lati oscuri del Risorgimento, senza per questo rimettere in discussione l’Unità: perché una storia sia davvero condivisa, deve essere conosciuta nella sua integrità, senza rimozioni o edulcorazioni, senza continuare col mito fondativo degli eroi puri e belli tutti da una parte e i cafoni abbrutiti e sanguinari confinati nell’altro campo.

Piuttosto, ci si può interrogare su come – in origine – una foto di teste tagliate abbia determinato la macabra associazione con l’Isernia del 1860. Notizie certe di teste spiccate, infisse su pali, poste alle finestre come zucche ad Halloween, per Isernia ce ne sono tante ma tutte riportano all’efferatezze dei contadini verso i garibaldini, mai au contraire. Sul punto, le carte processuali sono quanto mai precise ed elencano una serie di episodi. La vulgata, del resto, parlava di un premio in moneta per ogni testa di garibaldino spedita a Gaeta col suo berrettuccio rosso. Il 5 ottobre 1860, al Mercatello, Zaccaria Corrado infierisce sul cadavere di un garibaldino, tagliandogli la testa; a lui i verbali ascrivono un totale di sette decapitazioni di cadaveri, consumate insieme con tale Giuseppe Laliccia. Sempre il 5, davanti a Palazzo Jadopi, il volontario campobassano Errico Filipponi, non ancora diciassettenne, viene colpito alle spalle con un colpo d’ascia; gli viene poi, more solito, tagliata la testa. L’anonimo estensore del memoriale noto come La Colonna De Luca ricorda «tredici teste di volontarii uccisi (…) menate in trionfo per Isernia» e poi «risposte sotto gli archi del cortile del Monistero dei Monaci Osservanti: e la mattina situate al largo della Fiera», mentre Jadopi descrivendo da contumace l’assalto della plebaglia al suo palazzo parlava di «teschi umani recisi che erano rotolati per la strada dai carpinonensi Antonio Fabrizio, Michele Martella La Vacca, e molti di Pesche». Facile, quindi, pensare che l’immagine di teste in gabbie più o meno consapevolmente abbia portato a generare la falsa attribuzione di cui abbiamo parlato.

Isernia e teste tagliate. Forse un destino: ricordiamo che i santissimi Cosma e Damiano, in città venerati forse più del patrono, ebbero il loro martirio per decapitazione.

lunedì 21 febbraio 2011

Una Guida che non guida - La San Giacomo templare erroneamente collocata.

Nella Guida all'Italia dei Templari, quando si parla di San Giaco­mo del Tempio di Isernia, la si colloca nella «piazzetta di Sant’Angelo, detta oggi di San Giuseppe». In assenza di fonti che attestino una precessione della com­menda lungo Vicolo Storto Castello, spostare in Sant'Angelo ciò che notar Carlucci colloca - come già detto - «di rimpetto al vicolo che condu­ce a San­t'Angelo», costi­tuisce un errore. L'inesatta localizzazione si deve, probabilmente, ad un frainten­dimento delle parole usate dal notaio, che pure il compilatore della scheda su San Giacomo mostra di aver letto, considerato che il volume di Erman­no Turco – unico a trascrivere integral­mente il cabreo notarile conservato nell'Archi­vio capitolare – viene citato nella bibliografia della Guida.
Se l'ingresso del palazzino era, nel 1745, «di rimpetto al vicolo che condu­ce a San­t'Angelo», la commenda doveva aprirsi sull'as­se viario che, allora come ora, unico at­traversa la città – sto parlando dell'attuale Corso Marcel­li – nel punto in cui si ha di fronte l'imbocco del vicolo che porta a Piazza Sant'Angelo (Vico Storto Castello).
Ulteriore prova è fornita dal riferimento al «pozzetto col jus del­l'acqua»: a rileggere la descrizione del notaio Carlucci appare evidente che la presa d'acqua posta nel cor­tile della commenda attingeva la stes­sa «dalla con­dottiera, seu viale dell'acqua della città»; ebbene, ab urbe condita, il trac­ciato dell'acquedotto, dentro la cinta muraria, segue l'anda­mento della strada principa­le, tradizionalmente identificata con il locativo Piazza e, dal 1870, Corso Marcelli. In nessun modo potrebbe ritenersi che il pozzetto vada identifi­cato con la fontana pubblica posta al centro di Piaz­zetta Sant'Angelo, che è, invece, solo della fine dell' '800,
«allorquando fra il 1893 e 1897 fu re­staurato e rifatto l'intero acque­dotto e fu allargata la rete idrica a tutte le piazze e ai vicoli interni» (F. Cefalogli).
L'errore che la Guida compie – e che taccia inevitabilmente di approssima­zione l'inte­ro contenuto della scheda – ingenera ulte­riori frainten­dimenti quando riferisce come appartenenti a San Giacomo le mura delle costru­zioni che insistono su Piazzetta San­t'Angelo. Continuando nella lettura del­la scheda, sotto la ru­brica Che cosa rimane, si sostie­ne, infatti, che «di San Giaco­mo restano ancora tratti di mura antiche sia nella piazzetta che nello strapiombo sulla strada sottostante (l'anti­ca via che scendeva da Roccaraso). Nel tratto di vecchie mura che de­limita un lato della piazzet­ta, in antico il cortile della precettoria, si può ancora vedere parte del “palazzino” dove allog­giava un elegante portale cinquecentesco»Non si comprende dove, e in che cosa, gli autori della Guida abbiano volu­to vedere e riconoscere i descritti resti del Palazzino. Chi conosce Piazza Sant’Angelo – va detto en passant che il locativo non compare nella topo­nomastica ufficiale (che vi vede solo uno slargo del Vico Storto Castello) ma certo esiste in cordibus – sa che la stessa è delimitata, oltre che dal vi­colo a oriente, nel tratto a sud, dal muro di fabbrica del­l’antica chiesa di San Giuseppe; nei rimanenti tratti a occidente e settentrione, dall’o­riginale alternarsi di vuoti e pieni delle case a schiera poste là dove tradizionalmen­te si vuole esistente il Castello longobardo. Non è dato sapere dove il com­pilatore della guida abbia visto alloggiato l’elegante portale cinquecente­sco dell’asserito palazzino. Allo stesso modo, le mura antiche viste nello strapiombo sulla strada sottostante pos­sono al più essere quelle della cinta muraria cittadina, nella ricostruzione presumibil­mente intervenuta dopo che Federico II, nel 1223, ordinasse la distruzione totale delle mura della città.
Non c'è nessuna antica via che scende da Roccaraso: la strada sottostante a piazzetta S. Angelo, via Occidentale, tangenziale ante litteram alla città, fu aperta alla metà dell'Ottocento allorché si comprese che il budello di Cor­so Marcelli – colmo per lungo tempo delle macerie del sisma del 1805 – costituiva una innaturale strozzatura.

(Foto: 1.
«di rimpetto al vicolo che condu­ce a San­t'Angelo»; 2. «(...) vicolo che condu­ce a San­t'Angelo»; 3. «piazzetta di Sant’Angelo, detta oggi di San Giuseppe». Le foto sono mie. Se le utilizzate, citate la fonte: si vive di piccole soddisfazioni.)
.

giovedì 3 febbraio 2011

Templari a Isernia. 1745, 1373

Prima che si mobilitino Giacobbo ed emuli cazzari con sindoni, graal e bafometti, occorre chiarire che per la storia di San Giacomo del Tempio di Isernia, commenda urbana dei Cavalieri Templari della primissima metà del XIII secolo (forse), l'unico mistero templare da chiarire e se sia davvero esistita.
Partiamo dal certo, e facciamo un lungo salto in avanti. La descrizione di quella che era la chiesa di San Giacomo alla metà del XVIII secolo la dà il notaro Carlucci in un do­cumento del 1745: nel fare l’inventario dei beni che, in Isernia, s’appartengono alla «Venerabile Com­menda di San Gio: di questa Città di Isernia», il notaio si reca a visionare i due stabilimenti che la compongono: quello, epo­nimo, di San Giovanni Batti­sta (sito «fuori le mura, dove si dice la Fiera», cioè dalle parti del­l’attuale Parco della Rimembranza) e l’altro, subalterno, di San Giacomo. Il documento - che dovrebbe essere conservato presso l'Archivio Capitolare della Cattedrale - è riportato integralmente da Ermanno Turco nel suo «Isernia in cinque secoli di storia», edito a Napoli nel 1948 e di recente ristampato anastaticamente.
Dice Carlucci attraverso Turco:
«Personalmente ci semo conferiti nel Palazzino di questa Ven.le Commen­da (...) chiamato vulgarmente S. Giacomo ed è sito dentro questa città d’I­sernia, e tra le due parroc­chie di S. Maria e S. Elena». Precisa è l’indicazione dell’ingresso del Palazzino de’ Signori Commenda­tori, «il portone del quale è di rim­petto al vicolo che conduce a S. Angelo, ora S. Giuseppe»; questo im­mette in un «cortile non molto largo e ad un canto di questo cortile, e proprio a sinistra nell'entrare, vi è pozzetto col jus dell'acqua, la quale riceve dalla condottiera, seu viale dell'acqua della città.» Superato il piccolo cortile si accede alla chiesa «racchiusa e posta nel recinto e clausura di detto Pa­lazzino». Dalla via principale, aperto il portone che immette nel piccolo cortile, si sarebbe vista la por­ta a doppia battuta di San Giacomo: «ha ella la sua porta per linea diretta al portone predetto». Il notaio procede poi in modo un po’ confuso, alternando punti di vista al­l’interno e di nuovo all’esterno dell’immobile: «È ella di gran­dezza capa­ce, così pure nell'altu­ra; nel fondo di essa vi è l’Altare con il suo quadro pittato al muro con l’Effige di Nostra Signora e Bambino Giesù nelle braccia; posta tra S. Gio: Battista a destra e S. Giacomo Apostolo a sini­stra, nel di cui altare vi è un dosello di legno pittato (...) Il pavimento di detta chiesa è astrico ben battuto e polito; dietro la porta, a destra nel­l’entrare, vi è una colonnetta di pietra ben lavorata e sopra di essa la fon­te dell’ac­qua benedetta. Vi è la sua campana ben corrispondente alla chiesa ed è posta in un archetto di fabbrica, che sta nella punta della fac­ciata d’avanti, corrispondente alla porta, la quale è ben foderata e lavora­ta ed apre a due».

Se questa è la descrizione della San Giacomo melitense del XVIII secolo, conoscendo la vicenda successoria che ha portato i beni dei Cavalieri Templari, dopo lo scioglimento cruento del 1312, a giungere agli Ospitalieri e da questi ai Cavalieri di Malta, e dando fede a quell'unica fonte -
Archivio Segreto Vaticano, Instrumenta miscellanea, ms. Latino 2780; documento citato da Loredana Impe­rio, San Giacomo del Tempio di Iser­nia, in Atti del VII Convegno di Ricerche Templari a cura della L.A.R.T.I., Latina, 1991, p. 40 - che, nel 1373, ci parla di uno stabilimento degli Ospitalieri «un tempo commenda templare», è più che legitttimo ritenere che la commenda descritta dal Carlucci nel 1745 sia nello stes­so luogo – e, plausibilmente, abbia anche so­stanziale di­mensione e composizione – della originaria, asserita precettoria tem­plare di San Giacomo.
Per adesso, basti sapere questo.


mercoledì 2 febbraio 2011

In vino paupertas. Isernia 26 luglio 1857

Nell’estate del 1857, nel giorno di Sant’Anna, allorché venne introdotto il dazio comunale sul vino – particolarmente odioso perché imposto sul consumo, come testatico gravante finanche sui dodicenni – due o trecento contadini, al grido di “Viva il Re! Non vogliamo il dazio sul vino” marciarono lungo la Piazza (l'attuale Corso Marcelli) fino alla Sottointendenza.

«Dato così il segnale due di essi, uno suonando la zampogna, ed un altro il tamburrello, si mettono alla testa degli altri e si danno a scorrer le strade del paese. Anche un tamburriere, incontrato a caso col suo strumento sulle spalle, vien arrestato e con minacce costretto a batter il tamburo. Ad appello sì clamoroso rispondono i contadini coll’accorrer da tutte le vie a riunirsi. (…) E costituitisi quindi in numero imponente, difilati procedono verso la casa del Sotto-Intendente. Quivi giunti, come a lava, irrompono nel cortile e scossa quell’autorità dal suono de’ cennati strumenti e dalle grida di Viva il Re, vestita di uniforme, discende in unione dell’Ispettor di Polizia»
(Gran Corte Criminale di Molise, Udienza 3 dicembre 1857, in Anonimo [ma Stefano Jadopi], Reazione d’Isernia, Il Giudizio innanzi la Corte d’Assise ed i ricorsi in Cassazione, in Storia d’Isernia al cadere dei Borboni nel 1860, s.l. [Italia], s.d., pp. 172-177)

Seguono schermaglie da manifestazione di piazza: i contadini chiedono rispettosamente che si tolga il balzello. Il sottointendente eccepisce non esser quello il modo di chieder grazie, e invita la folla a disperdersi; ma questa, anzi, cresce di numero, spinge. Si dirigono tutti fino a casa del sindaco Gaetano Mancini, al quale impongono l’ostensione del ruolo, perché venga lacerato; ma il ruolo è presso il municipio, e allora tutto il corteo, con sindaco, sottointendente, ispettor di polizia, e sei gendarmi al seguito, si porta presso la casa del misero cancelliere comunale, perché vada in comune a prendere il libro mastro. Finalmente, il ruolo viene esibito, dato a uno del popolo. Passa a altre mani, fino a restarne lacerate le prime pagine. Sorge però un dubbio: e se quell’involto che sta passando di mano in mano come un trofeo dovesse essere inutile carta e non il preteso ruolo? In una città dove sa leggere uno su cento, il problema è trovare terze parti che sappiano confermare la bontà di quel brogliaccio. Si provvede:

«(…) preso a forza l’uscier Santorsola, a via di minacce lo costringe a salir sulla fontana ed a leggere ad alta voce quelle carte, con che, non essendo più dubbio di contenere esso il ruolo disputato, uno di quegli insensati lo strappa dalle mani dell’usciere, ed egli ed altri riducendolo a brani, a gara ognuno di questi bravi si provede, e se li fuma nella pipa. Conseguito così l’intento a poco a poco quella ciurmaglia dileguasi, finiscono le eccedenze, e tutto ritorna nell’ordine.»

Gli eventi del 26 luglio 1857, assolutamente incruenti, quasi al limite (interno) della rilevanza penale – se si tace del ceffone assestato a un guardiaboschi ritroso, della violenza privata usata all’usciere Santorsola, con minaccia di diruparlo per la Prece e poco altro – pure portarono la Gran Corte Criminale di Molise a irrogare pene di sette o sei anni di reclusione ai ventiquattro imputati.


venerdì 21 gennaio 2011

Del tornare a casa in due cd. Storia di tre codici del '700

Questa è una storia di fortunate coincidenze.
Da un po' (due anni?) mi interesso di San Giacomo del Tempio di Isernia, fantomatica
commenda templare, finita agli Ospitalieri di San Giovanni dopo il 1312 e, va da sé, ai Cavalieri di Malta dopo il 1530. Inutile cercarla nel centro storico: l'antica fabbrica - collocata verosimilmente tra Santa Maria delle Monache e San Francesco - era diruta già prima che il tremuoto del 1805 ne sbriciolasse anche solo il ricordo (di tutto questo, prometto, ne riparleremo).
Più o meno un anno fa, facendo web surfing m'imbatto in
questo sito americano, (Hill Museum and Manuscript Library di Collegeville, Minnesota) dove trovo un prodigioso «electronic finding aid for the archives of the Sovereign Military Order of Malta in Valletta (...)». Do come chiavi di ricerca il mantra della mia ossessione - "Isernia" e "San Giacomo" - e apriti sesamo: trovo che sono almeno tre, nell’Archivio centrale dell’Ordine di Malta (AOM), i documenti riferiti alla commenda isernina di San Giacomo: il primo è un cabreo di 105 fogli del 1636; il secondo è del 1708, intitolato “Miglioramenti della commen­da d’Isernia e Settefrati”; il terzo, stesso titolo, è del 1789.
Mmmh. Ma ora? Ok, esistono: sono a Malta, nella Biblioteca nazionale della Valletta. Bella notizia, e fine delle trasmissioni.
Passano i mesi: "San Giacomo" è solo il titolo di un file di appunti in formato .odt che non apro neanche più. M'interesso di Risorgimento nostrano, adesso. La vita del bibliotecario procede senza brividi. A giugno 2010, Danilo comincia a fare qui alla Michele Romano il suo tirocinio formativo postlaurea. Un giorno di settembre mi dice che ha l'opportunità di andare a Malta a fare uno stage di tre mesi in un qualche museo dell'isola. Mi chiede se può partire, interrompendo il tirocinio. «Se puoi? Vuoi perdere l'occasione di passarti l'inverno a 28°, tra le palme e i fichi d'india, preferendo fare assistenza al prestito coi termosifoni mezzi mezzi? Devi partire». Danilo parte, ma prima mi dice che lo stage è non più al qualche museo ma alla
National Library of Malta. Mi si riaccende una spia nel cervello e via mail gli invio i tre numeri di targa dei codici raminghi (AOM6198, AOM 6158 e AOM6158a).
Stamattina Danilo è tornato con due buone notizie: la prima è che la National Library sta messa peggio della Michele Romano; la seconda, che ha riportato a casa, in due cd maxell, i tre cabrei perduti.
Credo, per il futuro, di riaprire il file battezzato "San Giacomo".
Stay tuned.