giovedì 30 giugno 2016

Postfazione per «Manoscritto inedito sulla chiesa vescovile di Isernia | anno 1843 | del canonico Vincenzo Piccoli arciprete, 1° dignità del Capitolo di Isernia»


Manoscritto inedito sulla chiesa vescovile di Isernia | anno 1843 |
del canonico Vincenzo Piccoli arciprete, 1° dignità del Capitolo di Isernia

a cura di Paquale Damiani; 

prefazione di Mons. Claudio Palumbo; 
postfazione di Gabriele Venditti, Isernia, 
Terzo Millennio, 2016.



Postfazione

Il breve saggio del canonico Piccoli qui riprodotto – non si confonda la quantità per la qualità – è custodito in originale nella sezione Archivio della Biblioteca comunale “Michele Romano”.
Altre volte, in occasione di mostre documentarie o altre pubblicazioni, ho avuto modo di richiamare l’attenzione su un diverso e più nutrito archivio presente presso la biblioteca, l’Archivio storico comunale, sezione separata dell’Archivio comunale istituita ai sensi dell’art. 30 del D.P.R. 30 settembre 1963 e costituita dai documenti prodotti dall’Amministrazione comunale nel corso del tempo e qui versati per essere  conservati e utilizzati a scopo scientifico e didattico. Ne ho parlato in termini di miniera minimamente esplorata e sfruttata, da cui poter estrarre tesori sotto forma di testimonianze storiche.

Probabilmente, è mancata finora l’occasione per rimarcare l’importanza del diverso fondo archivistico – l’Archivio della biblioteca, appunto – che raccoglie, invece, documenti di diversa provenienza, che hanno come autore non l’Amministrazione comunale, ma privati, o altri enti, e che sono stati raccolti presso la biblioteca per il loro indiscusso valore in termini di testimonianza riguardo la storia politica, sociale, economica, artistica e culturale della Città di Isernia. L’Archivio della biblioteca si compone certamente di una minore mole di documenti rispetto all’Archivio storico comunale, ma – anche qui, quantità non vale per qualità – più importanti. Per dire, il privilegio di Carlo V che riconosce Ysernia città demaniale e libera da vincoli feudali, dato a Worms nel 1521 è conservato (nell’edizione a stampa del 1558) presso l’Archivio della biblioteca.

La Biblioteca comunale “Michele Romano” ha svolto, infatti, dalla sua costituzione – che risale agli anni ’70 del XIX secolo – accanto alla ordinaria funzione di biblioteca di pubblica lettura, quella, probabilmente più qualificante, di biblioteca di conservazione, con ovvio riferimento al materiale bibliografico e documentario riferito alla storia locale.  Per questo, nel corso degli anni, la biblioteca si è consolidata sede di elezione per la conservazione e la cura della memoria storica della comunità.

Ma conservare non significa tenere serrati gli armadi. Al contrario: se si custodisce e si preserva dalle offese degli anni il documento nella sua materialità, se ne deve invece diffondere quanto più possibile il contenuto, la dichiarazione che il documento incorpora. Conservare, infatti, non è un fine, ma un mezzo: conserviamo per tramandare conoscenza e consapevolezza di sé. Se il fine ultimo della conservazione è consolidare  e far crescere la memoria storica di una comunità – se è vero, come è vero, che «La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda» (Octavio Paz) – il bibliotecario conservatore deve mostrare i documenti che ha in custodia, farli uscire da buste e faldoni che li nascondono al mondo, perché se non c’è niente di più inutile di un libro che non venga letto, non diversa è la sorte di carte d’archivio che attendano invano occhi che se ne interessino. 

(Gabriele Venditti)

sabato 25 giugno 2016

«Copia di un libro antiquissimo intitolato alla maestà delo sig. Re Ferrante Primo de Aragona. Delle cose accadute in Italia. Incominciando dalli anni di dopo Sei cento e cinque insino all’anno Mille cento e due. Quale libro stato trovato dall’ill.mo signore duca d’Andria»

manoscritto
(per scaricare il file in versione .pdf, clic sull'immagine)

L’antico manoscritto qui integralmente scansionato è conservato nell’Archivio familiare d’Apollonio, ospitato presso la biblioteca. In esso un calligrafo ha vergato la «Copia di un libro antiquissimo intitolato alla maestà delo sig. Re Ferrante Primo de Aragona |Delle cose accadute in Italia. Incominciando dalli anni di dopo Sei cento e cinque insino all’annoo Mille cento e due | Quale libro stato trovato dall’ill.mo signore duca d’Andria». Altra, più grossolana mano, ha aggiunto: «In questo quintano si contiene la seg. antica Cronaca. Un Registro di n[otar] Dionigi di Sarno | Un altro di n[otar] Rugiero Pappasogna |Nobili del Sedile di Montagna».

Il manoscritto è opera eterogenea: la prima parte – quella che comincia per «In questo anno 605 morse S. Gregorio Papa» e finisce (al verso del foglio 7; pag. 15 della scansione) con la notizia «in questo anno 1102 nel mese di 9mbre morse Stefano abbate di Matera […]» ha per autore  – come scritto dalla stessa mano dell’ignoto copista – la cronaca di Lupo Protospata, come provato dal canonico teatino – ma napoletano di adozione – Antonio Caracciolo (1565-1642), che ne pubblicò un’edizione a stampa nel 1626 (intitolata Antiqui chronologi quatuor Herempertus Langobardus Lupus Protospata Anonymus Cassinensis Falco Beneuentanus cum appendicibus historicis. Ab his variae exterarum gentium in Neapolitanum Regnum irruptiones, praelia, ... veridico stylo describuntur. Nunc primùm è MM.SS. codicibus aspiciunt lucem, opera, ac studio Antonii Caraccioli […]), per i tipi dello stampatore napoletano Lazzaro Scoriggio.


Voce "Lupo Protospata" in Jean Baptist Ladvocat, Dizionario Storico Portatile, Volume 3, 1759

Lupo Protospata, era un dignitario bizantino vissuto in Puglia nel XI secolo;  compose il Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum, raccogliendo quanto di importante – a suo giudizio – era accaduto nel Regno di Napoli tra l’855 e il 1102.
Degli Annales Lupi Protospatharii , sempre nell’intervallo temporale 860-1102, esiste una volgarizzazione secentesca  di Colanello Pacca – cioè Niccolò Anello Pacca/Nicolaus Anellus Pacca Neapolitanus, medico, poeta, professore di filosofia, nato a Napoli e vissuto nel XVI secolo – che integra la cronaca di Lupo con i cd. Annales Barenses (che coprono, appunto, l’intervallo temporale 605-1043). Gli Annales Barenses, di anonimo cronista, si trovano integralmente versati nell’opera di Ludovico Antonio Muratori, Antiquitates Italiae medi aevi, vol. I (1738). Un’edizione critica del testo degli «Annales Barenses» e degli «Annales Lupi Protospatharii» è stata di recente curata da W. J. Churchill come tesi di dottorato per l’Università di Toronto: tutto il suo lavoro (in lingua inglese) è disponibile in rete qui.

Come può trarsi dal confronto tra il testo latino degli Annales (riportato in Muratori e – on line – da Churchill) e il testo volgarizzato leggibile nel nostro manoscritto, le due fonti – ovviamente per le parti presenti in entrambe, posto che il manoscritto riduce e seleziona il testo latino – coincidono: «Anno DCV [605] Obitus sancti Gregorii Papae. Phocas regnavit annis VIII.» e «In questo anno 605 morse S. Gregorio Papa et (sic) regnò anni otto» (omette la notizia su Foca, imperatore bizantino);  «Anno DCCLXXXII [782] Hoc anno Carolus rex celebravit sanctum Pascha in Roma et baptizatus est Pipinus filius ejus ab Adriano Papa.» e «In questo anno 782 Carlone celebrò la Santa Pasqua in Roma e Pipino suo figliolo fu battezzato da papa Adriano». Ecc.

La parte che epitoma gli Annales suddetti occupa i primi sette fogli del manoscritto (su un totale di 19).
Il foglio 8 si apre con la dichiarazione che «il presente libro dedicato alla maestà del Re Ferrante Primo era nel principio del volume delli giornali di Giuliano Passaro». Giuliano Passaro (o Passero) è il cronista autore dei Giornali, opera cronistica che copre gli anni 1189-1531 (un’edizione a stampa è Giuliano Passero, Cittadino Napoletano, o sia prima pubblicazione in istampa che delle storie in forma di giornali, le quali sotto nome di questo autore finora erano andate manoscritte […], per i tipi di Vincenzo Orfino, Napoli 1785). Segue asserendo che «di questi et altri manoscritti se ne fa mentione nel principio delli giornali di Gregorio Rosso, stampati in Napoli l’anno 1635». (vd. Historia delle cose di Napoli, sotto l'imperio di Carlo Quinto. Cominciando dall'anno 1526. per insino all'anno 1537. Scritta per modo di giornali da Gregorio Rosso autor di quei medesimi tempi, Napoli presso Gio. Domenico Montanaro, 1635)

Frontespizio dell'opera Giuliano Passero, cittadino napoletano,
edizione del 1635


Si danno notizie sui vescovi presenti nel Regno («in questo Riame sono episcopi 133 nelli quali ci sono dieciotto Archiepiscopi et di più quattro Archiepiscopi hanno perso lo titolo»). Segue poi, un cenno a «Li matrimonij fatti per li re di questo Riame nelli tempi passati, et le dote hanno date sopra li maritagi».

Nel verso del foglio 8 (e fino al verso del 9) c’è il «Notamento avuto da una charta de Innocentio Landulfo con le sottoscritte memorie» (notizie relative agli anni 1434-1553). Innocenzo Landolfo è altro cronista di storia napoletana, autore dei Diarii (tra le fonti utilizzate da Gregorio Rosso).
Al foglio 10 comincia la Farza de Messer Iacovo Sannazaro rappresentata avanti il Sig. Duca di Calabria in la festa fatta alli 4 di Marzo 1492 in la Sala dello  Castiello de Capuana per la vittoria delli SSri Re et Regina de Castiglia havuta del regno di Granata alli 2 di Gennaro del medesimo anno (fino al recto del foglio 13).
A metà del recto del foglio 13, dopo un’interruzione di pagina, viene data notizia della morte per impiccagione di Cola Giovanni Monte e di suo nipote Giulio (1531); viene trascritto il «cartiello» con cui furono accompagnati.
Al verso del foglio 13 viene data la Notizia sull’incoronazione di Re Alfonso II d'Aragona. «Alla coronazione di re Alfonso d’Aragona venne qua in Napoli per la via de Appruzzo don Goffredo de Borgia, figlio de Papa Alessandro sesto». Segue notizia in ordine alle «Cavallerizze di Re Ferrante Primo d'Aragona»; ai «Medici (e Auditori) di Re Ferrante Primo a tempo  che morse».
Al verso del foglio 14 (con fine al recto del 16) si trascrive il «Notamento di tutto quello si contiene in uno Protocollo di Notar Dionisio di Sarno, Gentil' huomo del seggio di Montagna, fatto in tempo  di Re Ladislao et Papa Martino V».

Notizia della Cronica di Ruggiero Pappainsogna in Giovanni Antonio Summonte,
Dell' Historia della città, e regno di Napoli, 1675

Al verso del 16 comincia la cronaca del notaio Ruggiero Pappainsogna  Archivio di Notar Ruggiero Pappainsogna, nobile del seggio di Montagna»), con la formula «In Nomine Domini (…)» e poi, venendo al contenuto, «In pace atque Triumpho intravit Rex Ladislaus Neapolim», proseguendo fino alla fine del manoscritto, al verso del foglio 19.
Opera eterogenea, si diceva, che trae dalla cronachistica del Regno di Sicilia e, poi, di Napoli. Un originale? Qui è l’aspetto particolare del nostro manoscritto, che risulta, per larga parte, avere eguale contenuto di altro codice, appartenuto al marchese Alessandro Gregorio Capponi (1683-1746), e poi confluito – a morte del suo proprietario – nella Biblioteca Vaticana.  C’è una descrizione del corpus dei cd. Codici Capponiani pubblicata nel 1897 da Giuseppe Salvo Cozzo (“I Codici Capponiani della Biblioteca Vaticana”); sotto il n. 73 si descrive un manoscritto «del sec. XVIII, m. 0,204 X 0,135, di car. 97 num., oltre  due carte bianche in principio e due in fine non num.» che ha – salvo per i Diari di Silvestro Guarino d'Aversa e gli Annali di Matteo Spinello da Giovenazzo, che riempiono le pagine successive al foglio 38 – medesimo contenuto del nostro manoscritto.


Descrizione del manoscritto 73 (inizio)
nel volume «I Codici Capponiani della Biblioteca Vaticana»


C’è un originale e una copia? Due copie di un medesimo originale? Affascinante, in ogni caso, che nell’Archivio di famiglia dei d’Apollonio si rinvenga un manoscritto che ha un gemello dizigote nella Biblioteca Vaticana.

martedì 17 maggio 2016

«Mamozio, chi era costui?»

A Isernia, le quattro statue togate sotto l’Arco di San Pietro sono tradizionalmente chiamate «mamozie» (o, come variante, «mamuozie»). Per derivazione, «mamozie» è (o era, prima della koiné) epiteto col quale indicare un fantoccio, un pupazzone, quindi una persona che ne ricorda le fattezze (testa sproporzionata, sgraziata, incedere ciondolante da metronomo a fine corsa). Per ulteriore traslato, «mamozie» è il fesso, la persona lenta a comprendere, quello che altri lessici definiscono con l’accrescitivo dell’organo genitale maschile.


(da CRUDELE, Come ze rice a Sergnia, Isernia 2006)

Perché Mamozio? Nel Lessico Etimologico Abruzzese (LEA), Roma, Edizioni dell'Ateneo, 1985, la voce viene riportata a «mammocce», adattamento fonetico dialettale della voce italiana «bamboccio», ma convince di più la derivazione puteolana, legata al rinvenimento di una statua:
«Nel 1704 a Pozzuoli, durante gli scavi per l'edificazione della chiesa di san Giuseppe, fu ritrovata una statua acefala attribuita al console romano Lolliano Mavorzio. Come d'uso all'epoca, il capo mancante fu reintegrato, ma da una testa sproporzionatamente piccola rispetto al corpo che conferiva alla statua un'aria imbambolata.Il nome Mavortio fu distorto dai puteolani in Mamozio, che ha assunto da allora il significato di persona stupida e sciocca.» (fonte: wikipedia; anche il resto dell’articolo è gustoso e si può leggere qui)
Questa versione convince di più anche per la comune sorte di statue acefale cui la crudele pietà popolare ha imposto nuova e sgraziata testa. A Pozzuoli come a Isernia. Nessuna specifica volontà iconoclasta: nelle statue, collo e polsi sono le parti più sottili e fragili e subiscono più facilmente l’ingiuria del tempo, rompendosi. Dei quattuorviri dell’Arco di San Pietro, tutti originariamente decollati, in tempi lontani hanno imposto una nuova testa – e una di esse, quella della figura muliebre del lato est, sarebbe di periodo medievale e non classico (ne parla Valente qui,  riferendo la nuova testa ad ignoto artista federiciano); uno, il togato lato nord, la nuova testa l’ha persa per una seconda volta, decapitato recidivo.  


(foto via web, di inizio secolo: il mamozio lato nord aveva ancora la sua testa)
  
Così pure a Ponza chiamano «mamozio» una statua romana rinvenuta nel 1700, la cui testa, decapitata nel 1809 da un soldato francese, ricollocata nel 1844, opera di uno scultore locale, andò persa per sempre: «In una via parallela alla strada litoranea, si conserva, murata  su di un moderno piedistallo, una statua marmorea funeraria, acefala e priva di basamento, nota, dalla tradizione locale, con il nome di Mamozio.» (G. M. De Rossi, Ponza, Palmarola, Zannone, Roma 1993)
Isernia, Pozzuoli, Ponza. Tre fanno collegio. Se avessimo svolto un esperimentino di scienze alle scuole medie e dovessimo concludere, a questo punto scriveremmo l’equazione «statua che fu acefala, con nuova testa = mamozio».

martedì 22 marzo 2016

Siamo tutti bulgari. Alzecone e i suoi nel Sannio del VII secolo.


Fino alla scoperta dell’agricoltura, nessuno nasceva e moriva nella stessa porzione di Terra, tutti costretti a muoversi per mangiare; ma anche dopo che si capì come avere un spiga partendo da un chicco, molti popoli hanno continuato a transumare per sorte o costume, entrando a casa d’altri con le buone o le cattive, miscelando sangue e geni. Migrare humanum est.

Scrivo questo non per commentare gli inutili muri che ancora si vogliono erigere a distanza di mille e cinque­cento anni dalla dimostrazione della permeabilità del limes romano, ma sull’onda emotiva di una recente visita a Montecassino; tra le tante suggestioni raccolte, mi sono ricordato del brano di Paolo Diacono in cui si dice che siamo tutti – noi che viviamo qui, tra Sepino, Bojano e Isernia – un po’ bulgari (e poi un po’ saraceni, normanni, spagnoli…).   

 

Paolo, monaco cassinense, scrive la sua Historia Lango­bardorum nel triennio 787/789. Il brano in cui parla di bulgari è questo:

«In questi tempi, un capo bulgaro di nome Alzecone avendo la­sciato il suo Paese per cause che non conosciamo entrò pacificamente in Italia insieme ai suoi e si presentò dal re Grimoaldo prometten­dogli di essergli fedele vas­sallo se questi gli avesse concesso un qualche territorio tra i suoi. Così il re lo inviò da suo figlio Romualdo, duca di Benevento, con l’ordine di conce­dergli terra in cui abitare con tutto il suo popolo. Romualdo lo accolse e, ben felice, gli assegnò un vasto territorio, che allora era disabitato, vale a dire quello ricompreso tra Sepino, Boiano, Isernia e altri paesi vicini, ordi­nando che Alzecone, mutando  titolo alla propria dignità, da capo delle sue genti divenisse gastaldo del re. Così che ancora oggi, in quelle terre, sebbene abbiano adottato lingua e costumi latini conservano ancora in uso le loro tradizioni e cultura[1]

Paolo racconta di fatti risalenti a oltre cento anni prima. Questo Alzecone (Alzeco, Altzek, Alcek o come si voglia chiamarlo) era un capo militare bulgaro – vuole la leggenda, uno dei cinque figli del  khan Kubrat, Grande Bulgaro, quando la Bulgaria era in Ucraina. Per sfuggire a lotte intestine apertesi per la successione al padre, Alze­cone migrò con tutto il suo clan verso la Germania prima (dove i Franchi di re Dagoberto gli offrirono un pogrom a sorpresa) e, con gli scampati, pare meno di mille, final­mente in Italia dove si rivolse – come ci dice Paolo – al re longobardo Grimoaldo (662-671).

Questo Grimoaldo si era da poco insediato sul trono pavese, avendolo strappato a Godeperto. La cosa è un po’ complicata: era successo che alla morte di Ariperto (661) il Regno longobardo venisse diviso tra i suoi due figli, Pertarito e Godeperto,  come fosse stato un campo di fave, ognuno a governarsi la sua porzione, uno a Milano, l’altro a Pavia. Ma i due, ovviamente, volevano rubarsi l’uno le fave dell’altro e ricostituire la Longobardia maior sotto un solo re. Della cosa approfittò il duca di Be­nevento, Grimoaldo appunto, cognato terrone dei due li­tiganti, che lasciò il ducato al figlio Romualdo e partì con le truppe a conquistarsi un regno.  

 

Così, quando Grimoaldo manda Alzecone da Ro­mualdo con l’ordine di concedergli terre da abitare, cono­sce perfettamente la situazione dei territori ai piedi del Matese e di buon animo ne vede un ripopolamento per mano bulgara. Il vantaggio è reciproco: il duca di Bene­vento guadagna un fedele vassallo – e infatti, di lì a poco, lo utilizza militarmente contro i Bizantini di Puglia – e i Bulgari trovano finalmente casa tra Boiano e Isernia. È da sottolineare che la concessione di terre viene preceduta dal mutamento di dignità: Alzecone viene nominato ga­staldo, che, nell’organizzazione del ducato di Benevento, equivale a vassallo che amministri una porzione di territo­rio per conto del duca (nella Longobardia maior, invece, il gastaldo è funzionario di nomina regia – come sarà il giu­stiziere con gli Svevi – posto a controllare, in funzione di contenimento, il potere territoriale dei duchi; in altri ter­mini il rapporto che intercorre tra il rex longobardorum e i molti duchi del regno è, nei ducati di Spoleto e Bene­vento, esattamente lo stesso che intercorre tra i due duchi e i loro gastaldi).

Ora, a Alzecone vengono dati territori che usque ad il­lud tempus deserta erant . Tuttavia, parlare di terre disabitate appare eccessivo. Paolo Diacono usa certo un espediente retorico per indicare civitas che rispetto al periodo classico risultano ora scarsamente popolate, ma non deserte. An­che perché i mille bulgari a seguito di Alzecone difficil­mente avrebbero potuto ripopolare da soli il gastaldato.

Non dico nulla di nuovo: lo sosteneva già Giovan Vincenzo Ciarlanti nel suo Memorie Historiche del Sannio: «è qui da notarsi che non si debba intendere che fossero tutti dishabi­tati, ma gli giudicasse per tali a paragone dei tempi passati».

C’è stata dunque sovrapposizione e integrazione tra vecchi e nuovi abitanti, pacifica o meno non è dato sa­perlo. In ogni caso, stupra o iustae nuptiae, ci sarà stata mi­scela di sangue, piccoli protobulgaro-sanniti, àvaro-iser­nini avranno percorso ciabattando il selciato malmesso del cardo maximus ora intitolato ai Marcelli.

Già, quale Isernia trovarono i bulgari di Alzecone? Si conoscono le caratteristiche generali della città altomedie­vale nel contesto dell’Italia meridionale – e per questo ri­feribili a grosse linee anche agli abitati di Isernia e Boiano che città lo erano state già con Roma. Queste caratteristi­che vanno riassunte nello scadimento qualitativo, rispetto agli insediamenti di età romana, degli edifici privati, per i quali si registra la quasi totale sostituzione del legno alla mura­tura, con la conseguenza della riduzione della volu­metria e dell’alzato; nell’abbandono degli spazi ed edifici pub­blici, che spesso modificano la loro originaria destina­zione e, se diruti, subiscono la spoliazione dei compo­nenti architettonici per riutilizzi privati; nella “pervasività” dell’elemento “campagna” all’interno dello spazio urbano (orti e terreni incolti a fare cesura dell’abitato) e la conse­guente creazione  di più aggregati coesistenti nello spazio urbano originariamente occupato dalla città romana e in­dividuato dal perimetro murario; collegato a questo, la diffusione delle aree di sepoltura all’interno dei centri abitati.[2]

Certo i Bulgari fermarono qui il loro lungo peregri­nare. Abitarono case di legno, ma case. Umberto Eco nel Pendolo parlava di Urbanistica nomadica come disciplina uni­versitaria dell’impossibile. Qui ci andiamo vicino.

Tutto quello che sappiamo dei Bulgari molisani è per la penna di Paolo Diacono. Potrebbe trattarsi anche di uno scherzo.

No.

Negli anni ‘80 del secolo scorso, in una località chia­mata Vicenne, nella pianura di Campochiaro, (dunque tra Sepino e Bojano) vennero ritrovate numerose sepolture di cavalieri con cavallo, all’uso asiatico.

Come scrive Bruno Genito, la necropoli di Vi­cenne 

«rappresenta  un  unicum  culturale,  ad  un tempo “asia­tico” e “noma­dico” caratterizzato dalla presenza di numerose tombe con cavallo che ri­mandano ad analoghe forme di sepolture rinvenute proprio tra i popoli nomadi delle steppe Eurasiatiche (…) Non esi­stono molte informazioni storiografiche relative all’epoca altomedioe­vale nell’area del rinvenimento della necropoli di Vicenne con la sola eccezione del famoso passo di Paolo Diacono relativo alle truppe Bulgare di Alzecone arrivate nella piana di Sepino, Bojano e Iser­nia».[3]

Siamo tutti mistisangue, meticci.
È così, fuori di dub­bio.






[1] Paulus Diaconus, Historia Langobardorum, a cura di L. Bethmann - G. Waitz, in Mon. Germ. Hist., Script. rer. Lang. et Italic. saec. VI-IX, I, Hannoverae 1878, p. 154. «Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine, incertum quam ob causam, a sua gente digressus, Italiam pacifice introiens, cum omni sui ducatus exercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eisdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Saepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitatis nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt». La traduzione è mia.
[2] vd. Gian Pietro Brogiolo, Sauro Gelichi, La città nell’alto medioevo italiano, Bari, 2007
[3] Bruno Genito, Sepolture con cavallo da Vicenne (CB): un rituale nomadico di origine centroasiatica. In “I Congresso Nazionale di Archeologia Medievale. Pré-tirages (Pisa, 29-31 maggio 1997)”, a cura di S. Gelichi, Sesto Fiorentino, 1997, p. 286.




mercoledì 9 marzo 2016

Un altro primato cittadino: il colera

(dal «Western Daily Press» del 19 novembre 1884. Per gentile concessione di Chris)

Dal nostro agente sotto copertura alla British Library riceviamo ed entusiasti pubblichiamo un estratto dal «Western Daily Press» del 19/11/1884 che attesta un altro primato cittadino, certamente misconosciuto ai più: il colera, a Napoli, nel 1884, l'abbiamo portato noi.
Il primo caso di colera ufficialmente censito - come si legge nell'articolo - viene riferito, infatti, ad un carrettiere di Isernia, registrato in data 19 agosto 1884.
La sensibilità anglosassone ci nega il nome dello sfortunato concittadino untore, che è anche il primo dei 7994 morti. 

Ricordiamo che l'epidemia di colera del 1884/87 - non la prima, non l'ultima - è quella descritta da Matilde Serao ne Il ventre di Napoli (prima edizione: Treves, Milano, 1884); quella che fece esclamare ad Agostino Depretis «Bisogna sventrare Napoli!» e che portò alla realizzazione della grande arteria trasversale - il Rettifilo, Corso Umberto I - al posto dei maleodoranti bassi dell'angiporto.


(Ricordiamo, en passant, ai tanti tifosi di compagini padane che, quando insistono nel definire colerosi i Napoletani, ci devono delle royalties).


 

mercoledì 27 gennaio 2016

«Giornata della Memoria»


C'è stato un tempo in cui, a pensarla diversamente da come si doveva, si finiva confinati in paesi altri da quello di residenza, di stabile dimora. Paesi tipo Isernia.
Da Presidente del Consiglio, qualcuno, tempo dopo, parlò per queste situazioni di vacanze: «Mussolini», disse, «mandava la gente in vacanza».
Occorre preservare la memoria, di lungo come di breve termine.

venerdì 14 agosto 2015

La «Ley line di Isernia»


Nella ortogonalità dell’impianto viario del centro storico di Isernia – di chiara matrice latina – c’è da registrare l’asimmetria di Vico Storto Castello, che interseca a 45° l’asse di Corso Marcelli. 
Non è dato sapere se l’obliquo vicolo sia da imputarsi ad una distrazione del gromatico, all’atto di fondazione della colonia di Aesernia. Certo, non c’è alcun impedimento naturale oggi leggibile – rocce, sorgente, fossi – per giustificare uno scostamento così significativo dall’impianto ortogonale. 



Probabilmente il tratto obliquo nasce con la città altomedievale, e secondo Franco Valente collegava, nell’area della città a influenza longobarda, il cuore religioso (Santa Maria delle Monache) a quello civile (il Castello, rimasto nell’onomastica cittadina) e situato proprio dalle parti dell’odierna Piazzetta S. Angelo (o, secondo altre letture, più oltre verso il Palazzotto)
Per dovere di cronaca, va anche detto che non concorde è la presenza di un castello a Isernia e che il locativo “Castello” (che marchia oggi più vicoli e anche una porta urbica) sia stato creato nell’ottocento italianizzando l’isernino “Catieglie” a sua volta dovuto a “Catellus”, probabile cognomen romano.

Rimane in ogni caso il mistero del vicolo obliquo. Se tuttavia si inquadra l’abitato basso della città nel territorio circostante appare chiaro che il vicolo storto ripete, entro le mura, un tracciato viario in linea retta, riscontrabile oltre la città, attuale e passata. 
Trovandoci in territorio di tratturi, sappiamo che sentieri e riposi precedono la costruzione degli abitati. È pertanto probabile che sia stato l’impianto urbanistico della città a doversi adeguare ad un preesistente tracciato che attraversava il sito (tra l’altro secondo un allineamento di pochi gradi discosto da quello nord-sud).
Lungo tale tracciato, tra l’altro, in città e fuori, sorgono/sorgevano una significativa teoria di chiese. Da wikipedia (ma la voce inglese è redatta decisamente meglio) leggo che «le linee temporanee o linee di prateria, note anche con il termine inglese Ley line, sono dei presunti "allineamenti" tra punti geografici di interesse, come monumenti e megaliti, ai quali vengono attribuiti da alcuni movimenti pseudoscientifici e New Age ipotetici poteri magici o spirituali.» 
Avendo avuto un passato da psicogeografo (anche se non militante), parlo allora qui semiseriamente di “Ley line di Isernia”.


La Ley line è tracciabile, con allineamento nord-sud, dalla Chiesa della Madonna del Paradiso (oltre il punto “a”, fuori mappa), per arrivare all’antica chiesa di San Giuseppe (Piazzetta s. Angelo, punto “b”), giungere alla non più leggibile San Giacomo del Tempio (“c”), proseguire per Santa Maria “delle Monache” (“d”), scendere incontrando la chiesa rupestre di S. Elmo/S.Erasmo e finire al santuario dei S.S. Cosmo e Damiano. 

La spezzata tracciata in rosso segue il percorso moderno, e deve fare i conti con barriere poste con gli anni, dal capriccio degli urbanisti, alti e bassi, che hanno modificato la città. Se si considerano solo i punti toccati, la linea tracciabile è molto più lineare. A voler essere "puntuali", si può costruire come insieme di due rette tangenti: la prima passa per i punti "a", "b", "d" e "e"; la seconda unisce "c", "e" e "f".  N.v.d. (nulla volevasi dimostrare). Si sa che a parlare di Ley lines, si gioca.