martedì 14 giugno 2011

Don Stefano va a Napoli. Isernia, 18 settembre 1860





«Isernia, 18 sett. 1860
Il Sotto Intendente del Distretto d'Isernia invita tutte le Autorità Civili e Militari di lasciar passare il nominato don Stefano Iadopi che recasi in Napoli.
G.Venditti»

lunedì 30 maggio 2011

Isernia nell' «Album Italico» (1932)


(Album Italico, Abruzzo e Molise.
Firenze : [s. n.], 1932 (Firenze : tip. La grafica fiorentina).
42, XVI p. : ill. ; 25x35 cm.)

martedì 24 maggio 2011

«Molise 1860». Mito fondativo, cronache & omissioni

«Nel 1799 Isernia si era difesa contro i Francesi con tanto valore, che il di lei nome, al principiar del secolo, andava celebre sulle bocche europee (...) Nel 1860 Isernia ebbe a palesare tali abominevoli vergogne, che tutte quante le sue passate glorie ne rimasero spente.»
Conosciamo già l'infelice sentenza che Cletto Arrighi pronuncia su Isernia, patria del deputato Jadopi, nel 1864. Mette a confronto due date e due barricate: 1799 e 1860. Se in entrambi i casi protagonista è la popolazione isernina e antagonista un esercito invasore, diametralmente opposta è la valutazione dello storiografo, che riporta glorie al ’99 e infamie al ’60. Eppure, i due momenti presentano più affinità che divergenze.
Ai primo di gennaio del 1799, Isernia si oppose all’Esercito francese – che scendeva in città, verso Capua e Napoli, recando la liberté sulla punta delle baionette. Dopo un primo scontro al Macerone, i Francesi la assediarono e conquistarono a fatica, abbandonandosi poi alla violenza cieca della vendetta che causò 1500 morti su 7000 abitanti. L’eroismo degli isernini nell’opporsi all'invasore viene riconosciuto dagli stessi occupanti: è il generale Thiebault, nelle sue memorie pubblicate postume a Parigi nel 1894, a riconoscere agli Isernini un tardivo onore delle armi. Il 10 gennaio 1799, con la città già conquistata, i Francesi mossero all’attacco della zona delle Acque solfuree, nella quale vi erano i legittimisti isernini, guidati dal capopopolo Evangelista Santilli. I lazzari nostrani si rifugiarono sul Macerone, dove attesero tempi migliori. In città, intanto, si era già insediato il Governo provvisorio – che intestava i suoi atti «Libertà Uguaglianza – Repubblica Napoletana – Governo Provvisorio di Isernia» – col vescovo Della Peruta a dare il primo colpo di badile per piantare l'Albero della rivoluzione (quello stesso Della Peruta che passò poi, da confidente, nel partito avverso, una volta ristabilitosi il Borbone). Verso la fine di marzo giunse la notizia che i reparti francesi che presidiavano Puglie e Campania dovevano spostarsi in Lombardia. Il 2 aprile Evangelista Santilli entrò in città, riportandola sotto il giglio dei Borboni.
Nel 1860 - ma questi sono fatti noti - la notte tra il 30 settembre e il 1° di ottobre, Isernia si solleva contro il governo provvisorio instaurato in città dai pochi borghesi liberali l’ 8 settembre (il 7, Garibaldi era entrato a Napoli da dittatore). Al grido di viva Francesco e via Maria, s'inizia quel periodo di terrore conosciuto come Reazione di Isernia, con efferatezze tali che «il di lei nome disonorato fe’ il giro d’Europa (Arrighi)». Dopo aver mutato colore cinque volte in poco meno di due mesi - e aver subito saccheggi, devastazione e strage ad ogni cambio di casacca - la città, esausta, trova infelice calma sotto il pugno di ferro di Cialdini, che il 20 ottobre 1860 pone quartiere a Isernia.
A questo punto non può sfuggire la disparità di valutazione – da una parte il valore celebrato in Europa, dall’altra abominio e nefandezza. A prescindere da quale sia, storicamente, il campo giusto e quello sbagliato (e ammesso che sia individuabile), in entrambe le occasioni, la plebe di Isernia si solleva contro governi provvisori prendendo le parti di governi legittimi (in entrambi i casi, i Borboni di Napoli). I Francesi del ’99, al pari dei Piemontesi dell’ottobre 1860, vanno infatti considerati – per il moderno diritto internazionale, ma anche per le consuetudini diplomatiche dell’epoca – alla stregua di un esercito invasore: non va dimenticato che i Piemontesi entrarono nel Regno delle Due Sicilie, superando il Tronto, senza aver espresso una formale dichiarazione di guerra.
Come spiegare?
La sentenza che Arrighi esprime nel 1864, a fucili ancora caldi, può introdurre a considerare come la maggior parte dei cronisti dell’epoca - almeno quelli organici al nuovo corso sabaudo - parli della vicenda unitaria del 1860 assumendola, già contemporaneamente al suo svolgimento, come mito fondativo della nazione: l’Italia nasce per volontà di Dio e della nazione tutta. Eroi gli unitari; scarti di umanità, gli altri che militano in campo avverso. La Religione della Patria (ne parla il laico Francesco Crispi) ha il suo dogma dell'immacolata concezione: tutto, della vicenda risorgimentale, è positivo. Vengono bandite le ombre, non c’è’ campo per nefandezza e miseria umana. Fa niente se pure il garibaldino ha rubato; il bersagliere ha stuprato. Di fronte all’evidenza, la soluzione del cronista è, colpevolmente o dolosamente, omissiva: se, qua o là, i fatti velano d’ombra la gloria del Risorgimento, semplicemente, non vanno riportato in cronaca. Si assiste a narrazioni imperfette: cronisti contemporanei ai fatti, al limite anche testimoni oculari degli eventi, ricostruiscono ad usum delphini, purgano, elidono, ingigantiscono o riducono secondo le occasioni. Nel loro massimalismo padano, misconoscendo le terre di nuova conquista, i cornisti si sbagliano, approssimano, riferendo qui fatti effettivamente accaduti, ma altrove. Il luogotenente Luigi Carlo Farini, riferendo a Cavour, aumenta l’onta associata alla città collocando qui cronache irpine. A Isernia, invece, nessuno ha ucciso Carmina di Gneo che gridava dal balcone contro le giubbe rosse di Nicola de Luca.

(Considerazioni espresse con voce incerta a Oratino, il 21 maggio 2011, in occasione della presentazione del volume)

giovedì 5 maggio 2011

«Isernia al cadere de' Borboni - Fatti di rivoluzione e reazione nell'autunno 1860»

«Nel 1799 Isernia si era difesa contro i Francesi con tanto valore, che il di lei nome, al principiar del secolo, andava celebre sulle bocche europee (...) Nel 1860 Isernia ebbe a palesare tali abominevoli vergogne, che tutte quante le sue passate glorie ne rimasero spente. Il di lei nome disonorato fe’ il giro d’Europa, e quantunque l’opera nefanda fosse compita da pochi retrivi, pure, l’essere questi fra i primarii della terra, fe’ si, che la colpa si spandesse sulla maggioranza de’ cittadini, che pur non era meritevole di biasimo.»

Così scriveva della sciagurata città d'origine del deputato Jadopi il giornalista milanese Cletto Arrighi, nel suo «I 450 deputati del presente e i deputati dell’avvenire per una società di egregi uomini politici, letterati e giornalisti» (Milano, 1864), Almanacco di Gotha del primo parlamento nazionale.
Ben prima, Luigi Farini, primo Luogotenente del Regno a insediarsi sul trono di Franceschiello, una volta sceso in Affrica tra i beduini, ebbe modo di notiziare a Cavour degli strani fatti di Isernia.

Cosa si era verificato di così strano in città, nell'autunno 1860? Incendi, devastazioni & stragi; morti in malo modo: accecati, seviziati à la bajonnette, appesi e poi evirati; teste garibaldine che scendono scale di palazzi e poi, come zucche a Halloween, vengono poste come macabri trofei sotto gli archi della Fontana Fraterna. Un intero campionario umano: codardi, coraggiosi, disperati; nonni che incrudeliscono su nipoti; vergini guerriere armate di schioppo; sottointendenti, sindaci impotenti, vescovi cazzusi. Una sarabanda, un Grand Guignol che sarebbe piaciuto a Tarantino.

Di tutto, immodestamente, ne offro un saggio (in 280.970 caratteri, spazi inclusi), liberamente scaricabile in .pdf cliccando qui.
Chi non può fare a meno della carta, lo trova, invece, qui.

giovedì 21 aprile 2011

«Mediterranean villages, an architectural journey»

Due young architects e il loro viaggio posdiploma fine anni '70 attraverso Italia, Dalmazia, Grecia e Spagna: paesi, si sa, che hanno una razza, una faccia, cotta al sole del Mediterraneo. I due sono gli House, Steven e Cathi. Venti anni dopo, diventeranno famosi, con studio affermato a San Francisco e interessi in Messico, ma all'epoca, americani quali sono, alla storia patria dell'architettura tutta d' acciaio e vetrocemento, antepongono una comprensibile fascinazione per gli abitati nostri, millenari, cristallizzati in un loro immutabile bozzolo di pietra. Fanno scatti in bianconero e schizzi a penna su taccuini che più tardi andranno a comporre Mediterranean villages, an architectural journey, volume di grosso formato edito in Australia nel 2004 da The Images Publishing Group.
Per l'Italia vengono ritratti undici paesi in tutto; di questi, tre insistono nel raggio di dieci chilometri. Spontaneo chiedersi dove si realizzi questa fortunata concentrazione di perle, nel paese che vanta il più alto numero mondiale di monumenti tutelati dall'Unesco. Si penserà d'istinto alle Cinque Terre, all'Umbria, alla Costiera amalfitana.
Fuori strada: i tre paesi contermini sono Carpinone, Pesche e Miranda. A scorrere l'indice del volume, viene quasi un brivido weird: in quale altro elenco, dopo Assisi e Siena trovereste i misconosciuti borghi molisani? In quale altro testo leggereste «We have had the pleasure of several long, lingering trips trough Italy, a living museum of art, history and architecture. Exploring the refined details of Siena, the rugged simplicity of Pesche (...)»?
A far passare l'entusiasmo, la considerazione che le foto sono di fine anni '70, e raccolgono testimonianze iconografiche di una civiltà fatta di fiat 127 e trerruote; assenza di intonaci merdicolori, alluminio, parabole e - va di moda dirlo - eolico selvaggio. Diverso effetto farebbero le foto, se fatte ora. E forse non ci sarebbero più tre paesi su undici nell'indice di Mediterranean villages.

Un'anteprima del volume è disponibile su Google Books.
In carta e ossa, invece, è qui in biblioteca.

giovedì 14 aprile 2011

«Il Risorgimento a Isernia», un'introduzione

Si presenta oggi il volume «Il Risorgimento a Isernia», frutto dell'attività di ricerca degli alunni delle classi terze della Scuola secondaria di primo livello (once upon a time, semplicemente "media") "Andrea d'Isernia". Riporto qui quello che ho scritto per l'introduzione.

«Come direttore della Biblioteca comunale “Michele Romano” sono stato coinvolto da principio nell’encomiabile progetto che ha portato alla stampa di questo volume. Ho partecipato a più incontri con le classi, a scuola, vissuti da parte mia con una punta di comprensibile emozione: tornavo nelle stesse aule che avevo frequentato da studente, e questa volta in cattedra, come mio padre, professore d’italiano all’ “Andrea d’Isernia” per quasi trent’anni. Un certo imbarazzo nel salire sulla pedana: la Reazione di Isernia era materia che coltivavo da poco tempo. Sostenendomi sui documenti, testimonianze, carte d’archivio, ho raccontato ai ragazzi il succo di letture recenti, fatte per mia – prima ancora che per loro – curiosità, trovando estremamente singolare quanto accaduto a Isernia in quell’autunno di centocinquanta anni fa, così denso di avvenimenti e tanto significativi da alzarne il rilievo dal livello della povera storia patria a quello della Storia tout court. Felicemente sorpreso dall’attenzione che accompagnava le mie parole, ho rilevato nei ragazzi un interesse autentico, non – o, almeno, non soltanto – finalizzato al credito spendibile per lo scrutinio di fine anno.
I documenti, le testimonianze, le carte d’archivio sono quelli tratti in massima parte dalla Biblioteca: la “Michele Romano” è il luogo di conservazione della memoria storica cittadina, questo per antonomasia; ha tra i suoi compiti istituzionali la raccolta, l’organizzazione e la diffusione di tutte le informazioni relative al territorio e alla sua storia e assolve tale funzione rendendo fruibili al pubblico le sue ricche collezioni documentali: oltre ad avere una sezione bibliografica sul Molise pressoché completa, la Biblioteca è sede dell’Archivio storico comunale e ospita il rilevante Archivio privato della famiglia d’Apollonio. Per limitarci al 1860, qui si conservano le carte della famiglia Jadopi, con la corrispondenza originale tra don Stefano e il Comitato unitario di Napoli, così come i vari autografi che il liberale isernino inviò nell’affannosa ricerca dei suoi congiunti, riparati a Roma; La Colonna De Luca, il resoconto critico – vero atto di accusa di personaggi altrove sempre e solo incensati – di un anonimo protagonista della spedizione che il Governatore di Molise mosse verso la città insorta; la copia del diario di Domizio Tagliaferri, garibaldino molisano, scampato agli eccidi che investirono le Camicie rosse della Colonna Nullo; gli atti istitutivi dell’Ospedale militare in Santa Maria delle Grazie, che ospitò i feriti del Macerone, e tutto il successivo carteggio tra il municipio e la nuova, più lontana capitale.
Da custode del tesoro so, però, che questi fogli hanno davvero un valore – diverso da quello meramente antiquario – solo se letti; e quando a mostrarsi interessato a queste carte, quando a chiedere di aprire l’archivio è il ragazzo di scuola media, e la sua curiosità sincera, c’è in chi scioglie i nodi del faldone un motivo di maggiore soddisfazione.
I documenti vanno letti, compresi, confrontati con l’attualità. Se il racconto raccapricciante di teste infitte su pali separa nettamente la nostra esperienza quotidiana da quegli anni, spingendo il 1860 verso la cruenza di certo oleografico Medioevo, una delibera del Consiglio municipale del gennaio 1861 può sorprenderci mostrando quanto poca sia stata, in altre direzioni, la distanza percorsa in un secolo e mezzo. Vanno letti, annusati, guardati in controluce. Mai come per la storia del Risorgimento italiano – e della Reazione avvenuta in Isernia nell’autunno del 1860 – è opportuno confrontarsi con le fonti. Quegli anni (e quei giorni) ci sono stati raccontati sempre secondo il consolidato schema adottato dalla storiografia dei vincitori, che vuole tutto il male confinato nel campo duosiciliano di cafoni e gendarmi; tutto il bene – puri ideali e atti d’eroismo – nel campo italiano di liberali e garibaldini. Più di un manuale scolastico continua ad alimentare la favola bella delle mille Camicie rosse che da sole sgretolano un regno straniero. Le fonti mostrano una realtà più complessa. Già i contemporanei – i citati Tagliaferri, l’Anonimo de La Colonna De Luca – ci parlano di un Risorgimento frastagliato, dove accanto a eroismi e ideale di patria, coesistono malafede, incapacità, vigliaccherie e bassezze morali. Credo faccia bene anche al giubileo laico del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia non riperpetuare luoghi comuni, retorica e edulcorazioni alla De Amicis. Del resto, alimentare il pensiero critico, in ragazzi di tredici, quattordici anni, stimolandone la capacità di interpretazione e ricostruzione della realtà nella sua complessità, ritengo debba essere uno degli obiettivi principali della scuola (non soltanto) media. »

martedì 29 marzo 2011

Giocchino Toma «pittore del grigio» nelle carceri d'Isernia

Giocchino Toma, salentino di Galatina, viene definito da Wikipedia «pittore italiano, tra i maggiori dell'Ottocento napoletano e tra i più originali del suo tempo in Italia.» La sua vita d'infelice - orfano, povero, romeo - impregnò «la sua opera di tristezza, tanto che la critica ufficiale dell'epoca lo definì il pittore del grigio». Qui ne parliamo perché sfiorò - ahilui! - l'Isernia del 1860 vestendo la camicia rossa dei volontari della Legione del Matese, intruppati nella Colonna Nullo, sfiorando la morte per mano di cafone e guadagnandosi un soggiorno premio nelle carceri cittadine di Santa Maria delle Grazie.

I fatti andarono così: giovane antiborbonico nella Napoli del Re Bomba, viene arrestato e confinato con pennelli e tavolozza a San Gregorio Matese dove entra in contatto con Beniamino Caso, patriota. Quando i tempi sono maturi, s'immatricola ventiquattrenne nella Legione del Matese, partecipando a tutti i fatti d'arme dell'estate 1860. Giunto ottobre, quando Nullo prova a liberare Isernia dai regi di De Liguori, la Legione accompagna il bergamasco fino a Pettoranello. Qui il sottotenente pittore del grigio se la vede nera: per salvarsi dalla fucileria borbonica si getta in un orrido e viene dato per morto (tanto che la sua ordinanza, riparata a Campobasso coi resti della spedizione, organizzarà una colletta tra i commilitoni per le onoranze funebri). Toma, invece, col far della notte, riesce dal fosso e si perde per la campagna controllata dai cafoni. Arriva fino a Castelpizzuto dove un gruppo di contadini lo ferma, lo riconosce per garibaldino dal rosso della camicia che pure spunta da una giubba bianca che ha indossato per freddo più che per paura, e lo porta prigioniero a Roccamandolfi.


«Mi fecero alla fine fermar in mezzo alla piazza. tutto quel popolaccio mi si fece d'intorno, caricandomi d'insulti e di parolacce; ma, ormai io non mi accorgevo neppure di quanto mi accadeva d'intorno e, digiuno com'ero da due giorni, non reggendomi più per la fame, chiesi che mi dessero un pezzo di pane. Un di loro per tutta risposta mi rise in faccia (...)» (Gioacchino Toma, Ricordi di un orfano. Autobiografia, Atripalda 2008, p. 87.)


Malconcio, Toma ha comunque salva la vita (e non è poco per chi vesta il rosso nelle campagne intorno a Isernia, il 18 ottobre 1860). Viene infine affidato ai gendarmi e portato a Isernia, nel carcere dell'Annunziata.


«Quand' io vi entrai v'eran già una decina di garibaldini feriti» - tra cui, sappiamo, Domizio Tagliaferri - «ed uno di essi, col cranio crivellato e con gli occhi fuori dalle orbite, già quasi agonizzante.»


Toma rimarrà prigioniero fino alla sera del 20 ottobre, quando Cialdini e le sue penne nere arriveranno a far quartiere in città. L'esperienza del cercere isernino lo segnerà tanto e sarà d'ispirazione per una delle sue tele più famose, quella Roma o Morte del 1863 (Lecce, Museo civico) recentemente esposta a Palazzo Braschi, a Roma, nella mostra celebrativa Il Risorgimento a colori: pittori, patrioti e patrioti pittori nella Roma del XIX secolo. Nel quadro, ci sono quattro garibaldini colti nel forzato riposo della galera. Uno di essi traccia sul muro « O roma o Morte, Viva Garibaldi.»


Val la pena ricordare che Alberto Mario, a Campobasso, a teatro, la sera del 20 ottobre, verrà quasi alle mani con De Luca che troncò d'imperio l'esecuzione dell'inno a Garibaldi nell'intermezzo dell'opera, opponendo agli scampati di Nullo il successo del sabaudo Cialdini al Macerone. Da allora in poi si doveva gridare non più viva Garibaldi, ma viva il Re Galantuomo.


giovedì 24 marzo 2011

Molise 1860, il libro

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Livello bibliografico: Monografia
Tipo documento: Testo a stampa
Titolo: Molise 1860 : verso l'Unita tra rivoluzione e conservazione / Sergio Bucci, Gabriele Venditti ; con saggio di Francesco D'Episcopo, prefazione di Stefano Trotta, presentazione di GianCarlo Bregantini, introduzione Nicola D'Ascanio
Pubblicazione: Campobasso : Palladino, 2011
Descrizione fisica: 387 p. : ill. ; 22 cm.
Paese di pubblicazione: ITALIA
Lingua di pubblicazione: italiano
Codice del documento: IT\ICCU\MO1\0028282

lunedì 21 marzo 2011

Le teste tagliate di Isernia. Storia di un refuso che non cambia le cose

(Noto che gran parte degli accessi a questo sito, negli ultimi giorni, si concentrano intorno alle chiavi di ricerca "teste tagliate", "briganti teste" etc. Ne avevo già scritto, ma è l'occasione per riprendere l'argomento e darne più compiuta trattazione.)

Su Wikimedia Commons – l’archivio digitale di immagini, suoni e altri contenuti multimediali disponibili con licenza di libero uso all’indirizzo http://commons.wikimedia.org/wiki/Main_Page – era ospitato un file dal titolo «teste isernia.jpg»: una fotografia sgranata, in bianco e nero, ritraente tre gabbie contenenti altrettante teste tagliate, lì apoditticamente riferite a briganti esposti ad exemplum fuori dalle mura della città di Isernia. La descrizione che accompagnava l’immagine digitale, infatti, testualmente recitava: «Teste mozzate di contadini esposte come monito dall'esercito savoiardo nei pressi di Isernia durante la campagna militare condotta per contrastare il brigantaggio nell'ex-Regno delle Due Sicilie». Non vi era alcuna indicazione autoriale, né riferimenti certi di date: soltanto il nickname dell’internauta che lo aveva caricato e reso fruibile ai tanti siti e weblog che ne hanno amplificato la diffusione.

Procedendo a ritroso, inseguendo i rimandi contenuti in pagine personali, forum e blog, la primigenia attribuzione delle teste tagliate ai briganti di Isernia si deve, con qualche probabilità, al catalogo della mostra iconografica “Briganti & partigiani”, edito da Campania Bella, Napoli, nel 1997: qui, infatti, compare con data certa l’associazione tra le tre teste dei meschini decapitati e la città pentra che tanto drammatici avvenimenti vide consumarsi nell’autunno del 1860.

Ma davvero la foto che ci occupa ritrae isernini? Già l’accennata povertà di dati circa il chi, e il quando, doveva spingere per una più critica valutazione del documento fotografico; e ad essere un minimo critici, improbabile doveva essere la presenza di camera e treppiede nelle campagne isernine in età di dagherrotipi. Così, autorevolmente, lo storico Lucio Villari aveva dichiarato l’immagine delle tre teste in gabbia certamente falsa nella sua attribuzione al contesto italiano e risorgimentale (nell’opera Il Risorgimento. Storia, documenti, testimonianze, Roma 2007). E infatti, seppure con un ritardo di almeno due anni dalla sua pubblicazione, l’immagine delle teste tagliate, nel suo riferirsi a Isernia, ha avuto plateale smentita anche nel contesto Wiki, allorché si è riconosciuto in essa piuttosto un ingrandimento di una foto relativa a decapitazioni di Boxer nella Cina del 1900. Dal 5 agosto 2010, infatti, il nuovo titolo identificativo dell’immagine digitale in Wikimedia Commons è «boxer_heads_china.jpg» e la didascalia vede la riformulazione «Teste mozzate di contadini esposte come monito durante la rivolta dei Boxer in Cina. Dettaglio.» Sempre contadini, dunque; sempre decapitati e esposti come monito, ma nelle campagne cinesi del 1900 e non in quelle molisane del 1860. In più, c’è finalmente un autore dello scatto, identificato nel modenese Giuseppe Messerotti Benvenuti, classe 1870.

La storia è particolarmente affascinante (almeno per me) e merita una sosta. Messerotti Benvenuti, tenente di sanità con l’hobby della fotografia, faceva parte del Corpo di spedizione italiano inviato in Oriente nell’agosto del 1900 per sedare la rivolta nazionalista dei Boxer – oggi si parlerebbe, con ipocrisia, di operazione di peace keeping. La missione italiana restò in Cina a lungo, e l’impegno internazionale venne retribuito dal Celeste Impero con la Concessione commerciale di Tientsin, conservata dall’Italia fino alla II Guerra Mondiale. Per vincere la monotonia del suo ospedaletto da campo a cinque letti, il giovane tenente scriveva lunghe lettere a casa, accompagnate da foto fatte in libera uscita. Grazie agli scatti della sua Kodak, Messerotti Benvenuti portava all’Italia umbertina immagini di un continente lontano, immerso ancora in brume medioevali e percepito come quintessenza dell’esotismo come fosse davvero abitato da sciapodi o retto dal Prete Gianni. Tutt’altro che vicina, la Cina. Per capire l’approssimazione dei comandi militari, basti pensare che quando si dovette pensare all’equipaggiamento delle truppe italiane in partenza, le si vestì con zuccotti e sahariane, misconoscendo che nei luoghi di destinazione la temperatura poteva arrivare anche ai 20° sottozero (su queste vicende, si può leggere l’articolo di G. Fattori, La guerra dei boxers, in «Storia illustrata», n. 154, settembre 1970).

Lettere e fotografie di Messerotti Benvenuti sono pubblicate nel volume “Giuseppe Messerotti Benvenuti: un italiano nella Cina dei Boxer”, catalogo della mostra organizzata a Modena dalla Fondazione Panini nel 2000. Tra di esse, compare una serie di scatti che hanno ad oggetto la cruenta decapitazione dei boxer; la raccolta delle teste spiccate in gabbie di bambù e la successiva infissione delle gabbie su un tripode (la macabra sequenza si trova disponibile all’indirizzo http://turandot.ish-lyon.cnrs.fr/Bibliography.php?ID=57).

A guardarle, non residuano dubbi circa l’identità tra le teste di Isernia e le teste cinesi. Ma pure se appare ormai assodato che la foto incriminata nulla a che fare con i cafoni di Isernia, il danno è fatto: per la sua forza espressiva – e per l’essere royalty free – l’immagine è stata utilizzata in molti siti internet, come pure in qualche opera a stampa, e posta accanto a quelle – forse addirittura più efferate – in cui briganti, celebri e meno celebri, posano afflosciati, tumefatti, scomposti, come macabri trofei di caccia del neonato Regio esercito, rimpallando a ogni uso l’idea che a Isernia, all’indomani dell’arrivo dei Piemontesi in città (23 ottobre 1860) o, forse, nei primi anni del Regno d’Italia e delle drammatiche campagne militari contro il brigantaggio, si sia fatto macabro scempio delle teste dei fucilati.

Sia chiaro: nel 1860, i Piemontesi, a Isernia come altrove, si sono comportati coi mezzi spicci di un esercito di conquista e esecuzioni sommarie, stupri e vittime collaterali del conflitto, sono state all’ordine del giorno. Il museo degli orrori dello pseudoscienziato Cesare Lombroso richiedeva teste di briganti da analizzare fisiognomicamente e c’è in rete la raccapricciante corrispondenza tra ufficiali italiani – siamo ormai nel 1869 – circa la testa imbalsamata del brigante Palma fatta mettere in un vaso di cristallo ripieno di spirito. La scoperta di un falso non elide le responsabilità accertate di Cialdini e soci.

Ciò che è particolare è che, in quei forum in rete in cui si scontrano ancora (centocinquanta anni dopo Teano e Gaeta) neoborbonici e veterosavoiardi, il falso delle teste tagliate di Isernia viene utilizzato, estensivamente, da questi ultimi a tacciare di calunnia tutti quegli episodi di barbarie agita da italiani su italiani, bersaglieri contro donne e bambini, come se Boxer fossero anche gli 8968 fucilati dei primi mesi di guerra al brigantaggio, o che ribelli cinesi abitassero gli interi paesi di Pontelandolfo e Casalduni, oggetto di una decimazione recata con metodo scientifico, ottanta anni prima di Marzabotto. È tempo per inquadrare criticamente il processo di unificazione nazionale attribuendogli connotati di guerra di conquista e, tragicamente, di guerra civile. Occorre portare luce sui lati oscuri del Risorgimento, senza per questo rimettere in discussione l’Unità: perché una storia sia davvero condivisa, deve essere conosciuta nella sua integrità, senza rimozioni o edulcorazioni, senza continuare col mito fondativo degli eroi puri e belli tutti da una parte e i cafoni abbrutiti e sanguinari confinati nell’altro campo.

Piuttosto, ci si può interrogare su come – in origine – una foto di teste tagliate abbia determinato la macabra associazione con l’Isernia del 1860. Notizie certe di teste spiccate, infisse su pali, poste alle finestre come zucche ad Halloween, per Isernia ce ne sono tante ma tutte riportano all’efferatezze dei contadini verso i garibaldini, mai au contraire. Sul punto, le carte processuali sono quanto mai precise ed elencano una serie di episodi. La vulgata, del resto, parlava di un premio in moneta per ogni testa di garibaldino spedita a Gaeta col suo berrettuccio rosso. Il 5 ottobre 1860, al Mercatello, Zaccaria Corrado infierisce sul cadavere di un garibaldino, tagliandogli la testa; a lui i verbali ascrivono un totale di sette decapitazioni di cadaveri, consumate insieme con tale Giuseppe Laliccia. Sempre il 5, davanti a Palazzo Jadopi, il volontario campobassano Errico Filipponi, non ancora diciassettenne, viene colpito alle spalle con un colpo d’ascia; gli viene poi, more solito, tagliata la testa. L’anonimo estensore del memoriale noto come La Colonna De Luca ricorda «tredici teste di volontarii uccisi (…) menate in trionfo per Isernia» e poi «risposte sotto gli archi del cortile del Monistero dei Monaci Osservanti: e la mattina situate al largo della Fiera», mentre Jadopi descrivendo da contumace l’assalto della plebaglia al suo palazzo parlava di «teschi umani recisi che erano rotolati per la strada dai carpinonensi Antonio Fabrizio, Michele Martella La Vacca, e molti di Pesche». Facile, quindi, pensare che l’immagine di teste in gabbie più o meno consapevolmente abbia portato a generare la falsa attribuzione di cui abbiamo parlato.

Isernia e teste tagliate. Forse un destino: ricordiamo che i santissimi Cosma e Damiano, in città venerati forse più del patrono, ebbero il loro martirio per decapitazione.