giovedì 30 giugno 2016
sabato 25 giugno 2016
«Copia di un libro antiquissimo intitolato alla maestà delo sig. Re Ferrante Primo de Aragona. Delle cose accadute in Italia. Incominciando dalli anni di dopo Sei cento e cinque insino all’anno Mille cento e due. Quale libro stato trovato dall’ill.mo signore duca d’Andria»
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| (per scaricare il file in versione .pdf, clic sull'immagine) |
L’antico manoscritto qui integralmente scansionato è conservato nell’Archivio familiare d’Apollonio,
ospitato presso la biblioteca. In esso un calligrafo ha vergato la «Copia di un libro antiquissimo intitolato
alla maestà delo sig. Re Ferrante Primo de Aragona |Delle cose accadute in
Italia. Incominciando dalli anni di dopo Sei cento e cinque insino all’annoo
Mille cento e due | Quale libro stato trovato dall’ill.mo signore duca d’Andria».
Altra, più grossolana mano, ha aggiunto: «In
questo quintano si contiene la seg. antica Cronaca. Un Registro di n[otar]
Dionigi di Sarno | Un altro di n[otar] Rugiero Pappasogna |Nobili del Sedile di
Montagna».
Il manoscritto è opera
eterogenea: la prima parte – quella che comincia per «In questo anno 605 morse S. Gregorio Papa» e finisce (al verso del
foglio 7; pag. 15 della scansione) con la notizia «in questo anno 1102 nel mese di 9mbre morse Stefano abbate di Matera […]»
ha per autore – come scritto dalla
stessa mano dell’ignoto copista – la cronaca di Lupo Protospata, come provato
dal canonico teatino – ma napoletano di adozione – Antonio Caracciolo
(1565-1642), che ne pubblicò un’edizione a stampa nel 1626 (intitolata Antiqui chronologi quatuor Herempertus
Langobardus Lupus Protospata Anonymus Cassinensis Falco Beneuentanus cum
appendicibus historicis. Ab his variae exterarum gentium in Neapolitanum Regnum
irruptiones, praelia, ... veridico stylo describuntur. Nunc primùm è MM.SS.
codicibus aspiciunt lucem, opera, ac studio Antonii Caraccioli […]), per i
tipi dello stampatore napoletano Lazzaro Scoriggio.
Voce "Lupo Protospata" in Jean Baptist Ladvocat, Dizionario Storico Portatile, Volume 3, 1759 |
Lupo Protospata, era un dignitario
bizantino vissuto in Puglia nel XI secolo;
compose il Chronicon rerum in regno
Neapolitano gestarum, raccogliendo
quanto di importante – a suo giudizio – era accaduto nel Regno di Napoli tra
l’855 e il 1102.
Degli Annales Lupi Protospatharii , sempre nell’intervallo temporale
860-1102, esiste una volgarizzazione secentesca
di Colanello Pacca – cioè Niccolò Anello Pacca/Nicolaus Anellus Pacca Neapolitanus, medico, poeta, professore di
filosofia, nato a Napoli e vissuto nel XVI secolo – che integra la cronaca di
Lupo con i cd. Annales Barenses (che
coprono, appunto, l’intervallo temporale 605-1043). Gli Annales Barenses, di anonimo cronista, si trovano integralmente
versati nell’opera di Ludovico Antonio Muratori, Antiquitates Italiae medi aevi, vol. I (1738). Un’edizione critica
del testo degli «Annales Barenses» e degli «Annales Lupi Protospatharii» è
stata di recente curata da W. J. Churchill come tesi di dottorato per
l’Università di Toronto: tutto il suo lavoro (in lingua inglese) è disponibile in rete qui.
Come può trarsi dal confronto tra
il testo latino degli Annales (riportato in Muratori e – on line – da
Churchill) e il testo volgarizzato leggibile nel nostro manoscritto, le due
fonti – ovviamente per le parti presenti in entrambe, posto che il manoscritto
riduce e seleziona il testo latino – coincidono: «Anno DCV [605] Obitus sancti Gregorii Papae. Phocas regnavit annis
VIII.» e «In questo anno 605 morse S. Gregorio Papa et (sic) regnò anni otto»
(omette la notizia su Foca, imperatore bizantino); «Anno DCCLXXXII [782] Hoc anno
Carolus rex celebravit sanctum Pascha in Roma et baptizatus est Pipinus filius
ejus ab Adriano Papa.» e «In questo anno 782 Carlone celebrò la Santa Pasqua in
Roma e Pipino suo figliolo fu battezzato da papa Adriano». Ecc.
La parte che epitoma gli Annales suddetti occupa i primi sette
fogli del manoscritto (su un totale di 19).
Il foglio 8 si apre con la dichiarazione
che «il presente libro dedicato alla maestà del Re Ferrante Primo era nel
principio del volume delli giornali di Giuliano Passaro». Giuliano Passaro (o
Passero) è il cronista autore dei Giornali, opera cronistica che copre gli anni 1189-1531 (un’edizione a stampa è Giuliano Passero, Cittadino Napoletano, o
sia prima pubblicazione in istampa che delle storie in forma di giornali, le
quali sotto nome di questo autore finora erano andate manoscritte […], per
i tipi di Vincenzo Orfino, Napoli 1785). Segue asserendo che «di questi et
altri manoscritti se ne fa mentione nel principio delli giornali di Gregorio
Rosso, stampati in Napoli l’anno 1635». (vd. Historia delle cose di Napoli, sotto l'imperio di Carlo Quinto.
Cominciando dall'anno 1526. per insino all'anno 1537. Scritta per modo di giornali
da Gregorio Rosso autor di quei medesimi tempi, Napoli presso Gio.
Domenico Montanaro, 1635)
| Frontespizio dell'opera Giuliano Passero, cittadino napoletano, edizione del 1635 |
Si danno notizie sui vescovi
presenti nel Regno («in questo Riame sono
episcopi 133 nelli quali ci sono dieciotto Archiepiscopi et di più quattro
Archiepiscopi hanno perso lo titolo»). Segue poi, un cenno a «Li matrimonij fatti per li re di questo
Riame nelli tempi passati, et le dote hanno date sopra li maritagi».
Nel verso del foglio 8 (e fino al
verso del 9) c’è il «Notamento avuto da
una charta de Innocentio Landulfo con le sottoscritte memorie» (notizie
relative agli anni 1434-1553). Innocenzo Landolfo è altro cronista di storia
napoletana, autore dei Diarii (tra le fonti utilizzate da Gregorio Rosso).
Al foglio 10 comincia la Farza de Messer Iacovo Sannazaro
rappresentata avanti il Sig. Duca di Calabria in la festa fatta alli 4 di Marzo
1492 in la Sala dello Castiello de
Capuana per la vittoria delli SSri Re et Regina de Castiglia havuta del regno
di Granata alli 2 di Gennaro del medesimo anno (fino al recto del foglio
13).
A metà del recto del foglio 13,
dopo un’interruzione di pagina, viene data notizia della morte per impiccagione
di Cola Giovanni Monte e di suo nipote Giulio (1531); viene trascritto il «cartiello»
con cui furono accompagnati.
Al verso del foglio 13 viene data
la Notizia sull’incoronazione di Re Alfonso II d'Aragona. «Alla coronazione di re Alfonso d’Aragona venne qua in Napoli per la via
de Appruzzo don Goffredo de Borgia, figlio de Papa Alessandro sesto». Segue
notizia in ordine alle «Cavallerizze di Re Ferrante Primo d'Aragona»; ai
«Medici (e Auditori) di Re Ferrante Primo a tempo che morse».
Al verso del foglio 14 (con fine
al recto del 16) si trascrive il «Notamento di tutto quello si contiene in uno
Protocollo di Notar Dionisio di Sarno, Gentil' huomo del seggio di Montagna,
fatto in tempo di Re Ladislao et Papa
Martino V».
| Notizia della Cronica di Ruggiero Pappainsogna in Giovanni Antonio Summonte, Dell' Historia della città, e regno di Napoli, 1675 |
Al verso del 16 comincia la
cronaca del notaio Ruggiero Pappainsogna («Archivio
di Notar Ruggiero Pappainsogna, nobile del seggio di Montagna»), con la
formula «In Nomine Domini (…)» e poi,
venendo al contenuto, «In pace atque Triumpho intravit Rex Ladislaus Neapolim»,
proseguendo fino alla fine del manoscritto, al verso del foglio 19.
Opera eterogenea, si diceva, che
trae dalla cronachistica del Regno di Sicilia e, poi, di Napoli. Un originale? Qui
è l’aspetto particolare del nostro manoscritto, che risulta, per larga parte, avere
eguale contenuto di altro codice, appartenuto al marchese Alessandro Gregorio Capponi (1683-1746), e poi confluito – a morte del suo proprietario – nella
Biblioteca Vaticana. C’è una descrizione
del corpus dei cd. Codici Capponiani pubblicata nel 1897 da Giuseppe Salvo
Cozzo (“I Codici Capponiani della Biblioteca Vaticana”); sotto il n. 73 si descrive un manoscritto «del sec.
XVIII, m. 0,204 X 0,135, di car. 97 num., oltre
due carte bianche in principio e due in fine non num.» che ha – salvo per
i Diari di Silvestro Guarino d'Aversa e gli Annali di Matteo Spinello da
Giovenazzo, che riempiono le pagine successive al foglio 38 – medesimo contenuto del nostro manoscritto.
| Descrizione del manoscritto 73 (inizio) nel volume «I Codici Capponiani della Biblioteca Vaticana» |
C’è un originale e una copia? Due
copie di un medesimo originale? Affascinante, in ogni caso, che nell’Archivio
di famiglia dei d’Apollonio si rinvenga un manoscritto che ha un gemello dizigote
nella Biblioteca Vaticana.
martedì 17 maggio 2016
«Mamozio, chi era costui?»
A Isernia, le quattro statue togate sotto l’Arco di San Pietro sono tradizionalmente chiamate «mamozie» (o, come variante, «mamuozie»). Per derivazione, «mamozie» è (o era, prima della koiné) epiteto col quale indicare un fantoccio, un pupazzone, quindi una persona che ne ricorda le fattezze (testa sproporzionata, sgraziata, incedere ciondolante da metronomo a fine corsa). Per ulteriore traslato, «mamozie» è il fesso, la persona lenta a comprendere, quello che altri lessici definiscono con l’accrescitivo dell’organo genitale maschile.
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(da CRUDELE, Come ze rice a Sergnia, Isernia 2006) |
Perché Mamozio? Nel Lessico Etimologico Abruzzese (LEA), Roma, Edizioni dell'Ateneo, 1985, la voce viene riportata a «mammocce», adattamento fonetico dialettale della voce italiana «bamboccio», ma convince di più la derivazione puteolana, legata al rinvenimento di una statua:
«Nel 1704 a Pozzuoli, durante gli scavi per l'edificazione della chiesa di san Giuseppe, fu ritrovata una statua acefala attribuita al console romano Lolliano Mavorzio. Come d'uso all'epoca, il capo mancante fu reintegrato, ma da una testa sproporzionatamente piccola rispetto al corpo che conferiva alla statua un'aria imbambolata.Il nome Mavortio fu distorto dai puteolani in Mamozio, che ha assunto da allora il significato di persona stupida e sciocca.» (fonte: wikipedia; anche il resto dell’articolo è gustoso e si può leggere qui)
Questa versione convince di più anche per la comune sorte di statue acefale cui la crudele pietà popolare ha imposto nuova e sgraziata testa. A Pozzuoli come a Isernia. Nessuna specifica volontà iconoclasta: nelle statue, collo e polsi sono le parti più sottili e fragili e subiscono più facilmente l’ingiuria del tempo, rompendosi. Dei quattuorviri dell’Arco di San Pietro, tutti originariamente decollati, in tempi lontani hanno imposto una nuova testa – e una di esse, quella della figura muliebre del lato est, sarebbe di periodo medievale e non classico (ne parla Valente qui, riferendo la nuova testa ad ignoto artista federiciano); uno, il togato lato nord, la nuova testa l’ha persa per una seconda volta, decapitato recidivo.
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(foto via web, di inizio secolo: il mamozio lato nord aveva ancora la sua testa) |
Così pure a Ponza chiamano «mamozio» una statua romana rinvenuta nel 1700, la cui testa, decapitata nel 1809 da un soldato francese, ricollocata nel 1844, opera di uno scultore locale, andò persa per sempre: «In una via parallela alla strada litoranea, si conserva, murata su di un moderno piedistallo, una statua marmorea funeraria, acefala e priva di basamento, nota, dalla tradizione locale, con il nome di Mamozio.» (G. M. De Rossi, Ponza, Palmarola, Zannone, Roma 1993)
Isernia, Pozzuoli, Ponza. Tre fanno collegio. Se avessimo svolto un esperimentino di scienze alle scuole medie e dovessimo concludere, a questo punto scriveremmo l’equazione «statua che fu acefala, con nuova testa = mamozio».
giovedì 14 aprile 2016
martedì 22 marzo 2016
Siamo tutti bulgari. Alzecone e i suoi nel Sannio del VII secolo.
Fino alla
scoperta dell’agricoltura, nessuno nasceva e moriva nella stessa porzione di
Terra, tutti costretti a muoversi per mangiare; ma anche dopo che si capì come
avere un spiga partendo da un chicco, molti popoli hanno continuato a
transumare per sorte o costume, entrando a casa d’altri con le buone o le
cattive, miscelando sangue e geni. Migrare humanum est.
Scrivo
questo non per commentare gli inutili muri che ancora si vogliono erigere a distanza
di mille e cinquecento anni dalla dimostrazione della permeabilità del limes romano, ma sull’onda emotiva di
una recente visita a Montecassino; tra le tante suggestioni raccolte, mi sono
ricordato del brano di Paolo Diacono in cui si dice che siamo tutti – noi che
viviamo qui, tra Sepino, Bojano e Isernia – un po’ bulgari (e poi un po’
saraceni, normanni, spagnoli…).
Paolo, monaco cassinense, scrive la sua Historia Langobardorum nel
triennio 787/789. Il brano in cui parla di bulgari è questo:
«In questi tempi, un capo bulgaro di nome Alzecone avendo lasciato
il suo Paese per cause che non conosciamo entrò pacificamente in Italia insieme
ai suoi e si presentò dal re Grimoaldo promettendogli di essergli fedele vassallo
se questi gli avesse concesso un qualche territorio tra i suoi. Così il re lo
inviò da suo figlio Romualdo, duca di Benevento, con l’ordine di concedergli
terra in cui abitare con tutto il suo popolo. Romualdo lo accolse e, ben
felice, gli assegnò un vasto territorio, che allora era disabitato, vale a dire
quello ricompreso tra Sepino, Boiano, Isernia e altri paesi vicini, ordinando
che Alzecone, mutando titolo alla propria dignità, da capo delle sue
genti divenisse gastaldo del re. Così che ancora oggi, in quelle terre, sebbene
abbiano adottato lingua e costumi latini conservano ancora in
uso le loro tradizioni e cultura.»[1]
Paolo
racconta di fatti risalenti a oltre cento anni prima. Questo Alzecone (Alzeco,
Altzek, Alcek o come si voglia chiamarlo) era un capo militare bulgaro – vuole
la leggenda, uno dei cinque figli del khan Kubrat, Grande Bulgaro, quando la Bulgaria era in Ucraina. Per sfuggire a lotte
intestine apertesi per la successione al padre, Alzecone migrò con tutto il
suo clan verso la Germania prima (dove i Franchi di re Dagoberto gli offrirono
un pogrom a sorpresa) e, con gli scampati, pare meno di mille, finalmente in
Italia dove si rivolse – come ci dice Paolo – al re longobardo Grimoaldo
(662-671).
Questo
Grimoaldo si era da poco insediato sul trono pavese, avendolo strappato a
Godeperto. La cosa è un po’ complicata: era successo che alla morte di Ariperto
(661) il Regno longobardo venisse diviso tra i suoi due figli, Pertarito e
Godeperto, come fosse stato un campo di fave, ognuno a governarsi la sua
porzione, uno a Milano, l’altro a Pavia. Ma i due, ovviamente, volevano rubarsi
l’uno le fave dell’altro e ricostituire la Longobardia maior sotto
un solo re. Della cosa approfittò il duca di Benevento, Grimoaldo appunto, cognato
terrone dei due litiganti, che lasciò il ducato al figlio Romualdo e partì con
le truppe a conquistarsi un regno.
Così,
quando Grimoaldo manda Alzecone da Romualdo con l’ordine di concedergli terre
da abitare, conosce perfettamente la situazione dei territori ai piedi del
Matese e di buon animo ne vede un ripopolamento per mano bulgara. Il vantaggio
è reciproco: il duca di Benevento guadagna un fedele vassallo – e infatti, di
lì a poco, lo utilizza militarmente contro i Bizantini di Puglia – e i Bulgari
trovano finalmente casa tra Boiano e Isernia. È da sottolineare che la
concessione di terre viene preceduta dal mutamento di dignità: Alzecone viene
nominato gastaldo, che, nell’organizzazione del ducato di Benevento, equivale
a vassallo che amministri una porzione di territorio per conto del duca
(nella Longobardia maior, invece, il gastaldo è funzionario di
nomina regia – come sarà il giustiziere con gli Svevi – posto a controllare,
in funzione di contenimento, il potere territoriale dei duchi; in altri termini
il rapporto che intercorre tra il rex longobardorum e i molti
duchi del regno è, nei ducati di Spoleto e Benevento, esattamente lo stesso
che intercorre tra i due duchi e i loro gastaldi).
Ora, a
Alzecone vengono dati territori che usque ad illud tempus deserta
erant . Tuttavia, parlare di terre disabitate appare eccessivo. Paolo
Diacono usa certo un espediente retorico per indicare civitas che
rispetto al periodo classico risultano ora scarsamente popolate, ma non
deserte. Anche perché i mille bulgari a seguito di Alzecone difficilmente
avrebbero potuto ripopolare da soli il gastaldato.
Non dico
nulla di nuovo: lo sosteneva già Giovan Vincenzo Ciarlanti nel suo Memorie
Historiche del Sannio: «è qui da notarsi che non si debba intendere che
fossero tutti dishabitati, ma gli giudicasse per tali a paragone dei tempi
passati».
C’è stata
dunque sovrapposizione e integrazione tra vecchi e nuovi abitanti, pacifica o
meno non è dato saperlo. In ogni caso, stupra o iustae
nuptiae, ci sarà stata miscela di sangue, piccoli protobulgaro-sanniti,
àvaro-isernini avranno percorso ciabattando il selciato malmesso del cardo maximus ora intitolato ai
Marcelli.
Già, quale
Isernia trovarono i bulgari di Alzecone? Si conoscono le caratteristiche
generali della città altomedievale nel contesto dell’Italia meridionale – e
per questo riferibili a grosse linee anche agli abitati di Isernia e Boiano
che città lo erano state già con Roma. Queste caratteristiche vanno riassunte
nello scadimento qualitativo, rispetto agli insediamenti di età romana, degli
edifici privati, per i quali si registra la quasi totale sostituzione del legno
alla muratura, con la conseguenza della riduzione della volumetria e dell’alzato;
nell’abbandono degli spazi ed edifici pubblici, che spesso modificano la loro
originaria destinazione e, se diruti, subiscono la spoliazione dei componenti
architettonici per riutilizzi privati; nella “pervasività” dell’elemento
“campagna” all’interno dello spazio urbano (orti e terreni incolti a fare
cesura dell’abitato) e la conseguente creazione di più aggregati
coesistenti nello spazio urbano originariamente occupato dalla città romana e
individuato dal perimetro murario; collegato a questo, la diffusione delle
aree di sepoltura all’interno dei centri abitati.[2]
Certo i
Bulgari fermarono qui il loro lungo peregrinare. Abitarono case di legno, ma
case. Umberto Eco nel Pendolo parlava
di Urbanistica nomadica come disciplina universitaria dell’impossibile.
Qui ci andiamo vicino.
Tutto
quello che sappiamo dei Bulgari molisani è per la penna di Paolo Diacono.
Potrebbe trattarsi anche di uno scherzo.
No.
Negli anni ‘80
del secolo scorso, in una località chiamata Vicenne, nella pianura di Campochiaro,
(dunque tra Sepino e Bojano) vennero ritrovate numerose sepolture di cavalieri
con cavallo, all’uso asiatico.
Come scrive Bruno Genito, la necropoli di Vicenne
«rappresenta un unicum culturale, ad un tempo “asiatico” e “nomadico” caratterizzato dalla presenza di numerose tombe con cavallo che rimandano ad analoghe forme di sepolture rinvenute proprio tra i popoli nomadi delle steppe Eurasiatiche (…) Non esistono molte informazioni storiografiche relative all’epoca altomedioevale nell’area del rinvenimento della necropoli di Vicenne con la sola eccezione del famoso passo di Paolo Diacono relativo alle truppe Bulgare di Alzecone arrivate nella piana di Sepino, Bojano e Isernia».[3]
Siamo tutti mistisangue, meticci.
È così, fuori di dubbio.
[1] Paulus Diaconus, Historia Langobardorum, a cura di L. Bethmann - G. Waitz, in Mon. Germ. Hist., Script. rer. Lang. et Italic. saec. VI-IX, I, Hannoverae
1878, p. 154. «Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine,
incertum quam ob causam, a sua gente digressus, Italiam pacifice introiens, cum
omni sui ducatus exercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in
eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum
dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit.
Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eisdem spatiosa ad habitandum loca,
quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Saepinum,
Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque
Alzeconem, mutato dignitatis nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui
usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur,
linguae tamen propriae usum minime amiserunt». La traduzione è mia.
[2] vd. Gian Pietro Brogiolo, Sauro Gelichi, La città nell’alto medioevo italiano,
Bari, 2007
mercoledì 9 marzo 2016
Un altro primato cittadino: il colera
| (dal «Western Daily Press» del 19 novembre 1884. Per gentile concessione di Chris) |
Dal nostro agente sotto copertura alla British Library riceviamo ed entusiasti pubblichiamo un estratto dal «Western Daily Press» del 19/11/1884 che attesta un altro primato cittadino, certamente misconosciuto ai più: il colera, a Napoli, nel 1884, l'abbiamo portato noi.
Il primo caso di colera ufficialmente censito - come si legge nell'articolo - viene riferito, infatti, ad un carrettiere di Isernia, registrato in data 19 agosto 1884.
La sensibilità anglosassone ci nega il nome dello sfortunato concittadino untore, che è anche il primo dei 7994 morti.
Ricordiamo che l'epidemia di colera del 1884/87 - non la prima, non l'ultima - è quella descritta da Matilde Serao ne Il ventre di Napoli (prima edizione: Treves, Milano, 1884); quella che fece esclamare ad Agostino Depretis «Bisogna sventrare Napoli!» e che portò alla realizzazione della grande arteria trasversale - il Rettifilo, Corso Umberto I - al posto dei maleodoranti bassi dell'angiporto.
(Ricordiamo, en passant, ai tanti tifosi di compagini padane che, quando insistono nel definire colerosi i Napoletani, ci devono delle royalties).
martedì 2 febbraio 2016
mercoledì 27 gennaio 2016
«Giornata della Memoria»
C'è stato un tempo in cui, a pensarla diversamente da come si doveva, si finiva confinati in paesi altri da quello di residenza, di stabile dimora. Paesi tipo Isernia.
Da Presidente del Consiglio, qualcuno, tempo dopo, parlò per queste situazioni di vacanze: «Mussolini», disse, «mandava la gente in vacanza».
Occorre preservare la memoria, di lungo come di breve termine.
martedì 15 settembre 2015
venerdì 14 agosto 2015
La «Ley line di Isernia»
Nella ortogonalità dell’impianto viario del centro storico
di Isernia – di chiara matrice latina – c’è da registrare l’asimmetria di Vico
Storto Castello, che interseca a 45° l’asse di Corso Marcelli.
Non è dato
sapere se l’obliquo vicolo sia da imputarsi ad una distrazione del gromatico,
all’atto di fondazione della colonia di Aesernia. Certo, non c’è alcun impedimento
naturale oggi leggibile – rocce, sorgente, fossi – per giustificare uno
scostamento così significativo dall’impianto ortogonale.
Probabilmente il tratto obliquo nasce con
la città altomedievale, e secondo Franco Valente collegava, nell’area della
città a influenza longobarda, il cuore religioso (Santa Maria delle Monache) a
quello civile (il Castello, rimasto nell’onomastica cittadina) e situato
proprio dalle parti dell’odierna Piazzetta S. Angelo (o, secondo altre letture,
più oltre verso il Palazzotto)
Per dovere di cronaca, va anche detto che non concorde è la
presenza di un castello a Isernia e che il locativo “Castello” (che marchia
oggi più vicoli e anche una porta urbica) sia stato creato nell’ottocento
italianizzando l’isernino “Catieglie” a sua volta dovuto a “Catellus”, probabile cognomen romano.
Rimane in ogni caso il mistero
del vicolo obliquo. Se tuttavia si inquadra l’abitato basso della città nel
territorio circostante appare chiaro che il vicolo storto ripete, entro le mura,
un tracciato viario in linea retta, riscontrabile oltre la città, attuale e
passata.
Trovandoci in territorio di tratturi, sappiamo che sentieri
e riposi precedono la costruzione degli abitati. È pertanto probabile che sia
stato l’impianto urbanistico della città a doversi adeguare ad un preesistente
tracciato che attraversava il sito (tra l’altro secondo un allineamento di pochi
gradi discosto da quello nord-sud).
Lungo tale tracciato, tra l’altro, in città e fuori, sorgono/sorgevano
una significativa teoria di chiese. Da wikipedia (ma la voce inglese è redatta
decisamente meglio) leggo che «le linee temporanee o linee di prateria, note
anche con il termine inglese Ley line, sono dei presunti
"allineamenti" tra punti geografici di interesse, come monumenti e
megaliti, ai quali vengono attribuiti da alcuni movimenti pseudoscientifici e
New Age ipotetici poteri magici o spirituali.»
Avendo avuto un passato da
psicogeografo (anche se non militante), parlo allora qui semiseriamente di “Ley line
di Isernia”.
La Ley line è
tracciabile, con allineamento nord-sud,
dalla Chiesa della Madonna del Paradiso (oltre il punto “a”, fuori mappa),
per arrivare all’antica chiesa di San Giuseppe (Piazzetta s. Angelo, punto “b”),
giungere alla non più leggibile San Giacomo del Tempio (“c”), proseguire per Santa
Maria “delle Monache” (“d”), scendere incontrando la chiesa rupestre di S.
Elmo/S.Erasmo e finire al santuario dei S.S. Cosmo e Damiano.
La spezzata tracciata in rosso segue il percorso moderno, e deve fare i conti con barriere poste con gli anni, dal capriccio degli urbanisti, alti e bassi, che hanno modificato la città. Se si considerano solo i punti toccati, la linea tracciabile è molto più lineare. A voler essere "puntuali", si può costruire come insieme di due rette tangenti: la prima passa per i punti "a", "b", "d" e "e"; la seconda unisce "c", "e" e "f". N.v.d. (nulla volevasi dimostrare). Si sa che a parlare di Ley lines, si gioca.
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